lunedì 5 ottobre 2026

Goethe sul Vesuvio

 

Johann Wolfgang von Goethe - Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87 (1816-1817)
Traduzione dal tedesco di Augusto Nomis di Cossilla (1875)

Il 2 Marzo [1787].

Sono salito in cima al Vesuvio, tuttochè il tempo fosse cupo, e la vetta del monte coperta di nuvole. Mi recai in carozza sino a Resina, di là salii il monte fra le vigne, a cavallo di un mulo; quindi proseguii a piedi, sulla lava del settantuno, la quale è già ricoperta di vegetazione; poi presi a camminare sulla lava, lasciando alla mia sinistra, in alto, la casipola dell’eremita. Di là convenne salire per le ceneri, e fu dura impresa. Il monte era ricoperto per un terzo dalle nuvole. Finalmente arrivammo all’antico cratére, ora riempito; trovammo lava recente di due mesi, di quindici giorni, di quella pure recentissima di cinque giorni, già raffreddata. Varcata quella, arrivammo ad una sommità volcanica, dove il fumo usciva da ogni parte; il vento però lo allontanava alquanto da noi, ed io volli avvicinarmi al cratére, se non che, fatti forse una cinquantina di passi il fumo diventò così fitto, che a mala pena io poteva vedere i miei piedi. A nulla mi giovava il tenere il fazzoletto davanti alla bocca; avevo perduto di vista la mia guida pure; il camminare sulle scorie eruttate dal volcano diventava pericoloso, e ritenni prudente ribattere strada, e riservarmi ad altra giornata più chiara, ed in cui fosse minore il fumo, per godere la vista che io mi riprometteva. Intanto ho provato per esperienza quanto sia malagevole cosa il respirare in quell’atmosfera.

Del resto il volcano era tranquillissimo. Non si scorgevano fiamme; non si udivano boati; il monte non lanciava sassi per aria, siccome ha fatto sempre da alcun tempo. Potrei dire averlo esplorato, per poterlo prenderlo d’assalto, non sì tosto il tempo si farà migliore.

La lava che viddi mi era di già nota; se non che ho scoperto un fenomeno il quale mi parve singolare, che voglio esaminare meglio, ed intorno al quale intendo domandare spiegazioni agl’intelligenti ed ai conoscitori. Si è questo un rivestimento a forma di stalattiti, di un forno volcanico, il quale un tempo doveva essere fatto a volta, ed ora sorge dal cratére chiuso e colmato. Questa pietra dura, di tinta grigia a foggia, come dissi, di stalattite, mi sembra dovere essere formata dall’emanazioni di ogni specie, del vulcano, senza che vi abbiano concorso nè l’umidità, nè la fusione, e può dare occasione ad indagini, e scoperte ulteriori.

Oggi tre di marzo il cielo è coperto, e soffia il scirocco, tempo favorevole, per giorno di posta.

Del resto ho visto in buon numero uomini di ogni condizione, bei cavalli, e pesci di forme strane.

Non aggiungerò parola intorno alla posizione della città, alle sue magnificenze, le quali furono descritte e lodate le tante volte. Vedi Napoli, e poi muori! sogliono dire qui.

Napoli, il 6 Marzo 1787.

Tuttochè mal volontieri, pure per dovere di amico, Tischbein mi ha voluto oggi accompagnare sul Vesuvio. A lui, artista distinto, il quale di continuo si studia, si affatica a riprodurre le forme umane, quelle degli animali, sotto il migliore aspetto, che riesce colla squisitezza del suo gusto ad abbellire gli oggetti i meno belli, non poteva guari sorridere la vista di quella mole cupa, terribile, la quale di continuo si distrugge, si consuma, e che ha dichiarata la guerra ad ogni bellezza di natura, e dell’arte.

Partimmo in due carozzelle, imperocchè non ci arrischiammo a guidare noi stessi i cavalli, fra mezzo al brulichio di persone, le quali formicolano per la città. Il cocchiere, o vetturino che sia, è obbligato a gridare di continuo largo! largo! per allontanare asini carichi di legna, o di spazzature, di concime, altri calessini i quali corrono a precipizio, facchini carichi ovvero liberi, vecchi, ragazzi, per aprirsi il varco senza fare danno a veruno, in quel vortice.

