domenica 4 ottobre 2026

Il nodo del fisco

Francesca Schianchi
Cacciari: "Serve coraggio sulle politiche fiscali, è a rischio la nostra tenuta democratica"

La Stampa, 4 ottobre 2026

C'è stato in passato un capitalismo diverso. «Fino alla fine degli anni Ottanta-primi anni Novanta, aveva un’anima borghese, che favoriva una distribuzione delle ricchezze. Cercava, nei limiti del possibile, di salvaguardare i redditi più bassi», spiega il filosofo Massimo Cacciari. «Era un atteggiamento legato anche alla Guerra fredda: questo capitalismo borghese, sui temi sociali doveva fronteggiare la competizione dell’Unione sovietica». A un certo punto, però, qualcosa è cambiato: «Con Margaret Thatcher e con la destra americana, Ronald Reagan, c’è stata una svolta, quel capitalismo è finito».

Oltre trent’anni dopo siamo arrivati a un capitalismo sfrenato: tanto da mettere in discussione la tenuta democratica delle nostre società?

«È evidente: non può reggere una società democratica dove la speranza di crescita di benessere e l’incremento dell’area dei diritti vengono interrotti. La democrazia non è un’ideologia, si innesta su processi economici».

E qui viene il tema della redistribuzione. Nota però Carofiglio come si sia consolidata la retorica del merito, che tende a colpevolizzare la povertà come una responsabilità individuale.

«Questo fa parte dell’ideologia del nuovo capitalismo. È chiaro che il merito è essenziale, una politica redistributiva deve essere efficace, non vuol dire egualitarismo, ma questo non significa un capitalismo finanziario che assorbe l’intera ricchezza prodotta e persegue le diseguaglianze con ogni mezzo».

A proposito di merito, chiedo a lei che è docente universitario: lo studio è ancora in grado di svolgere la funzione di ascensore sociale?

«Assolutamente no. Pensi che il nuovo capitalismo dei Peter Thiel e degli Elon Musk sostiene di assumere solo quelli che non hanno frequentato l’Università: le persone vanno formate all’interno delle loro tecnostrutture. Certo, questo è un atteggiamento soprattutto americano, di rottura polemica con la scuola. Ma è un dato che anche le nostre Università non riescono più a fare da ascensore sociale».

Lei attribuisce la nascita di questo nuovo capitalismo in particolare alla destra americana. C’è una responsabilità anche della sinistra? Ad esempio nel sottovalutare i rischi della globalizzazione?

«Non c’è dubbio che ci sia stata l’illusione diffusa che bisognasse mettersi sui binari della globalizzazione, e ci si sono accomodati tutti, compresi Tony Blair e Bill Clinton. Poi, certo, loro sostenevano la necessità di contemperare con politiche sociali, ma sono saliti tutti sul carro del vincitore. Per anni non c’è stata una politica critica, e ora ci svegliamo dolorosamente».

La politica ha capito i rischi che stiamo correndo secondo lei?

«Neanche un po’. L’Europa in particolare non sta capendo nulla, né di queste questioni, né di politica estera. Altrimenti non avrebbe perso così tanto peso e importanza».

Da queste pagine Carofiglio ha lanciato la proposta di un fondo imprevisti per la classe media da finanziare con un’imposta progressiva sopra i 10 milioni di euro. La convince?

«Il punto è esattamente che bisogna parlare di progressività delle imposte. È stata il perno delle politiche dei social-democratici ma anche dei cristiano-popolari nel secondo Dopoguerra, fino agli anni Novanta. Poi si è diffuso il mantra delle tasse che, per carità, non si toccano, la flat tax tutte quelle robe lì…».

Lo slogan berlusconiano mai tramontato del «Meno tasse per tutti».

«Una retorica che si è diffusa ovunque».

E ha contagiato anche la sinistra?

«Contagiato? (ride). La sinistra si è profondamente ammalata! Non vede che non ha il coraggio di dire niente sulle politiche fiscali per paura di perdere voti?».

Dovrebbe avere il coraggio di parlare apertamente di patrimoniale?

«Dovrebbe avere il coraggio di proporre delle politiche fiscali accentuatamente progressive. La progressività è prevista in Costituzione, e se non si pratica, tutti i discorsi sulle proposte sociali sono privi di fondamento, perché dove le trovi le risorse? Con più di tremila miliardi di debito pubblico non possiamo più indebitarci, devi trovare le coperture: che sia la patrimoniale o altro, considerato anche che un terzo degli italiani non pagano le tasse. Altrimenti tutte le proposte come quelle su sanità e scuola sono pura retorica».

È favorevole alla proposta di salario minimo?

«È una proposta assolutamente sensata che diventerà necessaria, con uno sviluppo economico così squilibrato e un’accelerazione tecnologica che andrà verso la riduzione del cosiddetto lavoro necessario. Ma va articolata bene e, appunto, sostenuta da una politica fiscale coerente, altrimenti non è sostenibile a lungo».

Le sembra che, in vista delle elezioni, lo schieramento progressista, il cosiddetto campo largo, stia facendo uno sforzo per affrontare il tema gigantesco delle diseguaglianze?

«Speriamo, ammesso che un programma prima o poi verrà fuori… Il fatto è che c’è un problema speculare in entrambe le coalizioni».

Cioè, quale?

«In nessuna delle due c’è una vera unità, ci sono faglie di divisione analoghe sui perni fondamentali della politica economica e della politica estera».

Questo rende difficile proposte coraggiose?

«Servirebbe uno sparigliatore che metta insieme i pezzi di destra e di sinistra che sono d’accordo su alcuni temi».

Uno che scompagina gli schieramenti e rimescola le carte?

«Esatto. Dieci anni fa avrebbe potuto farlo Matteo Renzi, ma non c’è riuscito».

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