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giovedì 16 luglio 2026

Il cuore spezzato dell'Inghilterra

Matt Hughes
L'Inghilterra è a pezzi dopo la drammatica doppietta dell'Argentina che le garantisce un posto in finale di Coppa del Mondo
The Guardian, 16 luglio 2026

 Mercoledì sera l'Inghilterra ha subito una cocente delusione ai Mondiali: due gol subiti in sette minuti hanno regalato all'Argentina una vittoria in rimonta per 2-1 e la qualificazione alla finale contro la Spagna di domenica.

Lautaro Martínez ha segnato il gol della vittoria con un colpo di testa da distanza ravvicinata nei minuti di recupero, dopo che Enzo Fernández aveva pareggiato con una splendida conclusione dal limite dell'area di rigore inglese all'85° minuto, con Lionel Messi che ha fornito gli assist per entrambe le reti.

L'Argentina avrà l'opportunità di difendere il titolo mondiale contro i campioni d'Europa a New York, una partita imperdibile che segnerà l'ultima apparizione di Messi sul palcoscenico più importante.

Messi ha guidato i festeggiamenti gioiosi dei giocatori argentini davanti ai propri tifosi dopo il fischio finale, con alcuni membri della squadra che hanno esposto uno striscione con la scritta "Las Malvinas son Argentinas" ("Le Isole Falkland sono argentine"), in un riferimento all'inimicizia storica suscitata da questa partita. A distanza di 44 anni, il conflitto rimane fonte di amarezza in Argentina , ma la decisione dei giocatori di esprimersi potrebbe portare a provvedimenti disciplinari da parte della FIFA.

L'Inghilterra era a pochi minuti dal fare la storia raggiungendo la sua prima finale di Coppa del Mondo maschile dal 1966, e la prima in trasferta, ma ha pagato il prezzo di aver adottato una tattica difensiva dopo che Anthony Gordon aveva portato la squadra in vantaggio al 55° minuto.

Le sostituzioni effettuate da Thomas Tuchel sono state immediatamente criticate da esperti e tifosi: l'allenatore ha infatti inserito tre difensori e ha optato per una difesa a cinque nel tentativo di preservare il vantaggio di 1-0.

Gordon è stato il primo a essere sostituito al 72° minuto, con Ezri Konsa al suo posto, dato che Tuchel aveva dato istruzioni ai suoi giocatori di adottare un modulo 5-3-2, con l'ingresso di altri due difensori, Dan Burn e Nico O'Reilly, all'82° minuto.

Il capitano Harry Kane, che ha segnato sei gol prima della finale per il terzo posto dell'Inghilterra contro la Francia di sabato – due in meno di Messi e Kylian Mbappé nella corsa alla Scarpa d'Oro – ha ammesso che l'Inghilterra si era mostrata troppo difensiva dopo essere passata in vantaggio.

"Una volta passati in vantaggio per 1-0, abbiamo cercato solo di resistere, il che a questo livello non basta", ha dichiarato alla BBC. "Sono distrutto per i ragazzi, distrutto per tutti, la squadra, lo staff, i tifosi. Abbiamo giocato una buona partita per la maggior parte del tempo."

"Sono distrutto perché abbiamo lavorato duramente per arrivare fin qui. I ragazzi hanno dato tutto: ogni singolo passo, sudore, sangue, lacrime, qualsiasi cosa. Fallire come abbiamo fatto oggi è davvero devastante."

Gioia per l'Argentina e agonia per l'Inghilterra al fischio finale. Foto: Dylan Martinez/Reuters

“Dopo il gol, che fosse per via del loro maggior numero di uomini in avanti o semplicemente perché non riuscivamo a contrastarli uomo per uomo, è stata un'ondata dopo l'altra [di attacchi argentini]. Abbiamo cercato di resistere, i ragazzi hanno fatto dei blocchi, ma alla fine non è bastato.

"Abbiamo avuto molti bei momenti in questo torneo. Molte belle partite. Un'altra semifinale. Parliamo di essere vicini alla vittoria. Ci siamo, dobbiamo solo trovare quel tassello mancante nella fase finale del torneo."

"Questi tornei ti prosciugano le energie: richiedono tantissimo impegno, pressione e una grande concentrazione mentale, e noi ne abbiamo dimostrato molto in queste sei-sette settimane che abbiamo trascorso insieme. Ci manca solo quel tassello finale."

