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giovedì 11 giugno 2026

Prodi l'incompreso

Franco Monaco
Prodi e la crisi della sinistra: una visione non provinciale

Domani, 11 giugno 2026

Considerata la sua riconosciuta autorevolezza, suo malgrado (di recente il più diffuso quotidiano italiano gli ha attribuito opinioni mai espresse, costringendolo a una secca smentita), Romano Prodi è spesso tirato per la giacca e chiamato in causa dai più vari attori in dispute minori. Dispute tra correnti Pd e dispute nominalistiche con riguardo alla leadership del campo progressista. Curiosa la circostanza che si vada a caccia di indiscrezioni ma non si legga ciò che scrive sulla questione che più conta.

Ovvero la cultura politica e l’orientamento programmatico delle forze di centrosinistra. In un editoriale recente del quotidiano su cui spesso scrive, egli è stato singolarmente chiaro. Primo: il cuore del problema non sta nella leadership. Dunque, l’opposto di ciò che spesso gli si attribuisce. Secondo: la questione «non è solo italiana, ma riguarda la grande maggioranza dei paesi democratici». Finalmente un’ottica non provinciale. Raramente considerata dai nostri opinionisti.

Un po’ in tutto il mondo le sinistre non se la passano bene e le destre anche estreme raccolgono consensi. Lo dico con parole mie: in questo tempo le sinistre remano controcorrente. Il che prescriverebbe di non farla facile negli ingenerosi giudizi su chi attende al cantiere progressista nostrano. Terzo: il problema dei problemi è l’esplosione delle disuguaglianze originata dalla rivoluzione conservatrice e mercatista degli anni ottanta, intestata a Reagan e Thatcher. Ad essa – nota il professore – «i partiti socialdemocratici e riformisti non hanno reagito con una proposta alternativa ma con piccole correzioni. Il loro messaggio era che avrebbero fatto le stesse cose ma meglio degli altri. Il pensiero politico fondamentale è invece rimasto immutato».

Anziché – cito – operare «un ripensamento globale». Non certo la ricetta politica, ma di sicuro una preziosa fonte ispirativa in tal senso, nota Prodi, può venire dalla recente enciclica sociale di Papa Leone laddove egli mette a tema il rapporto circolare tra giustizia sociale e sviluppo economico e tecnologico. Nel quadro di tale riflessione l’appello conclusivo a che, parafrasando Marx, i riformisti di tutto il mondo si uniscano, opera un prezioso chiarimento: riformismo non è sinonimo di moderatismo, esso semmai presuppone l’affrancamento dalla subalternità al paradigma neoliberale a lungo dominante (anche a sinistra), la creatività e l’audacia di un pensiero politico a tutti gli effetti alternativo (una “elaborazione intellettuale mobilitante”).

Non voglio a mia volta usare Prodi. Dunque, qui mi fermo nella ripresa del suo scritto. Di mio aggiungo tre osservazioni a modo di sottolineature della utilità della riflessione prodiana. Primo: sarebbe finalmente il caso che la si finisca di usare a sproposito l’aggettivo riformista per definire uomini e posizioni di settori del ceto politico che se ne fregiano per bollare come massimaliste quelle che aspirano a un più audace cambiamento di paradigma. Diciamo quantomeno che i riformismi possono essere declinati al plurale, nessuno può rivendicarne l’esclusiva. Secondo: mai come oggi, il riferimento al magistero sociale della chiesa ispira un pensiero politico che semmai si connota per un punto di vista decisamente alternativo a quello dominante. Su tutte le questioni cruciali: pace-guerra, economia, welfare, migrazioni.

Di nuovo, se ne ricava che è un equivoco da smontare la pigra e persistente abitudine, nel linguaggio politico e giornalistico, di qualificare i cattolici come moderati e frenatori. Terzo: nelle parole di Prodi si può leggere anche un cenno critico e, azzardo, autocritico alla elaborazione della Terza via blairiana, con la quale, ancorché solo in parte, in un contesto assai diverso, nella seconda metà degli anni novanta, l’Ulivo ebbe qualche affinità. Va tuttavia osservato che la deriva verso una più stretta subalternità al paradigma neoliberista ebbe corso più avanti, con la nascita del Pd sin dal noto discorso del Lingotto. Il discorso sarebbe lungo, controverso e non possiamo svolgerlo qui, ma mi sentirei di sostenere che, dal punto di vista dell’editoriale prodiano, il Pd fece segnare un passo indietro se non un deragliamento rispetto all’elaborazione dell’Ulivo.



