giovedì 29 ottobre 2026

Giordano Bruno, una vita

Giorgio Montefoschi
Giordano Bruno, l'irriducibile

Corriere della Sera, 29 ottobre 2026

Consapevole del fatto che «dedicare un piccolo libro a un grande studioso è un azzardo», Giulio Busi, professore alla Freie Universität di Berlino dove dirige l’istituto di Studi Ebraici, autore di libri fondamentali sulla Cabala, su Pico della Mirandola e sulla cultura umanistica fiorentina, sceglie tuttavia di correrlo, il rischio, con la sua nuova opera, Giordano Bruno. Molte stelle non muoiono (Mondadori) dedicata alla vicenda umana e filosofica del frate domenicano di Nola, tanto minuto nel corpo quanto animato da un carattere di ferro, spigoloso, irriducibile di fronte a ogni tipo di censura. Un volume affascinante, costruito sui libri e sulle esigue notizie di una vita avventurosa, con un finale agghiacciante che molti (anche se soltanto quello) conoscono, e lascia comunque senza fiato.

Entrato giovanissimo, appena quattordicenne, nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli (dove nel XIII secolo ha vissuto e insegnato Tommaso d’Aquino), Bruno profitta della ricchissima biblioteca conventuale e degli insegnamenti filosofici dei maestri sia aristotelici sia agostiniani, mostrandosi presto eccellente nell’arte mnemotecnica: vale a dire lo studio e la pratica della memoria. La notizia giunge fino a Roma, dove Papa è Pio V, desideroso di conoscere e mettere alla prova lo sconosciuto fraticello nolano. Lui parte e, di fronte allo stupefatto pontefice, recita a memoria — in ebraico e con grande sicurezza — l’intero Salmo 86. Quindi torna a Napoli, dove finisce il noviziato, «raccoglie la dottrina che gli servirà di viatico per la sua futura ascesa» e, come ancora scrive Giulio Busi, «cerca la fede, senza trovarla. Anzi perde anche quel poco che ha».

Nella città chiassosa e turbolenta — dove perfino nei conventi le cronache narrano di furti, violenze, soprusi, scandali sessuali, insubordinazioni, omicidi — è arrivato nel 1562; getta la tonaca e parte definitivamente nel 1576, quando di anni ne ha 28. Per dove? Nelle città dove poter stampare liberamente, senza le tenaglie dell’inquisizione, i libri nei quali espone il suo pensiero filosofico (talvolta astruso, altre volte limpidissimo e geniale: è neoplatonico, nel De umbris idearum scrive che gli uomini vivono nell’ombra, possono cogliere soltanto l’ombra delle idee divine, che la luce vince le tenebre e che l’universo è armonico, amoroso, non contempla la figura di un redentore). Quindi, nelle università. Quindi nelle corti rette da principi o re illuminati disposti a concedergli protezione.

Inizia così un lungo viaggio: la Ginevra calvinista; Tolosa; le università tedesche; la Parigi di Enrico III, subito affascinato da questa primordiale ed eterna connessione di ombra e di luce; Londra; la Praga di Rodolfo II, mecenate appassionato di scienze occulte; Venezia, finalmente, che gli sarà fatale. Un itinerario, che Busi segue «pagina per pagina» potremmo dire, irto di difficoltà materiali, contrasti ideologici, sconfessioni alle quali Bruno risponde con la virulenza del carattere e la forza di una mente che non si piega, fino alla pagina finale, dopo sette anni di prigione, in Campo de’ Fiori a Roma.

Il Papa ora è Clemente VIII. Il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, uno dei massimi teologi della Controriforma, è il grande Inquisitore. Legge le opere di Bruno e riscontra otto proposizioni eretiche da sottoporre all’imputato perché le abiuri. Gli concedono 40 giorni per decidere. Che poi, una dilazione dopo l’altra, diventano mesi. Finché non arriva, da parte del tribunale ecclesiastico, la proposta della tortura. Clemente VIII si rifiuta. Bruno è comunque senza scampo. Il 21 dicembre 1599 la Commissione entra nella sua cella. Gli chiedono, per l’ultima volta, di abiurare. Lui si rifiuta. Questo è il referto: «Si è visitato fra Giordano, del fu Giovanni Bruno da Nola, sacerdote professo dell’ordine dei Predicatori e dottore in Teologia sacra. Egli ha affermato che non deve e non vuole pentirsi, e che non ha nulla di cui pentirsi, né alcun motivo di pentimento, e non sa per che cosa dovrebbe pentirsi». Il 9 febbraio lo fanno inginocchiare e gli leggono la sentenza di condanna. Unica raccomandazione, che la morte avvenga nel modo più clemente possibile, senza spargimento di sangue: andrà sul rogo. Bruno risponde: «Forse pronunciate la sentenza contro di me con più timore di quanto io la riceva».

Per la conclusione di questa tragedia Giulio Busi sceglie, con felice intuito, uno stile scarno, crudo. Il 17 febbraio, quando è ancora notte — perché l’ambasciatore francese che ha il palazzo lì di fronte si è lamentato per gli spettacoli orrendi delle esecuzioni — i membri dell’arciconfraternita di San Giovanni Decollato avanzano in processione recitando delle litanie. Bruno, il volto coperto, ha la mordacchia: uno strumento che gli blocca la lingua. Arrivati al palco, al centro di Campo de’ Fiori, lo spogliano nudo e lo legano al palo. Prima di accendere il rogo gli mostrano una immagine di Cristo. Lui la respinge con disprezzo. Le fiamme salgono nel buio e il frate di Nola diventa cenere. Commenta Busi: «L’ultima pagina della grande opera di Bruno è scritta. Col fuoco».

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