Tuchel ha difeso le sue sostituzioni, ma ha ammesso che all'Inghilterra è mancata l'aggressività dopo il vantaggio e ha concesso troppo facilmente il possesso palla. "Siamo delusi", ha detto. "Eravamo così vicini, ma siamo diventati troppo passivi dopo il gol. Abbiamo concesso troppi cross, troppe occasioni e troppi tiri. Eravamo vicini, ma non siamo riusciti a mantenere alto il livello dopo aver segnato."

«Abbiamo deciso di passare a una difesa a cinque perché gli spazi erano troppo ampi e [dovevamo] essere forti nel gioco aereo. Subito dopo il gol, senza effettuare sostituzioni, abbiamo concesso troppi cross. Abbiamo cercato di aiutare i giocatori, ma la responsabilità è dell'allenatore.»

Thomas Tuchel passa accanto ad Anthony Gordon, uno dei giocatori che ha sostituito, dopo la sconfitta dell'Inghilterra. "La responsabilità è dell'allenatore", ha detto. Foto: Richard Callis/SPP/Shutterstock

“Certo che volevamo segnare il secondo gol, ma non serve a niente se non si ha il possesso palla. Siamo diventati troppo passivi, non riuscivamo a tenere il possesso. Non credo sia stato un problema strutturale. La partita è cambiata completamente e capisco che se ne parli, che ci siano milioni di allenatori là fuori che ne sanno di più. Devo prendere una decisione.”

Tuchel ha insistito di non avere rimpianti, ma il modo in cui l'Inghilterra è stata sconfitta influenzerà la percezione dei risultati ottenuti in precedenza nel torneo, ovvero il raggiungimento della semifinale di Coppa del Mondo per la quarta volta nella storia della squadra.

Le prestazioni dell'Inghilterra sono state altalenanti, con l'eroica vittoria contro il Messico, ottenuta in inferiorità numerica allo stadio Azteca nei sedicesimi di finale, come indubbio momento culminante, prima della sofferta vittoria ai supplementari contro la Norvegia in condizioni di umidità estrema a Miami lo scorso fine settimana.

"Nessun rimpianto, non al momento", ha detto Tuchel. "Ci siamo andati molto vicini, meritavamo di essere in vantaggio per 1-0: abbiamo giocato una delle nostre migliori partite [fino a quel momento], forse la migliore in assoluto."


venerdì 10 luglio 2026

Centro o non centro

 

Maria Teresa Meli 

Renzi: «Il Campo largo? Non basta, si vince solo con il cen­tro­si­ni­stra unito»

ROMA Mat­teo Renzi, anche ieri lei è tor­nato a insi­stere sul fatto che senza i rifor­mi­sti l’alleanza Pd, M5S e Avs non vin­cerà. Teme che qual­cuno non la voglia den­tro?

«Non ho timori, ho la cer­tezza che il blocco unico Pd– M5S–AVS da solo per­derà le ele­zioni. Il Campo largo perde, il cen­tro­si­ni­stra unito vince. Lo dice la mate­ma­tica, lo dice la poli­tica, lo dice il buon senso. Ser­vono i voti dei rifor­mi­sti. Non voglio rega­lare i garan­ti­sti al cen­tro­de­stra. Non voglio per­dere il voto dei ceti pro­dut­tivi che pure sono disgu­stati da Urso e da Sal­vini. Non voglio che il voto dei mode­rati vada a Van­nacci. Ecco per­ché dico che serve un cen­tro­si­ni­stra diverso dalla foto di Napoli».

Che impres­sione le hanno fatto le con­te­sta­zioni di ieri a Napoli?

«A Napoli è sem­pre così. Ricordo un comi­zio da segre­ta­rio del Pd del 40%, pre­mier in carica, dove fui fischiato da quelli che oggi sono diven­tati Potere al Popolo. Penso che il Campo largo non possa rin­cor­rere chiun­que stia a sini­stra. Non si vince inglo­bando Potere al Popolo, che comun­que non si farebbe inglo­bare, ma vin­cendo al cen­tro».

Conte dice che la Rus­sia non è una minac­cia per l’europa. La pensa anche lei così?