La strada traversa i sobborghi della città, e fra i giardini ed orti che a quelli succedono, cominciava ad avere carattere diabolico, imperocchè non avendo piovuto già da molto tempo, erano ricoperte di fitte polvere cenerina le foglie delle piante, degli alberi sempre verdi, i tetti delle case, le cornici di queste, tutto quanto in somma porgeva un punto di sporgenza, di appoggio. Tutto era di uguale tinta grigia, e l’azzurro soltanto del cielo, e lo splendore del sole, valevano a far testimonianza, che non ci trovavamo già nel regno delle ombre, ma bensì ancora fra gente viva.

Ai piedi della rapida salita fummo accolti da due guide, uno giovane e l’altro più attempato, uomini forti però entrambi, e robusti. Il primo trascinò me, il secondo Tischbein sù per il monte. Dico che ci trascinò, imperocchè quelle guide tirano sù per mezzo di una leggiera correggia attorniata alla vita del viaggiatore, questi che li segue, il meglio che può, appoggiandosi nel salire sopra un bastone.

Pervenimmo per tal guisa sulla pianura, dove sorge il cono del monte, a tramontana delle rovine del Somma.

Gettai di là uno sguardo sui dintorni del monte a ponente, il quale dissipò, quanto avrebbe potuto fare un bagno fresco, il calore, la stanchezza della salita, e presimo allora a girare il cono che romoreggia di continuo, eruttando sassi e ceneri; e tenendoci a distanza di quello, per quanto lo spazio lo consentiva, era spettacolo propriamente grandioso. Si udiva dapprima quasi un cupo romoreggiare di tuono, nelle profondità dell’abisso; quindi si scorgevano a migliaia sassi di varie dimensioni lanciati per aria, circondati da una nuvola di ceneri La maggiore parte di quei sassi ripiombavano nell’abbisso; gli altri rotolando da ogni parte, lungo le pareti esteriori del cono, producevano un fracasso d’inferno; i più pesanti ripiombando nell’abisso, producevano un tonfo; i più piccoli fa cevano un romore più acuto, e le ceneri crepitavano. Tutti questi fenomeni si succedevano ad intervalli regolati, dei quali, con attenzione, si sarebbe potuto benissimo misurare la durata.

Tra il Somma ed il cono, lo spazio era abbastanza ampio; però cadevano sassi attorno a noi, i quali rendevano il passaggio per quella via, tutt’altro che piacevole. Tischbein in cima al monte era sempre più malcontento, trovando tutto quel chiasso non solo ingrato, ma ancora pericoloso.

Siccome però, anche la presenza di un pericolo porge una certa attrattiva, la quale provoca lo spirito di contraddizione inerente alla natura umana a sfidarlo, pensai se non fosse possibile, approffittando dell’intervallo fra due eruzioni, lo arrivare in cima al cono, presso il cratére, scendendone parimenti fra una eruzione e l’altra.

Domandai consiglio al riguardo alle nostre guide, mentre ci stavamo in tutta sicurezza rifocillando, colle provviste che avevamo portato con noi, sotto la sporgenza di una rupe del Somma, dove avevamo cercato rifugio. La guida più giovane si decise ad arrischiarsi meco a quell’impresa; ci guarentimmo il capo, riempiendo i nostri cappelli di fazzoletti di tela e di seta, e partimmo, aggruppandomi io alla cintura della guida, nel mentre tenevo in mano il bastone. Continuavano attorno a noi a schioppettare i lapilli, a crepitare le ceneri, alloraquando l’ardito giovane mi trasse su per l’infuocata pendice. Ci trovammo allora sul margine dell’immensa voragine; un’arietta allontanava da noi il fumo, che usciva da innumerevoli fessure, e ci impediva di scorgere il fondo dell’abisso. In un intervallo di riposo del volcano, potemmo scorgere quà e là le pareti sassose della voragine. Quella vista, per dir vero, non era nè istruttiva, nè piacevole; se non che, per la ragione appunto che non si vedeva nulla, ci fermavamo nella speranza di riuscire pure a vedere qualcosa. Trascurammo di badare agli intervalli delle eruzioni, ci trovammo propriamente sul margine della voragine quando tutto ad un tratto prese a romoreggiare il tuono, e la scarica terribile ci passò davanti, sollevandosi in alto. Ci curvammo per un atto involontario, quasi avesse ciò potuto guarentirci dalla caduta dei massi, i lapilli continuavano a scoppiettare, quando senza pensare che avressimo potuto approffittare di un intervallo di riposo, lieti di essere scampati al pericolo, ruzzolammo in tutta fretta alla base del cono, dove arrivammo coperti tutti di cenere.

