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domenica 19 luglio 2026

La stampa che si adegua

Gad Lerner
La stampa italiana alle grandi manovre. Verso destra

il manifesto, 19 luglio 2026

Era il 1921 quando Marc Bloch, reduce dalle trincee, pubblicò le sue Riflessioni di uno storico sulle false notizie di guerra. Vi descrisse l’effetto della censura militare che, gettando discredito sulla parola scritta, aveva favorito «un risveglio prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti». Quello stesso discredito si riversa, nel tempo contemporaneo di guerre e feudalesimo digitale, sulle aziende produttrici di informazione. E investe il fragile sistema editoriale italiano con movimenti tellurici accelerati. Quanto al risveglio prodigioso di leggende e miti, ci pensano i tecnocrati padroni degli algoritmi a spacciarne di sempre più violenti e reazionari.

In Italia, salvo eccezioni per cui bastano le dita di una mano, il crollo delle vendite dei giornali non trova compensazione né numerica né economica online. I giornali filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio aggressivo. Da quelle parti, direbbe Marc Bloch, si riesumano tradizioni orali sui buoni che siamo noi e gli altri cattivi che meritano solo il peggio. Ma nel frattempo il riassetto complessivo delle proprietà editoriali sdrucciola rapidamente a destra inseguendo il più forte, il più ricco, il prossimo leader vincente.

Vi fu un tempo in cui il ricambio nella direzione dei giornali rappresentava un osservatorio significativo di fenomeni più vasti, e per questo suscitava interesse. L’Italia, del resto, prima ancora della formazione di una vera e propria opinione pubblica, nel secolo scorso fu la patria del giornalismo politico di massa, da Mussolini a Gramsci. I giornali furono strumento di formazione culturale, orientamento e mobilitazione. I giornalisti furono corporazione ma anche ceto intellettuale protagonista.

Oggi invece – consumato il divorzio con i lettori – i sommovimenti editoriali sembrano interessare solo le redazioni con l’ansia dell’esubero, l’attesa dei prepensionamenti e, per i rari nuovi ingressi, la proletarizzazione di un mestiere reso precario e mal pagato. Eppure andrebbero pur osservati nel loro insieme – sine ira et studio – i sorprendenti passaggi di proprietà che si accompagnano a veri e propri salti della quaglia praticati fra direttori e vicedirettori, definibili piuttosto funzionari che trasformisti. Non occorre far nomi, anzi, meglio evitare personalismi se si vuol tentare un’interpretazione della tendenza in atto.

Risale a ormai sei anni fa il fallimentare esperimento di un erede del capitalismo novecentesco, il quale pretendeva di rivoltare come un calzino quello che fu il principale quotidiano progressista del Paese, da lui giudicato obsoleto. Vi entrò con piglio padronale, gli impose una virata tecnocratica e atlantista che il boom dei nazionalismi ha travolto, per poi uscirne con la coda fra le gambe. Vorrà pur dir qualcosa se dopo cotanto insuccesso torna in auge il direttore che ne fu protagonista, sfiduciato dalla redazione e quindi rimosso, ma riesumato ora al vertice editoriale del fu giornale degli Agnelli. A lui si assegna la missione di aprire niente meno che un canale diretto con gli Usa, nel mentre l’ambito regionale piemontese è affidato a un veterano settantacinquenne. C’è un “modello occidentale” da difendere, alla faccia del rinnovamento e dei risultati di bilancio.

Del resto il passaggio multinazionale alla proprietà greca del giornale diretto per un ventennio da Eugenio Scalfari e per un altro ventennio da Ezio Mauro, necessita ora di un “interim”. Singolare emblema di provvisorietà, questo interim, resosi necessario dopo l’imprevisto passaggio alla concorrenza del timoniere che solo ieri aveva finito di celebrarne in gloria il cinquantenario (ma nel frattempo aveva già diretto tutto e il contrario di tutto). Orfeo ha trovato la sua Euridice in un giovane neoeditore pigliatutto, ricco assai e in procinto di venir insignito di laurea honoris causa; il quale, dopo che gli avevano respinta l’offerta d’acquisto che aveva pubblicamente avanzato per il medesimo quotidiano progressista, si è rifatto in pochi giorni comprando il 30% delle azioni di un Giornale assai di destra.