«Asso­lu­ta­mente no. La Rus­sia ha invaso l’Ucraina e que­sto è un fatto, per giunta un fatto cri­mi­nale, non una nar­ra­zione occi­den­tale. La gente a Kiev muore sotto le bombe russe. Ce lo stiamo dimen­ti­cando? Poi penso anche che l’Europa dovrebbe avere una poli­tica estera più cre­di­bile e che non bastino le san­zioni alla Rus­sia, che ho votato, e non basti l’invio delle armi, senza l’invio delle quali non esi­ste­rebbe più l’ucraina: serve un inviato spe­ciale della Ue per chiu­dere un con­flitto che Putin ha ini­ziato con l’inva­sione, garan­tendo una pace giu­sta per Kiev».

Se vin­cete alle Poli­ti­che, biso­gna gover­nare con que­ste dif­fe­renze e in poli­tica estera non sarà facile.

«Lo rico­no­sco. Ma non è che nel cen­tro­de­stra la poli­tica estera sia un col­lante. Van­nacci e Sal­vini non hanno sull’ucraina le idee di Meloni e Tajani. E Trump sarà una varia­bile impaz­zita nell’anno delle ele­zioni. In com­penso a sini­stra abbiamo alcuni punti comuni a comin­ciare dalle misure sui salari, sui gio­vani da aiu­tare a restare, su indu­stria 4.0 e sulla sanità. Le cose che ci uni­scono sono più nume­rose di quelle che ci divi­dono».

Fatto sta che non era­vate a Napoli men­tre avete lan­ciato una ini­zia­tiva per le pre­fe­renze davanti ai super­mer­cati.

«Non siamo andati a Napoli per­ché il Campo largo è una defi­ni­zione che ci sta stretta. Noi siamo per il cen­tro­si­ni­stra, non per il blocco PD–M5S–AVS. Non era­vamo su quel palco, come non era­vamo sotto quel palco come hanno fatto altri: i rifor­mi­sti non ele­mo­si­nano spazi, pro­pon­gono idee. Per que­sto abbiamo orga­niz­zato cen­ti­naia di tavo­lini in tutta Ita­lia su costo della vita e pre­fe­renze: vogliamo che deci­dano i cit­ta­dini, non i segre­tari di par­tito».

Si è rita­gliato il ruolo di anti-meloni. Adesso sta per uscire il suo libro «Quando c’era lei», per Sol­fe­rino.

«Io fac­cio oppo­si­zione a Meloni per­ché temo che nella pros­sima legi­sla­tura lei vada al Qui­ri­nale e Van­nacci a Palazzo Chigi o vice­versa. E chi crede nei valori rifor­mi­sti non può accet­tare que­sto incubo. So che nel Campo largo qual­cuno fa oppo­si­zione più a me che a Meloni ma non mi inte­ressa. Da set­tem­bre tor­nerò a girare l’Ita­lia e la scheda elet­to­rale Iv casa Rifor­mi­sta ci sarà e farà la dif­fe­renza».

Anche altre for­ma­zioni cen­tri­ste vogliono pre­sen­tarsi alle ele­zioni. Ci saranno più liste rifor­mi­ste?

«Sì. Ho visto che ci sono vari sog­getti che vogliono can­di­darsi. Fac­cio loro i migliori auguri: in un sistema pro­por­zio­nale que­sto è un bene. Noi siamo radi­cati su tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale, abbiamo risorse, abbiamo due gruppi par­la­men­tari che ci garan­ti­scono le firme senza biso­gno dell’esen­zione dalla rac­colta che serve ai par­titi più pic­coli: ci siamo. E saremo deci­sivi».

Se alle primarie si andasse al bal­lot­tag­gio tra Conte e Schlein lei per chi vote­rebbe?

«Al bal­lot­tag­gio tra Conte e Schlein, vote­rei Elly. Ma non ho accan­to­nato il pro­getto di avere un nostro can­di­dato o una nostra can­di­data forte fin dal primo turno. Credo poco a improv­vi­sati par­titi degli asses­sori, men­tre ho grande fidu­cia in chi ha fatto il sin­daco. Ecco, Casa Rifor­mi­sta è pronta a soste­nere un sin­daco o ex sin­daco. E al primo turno non andremo male, mi creda».

Un’ultima domanda. C’è chi dice che die­tro lo scoop delle foto tra Ranucci e Lavi­tola ci sia stato lei, per ven­di­carsi del ser­vi­zio di Report all’auto­grill.

