lunedì 12 ottobre 2026

Le brigate rosse

Cesare Martinetti
John Foot e le Brigate Rosse: "Ci voleva un'amnistia in cambio della verità su chi aveva ucciso chi"

La Stampa, 10 ottobre 2026

Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu erano due poliziotti, figli di contadini, uno del Catanese, l’altro dell’Oristanese. Sono stati uccisi il 15 dicembre 1978 alle 5,45 del mattino. Avevano 21 anni. Erano di guardia al carcere di Torino. Li hanno colpiti alle spalle con un mitra. Erano seduti, inermi su un vecchio pulmino 850 azzurro della Polizia. Lanza è riuscito a prendere la pistola in mano, ma non a sparare. Porceddu è rimasto immobile, sulle ginocchia il giornalino di Paperino che stava leggendo, ultimo testimone della sua fanciullezza. Lo storico inglese John Foot (università di Bristol) ha dedicato a loro il suo saggio sul terrorismo italiano Le Brigate Rosse che esce in questi giorni da Einaudi.

È la storia dell’organizzazione terroristica più forte e più emblematica. Ha lasciato più di ottanta morti, decine di feriti, centinaia di persone direttamente o indirettamente toccate dalle loro azioni che mai dimenticheranno. Assassini spietati, pedissequi ripetitori di formule staliniste, mediocri ideologi di una rivoluzione nazionale che non sarebbe mai nemmeno cominciata. Qualche decina di militanti operativi contro uno Stato impreparato alla sfida e che nuotavano nell’ambiguità di fiancheggiatori, avvocati, magistrati, giornalisti, intellettuali, medici in un paese impaurito ma sostanzialmente indifferente. L’analisi di John Foot è sobria: «Un grande trauma. Un buco nero nella storia della Repubblica che va raccontato senza retorica, è storia».

Professor Foot, come sono nate le Brigate Rosse e perché in Italia?
«Sono nate da tre filoni che si sono intrecciati. Uno studentesco all’università di Trento, uno nelle fabbriche, soprattutto lombarde e uno tra i comunisti di Reggio Emilia che sognavano di rifare la resistenza. C’era poi una certa cultura di integralismo cattolico rappresentata da Renato Curcio, un semi intellettuale, non brillante, dotato però di carisma che non ha mai rinnegato niente e che è rimasto fino alla fine».

Uno che si è fatto anni di carcere ma che non ha ucciso nessuno. Il capo delle BR “buone”?
«Non sono mai esistite le BR buone. Curcio non ha ucciso, è vero, ma non vuole dire niente. Nell’aula del processo di Torino insieme a Franceschini e agli altri ha rivendicato tutti gli omicidi e gli attentati. Quando hanno assassinato l’avvocato Croce, nelle gabbie esultavano. Un personaggio mediocre, ma se non si capisce lui, non si capisce niente delle BR».

Curcio e Franceschini erano conosciuti dalla polizia fin dall’inizio degli anni Settanta e dai primi attentati. Perché non sono mai stati arrestati?
«La mobilitazione era fortissima, sono nati più di quattrocento gruppi. I punti più forti a Torino, Milano, Genova. Il 1972 è stato un anno pazzesco, le BR non erano viste come priorità. Non erano prese troppo sul serio, erano viste come uno dei tanti gruppuscoli, il PCI parlava di provocatori e “sedicenti Brigate Rosse” e questo ha avuto un’influenza sulla magistratura, ad eccezione di due giudici che fanno delle inchieste, Guido Viola e Bruno Caccia. Dietrologi e complottisti pensano che siano stati lasciati liberi di agire, ma io non ci credo».

Lei crede operò nell’azione di un burattinaio e gli dà anche un nome: Gian Giacomo Feltrinelli. Perché?
«La sua attività aveva due facce: il grande editore che pubblicava Pasternak ma anche manuali di guerriglia molto concreti su come fabbricare bombe. Aveva fondato i Gap, piccoli gruppi che poi passano nelle BR e finanziava la lotta armata. Sembra assurdo, ma lui ci credeva. E quando muore in un attentato fallito si crea intorno un’atmosfera che ne fa un martire, anche se i brigatisti sapevano benissimo cos’era successo».

E invece quand’è che lo Stato capisce cosa sono le BR?
«Nella primavera del 1974 con il sequestro del pm di Genova Mario Sossi. È la prima vera, grande operazione. Conquistano le prime pagine e legittimità. C’è un vero negoziato che non ci sarà con Moro. C’è una gestione mediatica, mandano la foto dell’ostaggio, tengono la suspense: è vivo o morto? Lo rilasciano dopo un mese, a Milano. Sossi sale su un treno e torna a casa, da solo. Non era un personaggio simpatico, era di destra, non piaceva nemmeno all’opinione pubblica moderata, i giornali sono ironici con lui. Chi capisce davvero è il generale Dalla Chiesa».

E pochi mesi dopo, a settembre, vengono arrestati Curcio e Franceschini a Pinerolo. Sembra tutto facile. Perché?
«Grazie a Silvano Girotto, “Frate Mitra”. Solo in quegli anni poteva spuntare un personaggio così, un piccolo criminale che aveva trovato dio in carcere e si era fatto prete ed era stato in Bolivia. Ha una storia, è carismatico, è perfetto come spia. È il colpo di genio di Dalla Chiesa che lo infiltra nelle BR grazie all’ingenuità di un medico fiancheggiatore. Fa arrestare i due fondatori che fanno la figura degli sciocchi».