E, non pago, ha rilevato le tre testate di un gruppo editoriale radicato a Bologna, Firenze e Milano, anch’esse di taglio conservatore. Nell’editoria privata, dunque, tralasciando le vicende Rai, la stagione estiva ci ha riservato un bello sconquasso. Rimangono stabili i giornali di Roma e Napoli cui il proprietario chiede di sostenere appassionatamente il governo in carica. E il maggior editore italiano, abilissimo nel tenere una gamba di qua, con il giornale quotidiano, e una di là, con la televisione. Nell’attesa, chissà, che un giorno tocchi a lui riempire il vuoto politico.

Un nome, un nome solo, mi sia concesso – a suo onore – di scriverlo; perché trattasi dell’antesignano del fenomeno che stiamo descrivendo: Tommaso Cerno, sul quale pure avevano riposto grandi aspettative gli eredi De Benedetti all’epoca in cui facevano ancora gli editori, inserendolo nel vertice del settimanale prima e del quotidiano progressista poi, salvo ritrovarselo in men che non si dica parlamentare renziano e di lì fulmineamente trasbordato sulla sponda meloniana, dove primeggia collezionando incarichi nei giornali e nella tv pubblica. Pare che lo stia per raggiungere un altro fresco dimissionario dal quotidiano progressista.

Piuttosto che dilettarsi in considerazioni di natura morale sarà utile individuare quale sia il denominatore comune di questo sdrucciolare a destra della stampa, con i suoi padroni vecchi e nuovi. I nostalgici dei governi tecnici e gli ammiratori di Giorgia Meloni (forse increduli che lei possa ritrovarsi in partnership con Vannacci, ma pronti all’indulgenza) si ritrovano sintonizzati nella difesa del modello occidentale con le sue implicazioni scomode: la necessità del riarmo, anzitutto. Ma inoltre l’abituarsi alla necessità del lavoro servile. E l’estensione dell’apparato repressivo e carcerario fino agli adolescenti, ormai minoranza esigua in una società la cui età media rasenta i 50 anni.

Tanto ormai solo gli anziani leggono i giornali e guardano i talk show.

La buona notizia è che questo scivolamento a destra apre spazi inediti a un giornalismo alternativo che racconti le verità impellenti e le ingiustizie palesi.

lunedì 13 luglio 2026

La Stampa normalizzata

La Stampa post Agnelli: tagliati i collaboratori in prima, Molinari editorialista atlantico


La firma di un collaboratore in prima pagina. Massimo due. E’ la nuova Stampa dell’editore Leonardis e del Direttore Antonio Di Rosa. Dopo cento anni di proprietà della famiglia Agnelli. E’ ciò che si è visto il 2 e il 3 luglio.

L’ultimo giornale di Andrea Malaguti -1° luglio- aveva nove collaboratori in prima pagina, assai prestigiosi, dal filosofo Massimo Cacciari ad Anna Foa, ebrea critica con Israele, all’inviata di guerra Francesca Mannocchi, al medievalista Franco Cardini, dall’inviato Rai Duilio Gianmaria al teologo Vito Mancuso, allo scrittore Maurizio Maggiani e all’ex Direttrice del Secolo d’Italia Flavia Perina, ora analista politica, all’economista, ex ministra di Mario Monti, Elsa Fornero. Leonardis e Di Rosa avevano detto, nelle settimane precedenti, che La Stampa spende 4 milioni l’anno per collaboratori e che sarebbe stata una spesa da tagliare. Il progetto è ridare centralità alla redazione.