«Lo scoop delle foto di Ranucci e Lavi­tola lo facemmo noi, tre anni fa, al Rifor­mi­sta. Ma era appunto uno scoop, non una ven­detta. Quanto a Ranucci: gli ho dato la soli­da­rietà dopo l’atten­tato, non capi­sco bene que­sta sua ami­ci­zia con Lavi­tola ma ho grande stima nel pro­cu­ra­tore Vil­lani e nei suoi uomini. Sono certo che la verità verrà fuori e che il tempo, come sem­pre, sarà galan­tuomo».

giovedì 9 luglio 2026

Gli stretti come armi

Federico Fubini
Da Hormuz a Bering, gli stretti come armi. La minaccia di Putin

Corriere della Sera, 9 luglio 2026

Il 4 luglio Dmitry Medvedev è tornato da Teheran a Mosca su un aereo di Stato russo. Attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza costituito dal Cremlino, già presidente durante un interludio fra il 2008 e il 2012 al potere di Vladimir Putin, Medvedev era stato inviato in Iran il giorno prima per guidare la delegazione di Mosca ai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei.

Nel volo di ritorno, il dirigente russo ha pronunciato poche frasi che lasciavano capire quanto fosse precario l’equilibrio raggiunto fra Teheran e Washington attorno a Hormuz. Con la guerra «l’Iran si è trovato in possesso di un’altra arma, non meno potente di una bomba atomica: lo Stretto di Hormuz. Bloccando il passaggio, ha dimostrato il suo potere — ha detto Medvedev —. Sono in corso discussioni su come lo Stretto opererà in futuro. Credo che l’Iran abbia un asso nella manica oltre a questa “arma nucleare”: ha anche un’“arma termonucleare” e mi riferisco allo stretto di Bab el-mandeb — ha continuato l’ex delfino di Putin —: può essere usato, nel caso di un conflitto, per creare una situazione in cui tutti i trasporti di petrolio o altro siano completamente bloccati. Spero non accada, ma tutti gli Stati che cercano conflitti lo devono tenere presente».

L’ex presidente russo si era senz’altro appena informato presso i dirigenti di Teheran. Succedeva appena due giorni prima che la Guardia rivoluzionaria di Teheran tornasse a prendere di mira una nave gasiera del Qatar, una petroliera saudita e un terzo tanker da idrocarburi (di cui non si conosce l’identità). Nelle stesse ore un’altra petroliera indiana, la Lila Vadinar, si era avventurata verso l’uscita dello stretto, per poi invertire la rotta e tornare nel Golfo. Evidentemente si sentiva minacciata dai pasdaran.

La colpa di queste navi, con ogni probabilità, è di non aver chiesto una licenza di passaggio alla Guardia rivoluzionaria iraniana. Di non essersi registrate, nello specifico, alla «Autorità dello stretto del Golfo persico» che il regime di Teheran ha costituito in maggio per reclamare il diritto al controllo di quel tratto di mare. La nuova deflagrazione di guerra è infatti legata a questo equivoco che mina la tregua, evidente fin dalle prime ore dopo l’annuncio dell’intesa fra Stati Uniti e Iran per negoziare una pace (si veda il Corriere del 16 giugno). Teheran pretende di stabilire un sistema di licenze per l’accesso e l’uscita dal Golfo, se possibile con sistemi di pagamento. La Casa Bianca nei 14 punti del cessate-il-fuoco concordati a metà giugno aveva sottoscritto un passaggio decisivo: l’iran — si legge al punto cinque — dialogherà con l’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi di Hormuz (…) in linea con i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto.

Già questa frase, accettata dagli americani, va vicina a violare i principi di libertà di navigazione che gli Stati Uniti stessi hanno fatto rispettare per 80 anni sulla base del diritto internazionale. L’iran l’ha letta come un diritto di pedaggio — esplicito o no — o almeno come un potere di controllo sulle acque. Il fatto stesso che Medvedev abbia esteso la minaccia anche allo stretto di Bab el-mandeb, che mette Suez e il Mediterraneo in comunicazione con l’asia e da cui passa oggi parte del greggio saudita, lasciava capire che i negoziati su Hormuz stavano andando male. Del resto Teheran aveva già fatto le prove generali del blocco degli stretti proprio istigando nel 2023 la milizia yemenita degli Houthi a bloccare Bab el-mandeb (da allora lì il traffico non si è più ripreso).

