martedì 20 ottobre 2026

La cultura della destra

 

             Storia della cultura della destra

Alessio Giovagnoni
Doppiozero, 20 Ottobre 2026

È il 1973 quando il saggista Piero Meldini pubblica Reazionaria. Antologia della cultura di destra in Italia, volume che raccoglie una serie di interventi scritti a partire dai primissimi anni del Novecento da varie figure della destra italiana, perlopiù legate al fascismo storico: Julius Evola, Giovanni Gentile, Agostino Gemelli, Giovanni Papini. Già nell’introduzione, il curatore parte da una presa di posizione impopolare: «per troppi anni si è coltivata la rassicurante leggenda di un’opposizione irriducibile fra destra e cultura, di un’intelligenza italiana di sinistra ab ovo, imbavagliata e perseguitata sotto il fascismo e in tutti i casi, dalla caduta del regime, permanentemente conquistata a idealità democratiche e di progresso».

A distanza di cinquant’anni le premesse della pubblicazione mantengono una certa attualità in quanto emblemi di un dibattito acceso, apparentemente irrisolvibile e costantemente rievocato: quello cioè del rapporto tra la destra e la cultura. In primo luogo, infatti, gli avvertimenti di Meldini sembrano non aver suscitato molti effetti. Questo almeno nel cosiddetto dibattito pubblico, dove l’altezzosità di una certa sinistra sembra ricalcare quella dell’antropologia coloniale ottocentesca che rifiutava di riconoscere nelle popolazioni extraeuropee la presenza di visioni del mondo, universi valoriali, insiemi significanti. Una postura basata sulla retorica dell’analfabetismo che fa un cattivo servizio alla causa stessa di quella sinistra in quanto le impedisce di comprendere alcune delle ragioni per cui sempre più partiti reazionari stiano conquistando l’Europa e altre parti del globo. Al contempo, è sotto gli occhi di tutti che la destra abbia un problema, o forse sarebbe meglio dire un’ossessione, con la cultura che determina una mania censoria la quale va di pari passo con un complesso di inferiorità sperimentato nei confronti degli avversari politici, e che la porta ad assumere una posizione vittimistica, nonché ad accusare il mondo delle arti, dello spettacolo e dell’editoria di agire sotto il dominio della sinistra.

Si tratta di un nodo effettivamente difficile da districare, se non altro per la stratificazione semantica che il termine cultura porta con sé. Se con questo ci riferiamo al suo livello “alto”, mi pare errato, almeno storicamente, affermare che la destra non possa contare su un bacino di intellettuali da prendere come riferimenti. Senza scendere nel dettaglio del pensiero filosofico e politico dove gli esempi sono innumerevoli, basterebbe ricordare che la Rivoluzione conservatrice era popolata da figure di altissimo spessore letterario come Stefan George, Hugo von Hofmannsthal ed Ernst Jünger. Se invece intendiamo la cultura in senso antropologico quale insieme di significati articolabili e trasmissibili che comportano una determinata visione della storia, dei rapporti sociali e politici all’interno di una comunità più o meno ampia, non possiamo affermare che esista una non-cultura, e non solo nella destra. Più difficile da districare e sfaccettato è il problema della cultura di massa e dell’industria culturale, sulle quali ci si interroga da almeno un secolo e delle quali sono state date letture profondamente diverse, alcune capaci di dimostrare le coestensività tra l’universo pop e quello reazionario (Adorno e Horkheimer).

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In ogni caso, negli ultimi tempi non sono mancati studiosi che abbiano deciso di sporcarsi le mani con la cultura di destra, evitando di liquidarla come una raccogliticcia accozzaglia di slogan destinata a un pubblico di analfabeti. Penso a Il fascismo e noi di Roberto Esposito, a Tardo fascismo di Alberto Toscano e, naturalmente, al libro di Valerio Renzi Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango, 2025). Tre lavori diversi che condividono però almeno un presupposto: per comprendere le destre contemporanee e in una certa misura il loro successo, bisogna avere il coraggio di addentrarsi nei loro universi simbolici, nelle loro letture, nelle loro ossessioni e nelle strutture materiali che consentono a queste idee di circolare. Un compito tanto più urgente oggi che gli eredi diretti del Movimento Sociale Italiano o gli ex militanti delle organizzazioni neofasciste occupano Palazzo Chigi e gestiscono ministeri, televisioni, musei e istituzioni culturali.

