Giacomo Giossi
"Monica Vitti", il racconto di un'attrice che ha mutato l'immaginario
il manifesto, 9 ottobre 2026
L’impatto che Monica Vitti è riuscita a dare all’immaginario popolare va ben oltre il suo lavoro di attrice. Il suo viso, la sua voce e i personaggi da lei incarnati rappresentano elementi caratteriali ed estetici che hanno travalicato il cinema stesso divenendo oggetti di costume e culturali. A quasi quattro anni dalla sua scomparsa ripercorre la carriera e la biografia dell’attrice romana, il saggio di Giulia Simi, storica del cinema e docente all’Università di Sassari. Monica Vitti (Carocci editore), frutto di un’attenta ricerca, prende avvio da quel luglio del 1953 quando a Villa Durante a Roma viene messo in scena degli allievi del terzo anno dell’Accademia diretta da Silvio D’Amico, Delitto e castigo. Tra loro in scena per ottenere il diploma d’Accademia anche Maria Luisa Ceciarelli, il vero nome di Monica Vitti che era riuscita a entrare in Accademia solo al secondo tentativo. La prima volta era stata infatti giudicata ancora acerba da D’Amico, la seconda volta lei stessa non si era data alternative: «o recito o mi uccido».
SONO gli anni di Orazio Costa all’Accademia che sarà il suo primo grande maestro, plasmandone non solo le qualità di recitazione, ma anche l’attitudine, il rapporto con il regista e la capacità di far parte di un lavoro creativo che non ammetteva per lei gerarchie, ma dialogo attivo e continuo.Come per molti attori del tempo il successo arriverà – dopo una gavetta teatrale – con le serie televisive prima che con il cinema. Nel 1956, dopo aver girato senza particolari riscontri già due film: Ridere! Ridere! Ridere!, di Edoardo Anton (1954) e Adriana Lecouvreur di Guido Salvini (1955), partecipa a L’Alfiere, una miniserie televisiva diretta da Anton Giulio Majano, Nel cast ci sono anche un giovane Nino Manfredi e Ilaria Occhini. Nel 1957 il primo incontro con il cinema di Antonioni, Vitti viene chiamata da Mario Meldolesi per il doppiaggio de Il grido.
È UN’INIZIO complicato e travagliato quello della carriera di Monica Vitti, ma al tempo stesso consapevole. Troppo magra e troppo alta, troppo lontana in generale dai canoni del tempo e quindi dai ruoli di maggior risalto, Vitti tiene il punto, a partire da quella sua voce sofferente e roca e così riconoscibile e identitaria che anche Pasolini la vorrà per il doppiaggio di Paola Guidi in Accattone nel 1961. Vitti è profondamente conscia della propria differenza e non accetta compromessi al ribasso.
Sarà Michelangelo Antonioni a partire da L’avventura del 1960 ad esaltarne le caratteristiche così come sarà la stessa Vitti a dare corpo al suo cinema. Da lì in poi Monica Vitti si dimostrerà capace di tutto, anche di far ridere, spaziando con grande libertà nei generi cinematografici in anni in cui scegliere liberamente di cambiare e smontare il proprio personaggio non era considerato possibile e tanto meno conveniente. Sarà l’attrice di Antonioni, ma anche di Alberto Sordi, dell’alienazione e della commedia all’italiana. Un’attrice totale e sempre profondamente riconoscibile, che nelle pagine di Giulia Simi si ritrova nella sua complessità, quella di una interprete capace di dare voce al proprio mondo interiore.
Ode al Sublime di Monica Vitti
Io voglio ogni cosa.
Ogni cosa è nudo pensiero che ferisce.
Una sirena nella nebbia che fischia ci fa supporre che la nebbia sia ogni cosa.
Uova di quaglia mangiate sulle mani nella nebbia rendono ogni cosa afrodisiaca.
Mio marito scrolla le spalle quando lo dico, mio marito scrolla le spalle per ogni cosa.
I laghi dove la sua azienda ha avvelenato ogni cosa sono bellissimi come un Bruegel.
