martedì 13 ottobre 2026

Economia senza bussola

Emanuele Felice
Le mosse dell'opposizione davanti al declino del paese

Domani, 13 ottobre 2026

Quali sono le prospettive dell’economia italiana? Quali i margini di azione? Non pare che a Palazzo Chigi la gravità del quadro sia davvero percepita. E forse è bene che anche l’opposizione si chiarisca le idee in vista del programma. L’Italia ha una pressione fiscale di oltre due punti sopra la media Ue. Ma ha anche servizi pubblici sottofinanziati, dalla sanità all’istruzione (qui siamo gli ultimi di tutto il mondo avanzato). E ha il debito pubblico più alto di tutta l’Unione.

I tassi di interesse sono in rialzo e questo vuol dire che pagheremo sempre di più per il debito, nei prossimi anni. Intanto la crescita – che poi sarebbe il modo migliore per uscire dalla trappola del debito e della scarsità di risorse – si trascina intorno all’uno per cento: è stata in buona parte tenuta su dal Pnrr, che sta per finire.

Questa la situazione: abbiamo bisogno di finanziare i nostri beni pubblici fondamentali e di investire per rilanciare la crescita; ma avremo sempre meno risorse per farlo e non potremo certo aumentare le tasse su chi già paga tanto, mentre i margini per razionalizzare le spese risultano minimi.

Dalle parti del governo, le proposte in circolazione aggravano la situazione. Su tutte, l’impegno ad aumentare gradualmente le spese militari, in ottemperanza ai diktat di Donald Trump, peraltro recando ben pochi benefici sia all’industria nazionale, sia alla reale sicurezza. Per inciso, anche chiedere a Bruxelles un po’ più di flessibilità, vecchia litania nazionale e nazionalista, non risolve il problema.

Più deficit oggi è più debito domani, e il debito si paga (gli interessi già oggi sottraggono oltre il 4 per cento del Pil) e si pagherà sempre di più. Senza contare che bisognerebbe vedere per cosa: se il debito in più finanzia armi anziché scuole e ospedali, oppure spese correnti anziché investimenti (come è stato finora), l’ipoteca sul futuro dell’Italia è doppia.

Giustizia fiscale


Rispetto alle destre, le opposizioni fanno bene dunque a insistere su due grandi svolte: un sistema di difesa e sicurezza europeo, da cui magari potremmo anche risparmiare risorse a livello nazionale (e difenderci meglio); e un piano europeo di investimenti, con debito comune, da destinare all’ambiente, alle infrastrutture, alla tenuta sociale, all’innovazione, insomma a una parte di quei beni pubblici per noi fondamentali.

Ma non bisogna farsi illusioni: con l’AfD primo partito in Germania e il Rassemblement national in testa in Francia, con ogni probabilità dall’Europa non arriverà nulla nei prossimi anni.

Non resta allora che un’unica via, se vogliamo tenere insieme questo Paese e provare a rilanciarlo: la giustizia fiscale. L’Italia ha la più alta evasione in rapporto al Pil fra tutti i grandi paesi dell’Unione, fino a cento miliardi di euro l’anno, un’evasione che oggi si può drasticamente abbattere grazie ai big data e alle nuove tecnologie: occorre volontà politica. La lotta all’evasione, che si concentra fra gli autonomi, si può ragionevolmente accompagnare a uno statuto del lavoro autonomo che dia a queste categorie maggiori tutele (malattia, maternità, previdenza, equo compenso).

Altre risorse si possono recuperare da una riforma complessiva dell’Irpef, organica, che elimini i numerosi regimi speciali e le agevolazioni e i bonus irrazionali: superando l’attuale sistema a scaglioni a favore di una progressione continua, sul modello tedesco, che restituisca progressività e coerenza al sistema.

Infine, vanno uniformate le imposte di successione alla media europea e, come propone ormai la gran parte delle forze progressiste e di centro-sinistra nel mondo, bisogna introdurre una tassa sugli ultra-ricchi: chiamando alla loro responsabilità le poche migliaia di italiani che in questi anni hanno pagato in percentuale sul reddito meno di tutti gli altri, in sostanza senza far nulla (la rendita) e beneficiando di regole ingiuste.

Le risorse che verranno da questa grande riforma fiscale dovranno andare in parte a ridurre le tasse per il ceto medio, in parte a potenziare i beni pubblici di cui oggi abbiamo bisogno, molti dei quali sono anche fondamentali per rilanciare la crescita e per garantire la tenuta del paese: l’istruzione e la ricerca, la sanità, l’efficacia dell’amministrazione, gli interventi per l’ambiente e gli incentivi industriali, il diritto alla casa.

È questa l’ossatura, minima ma essenziale, di un programma realistico con cui l’Alleanza progressista può candidarsi a governare l’Italia, nell’interesse della stragrande maggioranza degli italiani e del futuro del paese.

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