Mauro Bonazzi
L'identità (forse) non esiste
Corriere della Sera La Lettura, 18 ottobre 2026
E se fossimo della stessa consistenza delle nuvole, o delle onde che continuamente si formano e si ritraggono, in un movimento che non ha mai fine? Non c’è convinzione più radicata dell’io — che esista qualcosa, un «io» appunto, responsabile per quello che faccio, penso, dico. Paragonandoci alle onde, Friedrich Nietzsche era evidentemente di un altro avviso: e di certo non era il solo a sollevare dubbi sulla reale consistenza di questo presunto «io». Non senza ragione, verrebbe da aggiungere. Certo, dentro ciascuno di noi si annida la certezza incrollabile che noi siamo qualcosa di solido, stabile, duraturo. Io lo so che ci sono — e chi sono! Ma, quando poi uno prova a spiegarlo, tutto si complica. Perché noi viviamo immersi nel tempo, che tutto divora e tutto modifica, come Diotima aveva cercato di spiegare a Socrate: modifica i nostri corpi, lentamente forse ma inesorabilmente, come ci tocca riconoscere quando incontriamo un amico che non vedevamo da tanto tempo, magari non riconoscendolo neppure, ma comunque stupendoci di quanto è cambiato — di solito non in meglio: e anche lui starà pensando lo stesso di noi... Non diverso è però il cambiamento che riguarda i «nostri» pensieri, desideri, emozioni: anche quelli cambiano continuamente. «Eppure è considerato identico, ma sempre diventa nuovo, perdendo altre cose, sia per quel che riguarda i capelli, sia per la carne… e non solo per quel che riguarda il corpo, ma anche per l’anima: modi, abitudini, opinioni, desideri, piaceri dolori, paure, niente rimane mai lo stesso».
«Quand’era altro da quel ch’io or sono»: lo aveva capito anche Francesco Petrarca, anticipando a sua volta l’intuizione di Nietzsche. Un esperimento banale, in effetti, aiuta a capire meglio il problema: basta ricordare quello che pensavamo da bambini sull’amore, ad esempio, con tutto il corredo di principi e principesse; e quello che pensavamo di «noi» bambini da adolescenti, quando s’iniziavano ad avere i primi appuntamenti galanti (ma quello non ero io — penseranno gli adolescenti di quell’«io» passato e ormai irriconoscibile — ero ancora un bambino, non capivo); e poi, ancora, politica. storia quello che si pensava di questo «giovenile errore» da adulti (che ingenui che eravamo da adolescenti!). Arrivando così alla domanda più scontata: e fra vent’anni? Non penseremo sorridendo le stesse cose del «noi» di oggi? Ma se ogni volta cambiamo, chi siamo davvero? Le onde, intanto, continuano ad accendersi e spegnersi.
(Vale per ciascuno di noi e vale per noi tutti insieme, a livello collettivo. Che cosa significa, ad esempio, questa identità di italiani che molti celebrano a gran voce? In che cosa consisterebbe?).
L’intuizione di Nietzsche, insomma, non era così peregrina. Non esiste un nucleo stabile — noi siamo piuttosto un campo di possibilità. Quello che siamo dipende allora da quello che facciamo, da come ci confrontiamo con le sfide della vita. Per questo è inutile trincerarsi nell’illusione di essere qualcosa di stabile e duraturo. Quella, spiega sempre Nietzsche, è solo una scusa che accampiamo per giustificare i nostri difetti, paure e limiti: ho compiuto quell’azione meschina, ma non ero veramente io, perché io sono comunque una brava persona! No, risponderebbe Nietzsche: se quello hai fatto, quello sei. Dopo Nietzsche sarebbero arrivati Martin Heidegger e gli esistenzialisti a insistere sullo stesso punto. Gli esseri umani, soli tra tutto ciò che esiste, sono quegli esseri per cui l’esistenza viene prima dell’essenza. Nel caso di tutte le altre cose (una stella con la sua orbita, il leone che insegue la gazzella e la gazzella che scappa dal leone), ci sono nature date, con comportamenti in qualche modo già determinati: inutile sperare che il leone affamato giochi amichevolmente con la gazzella. Per noi vale il principio opposto: quello che saremo dipende da quello che faremo, da come avremo scelto di vivere. L’esistenza, appunto, la vita, precede l’essenza, ciò che siamo.
