Michele Serra
I bambini furiosi e i censori politici
la Repubblica, 20 ottobre 2026
Se sprecassi le prime righe di questo articolo per dire che «la violenza va condannata senza se e senza ma» farei male il mio mestiere. Eviterei con una formuletta retorica scontatissima (perché a favore della violenza sono solo i violenti; tutti gli altri no) il dovere di raccontare la realtà sociale nella quale vivo e agisco. È una soluzione molto a buon mercato, condannare la violenza, quando non si sa che altro dire di utile e di interessante.
Di questa imperdonabile superficialità si macchiano tutti quegli esponenti politici che, di fronte alle strade in fiamme, ribadiscono di essere fermamente contrari ai falò, e per non farsi mancare niente indicano il piromane nel campo avverso: o perché, dal governo, non ha fatto nulla per scongiurarli, i falò, o perché, dall’opposizione, li ha addirittura ispirati.
Che pena, che infimo livello la frasetta di Piantedosi contro Sala «radical chic». Le fiamme scottano anche sotto l’illustre sedere del signor ministro, e sotto il sedere di noi tutti. Chi parte incazzato e imberbe dalle periferie non fa distinzioni tra i radical chic di sinistra e i burini di destra (per rimanere nel cliché tanto caro a Piantedosi), tra le vetrine politiche del governo o dell’opposizione: vuole sfasciarle tutte. E i cocci sono di tutti.
Levato di torno il siparietto delle dichiarazioni perbeniste che mettono la coscienza a posto, ma velano gli sguardi e istupidiscono i commenti, rimane, nudo e crudo, lo spettacolo di quei tumulti politicamente illeggibili. La classica violenza politica, che noi italiani conosciamo meglio di chiunque in Europa, non sembra una categoria utile per capire i fatti. Non c’è traccia di ideologia o di opinione, non c’è alcuna intenzione organizzativa nei branchi di ragazzini incappucciati che saccheggiano i negozi del centro.
Non è neanche una mobilitazione, è un passaparola sugli smartphone: «Andiamo a fare casino dove abitano i ricchi». È rivolta sociale in purezza, ma con zero caratura politica. Se sabato a Milano anche i militanti dei centri sociali, che si collocano all’estremo margine di ciò che ancora riusciamo a chiamare “politica”, hanno abbandonato il campo, significa che la scena non è più politica. È quello che viene dopo: quando la politica non ha più carte da giocare e parole da spendere.

C’è una devastante impotenza sociale che unita alla monocultura dei consumi porta questi bambini furiosi (anche dodicenni) a saccheggiare i negozi di sneakers, i pezzi di plastica più costosi della storia, misteriosamente promossi al novero di status symbol (sapete chi ha vinto, alla fine, tra borghesia e proletariato? Hanno vinto le scarpe).
C’è una società sempre più diseguale — e quanto a valori sempre più a forma di sneakers — la cui disfunzionalità è argomento di analisi e lamentazioni e preoccupazioni ormai decennali: si dissolve il ceto medio, che è stata l’ossatura delle società democratiche occidentali, i ricchi arricchiscono e i poveri impoveriscono. I centri storici delle città “si gentrizzano”, che è un modo elegante per dire che sollevano il ponte levatoio e si chiudono alle periferie, e le periferie sono dormitori nei quali il sonno non è per niente sereno.

A chi dice che nelle banlieue abitano i migranti di prima e seconda generazione, suggerite un’altra lettura delle cose, molto più calzante: ci abitano i poveri, anche italiani. Ci sono migranti che hanno fatto fortuna nel lavoro, nello sport, nelle arti, e nessuno li chiama maranza (davvero orribile sentire il Salvini annunciare una «legge anti-maranza». Le leggi si fanno per tutti, nessuno escluso, a parte le leggi razziali).
È la differenza di censo — non di etnia, di provenienza, di religione — che segna il destino delle comunità e delle società. O chi sta sotto ha la speranza di risalire, o la scala sociale è ben visibile, e percorribile, oppure le società deperiscono, e si guastano. Vale a Milano, a Parigi, a Ginevra: vale ovunque le città si costituiscano su basi troppo rigidamente classiste. Chi ha vinto rischia di non godere a lungo della sua vittoria: cova, oltre le mura fiorite del benessere, l’astio del malessere.
Se il problema fosse di facile soluzione qualcuno avrebbe già provveduto a risolverlo. Non essendolo, sarebbe il caso che le persone responsabili di qualcosa (dal ministro all’insegnante al poliziotto al prete al politico all’assistente sociale al genitore allo psicologo al giornalista) prendessero atto della severità dei tempi. E se non hanno buoni consigli da dare, almeno non diano il cattivo esempio.
1 — Nessuno appioppi il peso della violenza sulle spalle di chi violento non è. Uno studente che manifesta per avere soldi per la scuola pubblica non c’entra niente con i casseur. La libertà di manifestare è vitale per la democrazia. Considerarla un pericolo, un portatore di infezione, è mortale per la democrazia. La Polis va salvata dai saccheggiatori e va salvata dai repressori e dai censori.
2 — Nessuno si illuda che la chiusura (delle frontiere, delle città) serva a qualcosa. Non ci si protegge mettendo le sbarre alle finestre, prendendo il porto d’armi, incriminando i minori. Ci si protegge includendo quante più persone possibili, provando a renderle partecipi. La sicurezza è partecipazione (parafrasando Gaber). E l’inclusione non è demagogia: è prassi. Investimenti. Scuola pubblica. Politica.
3 — Nessuno gongoli per la rabbia degli esclusi, illudendosi che sia la politica che ritorna. La rabbia è come la benzina, dentro un motore diventa energia e velocità, se scola lungo le strade può innescare un incendio e ridurre tutto in cenere. Non c’è niente di promettente nel saccheggio di un negozio, c’è solo la triste soggezione dei poveracci al baluginio delle merci. Bisogna disperatamente continuare a dire che la vita è molto di più delle scarpe o della felpa che puoi mostrare nello struscio del sabato. Poi se ti ascoltano, bene. Se non ti ascoltano, ripeti daccapo.




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