lunedì 5 ottobre 2026

La paura del futuro

Ilaria Gaspari
Reazioni pericolose contro la paura del futuro
La Stampa, 5 ottobre 2026

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, e però ci è toccato vivere in un momento storico in cui le trasformazioni spaventano e la reazione sembra essere il proliferare delle passioni tristi. Abbiamo paura del futuro, disancorato dalle promesse di progresso che parevano implicite nella sua definizione – ma era forse un’illusione, il riflesso del punto di osservazione privilegiato da cui guardavamo alla storia. Abbiamo paura del futuro: e – temo – ne abbiamo ben donde. La reazione al mondo che ci spaventa si declina in una gamma di irrigidimenti che va dalla diffidenza all’odio alla nostalgia morbosa per un passato che non tornerà, e che per questo possiamo idealizzare. Insomma, è la reazione tipica di un’epoca reazionaria, e non lo vediamo solo in politica: se il futuro spaventa, sembra naturale volgere lo sguardo al passato, se il fuori fa paura, distogliamo gli occhi, ed eccoci qui, tutti ripiegati su noi stessi, a rifugiarci nella trappola apparentemente rassicurante dei confini dell’io: che però, più lo pensiamo rigido, più si fa fragile agli urti.

Trent’anni fa Francesco Remotti nel suo pamphlet Contro l’identità avvertiva del rischio, ora più reale che mai, di irrigidirsi in una rivendicazione d’identità che è sostanziale rifiuto della trasformazione.

La sociologa Eva Illouz, indagando la fine dell’amore, parla di una libertà “negativa” dell’io, che si disegna nello svincolamento, nella negazione delle pressioni esterne ma anche della presenza dell’altro: le storie d’amore chiuse senza spiegazione, quelle che non iniziano nemmeno, perché al primo segnale di difficoltà la libertà negativa sceglie di rinunciare. Nel bel libro Le ragioni del disamore, da poco uscito per Nottetempo, la filosofa Federica Gregoratto a partire da questo stato di cose riflette sulle molte ragioni possibili per cui si smette di amare, individuandone quattro filoni – la rabbia, l’inceppo del desiderio, lo strapotere del mondo, la non-scelta – che corrispondono a una molteplicità di forme di relazione possibili mentre il fenomeno della fine dei legami sentimentali è «attuale come non lo era mai stato prima nella storia delle società occidentali».

Ma reazione, la parola che dice la tendenza al ripiegamento all’indietro – al passato, all’io che come quegli animaletti dal buffo nome di porcellini di terra si richiude su sé stesso per difesa – prima che una parola del lessico politico è parola della chimica: e la traslazione semantica è un prisma moltiplica i livelli di lettura. Se in politica la reazione è chiusura, in chimica è trasformazione: un processo che altera la struttura della materia. La relazione, alla reazione, è necessaria: è il contatto con il reagente che modifica la composizione originaria. La reazione, insomma, non è solo il riflesso difensivo contro il cambiamento, ma anche l’inesorabilità di quel cambiamento: ci trasforma, che lo vogliamo o no. Ci trasforma perché anche le nostre esistenze sono viventi metafore, riversano uno nell’altro i più disparati livelli di significato, intrecciano differenze e ricomposizioni dialettiche di principi all’apparenza opposti. Esistiamo nel divenire, siamo chimica: non esiste identità che sia immobile. Così la reazione chimica nel gioco di relazioni che ci trasforma rivela il portato universale di un’esperienza trasversale fin nei suoi tratti più idiosincratici.

Primo Levi, da chimico, lavorò a lungo per la Società industriale vernici e affini, dai primi anni Cinquanta trasferita a Settimo Torinese: ora proprio Settimo fra il 4 e l’11 ottobre ospita la XIV edizione del Festival dell’Innovazione e della Scienza intitolato al tema Reazioni. Nel Sistema periodico di Levi la contiguità vitale fra umanità e chimica assume la forma perfetta della serie degli elementi trasformati in racconti, struttura cristallina che incatena reazioni a relazioni in un lessico comune a scienza e letteratura. Ma anni prima di comporre la sua tavola periodica narrativa, in una delle Storie naturali firmate con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, aveva scritto un racconto, I mnemagoghi (ovvero “suscitatori di memoria”), in cui un giovane medico condotto arriva nel paesino cui è destinato, e va a trovare il vecchio dottore nello studio che sarà suo. Il vecchio, con eccentricità da scienziato solitario, ha dedicato ogni ora libera a sintetizzare chimicamente gli odori dei momenti salienti della sua vita. Mescolati in provetta gli elementi della tavola periodica, come un compositore crea dalle sette note, in un armadio tiene la sinfonia olfattiva di un’esistenza: molte boccette, stappate e odorate dal dottorino, dapprima scettico, poi sempre più entusiasta di decifrare i ricordi di un altro che ha tanto vissuto e con parole brevi, mentre lui annusa, disegna i passaggi della propria storia. Fino all’ultima boccetta, quella in cui il racconto si ferma, perché il ricordo, la trasformazione che ha impresso, soverchia ogni tentativo di riprodurlo; la boccetta sa di cipria e d’estate, di pelle al sole, e non è il ricordo di un momento. È una persona.

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