Il problema della nostra identità si complica, allora, configurandosi sempre di più come un progetto aperto, sempre passibile di cambiamenti e rovesciamenti. È una tesi che Nietzsche continua a ripetere, forse troppo radicalmente.
Davvero siamo come le onde che sempre cambiano, rendendo del tutto vuota l’idea stessa di una continuità? Forse così è troppo, e forse una soluzione alternativa c’è. Noi siamo la nostra memoria. Ecco l’àncora di cui eravamo in cerca, il centro di gravità che tiene tutto insieme. Non esiste forse un io stabile e già dato, va bene: noi siamo quello che facciamo. E la nostra coscienza di noi stessi dipende dalla memoria di quello che abbiamo fatto e siamo dunque stati.
Detto diversamente: potremmo insomma sostenere che noi siamo la nostra storia, la storia che raccontiamo di noi stessi, o meglio le tante storie che compongono il mosaico sempre in evoluzione delle nostre vite, con i suoi momenti belli e i suoi momenti brutti. Perché tutto serve per comporre il mosaico: anche nelle composizioni musicali servono note alte e note basse, no? Bisogna avere pazienza: non ci sono modelli precostituiti (un io già dato che realizza il suo destino), ma una storia che affiora progressivamente, sempre inattesa. La coscienza dell’io è qualcosa che creiamo vivendo, man mano che intrecciamo le nostre storie. Ci creiamo da soli, raccogliendo le nostre storie, e la memoria è ciò che unisce tutti questi sé in unico un io.
(E così vale anche per la nostra identità collettiva. Siamo la nostra storia, con i suoi alti e i suoi bassi).
Ma subito salta fuori un’altra complicazione, un’obiezione quasi scontata. Quanto affidabili sono queste storie? Perché la memoria, come ben noto, è tutt’altro che oggettiva: seleziona, taglia, scambia. Sono tante le cose che rimangono nell’ombra, fuori dal cono di luce. Davvero questo è l’unico strumento a nostra disposizione per dare un ordine stabile a ciò che siamo? Anche in questo caso, forse un correttivo c’è: che non ci offre una soluzione a tutti problemi, ma che aiuta ad allargare lo sguardo, oltre i paletti che limitano la nostra vista. Noi non siamo solo la nostra memoria o la storia che ci raccontiamo. Noi siamo anche la memoria che gli altri hanno di noi, la storia (o le storie) che gli altri raccontano di noi.
In fondo, è questo che era successo a Odisseo, l’eroe dall’intelligenza sempre viva, e che però non aveva capito nulla. Adriana Cavarero, sviluppando un’idea di Hannah Arendt, lo ha chiamato il paradosso di Ulisse: soltanto alla corte di Alcinoo, quando aveva ascoltato l’aedo cantare le sue imprese, Ulisse aveva capito chi era, e da «nessuno» si era finalmente potuto palesare, agli altri e ancora di più a sé stesso, per quello che era. Impegnato nel presente dell’azione, non aveva capito; mentre l’aedo inseriva ogni impresa in una sequenza temporale, secondo un prima e un poi, finalmente si riconosceva come il protagonista della sua storia, e si riappropriava di sé stesso. «Il racconto dell’aedo, il racconto di un altro, finalmente gli svela la sua identità».