Inebriato dal relativo successo militare, è molto probabile che l’Iran abbia cercato di alzare la posta pretendendo forme di pagamento su Hormuz. Ma non è un caso che la vicenda interessi tanto i russi: Mosca impone già licenze e dazi — fino a 700 mila dollari per transito — alle navi che, grazie al riscaldamento globale, sempre più spesso attraversano l’artico (in acque internazionali) fra l’atlantico e le coste asiatiche del Pacifico. Il precedente di un controllo di Hormuz, magari con pedaggio, non farebbe che istigare nuove pretese russe sull’artico e sullo Stretto di Bering o magari, in futuro, della Malesia su Malacca e della Cina sullo Stretto di Taiwan. Così la libertà di navigazione che ha sorretto il commercio globale nel dopoguerra è entrata in una nuova era più impervia. Lo ha fatto nel giorno in cui le prime bombe di Donald Trump sono cadute su Teheran, quattro mesi fa.

martedì 7 luglio 2026

Il ritiro americano

 


Piotr Smolar
Alexandra De Hoop Scheffer, politologa: "Gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica di saturazione strategica" 

Impegnata su più fronti, Washington sta rinegoziando unilateralmente l'accordo commerciale transatlantico, esercitando pressioni sugli alleati europei affinché si assumano la responsabilità della propria sicurezza, spiega il politologo in un'intervista a Le Monde. Questo "trasferimento di oneri" spinge l'Europa a strutturare le proprie industrie della difesa in modo coordinato.
Le Monde, 5 luglio 2026

Il vertice della NATO (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico), che si terrà ad Ankara il 7 e l'8 luglio, si svolgerà in un contesto di crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei, alimentate dalle guerre in Iran e Ucraina. Alexandra de Hoop Scheffer, presidente del German Marshall Fund, un'organizzazione profondamente impegnata nelle relazioni transatlantiche, spiega la strategia americana di disimpegno dalla sicurezza del continente.

Nel giugno 2025, al vertice NATO dell'Aia (Paesi Bassi), gli Stati membri si sono impegnati ad aumentare la spesa per la sicurezza fino al 5% del prodotto interno lordo (PIL) entro il 2035. Tuttavia, le relazioni transatlantiche si sono progressivamente deteriorate, soprattutto a causa delle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia e della guerra in Iran…

Sul fronte europeo, si è verificato un cambiamento. Le rivendicazioni americane sulla Groenlandia e la guerra [condotta con Israele] contro l'Iran hanno confermato che gli Stati Uniti perseguono un'agenda strategica unilaterale, anche quando sono in gioco gli interessi europei. In risposta, gli europei stanno moltiplicando le loro iniziative al di fuori del quadro americano. Hanno compreso che sarebbe illusorio scommettere su un'inversione di rotta da parte di una futura amministrazione americana. L'europeizzazione della NATO è ormai un processo a lungo termine. Questo spiega questo momento paradossale: una divergenza politica, una crisi di fiducia, ma anche una forma di convergenza strategica, con l'Europa chiamata ad assumersi maggiori responsabilità per la difesa del proprio continente, con un minore coinvolgimento degli Stati Uniti.

Perché questo entusiasmo americano?

Washington opera in un contesto di saturazione strategica, che il Pentagono definisce "simultaneità": gli Stati Uniti sono contemporaneamente impegnati in Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico, mettendo a dura prova la base industriale della difesa americana. I tempi di produzione si stanno allungando, come dimostrano i ritardi nelle consegne a Germania e Stati baltici. Il segnale è chiaro: anche in assenza di disaccordi politici, gli Stati Uniti non sono più in grado di garantire all'Europa lo stesso livello di supporto in termini di capacità.

Questo vincolo alimenta una logica di "  esternalizzazione geopolitica". Washington sta organizzando il trasferimento di oneri su scala globale: all'Europa, la sicurezza del continente; agli alleati del Golfo, la stabilizzazione del Medio Oriente; ai partner dell'Indo-Pacifico, la gestione congiunta dell'ascesa della Cina. Questa evoluzione richiede agli alleati di assumersi maggiori responsabilità, con il rischio, in assenza di un coordinamento sufficiente, di una crescente frammentazione della sicurezza collettiva.

