Paolo Russo
Medici, boom di dimissioni: + 150%. "Turni massacranti e stipendi bassi"
La Stampa, 3 ottobre 2026
ROMA. Che qualcosa non vada per il verso giusto nei nostri ospedali lo racconta un sorpasso clamoroso: per la prima volta sono più i medici che si licenziano di quelli che vanno in pensione. Il 2025 segna così l’anno dello spartiacque per gli ospedali italiani: 3.767 camici bianchi hanno presentato dimissioni volontarie, contro 2.876 pensionamenti. E in appena dodici mesi il numero di chi ha deciso di mollare il posto pubblico è schizzato del 150%, dai 1.503 addii del 2024. Una fuga che rischia di vanificare anche lo sforzo per rimpolpare gli organici: ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, 43 si dimettono e, sommando pensionamenti e altre uscite, alla fine quelli che restano in più sono appena 23. «È come cercare di riempire una vasca senza tappo», sintetizza il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Pierino Di Silverio. Tanto più che, secondo il sindacato, nei nostri ospedali mancano ancora circa 10 mila medici.
A fotografare la “grande fuga” è il Centro studi Anaao Assomed, che ha messo in fila i dati Onaosi, del Conto annuale dello Stato e del Mef dal 2015 al 2025. Il sorpasso delle dimissioni sui pensionamenti si registra in 12 Regioni su 20. Con punte in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove chi lascia volontariamente è da 2,4 a 3,3 volte più numeroso di chi appende il camice al chiodo per raggiunti limiti di età. E non sono professionisti a fine corsa: l’età media dei dimissionari è intorno ai 48 anni, dunque medici nel pieno della maturità professionale.
«Non si tratta di una fisiologica mobilità professionale, ma di un vero e proprio esodo», denuncia Di Silverio, che mette in fila le cause: «Turni massacranti, stipendi non allineati all’Europa, condizioni di lavoro al limite del burnout, carichi burocratici insostenibili e aggressioni nei reparti». Eppure il ricambio generazionale era partito. Tra il 2015 e il 2024 l’età media degli ospedalieri è scesa di oltre due anni e gli organici sono cresciuti del 2,7%, da 105.380 a 108.243 unità. Una spinta arrivata anche dal decreto Calabria, che dal 2019 al 2025 ha consentito l’ingresso di quasi 10 mila giovani medici.
Il problema è che sempre meno neolaureati vogliono infilarsi nei reparti dove turni, notti e responsabilità pesano di più. Il caso simbolo è la medicina d’emergenza-urgenza: quest’anno sono stati assegnati appena 649 dei 985 contratti di specializzazione disponibili, lasciandone scoperto circa uno su tre. Va un po’ meglio dello scorso anno, con un centinaio di ingressi in più, ma il pronto soccorso resta in fondo alla classifica del gradimento. Nessuno poi ha chiesto di entrare in urologia e chirurgia vascolare.
Ma il problema non è soltanto convincere i giovani a entrare: è trattenere chi già lavora nel Ssn. Un’indagine Fadoi sugli internisti dice che il 26,4% pensa di anticipare la pensione, il 20,2% medita di passare al privato e il 10,1% guarda direttamente all’estero. Non sorprende, visto che il 65,4% dichiara di aver sperimentato almeno una volta il burnout.
Poi c’è la busta paga. E qui la distanza con l’Europa si misura in decine di migliaia di euro. Secondo i dati Ocse sulla remunerazione degli specialisti dipendenti, nelle ultime annualità disponibili un medico italiano si ferma a circa 83 mila euro lordi l’anno, contro quasi 157 mila in Germania e circa 92 mila in Spagna. Per la Francia l’ultima osservazione disponibile è di circa 100 mila euro, ma riferita a un’annualità precedente. Un confronto da maneggiare con cautela, perché sistemi retributivi e voci conteggiate non sono perfettamente omogenei e per l’Italia l’Ocse non include straordinari e alcune componenti accessorie. Ma la forbice resta ampia: rapportando la remunerazione al salario medio nazionale, lo specialista dipendente vale 2,16 volte la paga media in Italia, contro 3,12 in Germania e 2,66 in Spagna. Anaao traduce la distanza in un dato ancora più immediato: i medici italiani guadagnano mediamente il 30-40% in meno dei colleghi tedeschi e francesi.
Così la geografia degli organici si spacca anche in due. Nell’ultimo decennio il Centro-Nord ha guadagnato 4.029 medici, il 5,9% in più, mentre il Mezzogiorno ne ha persi 1.166, il 3,1%. Basilicata, Molise e Calabria hanno lasciato sul campo rispettivamente il 24,6, il 17,2 e il 12,6% dei camici bianchi. Per Anaao servono stipendi più europei, incentivi per le sedi disagiate, maggiore tutela dei riposi e della vita familiare, sicurezza negli ospedali e carriere più attrattive. Perché, avverte Di Silverio, «abbiamo dimostrato che, quando si investe sui giovani, il sistema risponde. Ora serve il coraggio di investire su chi resta».

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