giovedì 26 marzo 2026

Sull'onda del referendum

Tomaso Montanari
Il progetto politico c'è, e si chiama Costituzione

Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2026

Sarà che abito a Firenze, ma è impressionante la quantità di persone sconosciute che per strada ti fermano a parlare del referendum, o semplicemente ti fanno un enorme sorriso felice. Una gioia contagiosa, legata a una partecipazione elettorale che non si vedeva da gran tempo: su su dai diciottenni che votavano per la prima volta fino ai centenari che si sono trascinati ai seggi con una dignità e una determinazione struggenti. A commuoverli, cioè a muoverli collettivamente ed emotivamente, è stata la difesa della Costituzione. Perché la Costituzione parla una lingua chiara e radicale: sta, senza se e senza ma, dalla parte di chi non ha altro potere o difesa. Non per caso, don Milani la chiamava “la legge che Cristo si aspettava da noi da secoli”: perché la sua lingua è il “sì, sì; no, no” del Vangelo.

Se c’è una cosa che la coalizione alternativa a questa destra deve innanzitutto capire è questa: non si vince ‘al centro’, perché le persone si riportano a votare parlando la lingua radicale della Costituzione. Parlando di giustizia, di solidarietà, di rifiuto della guerra in ogni forma, di difesa dei più deboli in Italia e nel mondo, di redistribuzione della ricchezza, di progressività fiscale, di diritto alla diversità e diritto all’eguaglianza. Finora anche il centrosinistra ha fatto sempre i conti dando per scontato che fosse impossibile allargare la base dei votanti: un meccanismo regressivo che a ogni tornata elettorale espelleva altri elettori. Lo confesso: io stesso non ho votato alle ultime Regionali, perché la Toscana non correva il rischio di passare a destra e la proposta del centrosinistra era quella di una davvero troppo grigia prosecuzione dello stato delle cose.

Ebbene, ora è il momento di cambiare, di rovesciare il tavolo, di ascoltare il nostro popolo – il popolo della Costituzione. Per decenni la sinistra ha inseguito una destra che soffiava sull’egoismo e sulla paura. Dalla precarizzazione del lavoro alla pessima riforma del Titolo V fatta ascoltando la Lega; dall’acquiescenza alle troppe guerre occidentali alla criminalizzazione dell’immigrazione culminata nelle scelleratezze delle leggi di Minniti; da una fiscalità non secondo Costituzione alle riforme pessime della scuola e università fino allo smontaggio del sistema sanitario, e a una incomprensibile timidezza sul cruciale tema ambientale: su tutto questo, e moltissimo altro, è l’ora di voltare pagina. È stata fortissima, nella campagna referendaria, la consapevolezza che una destra bandita dalla Costituzione la volesse colpire, smontare, abbattere. Ma il punto cruciale da comprendere è che essere antifascisti oggi vuol dire innanzitutto attuare la Costituzione della Repubblica. Si combatte lo scivolamento autoritario del Paese attuando l’articolo 3 della Costituzione: vera, sostanziale, eguaglianza fra uomini e donne, fra persone di pelle bianca e di pelle nera, valorizzazione delle differenze e redistribuzione della ricchezza, in un Paese sfigurato sempre di più dall’abisso che separa ricchi e poveri.

Il progetto politico c’è: si chiama Costituzione ed è capace di riportare a votare abbastanza persone da ribaltare un quadro politico che fin qui sembrava immobile. Sul piano tattico, l’unico che pare interessare al circo mediatico-politico, questo significa: liberarsi definitivamente di Renzi (che ha militato con ogni mezzo per il Sì) e di Calenda, la cui inclusione produce assai più astensioni dei pochi voti che riescono a portare inchiodando lo schieramento a posizioni regressive; aprirsi davvero al popolo della Costituzione e alle sue associazioni e articolazioni, dalla Cgil al mondo cattolico, all’universo delle donne e della diversità; non partire dal tema della leadership e dal feticcio delle primarie, cioè non costruire la casa iniziando a litigare sul tetto. Da questo punto di vista, le prime note della politica televisiva dopo la vittoria del No sono state stonate: il Paese aveva parlato la lingua altissima dei principi della Costituzione, e i capi del centrosinistra iniziavano subito a preoccuparsi del loro posizionamento e potere. La cosa più intelligente l’ha detta Elly Schlein, citando il referendum sull’acqua: che fu una grande pagina e poi subito un’occasione politicamente perduta. Stavolta non possiamo permetterci che accada qualcosa del genere: la Costituzione non reggerebbe a un altro mandato di governo di questa destra autoritaria, corrotta e pericolosa. Una destra che è oggi maggioranza solo in Parlamento, mentre è clamorosamente minoranza in quel popolo (loro dicono ‘nazione’) che sempre invocano per legittimarsi a comandare senza limiti. Ora è chiaro come batterla definitivamente: parlando la lingua della Costituzione, riportando la gente a votare. Mancare l’obiettivo, questa volta non è un’opzione.