Che cosa rappresenta oggi l'Ucraina per questa amministrazione americana? Una fonte di irritazione, un peso?

Innanzitutto, una questione da chiudere. Per Donald Trump, la guerra in Ucraina è una costosa distrazione – con oltre 188 miliardi di dollari stanziati dal 2022 – che sottrae risorse al Medio Oriente e all'Indo-Pacifico.

La divergenza di opinioni con l'Europa è evidente. Per gli europei, l'Ucraina è una questione esistenziale: in gioco c'è l'architettura di sicurezza a lungo termine del continente. A Washington, la priorità è altrove: stabilizzare e porre fine al conflitto, anche a costo di un piano di pace che rischia di consolidare una linea del fronte, anziché ripristinare pienamente la sovranità ucraina.

Questo è il fulcro della spaccatura transatlantica in vista del vertice di Ankara: l'Europa sta giocando sul lungo termine, Washington sta giocando la carta dell'uscita. In questo contesto, il centro di gravità del sostegno all'Ucraina si sta spostando verso l'Europa. L'Unione Europea (UE) è ora il principale contributore, con oltre 226 miliardi di dollari mobilitati dal 2022, di cui 86 miliardi in aiuti militari.

Alla fine di maggio, gli Stati Uniti hanno informato i loro alleati a Bruxelles che avrebbero ridotto significativamente la loro partecipazione al cosiddetto "modello di forza" della NATO, ovvero le capacità mobilitate in caso di crisi di sicurezza in Europa. Cosa ne pensi di questo approccio?

Siamo passati dalle dichiarazioni alle operazioni: gli alleati sono stati informati, non consultati. Gli Stati Uniti prevedono di dimezzare la disponibilità dei propri bombardieri strategici, ridurre di un terzo il numero dei caccia, ritirare tutti i sottomarini dalle operazioni di crisi della NATO e diminuire altre risorse critiche, compresi gli aerei cisterna per il rifornimento in volo. Ciò crea vulnerabilità immediate in aree in cui l'Europa dipende ancora in larga misura dagli Stati Uniti.

Stiamo per entrare nel vivo della questione. Il tema principale del vertice di Ankara è la capacità delle industrie europee di assumere un ruolo di primo piano. Parte della risposta risiede nell'Ucraina, ormai co-artefice della sicurezza europea. Le partnership tra produttori europei e ucraini (ad esempio, MBDA, con il missile da crociera ucraino Flamingo) illustrano questo passaggio verso la coproduzione di tecnologie collaudate in combattimento.

Colmare queste lacune in termini di capacità rappresenta un'impresa colossale per gli europei, che richiede un investimento stimato tra gli 800 miliardi e i 1.000 miliardi di euro in dieci anni, solo per sostituire le capacità convenzionali americane. Ciò implica un cambiamento culturale. I nostri industriali e leader politici devono ripensare i processi di approvvigionamento di armamenti, accelerare i ritmi di produzione e imparare dalle guerre in Ucraina e in Iran. Dovremmo continuare a concentrarci su equipaggiamenti pesanti o investire di più in capacità più agili (droni, intelligenza artificiale, sistemi integrati)? La sfida non è tanto spendere di più, quanto spendere in modo diverso e più velocemente.

Il German Marshall Fund sta andando oltre il ruolo tradizionale di think tank, impegnandosi nell'organizzazione del dialogo…

A mio avviso, questo è ciò che un think tank deve fare oggi: quando i canali ufficiali si interrompono e la fiducia politica si erode, gli spazi informali diventano gli unici luoghi in cui è ancora possibile un dialogo franco. A maggio abbiamo lanciato a Washington l' iniziativa European Defense Roadmap per strutturare il dialogo transatlantico e conciliare le agende americana ed europea, al fine di evitare un divario di capacità. L'obiettivo è sviluppare una tabella di marcia comune che sia credibile e politicamente accettabile. Per sei mesi, riuniremo governi, industrie della difesa e operatori tecnologici di entrambe le sponde dell'Atlantico, con incontri a Londra, Parigi, Bruxelles, Berlino, Varsavia, Roma e nei Paesi baltici e nordici.

