Il programma, prima il programma. Ah no, le primarie, si comincia dalle primarie. Ma no, non proprio, si candida il rappresentante del partito più forte in seno alla coalizione. E perché allora non designare invece una figura terza, né Conte né Schlein: un federatore? E il gioco non finisce qui, si può sempre ripartire da una delle possibilità evocate per passare via via alle altre, all'infinito.
C'è qualcosa di nevrotico in una esitazione che non arriva mai al punto mentre il tempo passa e si avvicinano scadenze inesorabili. Il rinvio sistematico ha una spiegazione. In realtà, esso non riguarda tanto l'oggetto apparente, il candidato o le primarie o la designazione del federatore. La questione vera, quella che non si vuole affrontare concerne lo scioglimento dei nodi che il paese e per esso il governo trova nella sua agenda. La politica estera, il debito pubblico, il fisco, il carovita, il declino demografico, il degrado dell'ambiente, l'immigrazione, la casa. Su tutti questi punti non sembra esistere la proposta magica che mette tutti d'accordo e che al tempo stesso ha buone probabilità di sfondare tra gli elettori.
Però bisogna decidere, bisognerebbe decidersi. Oltre un certo limite, qualsiasi decisione diventa preferibile all'incertezza prolungata. Si cercano le ragioni della vittoria conseguita in passato dai fascismi e della ascesa dei populismi oggi in Europa. Si pensa alla responsabilità di una classe dirigente che ha finito con il sostenere l'arrivo dei barbari o dei demagoghi al potere. Più raramente si riflette sulle omissioni delle forze contrarie in campo. Qui invece si trova una chiave utile a chiarire meglio che cosa è accaduto. La politica dovrebbe produrre decisioni, risposte alle domande, ossia alle richieste e alle esigenze che circolano in seno alla popolazione. Se questa modalità di funzionamento si blocca, si apre lo spazio per i maghi, gli imbonitori, o gli stregoni addirittura, a volte. Personaggi che danno l'impressione di aver trovato, loro, la via d'uscita dalle difficoltà presenti. E che si danno degli obiettivi, raccolgono delle sfide e diventano oggetto di una propensione favorevole se non di un sostegno entusiastico.
Marcello Sorgi
L'impasse nelle scelte di Elly Schlein
La Stampa, 3 ottobre 2026
C'è una ragione di fondo per cui l’accordo tra Pd e M5S sull’Ucraina si rivela giorno dopo giorno più difficile. E in un certo senso antitetico alle primarie che Schlein, sicura di vincerle, vuol celebrare, e Conte, timoroso di perderle, vorrebbe sostituire con la scelta di un terzo nome, di un federatore che serva a chiudere la partita tra i due principali alleati del centrosinistra pari e patta.
Il Pd di Schlein ha ereditato da D’Alema, Veltroni, Franceschini e così via, la linea di politica estera scelta ai tempi in cui i postcomunisti si riconoscevano in leader occidentali come Clinton e Blair. E pensavano che “la terza via” fosse la strada più breve per chiudere definitivamente con la vecchia armatura filo-sovietica che già Berlinguer aveva provato a smontare. Caduti quei modelli e consumata quell’esperienza, malgrado Prodi, prima come premier e poi come Presidente della Commissione Europea proseguisse nel muro contro muro con Putin - un Putin appena insediatosi al Cremlino - a sinistra, anche dentro il Pd, era cominciato il ripensamento: sintetizzato nella famosa frase di D’Alema “oltre la sinistra c’è la destra”. È in questo perimetro che s’è adagiato Conte, riscoprendo il pacifismo e flirtando con il mondo pro-Pal, cosa che Schlein, innamorata del voto giovanile ma consapevole dei doveri filo-occidentali di aspirante inquilina di Palazzo Chigi, invece non può fare.
L’impasse della leader del Pd è tutta qui. E la confusione per cui fino a qualche settimana fa sembrava convinta che il programma dovesse precedere le primarie, mentre oggi è tutta proiettata sul voto dei gazebo, nasce da un’inguaribile fiducia in sé stessa e dalla convinzione che se vince la gara per la guida della coalizione, ed è possibile che ce la faccia, tutti gli altri ostacoli saranno superati.
In un modo o nell’altro, però, Schlein e Conte dovrebbero cominciare a fissare qualche data sul calendario. Non foss’altro perché la campagna di Meloni è cominciata da tempo, e benché le difficoltà sul cammino della leader del centrodestra si stiano rivelando sempre più complicate, l’unica cosa che potrebbe garantire la vittoria alla premier sarebbe una rottura tra Elly e Giuseppe alla vigilia della presentazione delle liste. Né più né meno come accadde nel 2022, malgrado i disperati sforzi di Enrico Letta.

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