La ricostruzione realizzata da Valerio Renzi, che nasce come esito di una rubrica online dedicata alle culture di destra, ha una serie di meriti e innanzitutto quello di saper unire un linguaggio divulgativo a una trattazione seria e approfondita degli argomenti. Inoltre, è importante che il suo excursus dedicato al caso italiano cominci dalla «catastrofe» del 1945, quando gli sconfitti della RSI devono trovare un modo per sopravvivere in una Repubblica edificata formalmente sui valori della Resistenza. Se in questo frangente i quadri del MSI cercano di mantenere un profilo istituzionale arrivando ad abbracciare perfino l’atlantismo (è il caso del segretario Michelini), e mantengono un universo simbolico monumentale e nostalgico, la componente giovanile guidata da Pino Rauti inizia a sviluppare una forte componente autoriflessiva e a delineare un immaginario politico inedito volto a mobilitare le nuove generazioni. È grazie alla presenza di Julius Evola e alla sua biblioteca densa di riferimenti intellettuali estranei alla cultura del fascismo mussoliniano che continuano tuttora a costellare le pubblicazioni dell’editoria dell’estrema destra (ad esempio gli esponenti della Rivoluzione conservatrice, i controrivoluzionari cattolici, o figure come il leader della Guardia di ferro rumena Corneliu Codreanu), che può nascere Ordine Nuovo. Il gruppo dà vita a una nuova mitologia reazionaria fondata sul disprezzo per l’egualitarismo, sul culto della gerarchia e di comunità politico-spirituali ispirate agli ordini cavallereschi medievali, ma soprattutto sul rifiuto della modernità letta come culmine della degenerazione valoriale e ultimo stadio di un presunto ciclo cosmico.

Nonostante tali aspetti siano già stati esplorati in altre sedi, gettare luce su questo momento è particolarmente importante poiché consente di comprendere come l’universo simbolico e valoriale dell’attuale destra al governo sia maggiormente legato al tradizionalismo e allo spiritualismo di Ordine Nuovo e in minor misura al fascismo storico. Sono queste le «radici profonde» a cui Renzi fa riferimento nel titolo, dalle quali provengono letture, riti, mitologie e simboli ancora presenti sia nella destra radicale sia nelle organizzazioni giovanili di Fratelli d’Italia. Le inchieste su Gioventù Nazionale hanno mostrato la persistenza di questo universo dietro il volto istituzionale del partito. I rituali di comunione e riproduzione dell’identità di gruppo si consumano lontano dalle telecamere, mentre in pubblico si recita il copione di una destra conservatrice pacificata con la democrazia. L’abiura pubblica serve a conquistare voti e potere; la conservazione privata dell’idea garantisce la coesione della comunità.

Se la Weltanschauung sviluppata dagli evoliani sconta il peso di proporre un estraniamento dal tempo storico – pur avendo paradossalmente corroborato forme di violenza politica basate sulla fiducia millenaria di lavorare al servizio di una nuova razza umana – alla fine degli anni Settanta la cosiddetta Nuova Destra tenta di uscire da questo recinto antimoderno sulla scorta della nouvelle droite francese. In questo senso, l’istituzione dei Campi Hobbit, la diffusione della musica alternativa e delle radio libere, il tentativo di sfruttare linguaggi contemporanei e controculturali come il fumetto, e ancora l’avvicinamento a tematiche come l’ecologia testimoniano da un lato un effettivo tentativo di svecchiamento dei propri canoni, e dall’altro, la necessità per questo universo di lavorare in senso egemonico coniando un «gramscismo di destra» capace di diffondere i propri valori in ampi strati della società. È in questo frangente che emerge quello che a mio avviso costituisce il problema centrale messo in luce dal lavoro di Renzi: la difficoltà costitutiva per una destra reazionaria di entrare nella cultura moderna e di massa, pur rifiutandone sia le premesse, sia gli esiti. Se infatti il fascismo storico aveva assimilato una consistente componente modernista pur spiritualizzandola, il neofascismo si ricollega alla radice genetica antimoderna della destra controrivoluzionaria. La domanda allora è se sia possibile intervenire nella formazione del senso comune senza rinunciare a un patrimonio fondato sulla gerarchia, sull’antiegualitarismo e sulla contestazione della modernità politica. E la risposta sembra essere negativa. Secondo Renzi questa dinamica è emersa con particolare evidenza con il  berlusconismo il quale ha sì sdoganato a livello istituzionale postfascisti e neofascisti, ma ha rimarcato al contempo la loro incapacità di adattarsi completamente alla cultura moderna. Mentre la destra berlusconiana, neoliberale mercantile ed edonistica, è stata capace di trasformare il desiderio in consumo e il successo individuale nell’unica forma possibile di emancipazione, gli esponenti del MSI hanno rifiutato l’antropologia prodotta dal diluvio commerciale.