È interessante: per secoli, e ancora più decisamente nel Novecento con la nascita della psicoanalisi, il viaggio della conoscenza di sé è sempre stato centripeto: un viaggio dentro di sé, rifuggendo dal rumore del mondo, immergendosi nelle proprie profondità interiori: torna in te stesso! come dicevano Plotino e Agostino. E invece è proprio il contrario. C’è sempre qualcosa che sfugge al nostro sguardo: per questo conviene aprirci a punti di vista differenti dal nostro. Diversamente, come potremo cogliere la complessità di quello che siamo, siamo stati, stiamo divenendo — e potremmo o vorremmo diventare? Non siamo i soli autori della storia di cui siamo protagonisti.
(È la parte più interessante, se pensiamo alla nostra identità collettiva. Siamo la nostra storia, certo, fatta di alti e bassi. Ma per capire chi siamo dovremmo guardare anche fuori dal cerchio ristretto delle nostre convinzioni. Quale immagine di noi ricaveremmo ascoltando ad esempio le voci di tutti quegli immigrati di seconda generazione, nati e vissuti in Italia, ma a cui incredibilmente non si concede il diritto di cittadinanza fino alla maggiore età? Che cosa direbbero di noi italiani questi giovani, che si considerano — e di fatto sono, essendo sempre vissuti qui — italiani, ma che molti di noi continuano a considerare estranei, come se appartenessero ad altre tradizioni — tradizioni di cui questi giovani sanno poco o nulla, visto che magari in quei Paesi non sono mai neppure andati? È il tema di Acqua sporca ,un bel romanzo di una giovane scrittrice italo-srilankese, Nadeesha Uyangoda, uscito l’anno scorso per Einaudi Stile libero — ed è un tema di tanta letteratura contemporanea. È frastagliata la nostra identità).
Non è semplice, certo, e non tanto perché queste storie, queste prospettive esterne, potrebbero renderci immagini non piacevoli di noi, come scoprì suo malgrado Vitangelo Moscarda, il protagonista del romanzo di Luigi Pirandello Uno, nessuno e centomila (peraltro uscito esattamente un secolo fa, nel 1926) quando la moglie gli fece osservare che il suo naso pendeva a destra. Il problema vero è che anche questi sguardi esterni, non meno dei nostri interni, potrebbero renderci immagini tendenziose, distorte su di noi. Probabilmente il naso di Vitangelo Moscarda pendeva davvero a destra: ma dobbiamo sempre credere a tutto quello che gli altri dicono di noi? È tutto un gioco di prospettive e punti di vista, che si riflettono gli uni negli altri, moltiplicando l’immagine. Una situazione potenzialmente esplosiva, come era ben chiaro a Moscarda, che non necessariamente, però, deve portare alla sua disperazione. In fondo si tratta di prendere atto di questa nostra potenziale ricchezza, cercando di ricomporci in un ordine possibile, facendo tesoro di questa molteplicità di possibilità, che ci aiutano a conoscere aspetti sempre nuovi, inattesi, di quello che siamo. Siamo un campo di forze, il prodotto di una negoziazione, a volte faticosa a volte esaltante. Siamo un progetto in divenire, non un’entità data da proteggere in una campana di vetro.
Per arrivare così al punto più importante. Finora abbiamo parlato del presente e del passato. Del presente delle azioni e del passato che ricompone le azioni in storie. Ma quello che davvero conta è il futuro. Perché liberi dal peso del destino, dall’illusione dell’esistenza di un io già determinato che dobbiamo solo realizzare, si apre finalmente lo spazio per iniziare a pensare cosa vogliamo fare di noi stessi. Ci sono sfide più importanti?
(C’è bisogno di ricordare quanto importante sia questa domanda a livello collettivo? Cosa vorremo fare di noi italiani: rinchiuderci nel sogno di un’identità chiusa o provare ad accettare le sfide di un mondo che cambia, si muove e si rimescola? Quante storie abbiamo voglia di ascoltare per imparare a conoscerci meglio?).
https://machiave.blogspot.com/2026/10/la-paura-del-futuro.html
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