rapporto identitario

Nel suo primo editoriale del 2 luglio Di Rosa ha scritto che La Stampa “si batterà per il libero confronto delle idee, concederà i suoi spazi a chi civilmente vorrà aprire una finestra, non a chi vuole erigere steccati con la violenza delle parole. Bastano le guerre che narriamo ogni giorno per alimentare le nostre angosce”. E poi: “Noi ci batteremo perché il Paese cresca, ma soprattutto vogliamo essere la voce del Nord Ovest, di Torino, del Piemonte, della Valle d’Aosta, della Liguria, di tutte quelle realtà che hanno stabilito un rapporto identitario con la Stampa e che si sentono rappresentate da questo giornale”.

zanzare in montagna

E il 3 luglio l’apertura del giornale è sull’allarme clima (“Le zanzare sopra i Duemila”) e sul record del caldo a Torino (“Caldo Torino capitale. A giugno nove gradi in più. Record di morti +35 per cento”). Dallo sfoglio si rileva molta attenzione alla cronaca e meno alla politica italiana chiacchierata. C’è anche, in prima pagina, un commento del nuovo Direttore editoriale del Gruppo Sae di Alberto Leonardis, Maurizio Molinari, che lascia la Repubblica, dove è stato Direttore ed editorialista. Titolo: “Nato, ultima chance”, argomentazione profondamente atlantista, sulla necessità di ricucitura fra Europa e Usa, proprio attraverso il ruolo della Nato, in particolare in Medio Oriente e dell’aumento delle spese per la Difesa. 

talento interno

Nel suo primo editoriale Di Rosa ha annunciato il Progetto scuola e università con il coinvolgimento di studenti e professori e l’attenzione per l’assistenza agli anziani e ha indicato come  punto di riferimento il Presidente Mattarella “per il suo equilibrio, la sua saggezza, i suoi richiami contro le guerre, la difesa quotidiana dell’interesse nazionale”. 

In finale, in due righe il ringraziamento al predecessore Andrea Malaguti, “che mi lascia in eredità il talento dei nostri giornalisti”.

martedì 9 giugno 2026

Niente primarie: un accordo

Filippo Barbera
Centrosinistra, l'accordo che serve e chi dovrebbe negoziarlo

il manifesto, 9 giugno 2026

Il recentissimo sondaggio Eumetra per Piazza pulita (La7) mostra che gli elettori del campo largo non vogliono le primarie per scegliere il leader. Il 49,8% degli intervistati propende per un accordo politico tradizionale, contro il 33,9% che chiede il voto interno. Addirittura tra gli stessi elettori pentastellati, il campione risulta spaccato, dal momento che anche qui l’opzione «accordo politico» vince di stretta misura sulla competizione tra leader che pure è stato Giuseppe Conte a rilanciare.

Il campo largo è nato come tattica difensiva. Una risposta alla legge elettorale, alla polarizzazione del voto e all’insegna del «fermiamo la destra». Una logica da fronte popolare senza il fronte la cui vittoria elettorale produrrà, senza l’accordo politico auspicato dagli elettori, un cantiere permanente di conflitti interni. Di fronte al fallimento di una destra che conferma come l’etichetta di underdog (sfavorita) non fosse lì per caso, il nodo da affrontare non è se coalizzarsi ma come farlo. La risposta basata sulla sommatoria delle diverse posizioni e costruita in modo strumentale solo per negoziare una leadership elettorale, sarebbe sbagliata e suicida. Un piatto insapore, magari leggero e buono per tutte le stagioni, ma certamente poco efficace come segnale politico.

Serve l’approccio opposto. Far emergere sintesi nuove dal confronto acceso, ragionevole, informato e aperto, per riprendere la formula del Forum Disuguaglianze e Diversità. Ciò richiede alle tre forze centrali del campo largo – Pd, Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 stelle – di farsi carico del rischio politico della proposta. Le altre forze – da Renzi a Rifondazione, passando per i frammenti de ce qui reste – dovrebbero solo successivamente negoziare un accordo elettorale. Prima si definisce il patto tra le tre forze principali, poi le altre decidono se aderire e a quali condizioni.

Ma come costruire questo nucleo programmatico? La filosofia della scienza distingue tra le assunzioni non negoziabili che definiscono il programma di ricerca e una cintura protettiva di ipotesi più flessibili e «miopi», che possono essere modificate senza toccare il nucleo. È uno schema applicabile anche alla politica. Il campo largo ha anzitutto bisogno di un insieme di proposizioni semplici ma efficaci, sulle quali le tre forze si impegnano senza ambiguità. I tre piani dell’economia fondamentale possono essere molto utili a questo scopo.

