domenica 18 ottobre 2026

La libertà mascherata

Quando la libertà procura un vero piacere

Libertinismo

Gianluca Montinaro 
Il Sole 24 ore, 18 ottobre 2026

Si fa spesso confusione intorno al termine «libertino», vocabolo che assume, a seconda del momento e del contesto, accezioni differenti. Se, nel linguaggio corrente, designa una persona dedita al piacere, nel passato questa parola aveva contorni meno netti, indicando colui che, in nome della libertà di pensiero e della ragione, enuncia posizioni e concetti eterodossi, spesso in contrasto con i precetti della religione: un atteggiamento intellettuale complesso e poliforme – quindi – che, assumendo la scepsi e la conoscenza sensibile come vie maestre, esperisce una strada alternativa al sapere.

Nei fatti, al di là delle molteplici sue declinazioni, nel termine «libertino» – che appare nella prima metà del XVI secolo – si riscontra comunque un elemento unitario: l’espressione di una libertà (di parola, di pensiero, di azione) svincolata da usi, abitudini, credenze e imposizioni. Un’affrancatura e una liberazione da una preesistente ‘schiavitù’: alla stregua di ciò che avveniva al liberto (libertinus propriamente è il figlio dello schiavo liberato) che tornavano a godere di una condizione originaria, disponendo del proprio corpo e della propria mente.

Il libertinismo, che eleva a modello di indagine gnoseologica lo scetticismo di Pirrone e di Sesto Empirico e gli insegnamenti di Epicuro e dei suoi numerosi seguaci, trova, nel corso dei secoli, molteplici espressioni. Se per Dante – per esempio – i seguaci di Epicuro sono tout court coloro che negano l’immortalità dell’anima in nome di un atomismo materialista e sibaritico («suo cimitero da questa parte hanno / con Epicuro tutti suoi seguaci, / che l’anima col corpo morta fanno»: e fra loro, oltre a Farinata degli Uberti, vi figura anche Federico II di Svevia), è poi fra Quattrocento e Cinquecento, anche grazie al progressivo affermarsi della stampa, che elementi di libertinismo si ritracciano in molti autori: dal realista Machiavelli, all’aristotelico Pietro Pomponazzi, al naturalista Gerolamo Cardano. Le quali opere subiscono poi, con la progressiva riduzione degli spazi di libertà intellettuale operata dalla Controriforma, la condanna all’Indice. Ma è proprio l’azione di controllo della Chiesa post-tridentina, stabilendo una cesura netta fra il pensiero ‘permesso’ e quello ‘vietato’, a rendere più evidente, fra le pieghe del nicodemismo, della dissimulazione, del dissenso, la natura del libertinismo. Ed è così che il libertinismo vero e proprio – intellettuale, o erudito – prende forma, divenendo quella dottrina «degli spiriti forti» (espressione usata in senso spregiativo da diversi, fra cui Jean de la Bruyère) che anima, con le grandi individualità dei liberi pensatori (soprattutto in ambito francese, con Tommaso Campanella, Giulio Cesare Vanini, Gabriel Naudé, Pierre Gassendi, Cyrano de Bergerac...), la cultura europea accompagnandola, come pungolo, sino ai Lumi. Perché sarebbe difficile pensare all’Illuminismo senza il progressivo percorso di avvicinamento alla ‘ragione’ aperto dai tanti che si sono opposti all’oscurantismo e al fanatismo di una religione che pretendeva di guidare in nome di una libertà rivelata, e quindi in alcun modo discutibile.

Del resto, ogni libero pensiero, frutto di atto razionale e autonomo, è – in ultima sostanza – un atto di libertinismo. Persino la “ribellione” di Martin Lutero il quale, quando con teutonico puntiglio si scaglia contro «i papisti», lo fa in nome della «libertà di coscienza di ogni cristiano»: libertà che il frate faceva discendere, addirittura, dalla «libertà di Cristo». Ed è in questa genealogia della libertà, prima ancora che del piacere, che va collocata l’avventura del libertinismo.

La parte forse meno conosciuta di questa storia è il suo incipit. A differenza di ciò che si pensa abitualmente non è stato Giovanni Calvino, in un suo testo del 1545, a utilizzare per primo la parola «libertino». Come ricostruito da Jérémie Barthas e da Luca Addante il termine appare, con accezione politica e ‘comunitaria’, nella Toscana del primo Cinquecento. A Siena, fra il 1524 e il 1530, esso designa i sostenitori della fazione popolare contrapposta all’oligarchia dei Petrucci: il 18 settembre 1524 un’insurrezione percorre la città al grido di «libertà, libertà!», e a suggellare quella stagione resta il giuramento con il quale Mario Bandini e i suoi compagni, autodefinitisi «libertini, sottoscrivono una carta intitolata Lodevole fratellanza de li difensori de la dolce et santa libertà.

Non dissimile, negli stessi anni, l’esperienza fiorentina dell’ultima repubblica (1527-1530), fra i cui fautori, non estranei alla cerchia di Machiavelli, si incontra il «libertino» Pierfilippo Pandolfini, che rivendica per i cittadini di Firenze il diritto di essere «nati per essere liberi», anticipando le tesi che La Boétie avrebbe poi sviluppato nel suo Discorso sulla servitù volontaria. Repubblicanesimo e libertinismo condividono dunque, sin dalle loro origini, una medesima radice semantica, ben prima che il termine scivoli, nel Seicento, verso l’accezione più nota, individualista e dai contorni meno netti, di libertà di pensiero e di costume.

Direttore de «La Biblioteca di Via Senato»


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