istrionico duce tra scena e politica
Mussolini e il teatro. Patricia Gaborik ricostruisce la
passione, mai sopita, del leader fascista, sviscerandola in ogni componente.
L’intento: educare il comportamento degli italiani, andando oltre la figura del
duce attore
Sergio Luzzatto
Il Sole 24ore, 25 ottobre 2026
La sera del 27 ottobre 1922 Benito
Mussolini era a teatro. Al Manzoni di Milano si rappresentava Il cigno, la commedia di Ferenc Molnár,
e il direttore del «Popolo d’Italia» seguiva lo spettacolo dal suo palco mentre
le squadre fasciste andavano muovendosi verso Roma. Durante il secondo atto, un
giornalista venne a chiamarlo: «Direttore, hanno telefonato. È cominciato».
Mussolini si alzò, salutò e uscì.
Così Margherita Sarfatti avrebbe
raccontato anni dopo, da amante ufficiosa del Duce, una serata destinata
comunque, per la coincidenza fra palcoscenico e colpo di mano, a diventare
memorabile. Nei fatti, nulla vi era di eccezionale nell’incontrare Mussolini
fra le ombre di un palco o il luccichio di un foyer: la sera prima, per dire,
lui e l’amante erano andati all’opera. Eccezionali, in compenso, sarebbero
state le fortune storiche di quell’immagine teatrale – o di quell’immaginetta.
Perché presto il vincitore della marcia su Roma sarebbe stato descritto, dagli
avversari non meno che dagli ammiratori, come un attore consumato. E dopo il
1945, l’immaginetta avrebbe conosciuto un successo ancora maggiore.
Il Duce istrione, il fascismo come
spettacolo, gli italiani come pubblico: una rappresentazione capace di spiegare
– tutt’insieme – il consenso, il culto del capo, le piazze oceaniche. Ma capace
anche di alleggerire retrospettivamente il peso della politica. Se un po’ tutto
nell’era fascista era stato una recita, si poteva finire con l’attribuire anche
troppo all’abilità del primattore, troppo poco alle responsabilità degli
spettatori, gerarchi o cittadini che fossero. Ed è contro questa scorciatoia
interpretativa che si iscrive Il teatro
di Mussolini di Patricia Gaborik, pubblicato in italiano da Garzanti.
Il punto di partenza di Gaborik è
semplice, ma non scontato: prendere il teatro alla lettera. Non i balconi come
palcoscenici né i gerarchi come comparse, bensì copioni e rappresentazioni,
attori e impresari, sovvenzioni e tournée. Ne emerge con forza un Mussolini che
la metafora dell’attore – paradossalmente – ha contribuito a nascondere. Da
giovane socialista, il romagnolo impaziente aveva scritto parecchio di teatro;
continuò poi a leggere drammi, a frequentare autori, a interessarsi di
recitazione. Maturi, i suoi gusti nulla avevano di casuale. Mussolini amava
D’Annunzio, Pirandello, Shaw; cercava nei testi ciò che cercava altrove, uomini
d’azione, volontà, conflitti, storia. E da capo del governo, quando il tempo a
sua disposizione per gli spettacoli diminuì drasticamente, non perciò smise di
occuparsi della scena teatrale italiana. Tutt’altro.
Un episodio vale a documentarlo con
efficacia quasi scolastica. Durante le feste di Natale del 1934, il Duce del
fascismo lesse una tragedia in versi di Francesco Pastonchi, e gliene scrisse a
lungo. Discusse la trama, la lingua, la recitabilità; segnalò immagini che
giudicava vaghe, versi che gli parevano deboli, il rischio che gli attori
finissero per «cantare» una poesia troppo preziosa invece di recitarla. Non era
il parere distratto di un mecenate. Né aveva allora alcunché di amatoriale la
collaborazione del Duce con un professionista affermato qual era Giovacchino
Forzano, drammaturgo e regista: nei tre drammi storici nati da quel rapporto,
Mussolini suggerì a Forzano i soggetti come le trame. Riconoscere all’inventore
del fascismo solide competenze teatrali non lo rende politicamente più
presentabile. Rende storicamente meno presentabile la comoda figura del despota
incolto.
