Ieri e oggi


Colpisce, nel messaggio social del ministro Piantedosi, l’immagine che lo accompagna, un manifestante che a Milano lancia candelotti contro la polizia con il pavè e le rotaie del tram. Quasi una citazione della foto simbolo di 50 anni fa, il 1977, un giovane incappucciato che spara con le mani unite sulla P38 contro la polizia. Fu scattata da Paolo Pedrizzetti in via De Amicis durante una manifestazione del 14 maggio 1977, nella foto a sparare era Giuseppe Memeo ma quel giorno fu Mario Ferrandi a uccidere Antonio Custra, vice brigadiere di polizia, 22 anni, con una moglie in attesa.

Molti anni dopo fu Mario Calabresi a ricostruire la storia e a parlarne con Antonia, la figlia del poliziotto ucciso, nata dopo la sua morte: «A me basterebbe che quelle poche volte che mio padre è citato sui giornali, non lo si facesse sbagliando nome e cognome: si chiamava Antonio e non Antonino, ci chiamiamo Custra e non Custrà. Da trent’anni lo vedo storpiato ovunque». Finalmente arrivò il riconoscimento per il papà, ma Antonia Custra morì ancora giovane per una malattia.

Oggi Mario Calabresi è candidato sindaco di Milano alle prossime primarie del centrosinistra. Per aver condannato le violenze dei manifestanti, ma distinguendole dalle ragioni dei giovani che vanno ascoltati, è stato vergognosamente insultato dai mazzieri della destra, nonostante la sua storia familiare e la sua dirittura personale. Invece va ascoltato, perché chi conosce sulla sua pelle, nel dolore della vita spezzata di un proprio caro, cosa furono gli anni del terrorismo rosso e nero, non ha nessun dubbio, nessuna ambiguità, riconosce istintivamente i segnali della radicalizzazione violenta, ma rifiuta anche l'idea di riportare l'Italia indietro di cinquant'anni a fini elettorali.

La realtà


C’è la tentazione di riassumere tutto il disagio sociale nei giovani sfasciavetrine e negli islamici radicalizzati. E di schiacciare a fini elettorali, tutta l’opposizione sulla piazza (violenta), nascondendo la realtà di un paese e di un mondo a pezzi. Il sondaggio pubblicato da Domani (22 ottobre) racconta che le priorità degli italiani che si dichiarano progressisti sono sanità, costo della vita, salari e lavoro. Sono le stesse preoccupazioni degli italiani che votano a destra e sono gli stessi bisogni materiali per cui sfilano i giovani nelle piazze dell’Europa meridionale, in Francia, Spagna, Albania, Serbia: casa, scuola, lavoro, un no alla guerra che non si misura solo attorno ai confini dell’Ucraina ma la paura per il riarmo come mezzo di risoluzione dei conflitti.

Ma il sistema di informazione in mano alla destra elimina questi timori dall’agenda quotidiana, spinge i cittadini a vivere un incubo securitario e crea assuefazione e sfiducia di fronte alle necessità di ogni giorno: un affitto che non si regge più, un contratto interrotto, una visita medica rimandata.

Mentre le strade del Sud erano paralizzate dai Tir, Meloni si è auto-lodata per i suoi quattro anni di governo. Sta ripercorrendo la strada dei premier del Pd che correvano alle cene alla Casa Bianca (per esempio il 18 ottobre 2016, dieci anni fa, Renzi da Obama) mentre la destra cavalcava, o dava l’idea di farlo, gli istinti dei forgotten men. Oggi è Meloni a volare felice dall’emiro del Qatar, mentre Elly Schlein si presenta non annunciata al tavolo del benzinaio di Foggia Michele Finizio in sciopero della fame e parla con lui dei piccoli che soffocano e degli enormi utili dell'Eni. 

Per l’alleanza progressista, il centrosinistra, la sfida è comunicare che la sua agenda è la stessa del paese reale, invertendo la narrazione degli ultimi anni, chiudendo la spirale autoreferenziale e autolesionista. La destra vorrebbe chiudere tutta la dinamica politica tra chi mantiene l’ordine e chi lavora per il caos, spinge per cancellare tutto quello che c’è in mezzo tra la premier e i cortei che caricano la polizia. Ma in mezzo tra il palazzo del potere e le piazze della rabbia c’è un intero paese. Reagire significa sentire l’urgenza di dargli una rappresentanza politica, con i suoi bisogni negati.