Ma sfugge all’arresto Mario Moretti e nascono i primi sospetti su di lui, poi espressi anche da Franceschini. Chi l’ha avvertito che a Pinerolo avrebbe trovato i carabinieri?
«Per me sono casi, non c’è un complotto. Moretti sfugge varie volte all’arresto ed è capitato anche ad altri. Franceschini lo dice molti anni dopo, ma non ci sono le prove e io come storico penso che un mancato arresto non è una prova. Certo, ci sono cose che non si spiegano. Qualcuno cerca di sabotare l’arresto. Da quel momento Moretti diventa il capo ma io credo che sia il più brigatista di tutti. E non è ancora non libero, è in semilibertà».

Lei dà molta importanza al processo di Torino. Perché?
«È centrale per capire lo scontro tra Stato e BR nel momento di massimo consenso che però non è mai stato maggioritario. Curcio, Franceschini, Gallinari, Ferrari fino ad allora sconosciuti diventano delle celebrità, si vedono in tv, arrivano in catene, stanno in una gabbia, cantano l’Internazionale, fanno proclami, minacciano, hanno ammiratori, vengono quasi visti come vittime. Sono il nucleo storico, quelli che non hanno mai ucciso. Lo Stato è in grande difficoltà anche a formare la giuria, una crisi profondissima. La strategia BR con il rifiuto della difesa in aula e gli omicidi fuori, è molto efficace. Uccidono in modo scientifico, molto vicino al processo. Lo Stato deve vincere, non ha alternativa».

Ma il tempo del processo è scandito dagli omicidi: il procuratore di Genova Coco, il maresciallo Berardi a Torino e il 16 marzo 1978 il sequestro Moro con i cinque uomini della scorta uccisi. Un’operazione dai mille misteri con il sospetto di un interesse internazionale per bloccare il governo di compromesso storico. Lei cosa pensa?
«Che non c’è nessun mistero. Il sequestro Moro va letto in relazione al processo di Torino. È la risposta brigatista: voi avete Curcio e Franceschini e noi abbiamo Moro. Ogni azione delle BR rientra nella loro storia. Dopodiché, una volta rapito Moro, non sapevano cosa fare. Era surreale l’idea stessa che uno come Moretti potesse discutere con Moro. Il processo era una farsa, dopo due giorni era finito e non sapendo più cosa chiedergli, lo hanno fatto scrivere. Moro non ha rivelato nulla. Ucciderlo è stato un errore, c’erano i contrari come Morucci e Faranda, ma la logica di Moretti era che dovevano sempre fare di più».

Ma nonostante Moro e lo stillicidio di attentati, il processo di Torino finisce. Come?
«Tutti condannati, lo Stato riesce ad arrivare alla fine, con l’aiuto del presidente della Corte Guido Barbaro, che dovrebbe essere celebrato come un eroe della Prima Repubblica e anche di Adelaide Aglietta, la segretaria radicale e di tutti gli altri giurati. Lo Stato ha vinto, ha dovuto cambiare regole e il modo di fare giustizia che non è un bene, sarebbe stato più democratico fare i processi senza gabbie. Ma purtroppo questo è un altro effetto delle BR. Le leggi di emergenza sono una perdita di diritti per tutti. Con il caso Moro, le BR pensavano di avere vinto e invece era stato un grosso fallimento. Da allora la loro storia diventa sempre più un film dell’orrore, perdono qualunque collegamento con la realtà, diventano quasi una mafia sempre più cupa. Uccidono per uccidere, uomini disarmati come Taliercio e Tarantelli».

Chi erano i brigatisti?
«Uomini normali, come diceva Moretti, un perito chimico, non un super capo. I loro scritti sono mediocri, di basso livello, vengono pubblicati dai giornali che si esercitavano in elaborate interpretazioni, ma in realtà erano un misto di dottrinario stalinista e di fraseggio guerrigliero tupamaros. L’unica ad aver capito è stata Rossana Rossanda, perché aveva riconosciuto l’album di famiglia del PCI anni Cinquanta. Non sapevano scrivere, ma erano convinti di far parte della rivoluzione mondiale, pensavano di vivere dentro La Battaglia di Algeri, il loro film cult».

Aveva vinto l’Italia, grazie all’eroismo di alcuni e nonostante il pressapochismo di molti?
«Io credo che più che un complotto ci fu una grande ipocrisia. Il sistema non è cambiato. C’è molta retorica, si dice che l’Italia non sia più stata la stessa… in realtà il governo Andreotti si fa, ma non è un grande successo. Si ricorda il corpo di Moro nella Renault rossa, e non si ricorda che quelli sono stati anni di grandi e incredibili riforme: lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, la legge Basaglia».

Ci sono stati centinaia di processi, ma non c’è stato un momento di sintesi collettivo rispetto al trauma nazionale del terrorismo. Cosa si poteva fare per mettere la parola fine?
«Sarebbe stato utile dare un’amnistia in cambio della verità su chi ha ucciso chi. Non sappiamo tantissime cose, per esempio chi ha ucciso Coco. Invece si è seguita una strada intrisa di cultura cattolica molto complicata con pentiti e dissociati. Si è chiusa un po’ la questione ma non si è arrivati a una verità. Una strada ambigua in cui loro possono dire di aver perso, ma anche che in un certo senso avevamo ragione. L’amnistia sarebbe stata controversa, però sapremmo molto di più. Moretti è vivo ma non dirà mai nulla».


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