giovedì 8 ottobre 2026

L'umanità in tempo di guerra

John McCourt
La poesia può impedire alla violenza di diventare normale e necessaria
La Stampa, 8 ottobre 2026

Nel ricevere Donald Trump nella residenza presidenziale di Dublino sabato 12 settembre, la presidente d’Irlanda Catherine Connolly ha scelto con cura i propri doni: una croce di Santa Brigida, simbolo di pace; la Navigatio Sancti Brendani, il racconto medievale del viaggio di san Brandano, testimonianza di un popolo che per secoli ha conosciuto la partenza e la migrazione; e i Collected Poems del grande poeta irlandese Michael Longley, che includono il celebre sonetto Ceasefire. Mi pare improbabile che il presidente americano legga quella poesia.

Ma i doni diplomatici non parlano mai soltanto a chi li riceve. Parlano anche all’opinione pubblica, alla storia e, qualche volta, al futuro. Quello di Connolly è stato un gesto cortese e insieme fermissimo: affidare alla letteratura un messaggio che la politica fatica sempre più a pronunciare. Dopo l’incontro, la presidente irlandese ha dichiarato di aver comunicato a Trump la ferma convinzione del popolo irlandese che «la normalizzazione della guerra e del genocidio non possa mai essere accettata». Quel dono letterario acquistava così il valore di una presa di posizione.

Apparso per la prima volta sull’Irish Times nel 1994, alla vigilia dell’annuncio della tregua dell’Ira, Ceasefire riprende uno degli episodi più sconvolgenti dell’Iliade. Priamo entra nella tenda di Achille, l’uomo che ha ucciso suo figlio Ettore. Si inginocchia davanti a lui e gli bacia le mani. Achille guarda il vecchio re, che gli ricorda il proprio padre. I due nemici piangono insieme. La guerra non è finita, ma per un momento la sua legge viene sospesa: la forza cede il posto al riconoscimento di un dolore comune. Il nemico torna a essere una persona.

Simone Weil scrisse che la vera protagonista dell’Iliade è la forza: quella potenza che trasforma chi la subisce in una cosa. Da Gaza all’Ucraina, come in troppi altri teatri di guerra, vediamo questa potenza agire sotto i nostri occhi, apparentemente inarrestabile. L’incontro tra Priamo e Achille compie il movimento contrario. Restituisce un volto, un nome e una storia a chi la guerra aveva ridotto a ostacolo o bersaglio. Longley scelse proprio quella scena per parlare dell’Irlanda del Nord e della possibilità, allora ancora fragile, di interrompere la spirale di violenza. La tregua comincia quando qualcuno trova la forza di non applicare fino in fondo la legge del più forte.

Quel libro consegnato al presidente di una delle maggiori potenze mondiali pone dunque una domanda che riguarda tutti noi: che cosa può la poesia di fronte alla forza? Probabilmente non può fermare un esercito, modificare un confine o disarmare un missile. Può però impedire che la violenza diventi normale. Può ricordarci che vincere non significa necessariamente avere ragione e che il potere di imporre una decisione non attribuisce a quella decisione un valore morale.

È la stessa domanda dalla quale nasce il Macerata Humanities Festival 2026: in un mondo nel quale la guerra, il denaro e gli algoritmi sembrano stabilire ciò che è possibile, che cosa vale davvero? Non è un interrogativo astratto. Le regole cambiano ormai troppo spesso sotto la pressione della forza: quella militare, che spezza vite e ridisegna confini; quella economica, che decide chi debba sostenere i costi e chi possa trattenere i benefici; quella tecnologica, che governa i nostri ritmi, orienta la nostra attenzione e seleziona le voci destinate a essere ascoltate.

La forza domina anche quando riesce a farsi cultura, presentando i propri criteri come naturali e le proprie scelte come inevitabili. Parole apparentemente neutrali come “realismo”, “necessità”, “difesa” ed “efficienza” possono diventare strumenti per giustificare costi umani inaccettabili. Le discipline umanistiche devono entrare in questo campo di tensione non per rifugiarsi nel passato, ma per smascherare le false inevitabilità del presente.

La letteratura conosce da sempre questo conflitto. Nell’Antigone di Sofocle, Creonte pretende che la distinzione tra amico e nemico sopravviva persino alla morte. Antigone gli oppone una frase diventata universale: «Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore». Non è una dichiarazione sentimentale. È il rifiuto di lasciare che il potere decida fino a che punto possiamo riconoscere l’umanità dell’altro. Antigone non nega il conflitto: nega che l’odio debba avere l’ultima parola. Anche il bene possiede una forza, benché meno visibile e spettacolare.

Alla fine di Middlemarch, George Eliot scrive che «the growing good of the world is partly dependent on unhistoric acts»: il bene crescente del mondo dipende in parte da azioni che non entrano nella storia, compiute da persone che hanno vissuto fedelmente una vita nascosta. La violenza occupa le prime pagine, conquista territori e produce immagini destinate a circolare senza sosta. La cura, l’insegnamento, l’ascolto e la responsabilità quotidiana agiscono spesso senza essere registrati. Eppure è anche grazie a questi gesti che il mondo non è peggiore di quanto sia.

Conserva perciò tutta la propria attualità la celebre definizione affidata da Oscar Wilde a uno dei suoi personaggi: il cinico conosce «il prezzo di tutto e il valore di nulla». Oggi possediamo strumenti sempre più sofisticati per misurare prestazioni, produttività, attenzione e consenso. Ma ciò che è misurabile non coincide necessariamente con ciò che è giusto. Un algoritmo può calcolare la probabilità di un comportamento; non può stabilire quale vita meriti attenzione. Un bilancio può quantificare un costo; non può decidere da solo se quel costo umano sia accettabile. In Ulysses, Leopold Bloom pronuncia la propria risposta in un ambiente saturo di aggressività, nazionalismo e antisemitismo. «Forza, odio, storia, tutte queste cose», dice: questa non è la vita per gli uomini e per le donne. Quando gli chiedono che cosa sia allora la vita vera, risponde semplicemente: «L’amore». Poi precisa, quasi temendo di essere frainteso: «Voglio dire il contrario dell’odio».

La grandezza di Bloom sta anche nella modestia di questa precisazione. In un mondo di voci che gridano, difende la possibilità di non odiare. La sua apertura verso gli altri non è debolezza, ma una forma difficile di coraggio: rifiutare che una persona venga trasformata in bersaglio, categoria o numero.

Le discipline umanistiche non possono fermare un missile né sostituirsi alla politica. Possono però impedirci di chiamare “necessario” ciò che è una scelta, “realistico” ciò che tutela soltanto il più forte, “vita” ciò che è vittoria. Possono restituire complessità alle persone e riaprire possibilità che il potere vorrebbe dichiarare chiuse. Non sappiamo se Donald Trump leggerà Ceasefire. Ma il gesto di Catherine Connolly non è stato inutile. Ci ricorda che anche davanti alla forza è ancora possibile scegliere quali parole consegnare al futuro. La forza può vincere. Ma non può dettarci che cosa vale.

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