Accolto amorevolmente da Tischbein, riposato, rifocillati, potei dedicare tutta la mia attenzione alla lava antica e recente. Il più attempato fra le nostre guide, sapeva indicare il loro corso in ogni anno. La lava più antica era già ricoperta di cenere, ed appianata; quella più recente, e specialmente se aveva avuto un corso lento, offeriva un aspetto strano; imperocchè, dopo avere trascinati seco per un certo tratto i massi caduti sulla sua superficie, questi avevano finito per fermarsi, accumulandosi gli uni contro gli altri, e consumati per così dire dall’ardore di quel torrente di fuoco, erano diventati simili a scorie di ferro. Tramezzo a tutte queste materie trasformate, si scorgevano pure massi di maggiore dimensione, i quali si sarebbero potuto dire estratti da una cava aperta di recente, e le nostre guide pretendevano essere quest’ultimi pezzi di lava antica, che di quando in quando la voragine caccia fuori.

Napoli, martedì 20 marzo 1787.

L’annuncio di una recente eruzione di lava, la quale invisibile da Napoli scendeva verso Ottaiano, m’indusse a portarmi una terza volta al Vesuvio, ed appena giunto ai piedi del monte, e sceso dal mio legnetto a due ruote, tirato da un cavallo solo, mi si presentarono tosto quelle due guide, che mi avevano accompagnato nella mia precedente ascensione con Tischbein. Li presi entrambi, l’uno per abitudine e per riconoscenza, l’altro per la fiducia che riponevo in lui, ed entrambi poi, per maggiore mio comodo.

Giunti in alto, uno dei due rimase a custodia dei bagagli e dei viveri; il più giovane mi seguì, e ci avviammo corraggiosamente in direzione di un fumo denso, il quale sboccava dal monte, al basso del cono, dove si apre il cratére; scendemmo quindi alquanto sul fianco della pendice, finchè finalmente, vedemmo a cielo aperto sboccare la lava da quei cupi vortici, di denso fumo.

Per quanto si sia udito parlare le mille volte di una cosa, la vista immediata di quella, vale sempre meglio a farla comprendere, a darne idea, che qualsiasi discorso. Il torrente di lava era ristretto, non guari più largo forse, di dieci piedi; il modo però col quale correva lentamente, formando una superficie abbastanza piana ed uguale; era degno di essere osservato, imperocchè nel mentre seguendo il suo corso si va raffredando sui lati ed alla superficie, forma una specie di canale, il quale si va di continuo rialzando per la materia fusa, la quale corre al dissotto, e che rigetta scorie alla superficie a diritta ed a sinistra, in guisa che formano queste quasi due argini, fra cui il fiume di fuoco continua la sua strada, nè più nè meno, che il canale di un molino. Camminammo in cima ad uno di quegli argini, e le scorie rotolavano giù per i fianchi di quello sotto ai nostri piedi, e da alcuni vani del canale, potemmo osservare d’alto in basso il corso della lava al dissotto della crosta già quasi solidificata, del torrente infuocato.