L'obiettivo è duplice: mappare le capacità critiche da prioritizzare e definire una "curva di transizione" comune. Quali segmenti della difesa convenzionale l'Europa può assumere come priorità entro il 2027? Quali saranno realisticamente raggiungibili solo entro il 2030, con garanzie residue americane per colmare le lacune? Successivamente, è necessario strutturare coalizioni di paesi europei disposti a collaborare attorno a settori chiave (missili a lungo raggio, droni, difesa aerea, cyberdifesa) e presentare questa tabella di marcia a Washington all'inizio del 2027, alla presenza di alti funzionari europei, dell'amministrazione americana e del Congresso.

Stiamo assistendo a una rinegoziazione dell'accordo transatlantico. Washington sta inviando un messaggio chiaro agli europei: il tempo della condivisione degli oneri è finito; ora è il momento del trasferimento degli oneri. A un anno dalla fissazione dell'obiettivo del 5%, l'amministrazione Trump ritiene che i progressi siano insufficienti. Sebbene sia vero che gli alleati europei e il Canada abbiano aumentato le loro spese per la difesa del 20% in termini reali entro il 2025, raggiungendo i 574 miliardi di dollari (circa 504 miliardi di euro) , e che tutti ora rispettino la soglia del 2% del PIL, la Casa Bianca sta esortando l'Europa ad accelerare i suoi sforzi .“Tra Voltaire e Poe”, Mark Dion, 2016.

Mark Dion, nato a New Bedford, Massachusetts, nel 1961, vive e lavora a New York. Noto per le sue complesse installazioni ispirate alle Wunderkammern ("gabinetti delle meraviglie"), questo artista visivo è particolarmente interessato al rapporto tra l'umanità e la natura, visto attraverso la lente della costruzione della conoscenza e del discorso scientifico fin dall'antichità. Il risultato sono installazioni che evocano facilmente i gabinetti delle curiosità, ma con ambizioni completamente diverse. Mark Dion imita, ma soprattutto sovverte, la propensione alla classificazione, prendendo in prestito metodi, attributi e vocabolario dalle scienze naturali. L'umorismo e la natura spesso assurda delle sue opere rivelano il profondo desiderio dell'artista di confrontare i limiti della conoscenza scientifica con la realtà della natura.

Come vede l'amministrazione statunitense questo periodo di sei mesi di discussioni?

Washington vuole dare priorità ai paesi in grado di raggiungere gli obiettivi di investimento. Gli altri saranno relegati a un ruolo secondario. L'amministrazione insiste sul monitoraggio degli investimenti per garantire che corrispondano effettivamente alle esigenze individuate dalla NATO. Gli Stati Uniti sono inoltre preoccupati per il Regno Unito e la Francia, due alleati strategici gravati da debiti e deficit, che non possono destinare i fondi necessari alla difesa. Infine, rimangono irritati dai meccanismi preferenziali europei come SAFE (Security Action for Europe) , volendo che le industrie americane beneficino di questi fondi. Washington deve cambiare posizione e accettare che l'Europa si è impegnata in tre approcci complementari: rafforzare le proprie capacità industriali, proseguire la cooperazione con le industrie americane e sviluppare partenariati strategici con altri paesi.

L'Europa è pronta ad affrontare la sfida?

Gran parte del lavoro dovrà essere svolto dagli stessi europei. La situazione politica interna dei paesi E3 (Germania, Regno Unito e Francia) complica le cose, ma incoraggia anche questi paesi ad aprirsi ad altre partnership o alleanze all'interno dell'UE, così come al di fuori di essa (Corea del Sud, India e Giappone). La cultura strategica di molti paesi europei sta subendo un profondo cambiamento. Il discorso tradizionalmente attribuito alla Francia in merito all'autonomia strategica si è ampiamente europeizzato.

Attenzione però: gli sviluppi della politica interna europea potrebbero rallentare questo slancio di cooperazione nei prossimi anni. Se la polarizzazione politica impedirà la nascita di progetti industriali, tecnologici e militari congiunti, la transizione nell'ordine di sicurezza risulterà frammentata e inefficace. Potremmo quindi trovarci in un altro scenario di desincronizzazione, con gli Stati Uniti che incoraggiano l'Europa a rafforzarsi, e un'Europa che si divide e si chiude in se stessa, rischiando di perdere l'occasione storica per la sua maturazione strategica.

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/07/05/alexandra-de-hoop-scheffer-politiste-les-etats-unis-sont-dans-une-logique-de-saturation-strategique_6720907_3210.html