Nadia Urbinati
Cosa serve per salvare la democrazia umiliata
Domani, 13 ottobre 2026
Il campo largo non è solo una questione di nomi e leader. Se lo fosse, sarebbe come un vuoto a perdere. È il proposito di un progetto di governo del paese che presenta alcuni punti di riferimento dissonanti o alternativi rispetto ad altri, ma soprattutto propositivi.
Prende sul serio la democrazia liberale o costituzionale, quella grande ambizione che chi ci ha preceduto ha coltivato sulla promessa di una prosperità generale e di una vita decente per i cittadini. E che oggi ha esaurito la sua spinta propulsiva, perché il liberalismo si è progressivamente allontanato da quella promessa ed è stato appropriato da quella parte della classe media affluente e acculturata che ha trovato godimento nell’individualismo antisociale.
Il riconoscimento del merito si è, in pochi decenni, tradotto in una rivendicazione di maggiore potere da parte di chi aveva uno status e un’influenza sociale più elevati. In pochi decenni il liberalismo ha preso le distanze dalle promesse democratiche e ha interpretato il benessere come un affare essenzialmente privato. La politica sociale che le democrazie del dopoguerra avevano lanciato si è presto tradotta in assistenza ai perdenti. La povertà è diventata una colpa, un debito non saldato nei confronti della società.
È su questo crinale che si trovano oggi le società occidentali, un crinale per nulla agevole, perché da questa altezza non si vedono ampie praterie di opportunità, ma un territorio fatto di ghetti e di ceti, di classi di cittadini che non si mescolano, non vivono insieme, non frequentano le stesse scuole, non hanno accesso alla stessa buona sanità. La società è divisa non tanto tra connazionali e immigrati, quanto tra i ricchi e gli acculturati e tutti gli altri. La retorica anti immigrazione è una lente che ingrandisce una piccola porzione, impedendoci di vedere il quadro completo. La democrazia non può accettare né la divisione in caste né una disuguaglianza programmata.
Si impegna a contenere la prima e la seconda natura (la sfortuna di nascita e di provenienza sociale) con strumenti costosi a debito di tutti: scuola, sanità, abitazione sono le condizioni di base senza le quali la vita può essere indegna. Le tasse, una maledizione per i liberali che si sono dissociati dalla democrazia, sono quella condizione strutturale che, tra l’altro, ci consente di controllare chi governa. La filantropia e la carità sono svincolate dal controllo pubblico; non le tasse. Chi promette meno tasse vuole anche meno controllo sul potere che esercita. Le tasse e il voto vanno insieme, a ragion veduta.
La destra non ha questa visione del mondo: non si pone il problema di tenere insieme il liberalismo e la democrazia e tratta quest’ultima come una cambiale in bianco che non implica né controllo né, idealmente, una ravvicinata alternanza al potere. La competizione sgomitante e il disprezzo verso un’attitudine sociale sono i suoi punti di forza, da cui derivano il rifiuto dell’eguaglianza (quella legale non meno di quella delle opportunità) e la concezione del potere come comando. Di democrazia non vi è che l’ombra, quella del viatico plebiscitario che hanno tutte le autocrazie.
La visione democratica ha il dovere di mettere in campo una progettualità capace di motivare. Daron Acemoglu ha suggerito tre componenti. Prima di tutto, l’accettazione della fallibilità: la democrazia come sistema che riconosce di poter sbagliare e correggersi, da cui discendono il valore del pluralismo e della tolleranza e, infine, la dialettica tra maggioranza e opposizione.
In secondo luogo, l’idea che la conoscenza e l’apprendimento siano fatti sociali dai quali discende la realizzazione della persona singola nella comunità; mettere in comune le conoscenze e costruire imprese tecnologiche per l’utile pubblico: questa è la premessa antimonopolistica e contro il gigantismo che umilia e distrugge non solo la democrazia, ma anche lo Stato. Infine, la motivazione a fare impresa comune: l’idea che nella conquista di obiettivi collettivi ci sia qualcosa di entusiasmante.
Non fu questa l’attitudine delle generazioni che ricostruirono il paese distrutto dai fascismi e dalla guerra? Creatività, sperimentazione e il piacere di costruire insieme, di aspirare a qualcosa che vada oltre l’immediato presente della vita, che unisca, non divida. Questi tre pilastri hanno a fondamento il lavoro, certamente liberato quanto più possibile dalla pena della fatica, ma condizione fondamentale per i singoli e la società. A partire dal lavoro: non è una retorica operaista del passato, ma l’assunzione di responsabilità verso il lavoro come oggi è, per renderlo radice degna della convivenza sociale, come lo fu in passato.




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