Il sole era limpidissimo, e menomava lo splendore del fuoco, e poco fumo leggiero, si sollevava nell’atmosfera purissima, Avevo desiderio di accostarmi al punto dove la lava sbocca, dal monte; colà, mi accertava la mia guida formarsi una specie di volta, o di tetto, su cui egli era stato già di soventi. Per osservare questo particolare pure, risalimmo il monte, onde potere arrivare da tergo a quel punto. Per buona sorte, grazie ad un forte colpo di vento, trovammo quella località abbastanza sgombra dal fumo, non però totalmente, imperocchè quello usciva tuttora attorno a noi da innumerevoli fessure, e ci trovavamo propriamente su quella specie di volta o di tetto di lava raffreddata, il quale però si stendeva troppo in avanti, per permetterci di vedere la lava infuocata sboccare dal monte.

Provammo ad inoltrarci ancora un dodici passi, ma il suolo era sempre più ardente, soffrivamo di difficoltà di respiro, di capogiri. La mia guida fù la prima a volgersi addietro, e mi trascinò seco, fuori di quell’atmosfera d’inferno.

Dopo esserci riconfortato alquanto il palato e lo stomaco, con alcuni sorsi di vino, e di avere osservato alquanto il colpo d’occhio generale, girammo ancora alcun poco quà e là, per osservare varie particolarità del picco indemoniato, che sorge in questo paradiso. Mi colpirono alcune cavità, le quali a foggia di camini non tramandavano già fumo, ma bensì aria infuocata. Osservai che quelle cavità erano rivestite tutte di specie di stalattiti, a forme convesse, quasi di altrettante mammelle. Stante la disuguaglianza di quei camini volcanici, molte di quelle stalattiti si trovavano a nostra portata, e si sarebbero potuto staccare facilmente con un ascia, ed anche semplicemente con il nostro bastone. Avevo osservato di già prodotti di quella specie presso i fabbricanti di oggetti in lava, i quali li designavano col nome generico di lava, e fui lieto di scoprire essere quella, caligine volcanica per così dire, la quale, indipendentemente dal deposito dei vapori infuocati, contiene del pari sostanze minerali volatilizzate.

Nel mio ritorno mi recarono sollievo e riposo un magnifico tramonto, ed una sera stupenda; però sentivo, quasi vaneggiando, la grandezza del contrasto a cui mi trovavo in presenza. Il bello qui si trova accanto all’orribile; l’orribile accanto al bello; e tanto l’uno quanto l’altro, eccitano l’imaginazione, esercitano un fascino, e per certo che i Napoletani sarebbero popolo diverso, se non si trovassero cacciati a questo modo, fra Iddio e Satana.

Maddalena De Lucia
Goethe sul Vesuvio, alla ricerca del sublime

INGV Newsletter n. 8, 26 luglio 2016

È il 24 febbraio 1787. Nel corso del viaggio verso Napoli, nei pressi di Gaeta, il Vesuvio si presenta a Johan Wolfgang Goethe "con un pennacchio di fumo sul cocuzzolo". Da quel momento il grande scrittore avrà la possibilità di contemplare con i propri occhi quello spettacolo straordinario che era il Vesuvio in eruzione. In realtà il primo incontro ravvicinato è con un altro vulcano, meno riconoscibile nella sua forma ribassata ma altrettanto e forse anche più pericoloso, la caldera dei Campi Flegrei. Pochi giorni dopo il suo arrivo, Goethe riesce a vedere, prima via mare poi alternando brevi passeggiate e tratti percorsi in carrozza, tutti quei fenomeni ed elementi che caratterizzano l'attività dei vulcani flegrei, e quindi "acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione", insieme ai ruderi delle antichità classiche. Dalla sua descrizione si deduce che ha visitato la Solfatara di Pozzuoli, e forse Monte Nuovo, Agnano, Astroni.