Conservo il mio negozio perché così posso vendere ogni cosa, anche se è vuoto tengo la luce accesa.
Ogni cosa può rovesciarsi.
Lo sai che nello spazio più profondo del mare ogni cosa diventa trasparente?, chiede
Corrado, l’amico di mio marito e io dico Lo sai quanto ho paura?
Ogni cosa vuole attenzione, il mio collo non è rilassato neanche quando bacio Corrado.
Kant dice che ‘ogni cosa’ esiste solo nella nostra mente, condotta da un moto di piacere e
dolore che si getta avanti e indietro quando sono sul letto di Corrado e lotto
contro ogni cosa con Corrado che guarda dall’altra parte della stanza e poi viene a letto
e mi monta e questo non fa differenza eccetto il fatto che ora devo combattere contro ogni cosa attraverso
Corrado, che ho reso ‘imperterrito’ (così Kant) sul suo letto gelido nel clangore di mezzanotte.
Cosa prenderai?, chiedo a Corrado che parte per la Patagonia e quando dice 2 o 3
valige dico che se dovessi partire porterei con me ogni cosa che vedo.
A questo Corrado non risponde se non che pensa il contrario di ogni cosa che dico.
Non è giusto quello che vorrebbe dire mio marito, lo dice su ogni cosa –
soprattutto da quando sono uscita dalla clinica, una clinica per persone che vogliono ogni cosa,
ogni cosa che vedo ogni cosa che assaggio ogni cosa che tocco ogni giorno anche i posacenere e
nella clinica domandavo soltanto una cosa Cosa devo farne dei miei occhi?
Anne Carson
Le poesie di Anne Carson dedicate a Monica Vitti esplorano il concetto di "sublime" e di "decreazione" attraverso il cinema di Michelangelo Antonioni, utilizzando la recitazione dell'attrice italiana come un perfetto esempio visivo e filosofico di dissolvimento dell'ego. Questi testi sono contenuti principalmente nell'opera ibrida "Decreazione" (Decreation, 2005), pubblicata in Italia da Utopia Editore.
ODE AL SUBLIME DI MONICA VITTI
Voglio tutto.
Tutto è un pensiero nudo che colpisce.
Una sirena che suona nella nebbia fa sembrare che la nebbia
sia tutto.
Le uova di quaglia mangiate dalla mano nella nebbia rendono
tutto afrodisiaco.
Mio marito si stringe nelle spalle quando lo dico, mio marito
si stringe nelle spalle per tutto.
I laghi dove la sua fabbrica ha avvelenato tutto sono belli
come Brueghel.
Tengo vuoto il mio negozio, così da poter vendere tutto, ma
lascio la luce accesa.
Tutto potrebbe rovesciarsi.
Lo sai che nel mare più profondo tutto diventa trasparente?,
chiede Corrado, l’amico di mio marito e io dico:
lo sai quanta paura ho?
Tutto richiede attenzione, io non rilasso mai il collo nemmeno
quando bacio Corrado.
«Tutto», dice Kant, esiste solo nella nostra mente, assistito da
un moto di piacere e
dolore che si agita avanti e indietro dentro di me quando
mi sdraio sul letto
di Corrado litigando con tutto con Corrado che guarda
dall’altra parte
della stanza poi lui si è avvicinato al letto e
mi ha montato e questo non ha comportato nulla se non che
ora dovevo combattere tutto
attraverso Corrado, cosa che ho fatto «imperterrita» (così Kant) sul suo gelido letto nel suo bagliore notturno.
Cosa prenderai?, chiedo a Corrado che parte per la Patagonia
e quando
dice due o tre
valigie dico: se dovessi andare via porterei con me tutto quello
che vedo.
Al che Corrado non dice nulla, il che non è, io penso,
l’opposto di tutto.
Non sembra giusto è quello che direbbe mio marito, lo dice
di tutto –
soprattutto da quando sono uscita dalla clinica, una clinica
per persone che vogliono tutto,
tutto quello che vedo tutto quello che gusto tutto quello che
tocco
tutti i giorni anche i posacenere e alla
clinica avevo solo una domanda, cosa devo fare dei miei occhi?

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