sabato 10 gennaio 2026

Le promesse mancate di Giorgia

 

Dieci promesse non mantenute dal governo Meloni nel 2025
Il Post, 31 dicembre 2025

In alcuni casi sono impegni precisi presi per il 2025, e non rispettati. In altri, sono battaglie storiche che anche quest’anno non sono state portate a termine, e anzi per certi versi sono state platealmente contraddette. Non è in queste dieci promesse mancate che può risolversi il bilancio dell’azione del governo di Giorgia Meloni nel 2025, ma i ritardi e le mancanze nel perseguire gli obiettivi prefissati denunciano senz’altro una certa difficoltà, visto che siamo ormai nel quarto anno della legislatura, e dunque il programma elettorale dovrebbe essere in realtà già in larga parte completato.

1) Il ponte sullo Stretto
La più imponente delle promesse mancate, se non altro da un punto di vista fisico, riguarda il ponte sullo Stretto. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini lo ha fissato come obiettivo fondamentale del suo mandato e ha più volte annunciato l’imminente avvio dei lavori. «A poche settimane l’avvio dei cantieri», disse ad aprile. «Entro l’estate», confermò a fine luglio. È finito il 2025, e i cantieri ancora non ci sono, anche a causa delle storture e delle lacune nel progetto rilevate dalla Corte dei conti, a cui il governo, dopo un’aspra polemica, si è detto pronto a replicare. Non lo ha ancora fatto, anzi.

2) I 25 miliardi per le imprese
La promessa mancata più rilevante sul piano finanziario è invece quella che Meloni aveva fatto l’8 aprile scorso, quando aveva annunciato lo stanziamento di 25 miliardi di euro a favore delle imprese per fare fronte ai dazi imposti da Donald Trump. Le fonti da cui intendeva reperire una mole così consistente di risorse erano varie, e prevedevano procedure complesse e cervellotiche. Di fatto, quasi nulla di quei soldi è stato effettivamente messo a disposizione del sistema industriale italiano.

Per certi versi è proprio questa la mancanza più evidente del governo: la difficoltà nell’introdurre misure e riforme a sostegno della produttività e degli investimenti per la crescita. Anzi, la gestione dei principali progetti di questo genere, come Transizione 5.0, è stata piuttosto fallimentare. Quando ha provato a modificarli il governo ha finito col combinare dei mezzi disastri, generando insofferenza e proteste tra gli industriali.

Nella legge di bilancio si è cercato di correggere alcune delle storture più evidenti, e nella revisione fatta dal governo all’ultimo momento utile sono stati inseriti poco più di 3 miliardi per le imprese, che serviranno però in buona parte per finanziare delle vecchie misure introdotte dai precedenti governi che Meloni e il ministro per le Imprese Adolfo Urso avevano voluto eliminare, salvo poi rivalutarle a tre anni di distanza. Tutto questo è successo in un contesto piuttosto drammatico per la produzione industriale, che ha registrato un calo quasi ininterrotto da quando c’è il governo Meloni (32 mesi su 36 di decrescita).

3) La vendita dell’ex ILVA
Ricadono sotto le competenze di Urso anche le mancate promesse sugli impianti dell’ex ILVA di Taranto. Nell’ottobre del 2024 il ministro disse che la procedura per vendere l’acciaieria, alla quale si erano inizialmente mostrate interessate 15 aziende, si sarebbe conclusa con successo con ogni probabilità «già agli inizi del prossimo anno», cioè del 2025. Siamo alla fine dell’anno e l’esito della gara pare ancora incerto e lontano: anzi, a novembre Urso ha annunciato che ai due principali gruppi rimasti in ballo se ne era aggiunto un terzo.