Le impressioni e le osservazioni raccolte dal giovane Goethe durante il suo viaggio in Italia saranno pubblicate trent'anni più tardi, a partire dal 1816. Il due marzo sale al Vesuvio. Vi arriva partendo da Resina, l'attuale Ercolano, percorrendo un tratto a dorso di mulo e proseguendo a piedi, lungo la colata del 1771 - ora non più del tutto visibile perché ricoperta da lave più recenti. Risalendo la colata, Goethe passa nei pressi della capanna dell'eremita, sul versante occidentale del vulcano. È in quest'area, sulla sommità del colle del Salvatore che, oltre cinquant'anni dopo, viene costruito l'Osservatorio Vesuviano, il primo osservatorio vulcanologico al mondo. Goethe continua l'ascesa risalendo il cono di cenere. La cima del vulcano è immersa nelle nuvole, ma riesce comunque a osservarne il cratere, colmo di lave, con al centro un conetto da cui fuoriescono abbondanti emissioni di gas vulcanici. Lo scrittore prova ad avanzare verso il conetto, ma constata che è "malsicuro l'incedere sullo sfasciume della lava eruttata" e che le emissioni fumaroliche sono talmente intense da non riuscire quasi a respirare. Mentre sosta presso il cratere non si verifica alcuna attività stromboliana, né si avvertirono boati. Quel giorno Goethe compie osservazioni geologiche che lo portarono a interrogarsi sulle cause che avevano prodotto quei fenomeni e quelle formazioni. Ad esempio, nota una cavità tra le lave, probabilmente una parte esposta di un tunnel lavico, la cui volta era tappezzata da estrusioni simili a stalattiti. Il 6 marzo, Goethe torna nuovamente sul vulcano accompagnato da un amico, il pittore Tischbein, in calesse. Giunti alla base della ripida salita e ricordando la fatica compiuta la volta precedente, decide di proseguire con l'aiuto di due guide. "Ci rimorchiarono, è la parola; poiché queste guide portano intorno alla vita una cintura di cuoio, alla quale il viaggiatore s'aggrappa e vien tirato su, con minore sforzo delle proprie gambe e con l'ausilio del bastone", afferma Goethe. In questo bizzarro - ma non per l'epoca - modo raggiunge la zona pianeggiante alla base del Gran Cono, corrispondente a quello che oggi è l'Atrio del Cavallo. Da quel punto osserva un'attività stromboliana estremamente vivace: "lo spettacolo era grandioso, esaltante". Le esplosioni si ripetevano a intervalli grossomodo regolari e provocavano il lancio di lapilli, piccoli e grandi, che ricadevano ai fianchi del cono, e la fuoriuscita di nubi di cenere.

Lo scrittore si ritrova a camminare sotto la pioggia di lapilli. Per Tischbein il vulcano non soltanto era brutto ma, alla luce di quanto stavano vivendo, anche molto pericoloso. Per Goethe, invece, il rischio pericolo rappresentava un elemento di attrazione: "la presenza del pericolo esercita sempre un certo fascino ed eccita nell'uomo lo spirito di contraddizione". Questo sentimento non è raro in molti vulcanologi, ineluttabilmente spinti ad avvicinarsi sempre più alle manifestazioni dell'attività vulcanica, come i coniugi francesi Maurice e Katia Krafft, che persero la vita durante l'eruzione del vulcano Unzen, in Giappone, nel 1991, nel filmare in diretta un flusso piroclastico. Goethe prova a risalire il cono nell'intervallo di tempo tra due esplosioni. Quasi sotto la pioggia di cenere e tra il crepitio dei lapilli, riesce in breve tempo ad arrivare sull'orlo craterico, "rimorchiato" dalla guida più giovane. Una volta giunti sulla cima, con il capo coperto da improvvisate protezioni, cappelli imbottiti di fazzoletti, la nube di gas non consente di scorgerne l'interno se non a tratti; questo indugiare fa sì che vengano colti di sorpresa dalla successiva esplosione e dalla conseguente caduta di frammenti. I due provano a ripararsi, rannicchiandosi, e per fortuna ne vengono solo sfiorati.