Il primo è quello delle infrastrutture di cittadinanza: sanità, scuola, cura, casa, trasporti, cibo, energia, spazi pubblici. Qui l’obiettivo è l’accesso e l’uguaglianza di capacità, temi al centro del programma di Zohran Mamdami come ricordato da Salento e Williams su questo giornale. Questioni percepite come prioritarie dagli elettori, cui devono seguire risposte concrete che parlino alla vita quotidiana delle persone e non affermazioni generali intrise di «si dovrebbe».

Il secondo è quello del mercato competitivo: le imprese che innovano e pagano buoni salari devono prendere il posto delle imprese-zombie che sopravvivono grazie a bassi salari. Qui compito della politica e delle relazioni industriali è che il mercato funzioni davvero contro i monopoli, le rendite di posizione pubbliche o private e il breve-periodismo che distrugge valore produttivo. Impresa forte e lavoro forte devono stare assieme, pur nell’asimmetria del rapporto capitale-lavoro.

Il terzo è quello del capitalismo dei grandi predatori: la finanziarizzazione impropria, i fondi di investimento rapaci, la speculazione immobiliare, le piattaforme digitali che estraggono valore senza crearlo. Qui, a causa di asimmetrie di potere disfunzionali e di classi dirigenti estrattive, si concentrano oggi le forze di erosione degli assetti democratici.

La cintura protettiva attorno a questo nucleo dovrebbe includere le opzioni meno condivise, lasciate volutamente aperte ma messe con forza in agenda come segnale politico e di impegno: patrimoniale, tempi e modi della transizione ecologica, questione migratoria, mercato del lavoro e politica estera, e altre ancora. Temi sui quali le tre forze segnano differenze che sarebbe ingenuo negare, ma che possono essere gestite proprio se il nucleo è solido. È proprio senza un nucleo condiviso che ogni questione diventa uno segnale identitario per l’elettorato di riferimento.

Il campo largo può vincere. Ma può farlo bene o male. La differenza sta nell’efficacia con cui le forze principali disegneranno il patto politico, soprattutto di fronte ai loro elettori che lanciano segnali chiari in questa direzione. Affinché una possibile vittoria elettorale non si trasformi, una volta di più, in una tragedia politica.

mercoledì 11 febbraio 2026

Philip Roth introvabile


Nelle librerie non ci sono più i romanzi di Philip Roth

Il Post, 10 febbraio 2026

Negli ultimi giorni le pagine di cultura dei giornali hanno dato molto spazio, a volte con toni un po’ polemici, alla “scomparsa” dalle librerie dei romanzi di Philip Roth, uno dei più importanti scrittori americani del Novecento, morto nel 2018. È una conseguenza del passaggio dei diritti d’autore delle sue opere alla casa editrice Adelphi, avvenuto due anni fa. Le edizioni pubblicate da Einaudi, il precedente editore italiano di Roth, non sono più disponibili, e attualmente il suo unico romanzo reperibile in libreria è Portnoy, l’unico tradotto e distribuito finora da Adelphi.

Se ne sta parlando anche perché le vecchie edizioni sono state messe in vendita a prezzi piuttosto alti nel mercato dell’usato. Su eBay romanzi come La macchia umanaIl complotto contro l’America e La controvita vanno dai 40 ai 50 euro, ma c’è anche una copia di Pastorale americana, forse il romanzo più famoso di Roth, che ne costa 70: cinque volte il prezzo di copertina originario.