4) Il Piano Casa
Anche il Piano Casa resta tra gli annunci rimasti in sospeso. Meloni lo aveva presentato come una priorità per il governo nel suo intervento al Meeting di Rimini, a fine agosto. Dal suo staff e da quello di Salvini, direttamente coinvolto nel progetto, erano circolate inizialmente stime di spesa enormi, di circa 15 miliardi, poi progressivamente ridotte a 8 e a 3. Nella legge di bilancio non c’è nulla di tutto ciò: è previsto soltanto il possibile utilizzo, a fini di piani di edilizia popolare, di un fondo di 560 milioni tra il 2028 e il 2030: ma era un fondo già stanziato nella legge di bilancio dello scorso anno, che è stato semplicemente confermato.

5) I centri in Albania, di nuovo

«Funzioneranno», aveva assicurato Meloni nel dicembre del 2024, parlando dei centri per migranti in Albania. «Il modello Albania funzionerà», ha ripetuto Meloni alla Camera questo dicembre. Si capisce quindi che no, neppure nel 2025 ha funzionato. E nel 2026 forse, ma ancora non si sa. Nel frattempo il numero degli sbarchi di persone migranti dal Mediterraneo si è stabilizzato: ci sono stati 66.296 arrivi nel 2025, una ventina in più rispetto al 2024, e sostanzialmente in linea coi 67.040 registrati nel 2021, l’ultimo anno prima dell’arrivo del governo Meloni.

6) Il piano per le carceri
Ultimamente l’emergenza umanitaria del sovraffollamento carcerario è stata richiamata spesso anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che è dello stesso partito della presidente del Consiglio. Meloni a gennaio aveva promesso «7.000 nuovi posti in tre anni, a partire dal 2025». A novembre il suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, aveva rilanciato: 11.000 nuovi posti entro la fine del 2027. Da quando Meloni ha fatto quell’annuncio i nuovi posti, secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 26 novembre, sono stati 479. Contando anche quelli che si stima siano stati consegnati in tutto l’anno, si arriva a circa 650.

7) Le pensioni
Rientra invece nella categoria delle battaglie storiche del centrodestra la riduzione dell’età pensionabile. Nell’agosto del 2022 Salvini aveva esortato i suoi elettori a spernacchiarlo se nel giro di un anno, arrivato al governo, non avesse abolito la legge Fornero, da lui contestata in modo violento per oltre un decennio.

Di anni ne sono passati più di tre: ma anche il 2025 si è concluso senza alcuna abolizione della legge Fornero, e anzi con un generale inasprimento dei parametri per il pensionamento anticipato. Dal 2027, inoltre, il governo prevede un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile: l’esatto contrario di quello che era stato promesso.

8) Le accise
Nella stessa categoria va incluso anche l’impegno di Meloni per la riduzione delle accise sui carburanti. Nel 2019 la leader di Fratelli d’Italia ne chiedeva la progressiva abolizione, definendole uno scandalo e una vergogna. Anche nel terzo anno del suo governo, come già nei due precedenti, Meloni ha introdotto invece un aggravio complessivo delle accise.

La legge di bilancio prevede, a partire dal primo gennaio, un allineamento di quelle sulla benzina e di quelle sul gasolio: le prime scenderanno di 4,05 centesimi al litro, le seconde aumenteranno in modo corrispondente, così che entrambe si fisseranno a 672,90 euro per 1.000 litri di benzina (poco più di 67 centesimi a litro). Da questa rimodulazione, in virtù del maggior consumo di gasolio rispetto alla benzina, lo Stato incasserà 587 milioni di euro in più nel 2026, e più di 1,3 miliardi complessivi fino al 2028.

Analogamente aumenteranno anche le accise sul tabacco: da 29,5 a 32 euro per mille sigarette nel 2026, e poi 35,50 euro nel 2027 e 38,50 euro a partire dal 2028. Ne conseguirà un maggior gettito di 213 milioni di euro per l’anno prossimo, 466 milioni nel successivo e 797 milioni nel 2028.

9) La riduzione delle tasse
Nella politica fiscale il governo Meloni viene meno a un proposito tante volte ribadito dai partiti del centrodestra: la riduzione delle tasse. Considerando le misure introdotte nel 2025, la pressione fiscale sale infatti al 42,8 per cento, il tasso più alto da dieci anni a questa parte, laddove in passato la proposta di Meloni era stata quella di introdurre un limite costituzionale del 40 per cento.

