mercoledì 7 ottobre 2026

Le botte

Andrea Marcolongo
Sulla lingua impotente volano gli schiaffi dell'umiliazione sociale

La Stampa Tuttolibri, 3 ottobre 2026

Ogni parola non detta lascia una traccia. Quando il linguaggio non dà forma a ciò che ci attraversa, il silenzio non è vuoto: resta un corpo in balia di se stesso e, talvolta, un altro corpo sul quale abbattersi. È la verità terribile intorno a cui ruota Le botte di Jean Meckert, pubblicato nel 1941 da Gallimard, nella Parigi occupata, e ora riproposto in Italia da Einaudi nella traduzione di Luca Bianco.

Nato nel 1910 nel quartiere popolare di Belleville, segnato dall’abbandono del padre, dall’internamento della madre e dall’orfanotrofio, Meckert lascia la scuola a tredici anni per un’officina di motori elettrici. Sarà impiegato, venditore ambulante, meccanico, infine scrittore. La sua non è letteratura sul popolo, ma una lingua sorta dentro l’umiliazione sociale. Appena pubblicato, Les Coups viene accolto da Raymond Queneau e salutato da André Gide, ma il riconoscimento non sottrae il suo autore alla precarietà. Diventerà allora Jean Amila, una voce maggiore della “Série noire”, la collana di gialli di Gallimard. Félix, narratore di Le botte, è operaio: le sue mani sanno smontare i pezzi e rimetterli in ordine. Ciò che accade dentro di lui, invece, non trova nome né misura. Si innamora di Paulette e ne fa una promessa di salvezza; quando la donna reale non coincide più con quella inventata dal desiderio e fra loro si alza una «muraglia di parole», comincia a picchiarla.

Si potrebbe liquidare il romanzo con l’evidenza del carnefice: Félix picchia perché è un bruto. Meckert nega però al lettore questa distanza rassicurante. Félix osserva il mondo con precisione feroce, avverte la falsità delle conversazioni, l’umiliazione di classe, lo scarto fra ciò che prova e le formule per dirlo. Le sensazioni sono acute; appena cercano una frase, diventano goffe. Gli altri possiedono parole consumate, lui non ne ha di proprie. Tace, accumula, fraintende. Poi colpisce.

Le botte non oppone cultura e ignoranza, ma esperienza e frase prefabbricata. Intorno a Félix tutti parlano, ma le voci vengono da altrove: recitano rispettabilità, amore romantico, coscienza di classe. Non sono loro ad abitare la lingua; è la lingua comune ad abitare loro. Félix riconosce l’impostura, ma non sa disinnescarla. Ogni parola altrui gli appare un sopruso, ogni divergenza un’offesa. Quando Paulette lo chiama «povero imbecille», resta «senza parole». Subito dopo, gli «monta il sangue agli occhi» e la picchia. La mano conclude la frase che la lingua non ha saputo cominciare.

Qui si apre il paradosso. L’uomo incapace di dire ciò che vive sa però raccontare. La voce retrospettiva e inaffidabile di Félix possiede immagini, ritmo, illuminazioni; descrive la felicità troppo grande per le parole e il vuoto sotto le chiacchiere. La letteratura gli concede, a posteriori, la lingua che gli è mancata mentre viveva quei fatti. Ma non lo assolve: illumina la responsabilità che tenta di spostare sulla società, sull’educazione, perfino sulla donna picchiata. Félix spiega tutto e comprende pochissimo.

Per questo il libro è così contemporaneo. Non stabilisce soltanto un’equazione fra povertà linguistica e violenza: va più a fondo. Un’emozione senza sintassi non conosce condizionale, distanza, dubbio. Non sa dire «mi sembra», «temo», «forse»: si presenta come un fatto. Non sapendo formulare «mi sento umiliato», Félix pensa e sente «mi hai umiliato». Non distingue ciò che prova da ciò che Paulette gli avrebbe fatto. La collera diventa allora prova, la sofferenza diritto, il pugno punteggiatura.

Annie Le Brun ricorda nella prefazione che Gide fu quasi il solo a scorgere sotto la vicenda coniugale il vero soggetto: «Il dramma stesso dell’espressione, delle parole». Non si tratta solo di comunicare male. Senza una lingua propria, anche il pensiero ci giunge deformato, già pronunciato da altri. Félix detesta le idee prefabbricate di Paulette senza accorgersi che la virilità ferita, il disprezzo per le donne e l’identità operaia brandita come destino parlano al suo posto.

Su questa soglia si apre Une langue à soi di Mathieu Roger-Lacan, saggio appena pubblicato da Stock sullo stato della lingua francese. Insegnante di lettere in un liceo della banlieue nord di Parigi, l’autore muove da una tesi politica: la libertà di espressione è vuota se non si possiedono i mezzi per esprimersi. Una democrazia non può solo concedere la parola; deve permettere a ciascuno di costruire la propria. Non si tratta però della trita difesa di un francese puro, accademico: avere una lingua tutta per sé significa sapere ciò che si dice e poter dire ciò che si pensa.

Roger-Lacan sostiene che è enunciando ciò che sentiamo che cominciamo a concepirlo. Il pensiero non preesiste alle parole, integro e muto. La sintassi lo articola, il vocabolario rende l’esperienza discernibile. «La padronanza del linguaggio è un esercizio di libertà», scrive: l’analfabetismo funzionale, sempre più diffuso e preoccupante, non è solo uno svantaggio scolastico, ma una privazione di autonomia, che separa chi nomina il mondo da chi ne subisce le definizioni.

Il saggio parte dalle classi e arriva all’intelligenza artificiale. Il rischio non è che le macchine scrivano meglio di noi, ma che deleghiamo loro la fatica attraverso cui una lingua diventa nostra. Un testo impeccabile può allora diventare la «lingua di nessuno»: levigata, probabile, disincarnata. Imparare a parlare non significa conformarsi alla lingua dominante, bensì trovare le parole per contraddirla: ciò che Félix non è mai riuscito a fare.

Letti insieme, i due libri pongono una domanda che viene prima della scuola e della politica: chi parla davvero quando parliamo? Forse è questo che può la letteratura: non impedire retroattivamente il colpo né perdonarlo, ma restituire alla confusione una sintassi abbastanza precisa da renderla giudicabile. Tra il silenzio e le botte, tra l’analfabetismo funzionale e il declino della lettura, resta uno spazio fragile in cui cercare una frase che non sia già stata detta al nostro posto. Una lingua a sé non ci rende necessariamente più buoni. Ma senza di essa è più difficile essere liberi, e perfino rispondere di ciò che facciamo.

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