Adelphi ha fatto sapere che pubblicherà due o tre romanzi di Roth ogni anno (in tutto sono 27), ed è quindi probabile che per trovarli tutti in libreria bisognerà attendere una decina d’anni. Ciò non vuol dire che per leggere Roth sia obbligatorio spendere queste cifre: anzi, lo si può fare anche gratuitamente, dato che i suoi libri sono ampiamente disponibili nella maggior parte delle biblioteche italiane. Ma non trovare i romanzi di Roth nelle librerie è comunque un fatto piuttosto anomalo per il mercato editoriale italiano, dato che negli ultimi trent’anni non era mai successo. Roth era uno degli scrittori più importanti e identificativi di Einaudi, che aveva sempre reso disponibili i suoi libri pubblicandoli in più ristampe.

Einaudi è intervenuta nel dibattito con un comunicato piuttosto stringato inviato a Repubblica, in cui ha scritto di aver dovuto ritirare tutte le copie dal mercato in seguito all’acquisto dei diritti da parte di Adelphi. «Non posso pensare che non potrò più regalare i suoi libri chissà per quanto tempo. Roth è parte del nostro immaginario. Sarebbe come dire che non sono disponibili titoli di Flaubert, Balzac, Toni Morrison, Philip Dick. Roth è un caposaldo», aveva detto invece lo scrittore Nicola Lagioia.

Una vecchia edizione di Il complotto contro l’America (Ansa)

Il passaggio di Roth ad Adelphi era stato finalizzato nel 2024, con una delle operazioni editoriali più sorprendenti degli ultimi anni. La casa editrice raggiunse un accordo con Andrew Wylie, l’agente letterario che rappresenta gli eredi della proprietà intellettuale delle opere di Roth, da circa un milione di euro: una cifra considerevole per l’editoria, anche tenendo conto della notorietà di Roth e del valore letterario e commerciale dei suoi romanzi.

I lunghi tempi di pubblicazione sono dovuti al fatto che, dopo l’acquisizione, Adelphi ha avviato un’imponente operazione di rinnovamento editoriale attorno ai romanzi di Roth, sia nell’estetica che nei contenuti. Ha deciso di tradurne la stragrande maggioranza da capo e di dedicare molta attenzione alla grafica delle nuove edizioni, anche per segnare un netto distacco rispetto a quelle di Einaudi.

Il primo libro, Portnoy, era stato pubblicato lo scorso anno nella traduzione di Matteo Codignola. La sua uscita era stata ampiamente discussa e commentata da critici, addetti ai lavori e riviste di settore, sia per la decisione di accorciare il titolo (nella traduzione letterale di Einaudi era Lamento di Portnoy), sia per l’impatto visivo della nuova copertina. Ritrae una donna con una pipa in bocca che siede sul dorso di un maiale dall’espressione afflitta (la donna è Moonbeam McSwine, un personaggio della popolare striscia a fumetti americana Li’l Abner): una discontinuità evidente rispetto alle classiche copertine bianche di Einaudi.

La copertina di Portnoy, Adelphi, 2025

Il secondo libro di Roth pubblicato da Adelphi, Operazione Shylock, uscirà ad aprile e sarà tradotto da Ottavio Fatica. Roberto Colajanni, l’amministratore delegato della casa editrice, ha detto che tra quelli che saranno pubblicati nel prossimo triennio c’è anche Pastorale americana, la cui traduzione è stata affidata nuovamente a Codignola: dovrebbe uscire nel 2027.

Roth era nato il 19 marzo 1933 a Newark, nel New Jersey. Diventò famoso in tutto il mondo nel 1969 proprio grazie a Portnoy, il suo primo romanzo, incentrato sul tentativo di un uomo di sfuggire a un’oppressiva famiglia ebraica e alle proprie nevrosi sessuali. Ma ottenne un successo enorme anche la cosiddetta trilogia americana, scritta in pochi anni e composta da tre storie americane ordinarie e insieme tragiche ed esemplari: Pastorale americana del 1997, Ho sposato un comunista del 1998 e La macchia umana del 2000.

