Roberta Scorranese
«I festival culturali fanno il pieno perché la politica trascura la gente Mi pento di aver rifiutato Piketty Vidi piangere Giovanni Sartori»
Corriere della Sera, 17 ottobre 2026
Giuseppe Laterza, quarantacinque anni fa lei, fresco di studi di economia, entrò nella casa editrice fondata dal suo prozio Giovanni e da Benedetto Croce nel 1901.
«Sì e le dirò che invecchiando mi sento ogni giorno più poroso, più aperto alle novità, più curioso».
Suo padre Vito aveva diretto la casa editrice dal secondo dopoguerra.
«E quando entrai a far parte del gruppo indicò il rosone, simbolo dell’impresa e disse: “Lo vedi questo? Bene, devi rinnovarlo ogni giorno”».
E come si fa?
«Seguendo l’esempio di Vito: lui era una formichina pugliese e non si faceva scuorno, come diciamo al Sud, di parlare anche di soldi, di investimenti giusti e di risparmio».
Uno come Alessandro Barbero costa tanto?
«Il giusto».
Cifre, cifre.
«Ma per carità».
E uno come Stefano Mancuso?
«Basti pensare che lo abbiamo “strappato”, si fa per dire, a un’altra casa editrice, non per merito mio ma della nostra direttrice editoriale Anna Gialluca».
In un’intervista a questo giornale Mancuso ha confessato di parlare con le piante.
«Il problema è che cosa dice loro».
Conoscendolo, che idea si è fatta?
«Visto che con gli umani Stefano insiste nel dire che il mondo delle piante è perfetto e armonioso, credo che a loro dica che il nostro è mefitico».
Mancuso è uno dei cardini del festival di Lucca, «Pianeta Terra», terminato da poco.
«Scherzi a parte: credo che Mancuso sia uno degli intellettuali più raffinati e lo dimostra anche il fatto che questo festival, organizzato da noi e diretto da lui, attrae un numero notevole di persone pur trattando un tema difficile come quello del clima e della sostenibilità ambientale».
Lei — assieme a suo cugino Alessandro — guida una casa editrice che cura saggi di storia, politica, biologia. Però sia a Lucca, sia a Torino, dove organizzate il Festival dell’economia, il pubblico accorre come a un concerto trap. Come mai?
«C’è chi dice che i festival culturali oggi hanno preso il posto delle assemblee politiche. Lo dimostrano per esempio le proteste che vengono periodicamente organizzate al Salone del Libro. È il tempo delle cosiddette élite senza potere».
Minoranze colte?
«Non definirei minoranza una fetta di popolazione di quattro o cinque milioni di persone che leggono, si informano, vanno al cinema o a teatro. E che soprattutto hanno voglia di confrontarsi».
Perché ormai la politica comunica solo con slogan dettati dall’algoritmo o via social?
«Non lo dico io, lo dice il successo di festival come i nostri, certo, ma ce ne sono anche altri dove si fa la fila per ascoltare Mancuso, Recalcati, Cacciari. Io penso che ci siano centinaia di migliaia di persone, molte delle quali provenienti dal mondo della scuola o dell’università, che si sentono trascurate dalla politica e che hanno bisogno di un orizzonte».
Quello di cui parlava lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano?
«In una metafora bellissima: a che cosa serve l’orizzonte se non per continuare a camminare?»
Per chi ha votato l’ultima volta?
«Io ho sempre votato Pd».
Ha fatto politica all’università?
«Ma anche prima. La mia famiglia, da Bari, si era trasferita a Roma, io ho fatto il Tasso, un liceo impegnato, poi mi sono iscritto alla FGCI, tra i dirigenti c’erano Walter Veltroni e Goffredo Bettini».
Le piace Elly Schlein?
«Sì, ma trovo che al Pd manchi una “narrazione” forte. Oggi su quella neoliberista sta vincendo la sovranista».
Chi vedrebbe alla guida del Partito Democratico?
«Lo dico?»
Certo.
«Papa Leone».
Questa la deve spiegare bene, però.
«Basta leggere il suo bellissimo libro, o la sua enciclica che dir si voglia, Magnifica Humanitas: per la prima volta dopo decenni ho trovato la perfetta cornice ideologica del pensiero progressista. Tra parentesi, gli auguriamo una pronta guarigione».