Questo poco onorevole record viene paradossalmente conseguito inasprendo le imposte di cui il centrodestra predicava l’abolizione nel suo programma elettorale del 2022, come l’IRAP (imposta regionale sulle attività produttive, aumentata per banche e assicurazioni) che Silvio Berlusconi definiva «l’imposta rapina» e la “Tobin tax”, quella sulle transazioni finanziarie, che la Lega definiva «distorsiva» e per questo ne invocava la soppressione.

10) Il sostegno alla natalità
Un altro punto su cui il governo Meloni è venuto meno alle promesse è un’altra storica battaglia del centrodestra: quella per la natalità. A luglio il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lasciò intendere che stava lavorando all’introduzione di una «super detrazione» per le madri: 2.500 euro per il primo figlio, e ulteriori 5.000 euro per ciascun altro figlio. Ci aveva già provato l’anno precedente, e quello prima ancora, promettendo nuove poderose agevolazioni fiscali per le famiglie numerose, che sarebbero costate intorno ai 5 miliardi di euro.

Non se ne fece nulla nel 2023 e nel 2024, e non se ne è fatto nulla neppure quest’anno. La misura più consistente su questo tema è l’aumento da 40 a 60 euro mensili del bonus per le madri che abbiano almeno due figli e un reddito ISEE (calcolato cioè con questo specifico indicatore) non superiore a 40mila euro annui, fino al compimento del decimo anno del figlio più piccolo (o diciottesimo anno, se si hanno almeno tre figli). Il costo complessivo dell’intervento è di 630 milioni di euro.

martedì 18 novembre 2025

La solitudine di Elly

Antonio Floridia
(Quasi) tre anni dopo: il problema PD e l'ultima occasione per Elly Schlein

il manifesto, 18 novembre 2025

È evidente: Elly Schlein è sotto assedio, e non è una novità; ma cosa sta facendo per spezzare questo accerchiamento? Poco o nulla, è la risposta che mi sento di dare. Su queste pagine sono state sottolineate le difficoltà in cui la segretaria del Pd si trova impigliata.

Come ha scritto Alfio Mastropaolo, Schlein «ha la colpa di aver eluso un confronto programmatico più approfondito». E Carlo Trigilia rincara: «Concretismo senza progetto», mentre Filippo Barbera segnala lo scarto tra le aspettative e la «vischiosità» di un partito che si muove secondo altre logiche. Tutto giusto. Ma vorrei qui richiamare l’attenzione anche sulla vera e propria trappola in cui Schlein si trova incastrata.
All’inizio, c’era dinanzi a lei una missione quasi impossibile: salvare il partito dal baratro in cui stava precipitando dopo le elezioni del settembre 2022 (a proposito: è stupefacente la disinvoltura con cui i cosiddetti padri nobili, da Prodi a Gentiloni, sorvolano sulle cause che hanno portato il Pd a perdere sei milioni di voti tra il 2013 e il 2022. Silenzio assoluto. Eppure era un partito dal profilo «riformista», come lo vorrebbero ora: cosa non ha funzionato? Ah, saperlo…). Questa prima fase è stata coronata da successo: soprattutto perché, faticosamente, la segretaria ha cercato di restaurare un’immagine di sinistra del partito.

Ma ai «riformisti» non sta bene: e forse si sta arrivando al momento di prendere atto che è fallito il progetto di un partito che tenesse insieme il centro e la sinistra, senza riuscire a parlare né nell’una né nell’altra direzione. Il Pd naviga ora su percentuali di voto dignitose, ma da molti mesi questi livelli di consenso sembrano stagnanti, e non appare avere molti margini di espansione elettorale, in primo luogo perché proietta di sé un’immagine poco coerente.

Chiusa la fase di messa in sicurezza del partito, sarebbe dovuta iniziare la fase del ripensamento e della ricostruzione, che non è mai iniziata. Due erano le direttrici su cui quanto meno era necessario cominciare a lavorare (anche senza pretendere risultati immediati): il profilo politico e culturale del partito, il suo progetto, e una profonda riforma del modello organizzativo del partito e delle forme della democrazia interna (due temi su cui ci siamo più volte soffermati su queste pagine, e su cui non occorre tornare). E invece c’è stato poco coraggio, quasi si avesse il timore di addentrarsi su un terreno ricco di incognite. Come che sia, le tare delle origini si aggravano: un partito privo di un’identità precisa, che continua a trasmettere un’immagine di indeterminatezza e improvvisazione; un partito privo di un’impalcatura teorica e culturale, che non ha o non sa far funzionare nemmeno le possibili sedi per rimediare, ad esempio una Fondazione di cultura politica che faccia il suo lavoro.