Per ricostruire questa vicenda,
Gaborik – letterata di formazione – ha esplorato gli archivi del fascismo con
una sistematicità e un’acribia che nessuno storico aveva praticato prima di
lei. Lo attestano felicemente, nel libro, proiezioni cartografiche e
infografiche tanto originali quanto istruttive, o sorprendenti. In generale, lo
attesta la sua argomentazione a tutto campo intorno (così i titoli dei
capitoli) a «Mussolini critico», «Mussolini impresario», «Mussolini
drammaturgo», «Mussolini censore». Ne è venuto fuori un saggio importante per
davvero, che illumina di molta luce nuova la politica teatrale del Duce e del
regime.
Certo, in tale politica la propaganda
ebbe la sua parte, talvolta con risultati mediocri o grotteschi. Ma
l’investimento fascista sulla scena andò ben oltre i luoghi comuni. Il teatro
doveva educare il gusto, la lingua, il comportamento; doveva offrire un’esperienza
collettiva; doveva contribuire a quella trasformazione antropologica degli
italiani che il regime non cessò mai di perseguire. Da qui le sovvenzioni ai
teatri d’arte, i Carri di Tespi, le compagnie del Dopolavoro, i Teatri-Guf,
l’Accademia d’Arte drammatica: un investimento sull’alto come sul basso della
cultura della ribalta. Non occorreva che una commedia parlasse esplicitamente
del Duce per risultare utile alla causa. Poteva bastare che fosse, agli occhi
dei responsabili di regime, buona arte: accessibile, formativa, capace di sollevare
il pubblico al di sopra del puro intrattenimento commerciale.
Il lavoro della censura teatrale
illustra chiaramente fin dove potesse spingersi questa ambizione pedagogica.
All’Archivio centrale dello Stato restano 12.955 dei quasi 18mila copioni
sottoposti alla censura dal 1931 in avanti: cancellature a matita rossa o blu,
battute riscritte, scene espunte; e talvolta un grande «NO» sottolineato,
seguito dalla M di Mussolini. A vagliare quei copioni era Leopoldo Zurlo. Un
napoletano di mezza età, prefetto di carriera, che era cresciuto ascoltando una
nonna «ultraliberale» irridere i censori borbonici o pontifici, e che – tutto
sommato – di fascista aveva ben poco. Il capo della polizia, Arturo Bocchini,
lo aveva scelto perché aveva «letto qualche libro in più». Ebbene: dei 12.955
copioni conservati, soltanto 628 furono respinti. Non perché la dittatura fosse
mite: censurare significava più spesso correggere, amputare, negoziare,
autorizzare con riserva, che semplicemente proibire.
Nelle istituzioni teatrali create o
consolidate durante il Ventennio si formò una generazione destinata a occupare
– nell’Italia repubblicana – uno spazio culturale e politico ben diverso. Fra i
più appassionati critici teatrali dei Guf era un giovane di nome Giorgio
Napolitano. E quando nel 1947 Paolo Grassi e Giorgio Strehler fondarono a
Milano il Piccolo Teatro, scelsero la formula «Teatro d’arte per tutti». Erano
ormai altri gli uomini, altri i valori, altro lo Stato; ma non tutto aveva
bisogno di essere inventato da capo. Anche una dittatura può lasciare in
eredità sensibilità e competenze che sfuggono ai fini per cui erano state
alimentate e promosse.
Al teatro Manzoni di Milano, quella
sera d’ottobre del 1922, Mussolini aveva abbandonato Il cigno perché da Roma era arrivata una chiamata più urgente.
Negli anni del suo governo, avrebbe continuato a occuparsi di teatro con
un’assiduità che l’immaginetta del Duce attore ha contribuito ad occultare, e
che Patricia Gaborik ci aiuta adesso a ritrovare.
Patricia Gaborik
Il teatro di Mussolini
Garzanti, pagg. 480, € 26
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