domenica 4 ottobre 2026

La società indomabile

Ezio Mauro
Se a ribellarsi è la società senza welfare

la Repubblica, 4 ottobre 2026

Dopo aver dominato la scena pubblica per quarant’anni, il politico si trova oggi a dover fare i conti con un nuovo attore che gli contende il campo: il sociale. L’ideologia estenuata dai conflitti del Novecento non riesce a infiammare il secolo e in America si consuma nell’autocombustione perpetua della controrivoluzione Maga, sufficiente a mettere in crisi il vecchio ordine mondiale, ma incapace di costruire il nuovo. La politica non ha gli strumenti per governare la dimensione sovranazionale delle crisi, è disarmata.

Così è la vita stessa delle persone a venire in primo piano senza filtri e deformazioni, a mostrarsi e rivelarsi conquistando attenzione, chiedendo tutela, pretendendo riscatto: cioè facendosi politica, direttamente. Il discorso pubblico si concretizza e si materializza come alla fine dell’Ottocento, quando le culture politiche nascevano dalle cose che si scoprivano vivendo, i diritti scaturivano dai bisogni, il lavoro trasmetteva identità e favoriva una presa di coscienza.

Vediamo movimenti di protesta che tornano a mobilitare le piazze, gli studenti in Francia tra incendi, violenze e richieste di un’istruzione migliore, le tende di centinaia di persone a Madrid per protestare contro lo sfratto di una donna di 87 anni portata via in barella dalla casa dove viveva dal 1956 e diventata il simbolo del diritto ad abitare, gli scioperi e le agitazioni negli ospedali italiani, con i medici che fuggono ovunque dal sistema sanitario pubblico (le dimissioni sono aumentate del 150 per cento in un anno) per la forbice tra le condizioni di lavoro critiche e gli stipendi non allineati all’Europa.

Guardiamo queste tre ultime esplosioni del sociale con uno sguardo d’insieme, cercando il loro significato generale. Casa, salute, scuola: sono i tre cardini di quel sistema di tutele chiamato welfare che ha protetto la nostra crescita nel dopoguerra e che oggi rivela tutti gli strappi nella sua rete, incapace di garantire quel che ha promesso negli anni del benessere.

Logorato dai tagli, inaridito dal calo di natalità, svuotato dall’allungamento della vita, ciò che resta di quel grande compromesso tra il capitale e il lavoro sembra ormai giunto al capolinea. È esattamente un welfare a pezzi quello che ci presenta il conto delle disfunzioni che si trasformano in rabbia, annunciando il vero pericolo che ci attende, cioè la rottura della coesione sociale che in Italia ha retto miracolosamente, mentre è già venuta meno la coesione culturale e quella istituzionale vacilla.

Un welfare a piccole porzioni residuali, scollegate tra di loro, senza più un disegno comune capace di tenerle insieme non soltanto in funzione di ammortizzatore sociale, ma come conferma di una cultura europea, addirittura espressione di una civiltà capace di superare la compassione nella condivisione e di trasformare la beneficenza in solidarietà.

La sensazione è d’impoverimento, di sottrazione, di indebolimento di una rete di tutela che credevamo naturale, dunque eterna. Il lavoro si è polverizzato nel vortice della mondializzazione, sfuggendo a ogni organizzazione di sé in forma sindacale o politica. Il capitale si è autonomizzato nell’accelerazione dell’innovazione, fino alla tentazione vertiginosa di attraversare il campo, in un’inedita fusione tra tecnica e politica nel nuovo mondo dischiuso dall’intelligenza artificiale.

Anzi, è successo qualcosa di più: capitalismo e managerialità si associano e mettono in comune la difesa del patrimonio e della competenza, saldandoli per dare forma ad una nuova élite che non ha più bisogno di collegarsi con le altre categorie sociali perché basta a sé stessa.

Questa autosufficienza degli interessi scioglie i vincoli di società nati nel dopoguerra e ancora attivi fino all’inizio del secolo, liberando una nuova superclasse in alto e lasciando alla deriva in basso una sottoclasse sganciata da qualsiasi destino comune del Paese, già sospinta sul margine della società, più fuori che dentro: esclusa.

La novità è che nel mezzo della scala sociale oggi galleggia un ceto medio che non trova più ascensori per i piani superiori, mentre teme di essere risucchiato dal basso. È su questo ceto, infatti, che si scaricano direttamente gli effetti della nuova insicurezza addirittura mondiale, con le guerre, la rottura degli equilibri internazionali, la scomparsa degli organismi di garanzia: tutti elementi che insieme con la rottura del rapporto tra lavoro e sicurezza sottraggono al ceto medio il futuro, cioè il vero orizzonte da conquistare per migliorare la condizione della propria famiglia, proiettando i figli oltre sé stessi nella fiducia di un approdo possibile, attraverso il lavoro, la scuola e la conoscenza, il risparmio, in una tensione al traguardo che dava un senso all’esistenza e alla trasmissione generazionale.

Mobile per definizione, il ceto medio sente di essersi fermato, arenato, come davanti ad un blocco sociale. Avverte che la crescita non lo riguarda, che il progresso lo sollecita come consumatore ma non lo interpella come persona, che l’istruzione non lo garantisce, che la sua competenza rischia la svalutazione davanti ai nuovi saperi, che il posto di lavoro non sostiene più una vita. Smarrisce la fiducia e perde l’orizzonte.

Sostenitore tipico dell’ordinamento sociale quando pensava di poterlo scalare, comincia a rifiutarlo oggi che si sente confinato nella medietà: da strumento cosciente del consenso al sistema diventa un soggetto critico e instabile, sospettoso perché esposto, geloso di ciò che ha, egoista di quel che c’è, guardingo nei confronti di chi arriva nel suo spazio, che sente ristretto. C’è da stupirsi se ascolta la voce delle sirene anti-sistema, dell’antipolitica, del populismo, del sovranismo, della chiusura nazionalistica?

In cambio della sua rabbia ingegnerizzata in politica gli offrono un colpevole (le élite), un nemico (lo straniero), una vendetta (la rottura del sistema). Non lo emancipano, anzi coltivano il suo rancore, perpetuandolo: ma gli trasmettono un segno di riconoscimento, che è ciò che più oggi gli manca. Perché l’impoverimento che lo inquieta non è solo economico, ma sociale, culturale, morale e dunque politico: l’offerta di cittadinanza che gli arriva dallo Stato è così bassa che lo spinge a non accettarla, rifugiandosi nell’astensione o vendicandosi con l’illusione dell’antipolitica.

Certo, politicamente tocca alla sinistra andarsi a riprendere questi cittadini declassati: ma nella società, intanto, non tocca al ceto più fortunato, più innovatore, più dotato di risorse, riannodare il filo che lega l’élite al resto del Paese, ristabilendo il vincolo perduto e l’equilibrio sociale?

Capace di accelerazioni straordinarie e immaginifiche il tecno-capitalismo rischia di non accorgersi che la prova più importante che ha davanti a sé è proprio questa: ricostruire una democrazia sociale che tenga insieme il Paese, mentre la democrazia politica è in crisi. Ma il capitalismo sente una responsabilità nei confronti della democrazia? Essere classe dominante è più facile che essere classe dirigente.



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