Francesco Ramella
La democrazia si difende offrendo un'idea di futuro
Domani, 19 ottobre 2026
L’impegno giovanile e gli scontri di certi gruppi con le forze dell’ordine sono due storie diverse. Ma una democrazia non si difende soltanto garantendo l’ordine nelle piazze. Si difende anche offrendo ai ragazzi ragioni per credere nell’avvenire e nella possibilità di cambiarlo senza violenza
Le piazze italiane sono tornate a riempirsi di giovani e giovanissimi. Le manifestazioni e gli scontri raccontano però due storie che sarebbe un errore confondere.
La prima è quella di un nuovo protagonismo politico giovanile, dall’Europa agli Stati Uniti, fino all’Asia. La seconda riguarda le violenze che hanno accompagnato alcune proteste. Episodi gravi, riconducibili a gruppi minoritari ma eterogenei, dalle frange più radicali dei collettivi studenteschi ai gruppi antagonisti, fino ad alcuni giovani di origine immigrata. In alcuni casi, gli stessi manifestanti hanno tentato di isolare gli «incappucciati». Confondere queste storie significa ridurre una mobilitazione sociale a un problema di ordine pubblico e rinunciare a comprendere la violenza.
Policrisi
Partiamo dalla prima. Dietro le proteste si intravedono le tensioni di quella che, insieme a Sonia Bertolini, abbiamo chiamato «generazione della policrisi». Una generazione cresciuta tra crisi sovrapposte — economiche, ambientali, sanitarie, geopolitiche — che hanno incrinato le promesse di progresso e mobilità sociale delle generazioni precedenti. Ai giovani si chiede di investire nel proprio futuro, mentre si moltiplicano le ragioni per dubitare che sarà migliore del presente. In un’indagine Istat su quasi 100mila adolescenti, il 38 per cento dei 14-19enni dichiara di avere paura del futuro; tra le ragazze il 42 per cento.
Certo, nelle mobilitazioni italiane conta anche l’emulazione delle proteste francesi e spagnole. E chi è tornato a chiedersi perché i nostri presunti «bamboccioni» non scendessero in piazza sembrava aver dimenticato le manifestazioni per Gaza, per la parità di genere e contro l’estrema destra. In Italia il disagio dei giovani ha ragioni profonde e strutturali. Tra i 15 e i 29 anni lavora appena un giovane su tre (33,1 per cento), circa sedici punti meno della media europea; il 13,3 per cento non studia, non lavora e non segue percorsi formativi. Pesano salari bassi, precarietà, difficoltà di accesso alla casa e un welfare poco orientato all’autonomia giovanile. Non sorprende che, secondo l’Istat, soltanto il 45 per cento degli 11-19enni immagini il proprio futuro in Italia, mentre il 34,2% pensi di vivere all’estero.
Ma l’insicurezza materiale non racconta tutto. Una generazione prende forma quando riconosce di condividere problemi e un destino comune. Dalle nostre ricerche emerge un «post-materialismo precario»: i giovani aspirano all’autonomia, a lavori significativi, alla sostenibilità e alla qualità della vita, senza però poter dare per acquisita la sicurezza economica. Non è una generazione senza aspirazioni; è una generazione che fatica a trovare i mezzi per realizzarle. Lo scarto tra aspettative e opportunità può produrre sfiducia e ripiegamento, ma anche partecipazione e domanda di cambiamento.
La radicalizzazione
Veniamo alla seconda storia, quella della violenza. La radicalizzazione di alcune frange non va sottovalutata. Sarebbe gravissimo trasformare la spiegazione del disagio in una giustificazione degli scontri. Chi usa la piazza per reclutare militanti e alimentare la violenza va isolato e condannato senza ambiguità.
Ma è pericolosa anche la strumentalizzazione sul fronte opposto. Ridurre ogni protesta a emergenza di ordine pubblico e rappresentare le forze dell’ordine come patrimonio di uno schieramento, anziché istituzioni al servizio di tutti, esaspera le contrapposizioni. È il paradosso della «securitizzazione»: cercare consenso promettendo ordine e rischiare di produrre più disordine. Le ricerche sulla radicalizzazione richiamano, oltre ai gruppi di pari, il peso dell’esclusione sociale, della percezione di ingiustizia e della sfiducia nell’imparzialità della polizia e della giustizia. La sicurezza richiede fermezza e rispetto dei diritti, non una retorica dell’emergenza.
C’è poi una responsabilità più ampia. Che messaggio arriva ai giovani da un mondo in cui la violenza è sempre più esibita da chi detiene il potere? Dalla devastazione di Gaza alle retoriche aggressive di Donald Trump e alle pratiche coercitive dell’Ice verso gli immigrati, la forza viene spesso presentata come risposta ordinaria ai conflitti. Non si tratta di equiparare fenomeni diversi né di assolvere chi aggredisce nelle piazze. Ma quando la violenza si normalizza dall’alto, cresce il rischio che anche dal basso appaia inevitabile o legittima.
L’esempio dei potenti conta, ed è un pessimo esempio. Una democrazia non si difende soltanto garantendo l’ordine nelle piazze. Si difende anche offrendo ai giovani ragioni per credere nel futuro e nella possibilità di cambiarlo senza violenza.



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