Roberto Arnaudo Giovanna Solimando
Oltre il voyeurismo del delitto
Corriere Torino, 9 ottobre 2026
Il delitto di via Gulli ci ha colpito, qui a San Salvario. C’è qualcosa, in quella storia, che richiama altre vicende già viste: il festino protratto per giorni, lo sballo come unico orizzonte, la violenza esplosa per un motivo futile, il cadavere sezionato e portato via. A molti è venuto in mente La città dei vivi di Nicola Lagioia. Lo sconcerto è comprensibile. Fatti così estremi squarciano la superficie ordinaria delle cose e mostrano aspetti dell’umano che preferiremmo non vedere.
Detto questo, ci interroghiamo sul modo in cui la vicenda è stata raccontata: dettagli macabri, attenzione ossessiva al lato oscuro e perverso della «professoressa modello», un racconto inchiodato al voyeurismo, utile a vendere copie più che a capire. Sullo sfondo, il solito frame sulla decadenza della società: il mondo che va a rotoli, i giovani senza valori, la violenza ovunque, la droga. E poi la periferia vuota e maledetta, le piazze dello spaccio come gironi danteschi da cui stare lontani. Morboso e apocalittico finiscono così per eludere il dibattito sui problemi che si preferisce rimuovere.
Partiamo dai numeri. La violenza omicida in Italia è rara e cala da decenni: 327 casi nel 2024 secondo l’istat, 0,55 ogni 100 mila abitanti, il tasso più basso d’europa dopo la Slovenia. Nel 2025 il Viminale ne ha registrati 286, il minimo da 35 anni; nel 1991 erano 1.901. Le cronache selezionano però i casi più raccapriccianti, alimentando una percezione di emergenza che i dati non confermano.
Anche la presunta «catastrofe dei valori» fatica a reggere alle prove. L’Istat conta 4,7 milioni di volontari in Italia, un abitante su dieci sopra i 15 anni, dentro 360 mila organizzazioni non profit; un milione di persone si impegna oggi in più forme contemporaneamente. Scout, centri sociali e culturali, parrocchie, centri di quartiere come la nostra Casa del Quartiere. Il disagio e il disorientamento sono reali e vanno presi sul serio. Misurarli sugli schermi dei telegiornali, però, è il modo peggiore per affrontarli.
C’è poi la questione che questa storia solleva e che quasi nessuno affronta: la droga di oggi è ovunque, attraversa tutti gli strati sociali e si compra come una pizza, con consegne a domicilio. La cocaina è la seconda sostanza più diffusa nel Paese; il crack, economico e devastante, è diffuso anche tra giovanissimi e insospettabili.
Il delitto di Torino mostra persone adulte, con un lavoro e una posizione rispettabile, che trasformano un appartamento di periferia in un bordello chimico per tre giorni. Non rave né discoteca, ma la vita normale, con dentro un consumo quasi dato per scontato, normalizzato. Tranne quando, assai raramente, esplode in un grave fatto di cronaca. Per fortuna le dipendenze diffuse e normalizzate raramente producono casi come quello di via Gulli. Quello di cui ci si dovrebbe occupare di più è altro: dipendenza cronica, perdita del lavoro e della famiglia, disturbi psichici, persone che finiscono in strada e talvolta ci muoiono. Ne abbiamo viste a decine nell’aiuola davanti alla Casa del Quartiere San Salvario e nelle strade del nostro e di altri quartieri. Le persone in cura per cocaina e crack sono aumentate del 55% in un anno e queste sostanze sono ormai il motivo principale di trattamento per oltre un terzo dell’utenza. Gli strumenti costruiti ai tempi dell’eroina — comunità, metadone, confronto tra differenti approcci terapeutici — non funzionano allo stesso modo per cocaina e crack. Gli investimenti pubblici in cura e riduzione del danno languono e la prevenzione sembra ferma. Quarant’anni fa, di fronte all’emergenza eroina, il Paese si mise in discussione: il tema occupava giornali e televisioni e gli investimenti seguirono il dibattito. Oggi ci si concentra sui dettagli macabri e sul voyeurismo. Sarebbe utile invece che questo orrore servisse ad aprire una conversazione seria su come e perché le persone cadono nelle dipendenze, distruggono le proprie vite e su cosa si possa fare per cambiare. C’è una sofferenza enorme e una difficoltà anche pratica nello stare al mondo senza la regolazione della sostanza: ci si ritrova soli e disperati a combattere contro i propri mostri. È una vera emergenza sociale che chiede soluzioni.
Le nostre esperienze torinesi, quelle del collettivo Passi liberi e del Cantiere abc, sono un tentativo di contribuire al dibattito. Da due anni cittadine e cittadini attivi di San Salvario e Barriera di Milano, di fronte al dilagare dello spaccio e del consumo, si sono fermati a discutere, hanno interrogato le istituzioni, organizzato momenti di informazione — uno anche con la Moschea di via Saluzzo 18, angolo di quartiere segnato dalla presenza di pusher e consumatori — e aperto tavoli chiedendo risposte ai decisori. Ci sono state anche azioni simboliche di «spaccio» di libri, per riappropriarsi dello spazio pubblico coinvolgendo famiglie e residenti. Scriviamo come cittadini e cittadine che hanno chiesto confronto e soluzioni e ribadiscono il bisogno di un dibattito serio sulle dipendenze, a livello cittadino e nazionale, facendo rete con altre metropoli italiane ed europee che affrontano le stesse emergenze per trovare risposte condivise a una delle grandi emergenze del nostro tempo.

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