Paolo Rodari
Prevost malato "normale", contro la spettacolarizzazione del dolore
il manifesto, 14 ottobre 2026
L’annuncio fatto domenica scorsa direttamente da Leone XIV della sua malattia vuole portare anche la salute del Papa, a lungo spettacolarizzata nel pontificato di Giovanni Paolo II, su una strada di normalità. A non capirlo, tuttavia, sembra essere la gran parte dei media, non solo italiani, che alla stessa malattia e conseguente operazione chirurgica dedica pagine e copertine.
Ci ha provato, verrebbe da dire, Leone, a far rientrare tutto in un regime di normalità e trasparenza, ma il meccanismo del circo mediatico sembra voler rifiutare questa demistificazione del corpo del vescovo di Roma. L’annuncio diretto e privo di filtri formali da parte di Prevost puntava a spogliare la malattia di quell’aura di eccezionalità e segreto che storicamente avvolge i palazzi vaticani. Peccato non sia stato capito.
Già su queste pagine tempo addietro, Filippo Gentiloni aveva stigmatizzato questo atteggiamento. Allora al centro al centro delle cronache c’erano i ricoveri al Gemelli di Giovanni Paolo II: l’enorme spazio che concedevano i mass media rischiava di trasformare il messaggio cristiano in puro spettacolo o in una forma di «consolazione» di massa. Tanto che, scriveva, si finisce per mettere in ombra il vero «popolo di Dio» e le comunità di base, a tutto vantaggio di una rigida centralizzazione gerarchica e romana. Insieme, continuava la storica firma del Manifesto, emerge chiaramente il paradosso di una Chiesa che, pur criticando la modernità, ne sfrutta appieno le logiche della comunicazione di massa, arrivando a saturare il dibattito pubblico e l’agenda dei media italiani.
Va detto. Oggi Leone non ha voluto sfruttare nulla. Sono i media, a volte più devoti dei devoti, a cadere nell’errore di inseguire il macabro feticismo del dettaglio clinico, ignorando la lezione di sobrietà che lo stesso Pontefice ha cercato di dare: ho un nodulo ai polmoni, mi ricoverano per asportarlo. E nulla più.
Si assiste così a una paradossale rincorsa alla copertina drammatica, dove la fragilità umana di un uomo vestito di bianco non riesce a essere vista come un fatto normale e torna a essere un’esca per l’audience. Proprio come notava Gentiloni, questo eccesso di zelo mediatico finisce per scavalcare le reali intenzioni di apertura del Papa. Invece di cogliere l’opportunità di una narrazione finalmente demistificata e matura della malattia, l’informazione preferisce ripiegare sul consueto riflesso condizionato: la sacralizzazione del dolore a uso e consumo del pubblico, a tutto svantaggio di quella comunità ecclesiale che Leone, con il suo annuncio diretto, voleva semplicemente informare ed esortare alla preghiera.
Alla fine, come scrisse sempre su queste colonne un’altra grande del pensiero laico del Novecento, Adriana Zarri, la saturazione mediatica del «personaggio Papa» finisce per oscurare il Vangelo, sostituendo il messaggio di Cristo con il culto della personalità del Pontefice. E infine con poco rispetto anche dei tanti non credenti che da telegiornali e giornali vorrebbero avere altre notizie.

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