Una volta ridiscesi, Goethe si sofferma a osservare le lave di formazione antica e recente, le cui età venivano esattamente indicate dalla guida anziana. Attraverso l'analisi del loro aspetto - si trattava di lave cosiddette di tipo "aa", dalla superficie scabrosa e frastagliata - ne intuisce le modalità di scorrimento. Le lave di quel tipo si muovono lentamente, e questo consente la parziale solidificazione della crosta esterna, che si spezza formando massi che si accumulano gli uni sugli altri grazie al fluire della parte sottostante. Nel caotico ammasso di lave osserva blocchi di rocce di tessitura e struttura diversa da quelle in cui erano inglobate. Ne deduce che si trattava di frammenti di rocce preesistenti, di origine anche profonda. Ora è noto che queste rocce sono strappate dalle pareti del condotto o della camera magmatica durante la risalita del magma. Un'altra interessante deduzione vulcanologica di Goethe scaturisce alcuni giorni dopo, nel corso della sua visita agli scavi di Pompei, mentre osserva i depositi piroclastici che ricoprono l'antica città. Dalle caratteristiche di questo deposito comprende che questi sono caduti al suolo dopo aver volteggiato "per un certo tempo a guisa di nuvole, finché si abbatterono sulla sventurata località". Il 13 marzo 1787 Goethe annota nel suo diario: "Ho studiato bene anche i minerali vesuviani; come cambiano le cose, se viste nel loro insieme! A queste osservazioni dovrei davvero consacrare il resto della mia vita: potrei fare qualche scoperta tale da ampliare il campo delle umane conoscenze".

Alcuni giorni dopo lo scrittore tedesco viene a sapere che sul Vesuvio si era formata una colata di lava, in lento scorrimento verso Ottaviano. Questo lo induce, il 20 marzo, a salire per la terza volta sul vulcano, con le due guide che lo avevano già accompagnato. Giunge quindi in prossimità della nuova bocca, che si era aperta sul fianco settentrionale del vulcano, descrivendola con queste parole: "Il getto di lava era stretto, non più di dieci piedi in lunghezza, ma impressionante era il modo con cui scendeva per un tratto liscio e in lieve pendio; scorrendo, infatti, la lava si raffredda sui lati e alla superficie esterna, e forma un canale che si innalza sempre più, perché il materiale fuso si consolida anche sotto il torrente infocato". Goethe evidenzia come la lava scorre tra due argini formati dalle scorie laviche accumulate ai lati della colata. Dalle fessure della superficie si osserva il rossore della lava sottostante. Goethe avverte l'impulso di avvicinarsi ancora di più alla bocca eruttiva, raggiungendola da dietro. Si ferma sulle lave indurite che costituiscono il tetto della colata. Non riesce però a spingersi oltre, per il fumo soffocante e il calore crescente; la guida, che lo precede, lo afferra per un braccio e lo trascina indietro.

Sulla via del ritorno, deliziato da un "superbo tramonto" e da una "serata celestiale", non può non riflettere sui contrasti del territorio napoletano: "la terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità; l'uno e l'altro si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento di indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana". Nel suo secondo soggiorno a Napoli, tra maggio e giugno dello stesso anno, Goethe ha modo di osservare ancora una volta il Vesuvio in eruzione, con una colata di lava che si spinge verso il mare. Il primo giugno, dal molo di Napoli, all'imbrunire, descrive così lo spettacolo che gli si staglia davanti: "Ecco finalmente davanti a me ... la luna piena in tutta la sua magnificenza insieme alla vampa del vulcano, e questa volta anche la lava, che prima non c'era e adesso scendeva per il suo maestoso sentiero infocato". Il giorno successivo, da un appartamento della reggia di Capodimonte, ospite di una giovane duchessa residente a corte, saluta definitivamente il vulcano napoletano. "Eravamo a una finestra dell'ultimo piano, col Vesuvio proprio di fronte; il sole era tramontato da un pezzo e il fiume di lava rosseggiava vivido, mentre il fumo che l'accompagnava andava prendendo una tinta dorata; la montagna mugghiava cupa, sovrastata da una gigantesca nube immobile, le cui masse a ogni nuovo getto si squarciavano balenando e illuminandosi come corpi solidi. Di lassù fin quasi al mare correva una lingua di braci e di vapori incandescenti; e mare e terra, rocce e alberi spiccavano nella luminosità del crepuscolo, chiari, placidi, in una magica fissità. All'abbracciare tutto questo con un solo sguardo, mentre dietro il monte, quasi a suggellare la visione incantevole, sorgeva la luna piena, c'era di che trasecolare."


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