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Una posizione condivisibile e attestabile sul piano storiografico, che tuttavia rischia di sottovalutare la componente reazionaria presente nella stessa cultura di massa. Furio Jesi, ad esempio, nella sua analisi della cultura di destra del 1979, aveva infatti osservato le omologie strutturali tra pensiero reazionario, immaginario borghese e industria culturale. Per Jesi la cultura di destra consiste nella trasformazione di parole, idee e immagini in materiali destoricizzati, stereotipati e immediatamente disponibili al consumo: il «linguaggio delle idee senza parole». Da qui l’accostamento tra la narrativa rosa di Liala, dominata dal lusso materiale di ville, pellicce e automobili, e il lusso spirituale delle commemorazioni patriottiche, popolato di eroi, martiri e valori eterni. In entrambi i casi la cultura si trasforma in un insieme di feticci che suscitano adesione senza richiedere comprensione e dal quale sono state espulse le contraddizioni della storia.

Quest’ultima prospettiva consente però di stabilire un legame con quello che Renzi individua come il terreno di maggiore efficacia della destra italiana ovvero l’uso pubblico della storia. Jesi stesso aveva mostrato come la cultura borghese prima, e quella di destra successivamente, avessero costruito un passato monumentale composto da grandi uomini, poeti, eroi e martiri, le cui differenze potevano essere annullate dentro una genealogia nazionale ridotta a eterno presente. Lo stesso personaggio storico poteva così essere celebrato attraverso contenuti ideologici differenti, purché la commemorazione lo spogliasse delle sue contraddizioni e lo trasformasse in una figura esemplare.

Pur muovendo da presupposti diversi, la ricostruzione di Renzi mostra la sopravvivenza politica di un procedimento analogo. Il paradigma vittimario, la centralità conquistata dalle foibe, l’inserimento dei caduti neofascisti nel martirologio nazionale, la contestazione delle verità giudiziarie sulla strage di Bologna e il progressivo indebolimento dell’antifascismo come fondamento repubblicano hanno prodotto effetti assai più profondi delle polemiche contro cantanti, scrittori e registi. La storia viene ricondotta a una contrapposizione morale tra vittime e carnefici che rende secondarie le appartenenze, le responsabilità e i contesti. Il dolore e il sacrificio permettono così agli sconfitti di essere reintegrati nella memoria nazionale senza che la comunità postfascista debba recidere il rapporto con il proprio passato.

È forse questo uno dei risultati più interessanti del libro. La destra oggi al governo continua a incontrare difficoltà quando tenta di tradurre il proprio universo simbolico in una produzione culturale capace di imporsi al di fuori della comunità militante, mentre ha dimostrato una notevole efficacia nei campi del giornalismo, della comunicazione politica e soprattutto nella ridefinizione del racconto nazionale. La tanto annunciata conquista della cultura sembra allora realizzarsi meno attraverso la creazione di nuove opere che mediante la possibilità di stabilire quali eventi debbano essere ricordati, quali rimossi e quali parole sia ormai legittimo utilizzare per raccontare la storia della Repubblica.

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