Prima di passare ad Adelphi Roth era stato pubblicato da Einaudi per più di vent’anni anni. Nel 2017 Mondadori (cioè l’azienda proprietaria di Einaudi) pubblicò i suoi libri nella collana Meridiani, che raccoglie più romanzi in un’unica edizione molto pregiata: su internet se ne trova ancora qualcuna, a prezzi molto proibitivi.



mercoledì 28 gennaio 2026

Leggere la Bibbia

Andrea Fagioli
Filoramo: "Leggere la Bibbia, anche oggi"

Avvenire, 28 gennaio 2026

È la Bibbia al centro delle iniziative di “Pistoia capitale italiana del libro”. E forse non poteva essere diversamente, trattandosi del Libro dei libri, anche se in questo momento il testo sacro vive una contraddizione di cui, in apertura del ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Francis Bacon insieme all’Associazione Biblia (dopodomani alle 16,30 presso l’Auditorium Tiziano Terzani della Biblioteca San Giorgio), parlerà Giovanni Filoramo, professore emerito di Storia del cristianesimo all’Università di Torino, insigne studioso delle religioni, autore di numerosi volumi tra cui Le vie del sacro, Che cos’è la religione, Il sacro e il potere, Ipotesi Dio, Il grande racconto delle religioni, Il libro assente. Sull’ignoranza della Bibbia, con Luca Diotallevi e Roberto Pasolini, e, con Corrado Augias, Il grande romanzo dei Vangeli.

Professor Filoramo, a Pistoia lei parlerà della Bibbia oggi tra presenza e assenza. A cosa si deve questa situazione paradossale?
«La situazione paradossale si deve, da un lato, al fatto che, almeno in certe situazioni come quella statunitense, in questi ultimi anni, stando alle società bibliche competenti, la vendita delle Bibbie di tutti i formati e tipi è cresciuta in modo significativo; dall’altro, al fatto che, in situazioni più vicine a noi, come dimostra il crescente analfabetismo religioso, Biblia non legitur. La stessa diffusione attuale del cristianesimo aiuta a comprendere l’apparente paradosso. Da un lato, nel “cristianesimo del sud”, dal Brasile all’Africa subsahariana, grazie all’incredibile successo delle Chiese pentecostali ma anche a una migliore inculturazione della missione cattolica che ha favorito la traduzione della Bibbia nelle lingue vernacolari promuovendone l’uso liturgico e la lettura anche come mezzo di alfabetizzazione, la conoscenza e la lettura della Bibbia hanno conosciuto una notevole fortuna. Dall’altro lato, nei Paesi europei tradizionalmente cattolici, nonostante la svolta conciliare, a differenza che nei Paesi protestanti, la lettura privata della Bibbia presso i fedeli non mi sembra godere di particolare fortuna, anche come esito di un secolare processo di divieto, da parte del magistero, di una lettura diretta del testo sacro in lingua italiana che poteva essere accostato soltanto attraverso la mediazione ecclesiastica».
Ma si può leggere la Bibbia come fosse un classico al pari degli altri oppure no. In ogni caso, sarebbe opportuno inserirla nei programmi scolastici?
«Credo faccia riferimento, implicito ma evidente, alle “Nuove indicazioni” del Ministero dell’Istruzione e del merito intorno a cui è esploso un vivace dibattito sia in seguito a un’intervista rilasciata dal ministro Valditara, se ricordo bene, a metà gennaio, sia dalla lettura del documento che si presta a molti rilievi critici. Comunque, venendo al punto, già nel 1983 Umberto Eco sul settimanale L’Espresso si era ironicamente chiesto perché gli studenti dovevano sapere tutto di Achille, Ettore, Enea e nulla degli “eroi” della Bibbia. Nel 1986 io accettai l’invito di una case editrice che si occupava di scolastico, la torinese e laica Loescher, di scrivere un libro sulle storie della Bibbia che riportasse brani tratti dai libri storici spiegandoli e commentandoli: antologia che avrebbe potuto essere adottata da insegnanti di storia e filosofia nei loro programmi. Porto quest’esempio personale solo per dire come già quarant’anni fa ero convinto che la Bibbia, come grande codice culturale dell’Occidente cristiano, dovesse in qualche modo entrare a far parte dei normali curricula scolastici. Naturalmente