Limite dell’azione della segretaria, in questi ultimi due anni, è stato quello di concepire l’offerta politica del partito come una sequenza di single issues, come il susseguirsi di singole proposte che parlano a un segmento di società, ma che rischiano di restare mute rispetto a tutti gli altri. Per inciso, è proprio l’assenza di questa visione strategica che crea poi le premesse anche per gli infortuni politici, come accaduto sulla questione della patrimoniale: il sindacato fa il suo mestiere proponendo una misura specifica, il partito dovrebbe fare il suo, inquadrando le singole proposte nella cornice di una nuova politica fiscale ed economica. È incredibile come si sia ricascati, in questi giorni, nello stesso identico errore commesso da Letta, alla vigilia delle scorse elezioni, quando propose una mini-patrimoniale a favore dei diciottenni: proposta in sé sensata, ma che venne facilmente colpita e affondata dalla destra, senza alcun beneficio elettorale per la sinistra, anzi.

A Elly Schlein non si può rimproverare questo vuoto strategico di lunga data: ma, a tre anni dalle primarie, si può però rimproverarle il mancato avvio di un processo di riforma del partito, anche per ciò che riguarda il modello organizzativo. Il Pd, molto spesso, è un partito letteralmente repulsivo, che respinge cioè chi si propone di dare una mano, anche perché non si sa nemmeno come impegnare gli eventuali nuovi iscritti. E qui sta il paradosso di Schlein: per cambiare il partito avrebbe bisogno di tutti coloro che l’hanno sostenuta alle primarie, ma questi si guardano bene dall’entrare nel partito (per cambiare, ad esempio, gli equilibri nei gruppi dirigenti locali), perché la routine del partito, di fatto, non ha bisogno di nuove energie. E così si alimenta quel circuito di sfiducia che Barbera segnalava.

Cosa fare per attivare queste forze esterne? Per esempio annunciare sin da ora che il prossimo congresso si svolgerà sulla base di piattaforme politiche alternative (come lo stesso statuto attuale consente). Forse la prospettiva di una sede in cui si possa finalmente discutere, e votare, ad esempio, sulla questione del riarmo potrebbe sollecitare interesse e partecipazione. Senza un vero congresso, il Pd muore. Per questo, i prossimi sei mesi sono l’ultima finestra temporale a disposizione di Schlein: è in grado di lanciare una fase di costruzione del programma in vista delle elezioni? Sarà in grado di coinvolgere tutte le forze sociali e intellettuali che, su questo terreno, sono disponibili ad impegnarsi?

martedì 11 marzo 2025

Trump, il mandato fragile

 


William Mc Cormick
Trump è di nuovo presidente degli Stati Uniti: come governerà?
La Civiltà Cattolica, 9 gennaio 2025... 

... Se figure così diverse come Burke, Rousseau, Herder e Marx ci  ricordano che la resistenza alla modernità liberale è praticamente coestensiva con la modernità a cui si oppone, allora la sfida della politica statunitense comincia a sembrare quasi insormontabile: come si farà a trasformare la diffusa insoddisfazione della società contemporanea in un programma positivo e proattivo per una riforma sostenibile e un cambiamento significativo? Alla luce di questa sfida, Yuval Levin lancia un avvertimento ai repubblicani; "Non confondete la vittoria elettorale con un mandato!". Egli afferma: "Questa è la trappola in cui tendono a cadere i nostri presidenti del XXI secolo. Vincono le elezioni perché i loro avversari erano impopolari e poi, immaginando che il pubblico abbia approvato il programma degli attivisti del loro partito, usano il potere della loro carica per rendersi impopolari. Ecco perché il pubblico si è spostato a sinistra su questioni chiave durante il primo mandato di Biden: Gli elettori in queste elezioni hanno respinto gli eccessi e i fallimenti della sinistra molto più di quanto abbiano approvato la destra o qualsiasi altra cosa".

Resta molto da scoprire sul futuro degli Stati Uniti. Ma certo il mondo osserverà come si svilupperà.