Il Papa non esalta l’intelligenza artificiale, ma nemmeno ne fa uno spauracchio. Crede che sia un giusto approccio in tempi in cui si evoca il tecno-totalitarismo?
«Sì, perché oggi purtroppo sta vincendo la visione che un altro nostro grande autore, Zygmunt Bauman, ha definito retrotopia. Cioè un mondo che ha perso la fiducia nel futuro e per questo si convince che nel passato le cose andavano meglio».
E quelli come Roberto Vannacci ne approfittano.
«Perché dà risposte laddove la sinistra coltiva, giustamente, dubbi. Vannacci mi ricorda la parodia di Coelho fatta da Corrado Guzzanti: “La risposta è dentro di te. Solo che è sbagliata”».
A proposito di Coelho: uno per far quadrare i conti e potersi permettere di pubblicare Bauman o Le Goff deve pubblicare pure libri che vendano e tanto.
«Ma Bauman e Le Goff hanno venduto tanto! E aggiungo: noi editiamo i libri di Barbero che vende moltissimo pur non essendo un autore “facile”, anzi. Ad ogni manoscritto io gli dico: “Ma Alessandro, perché ci metti così tante note”. “Perché voglio che i lettori conoscano le mie fonti”. “Ma loro si fidano di te”. “E fanno male, molto male”».
Quante lettere arrivano per lui ogni giorno in casa editrice?
«Almeno quattro».
Il long seller Laterza?
«Gliene cito uno emblematico: Storia delle donne, di Georges Duby e Michelle Perrot.
Lei se lo sarebbe mai aspettato?»
Un gran rifiuto editoriale di cui si è poi pentito?
«Ancora oggi mi mangio le mani. Colpa mia, che non diedi retta a Giovanni Carletti, uno dei nostri editor storici e tra i più preparati. Mi parlò di un saggio che stava scuotendo la Francia e che avrebbe fatto scalpore. C’era un piccolo problema: era un libro di quasi mille pagine. “Ma no, chi vuoi che lo compri?”, risposi. Non se ne fece nulla. E così mi lasciai sfuggire Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty».
Quasi due milioni e mezzo di copie vendute in tutto il mondo e traduzioni in quaranta lingue.
«Non rigiri il coltello».
La formula del best seller non c’è. Però capire quando si ha davanti un libro «dal passo lungo», che resisterà al tempo, è possibile.
«Sì, faccio un esempio in casa nostra: Il suicidio di Israele di Anna Foa, in classifica per tanto tempo, secondo me resisterà perché fatto con coraggio, prendendo una posizione precisa».
Un libro che sta rileggendo adesso?
«Ho riletto l’odissea nell’edizione Einaudi».
E un libro che le ha lasciato il segno?
«Tra i tanti, Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato, di Michael Sandel. Purtroppo non è nostro, ma di Feltrinelli e ogni volta che incontro Carlo (Feltrinelli, ndr) gli dico che glielo vorrei strappare. Scherzo, ovviamente, Carlo sta facendo un gran lavoro».
Lei si è laureato con Federico Caffè, uno dei più importanti economisti italiani e forse oggi più famoso per la sua misteriosa scomparsa sul finire degli Anni Ottanta. Secondo lei che cosa gli è successo?
«Ho letto il bellissimo libro di Ermanno Rea, L’ultima lezione, sulla sua sparizione. Non so che cosa sia successo, quello che so è che in lui c’era un gran senso del mistero. E una certa imprevedibilità: quando, con altri colleghi della Fgci, andammo da lui per chiedergli di schierarsi contro l’invasione sovietica dell’afghanistan, ci guardò e disse: “Ragazzi, le cose sono molto più complicate di come appaiono”. Ci spiazzò».
Un altro che l’ha spiazzata? «Ho visto piangere Giovanni Sartori una sola volta: ai funerali dell’amico Paolo Sylos Labini».
Sua figlia Antonia lavora in casa editrice?
«Sì, assieme anche a Bianca, la figlia di Alessandro. Sono fiero di lei, come lo sono dell’altra figlia, Margherita, che è attrice e cantante. A entrambe devo molto, anche perché, come dicevo più passa il tempo e più capisco il valore dell’ascolto».

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