domenica 4 ottobre 2026

Le passioni romane di Goethe

Claudio Rendina
Le passioni romane di Goethe
la Repubblica, 30 ottobre 2005

Il 29 ottobre 1786, ovvero 120 anni fa, l' olimpico Johann Wolfgang Goethe, l' immortale autore del «Faust», è a Roma; è il primo dei due soggiorni che compirà facendo tesoro della sua residenza nella Città Eterna, in una intensa esperienza di cultura e d' amore, che avrà notevole influenza sull' opera letteraria. E' arrivato in incognito, sotto il nome di Jean Philippe Moller per poter godere a pieno del suo tempo «con tranquillità e pace domestica», come egli stesso annota; e va ad alloggiare nella «Casa Moscatelli», una modesta pensione in via del Corso 18, proprio davanti a Palazzo Rondinini, ora divenuta il Museo Goethe. Vi resterà fino al 21 febbraio del 1787, quando partirà per Napoli e la Sicilia, ma ritornerà l' 8 giugno per restarvi fino al 24 aprile del 1788. A Roma scrive opere come «Ifigenia in Tauride», «Wilhelm Meister» e naturalmente le «Elegie Romane» traendo ispirazione per il «Torquato Tasso» al Gianicolo e a Sant' Onofrio, come ricorda una lapide nella chiesa. Mentre nel suo «Viaggio in Italia» riporta tutte le impressioni che questa città sa dargli. Inoltre coltiva la passione per l' arte figurativa, grazie al rapporto con alcuni pittori tedeschi, come Johann Heinrich Tischbein, suo compagno di viaggio e che vive con lui; Johann George Schutz, che ospita nella sua stanza; Friedrich Bury e Jakob Hackert, che alloggiano in alcune soffitte vicine al palazzo Rondinini. Passeggiando con loro tra i ruderi e le bellezze della città è sollecitato a disegnare armato di matita, immortalando i luoghi che maggiormente lo colpiscono. E ha anche una storia d' amore con Faustina Antonini, la figlia dell' oste della scomparsa «Osteria della Campana» in via Monte Savello. L' ha scritto egli stesso in una elegia, raccontando l' approccio con lei nell' osteria con tanto di appuntamento: fa cadere del vino sul tavolo «e con il grazioso dito comincia a tracciare umidi cerchi sulla tavola di legno./Intreccia il mio nome al suo... intreccia cerchi su cerchi, /per cancellare lettere e cifre; ma resta impressa/ nel mio sguardo l' immagine deliziosa del quattro». E' l' ora dell' appuntamento per le quattro di notte, al quale Goethe va, e nasce così quell' amore, ricordato in altre elegie, come in questi versi: «Faustina è la mia felicità:/divide volentieri il letto con me/ e mantiene fede incorrotta al suo fedele». E c' è anche una memoria triste di Goethe a Roma; nel Cimitero Acattolico è sepolto l' unico suo figlio August, che ebbe da Christiane Vulpius, l' Erotikon che ama al ritorno dall' Italia a Weimar e sposa nel 1806; sulla tomba è il ritratto in marmo, ma senza il nome, con la semplice indicazione «Goethe filius».


Luigi Pirandello

Elegie romane di Goethe

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, collana I classici italiani contemporanei diretta da Giansiro Ferrata, vol. VI, , III edizione riveduta, Arnoldo Modadori editore, Milano, giugno 1973.



III
Non ti rimorda, o cara, che a me cosí presto ti sia
abbandonata! oh credi, di te non penso io male.
 
In vario modo agiscon gli strali d’amor; l’uno punge,
e del tossico lento per anni inferma il cuore;
 
forte impennato l’altro, con taglio di fresco temprato,
penetra le midolle, incendia ratto il sangue.
 
La brama a lo sguardo seguia negli eroici tempi,
quando amavano i numi; il possesso, a la brama.
 
E credi ch’abbia a lungo la Dea d’amor meditato,
quando nel bosco ideo le piacque prima Anchise?
 
Se Luna il bel pastore avesse indugiato a baciare,
oh, svegliato l’avrebbe, invida, Aurora, tosto.
 
Ero a la grande festa Leandro guardò; prontamente
lanciossi il caldo amante giú, nei notturni flutti.
 
Rea Silvia al Tebro s’avvia, la vergin regale,
per attinger de l’acqua, e la sorprende il Nume.
 
Cosi Marte s’avea figliuoli! Una lupa i gemelli
nutre, e si chiama Roma la sovrana del mondo.

XV
Non io Cesare avrei tant’oltre in Britannia seguito;
Floro m’avria piú presto tratto in Popinia certo!
 
Ché assai di piú la triste caligin del norte m’è in odio,
che il popolo agitato de l’australi mosche.
 
E d’ora innanti, voi méscite, abbiate un piú caldo
da me saluto, oh voi, care osterie romane!
 
Ch’oggi veder la Bella mi date, a cui scorta è lo zio,
ch’ella sovente, per possedermi, inganna.
 
Avea la mensa nostra corona d’amici tedeschi;
ella cercò di fronte, presso la madre, un posto.
 
Smosse piú volte il banco, e far lo dovette con arte,
poiché mezzo il suo volto e il collo io guadagnai.
 
Ella parlava forte, ben piú che romana non soglia;
mescea, volta a guardarmi; sgarrò, cadde il bicchiere.
 
Scórse sul desco il vino, ed ella col dito sottile
segnò sul ligneo piano umidi cerchi intorno.
 
Intrecciò poi col mio il nome suo dolce; lì fiso
io quel ditin seguia, e bene ella m’ intese.
 
Svelta compose alfine il segno d’un cinque romano,
posevi un’asta innanzi; tosto, com’io lo vidi,
 
cerchi tracciò su cerchi a sperdere lettere e cifre.
Ma il prezioso quattro mi restò qui negli occhi.
 
Muto a seder rimasi, mordendomi il labro infocato,
qual per malizia o gioco, ma pur di voglia ardente.
 
Pria tanto tempo a notte! poi altre quattr’ore d’attesa!
Almo Sole, tu indugi e la tua Roma ammiri.
 
Mai nulla di piú grande vedesti, mai nulla vedrai,
te ‘l predisse, ne l’estro, tuo sacerdote, Orazio.
 
Oh, ma per oggi, o Sole, su lei non t’indugia, e lo sguardo
dai sette colli storna spontaneo e piú veloce.
 
Per amor d’un poeta quest’ore magnifiche abbrevia,
cui con avido sguardo gode il pittor felice;
 
agli alti fastigi vermiglio or via lesto saluta,
a le colonne, ai templi, agli obelischi in cima;
 
quindi nel mar precipita! Domani piú presto vedrai
qual almo t’han serbato gaudio i secoli.
 
Quest’umide maremme sí a lungo di canne coperte,
queste d’alberi e cespi fosche ombreggiate alture,
 
poche capanne un tempo mostraron, poi tu le vedesti
d’un popolo gremite d’avventurosi ladri.
 
Qui tutto quindi da loro fu tratto e assembrato,
cosí che il resto appena d’un guardo tuo fu degno.
 
Sorger vedesti un mondo; vedesti qui un mondo in rovina;
quindi, da le macerie, quasi un piú vasto mondo!
 
Or, ch’io lo possa a lungo da te gloriato ammirare,
accorta a me lo stame lenta la Parca fili;
 
ma presto la bell’ora s’affretti, che a me fu segnata!
Gioja! e non sta scoccando? No; ma già tre n’ascolto.
 
Cosí, Muse mie care, ancor m’ingannaste la noja
di questo lungo tratto che m’ha da lei diviso.
 
Or via di fretta! Addio: né offendervi temo; pur sempre
voi stesse, cosi altere, deste ad Amor la palma.


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