il Concordato del 1983, con l’ora di religione, ha contribuito in modo decisivo a bloccare questo processo. Per fortuna, istituzioni laiche come Biblia, anche se con alterno successo, continuano a portare avanti questa battaglia che io ritengo culturalmente da condividere. Naturalmente, non bisogna nascondersi le difficoltà (che le “Nuove indicazioni” bellamente ignorano) che costellano questo cammino. Quali testi far leggere e quali escludere? Come preparare gli insegnanti? Secondo quale metodo o pedagogia? In una situazione scolastica sempre più pluralistica, tenendo anche conto che il Corano è ricco di riferimenti ai testi biblici, come collegare eventualmente la lettura di parti della Bibbia come testo culturale con quella del Corano? Mi fermo qui».
Come spiega, però, che in un’Italia secolarizzata alcuni divulgatori siano spesso in testa alle classifiche di vendita dei libri con testi di argomento religioso e in qualche caso propriamente biblico?
«Non essendo uno specialista di comunicazione, posso solo avanzare qualche ipotesi. In parte questo successo si spiega col principio, oggi dominante, dei followers. Persone come Cazzullo, Angela, Barbero scrivono sui giornali nazionali, vanno in televisione, hanno trasmissioni o podcast di successo, dunque, anche se scrivessero di cucina dalit avrebbero centinaia di migliaia di followers. Queste persone, con le antenne che hanno, hanno fiutato che, soprattutto presso i giovani, il vuoto spirituale creato da una società edonistica e priva di valori non ha cancellato il bisogno di radici, la ricerca di senso, ecc. Per questo hanno deciso di cavalcare il tema religioso se non, come nel caso di Cazzullo, propriamente biblico. Può essere utile tutto ciò per una migliore conoscenza della Bibbia? Non sono un profeta, ma la mia risposta è: no».
Parlando di followers, si parla di social. Le chiedo se la tecnologia comunicativa ha modificato il rapporto delle persone in genere con la religione e dei fedeli in particolare con la devozione?
«Mi pare che la risposta a questa domanda non possa che essere: assolutamente sì. Mi limito a un’unica considerazione. Ormai le religioni istituzionali fanno un uso sistematico e intenso degli strumenti tecnologici: basti pensare a quanto sta avvenendo nella Chiesa cattolica e, soprattutto, a quanto avverrà con l’uso dell’Intelligenza artificiale anche in campo religioso. Il rapporto con la tecnologia digitale è molto utile, anzi, è diventato insostituibile, un po’ come l’aria che si respira: ma se quest’aria è sempre più inquinata, che cosa succederà a chi la respira? Parallelamente, assistiamo oggi, indipendentemente da questo rapporto tra Religioni e Rete (quella che alcuni chiamano la Religion online), la Rete stessa, come ambiente vitale in cui siamo sempre più immersi, diventa un terreno su cui sorgono nuove forme di religiosità e spiritualità: la Online Religion. Anche in questo caso non è difficile pronosticare che il trionfo dell’Intelligenza artificiale è destinato a mutare radicalmente l’attuale panorama religioso».

sabato 27 dicembre 2025

Porta Palazzo

Farian Sabahi
Torino vista da Porta Palazzo

il manifesto, 27 dicembre 2025 

«Il trucco per rendere le patate croccanti è pelarle e poi lasciarle, intere o già affettate, in un contenitore pieno di acqua fredda, in frigo per 24-36 ore. Sul fondo si depositerà l’amido: una volta eliminato, le patate – fritte o arrosto – resteranno croccanti». Così consiglia Marco, sempre sorridente, nel suo banco nel mercato dei contadini di Porta Palazzo. Frutta e verdura coltivate nelle campagne limitrofe alla città, o comunque in Piemonte. Nel sacchetto di carta, Marco mette un paio di chili di patate: «queste sono di Borgo San Dalmazzo, varietà Marabel, pasta gialla molto compatta che va bene per ogni ricetta». Lui e i suoi colleghi indossano maglie arancione «come il tuorlo delle uova: abbiamo un allevamento di galline in provincia di Cuneo». Poco lontano c’è il contadino con il cappello da cowboy e la cinese che vende prodotti asiatici.

Tra i clienti di Marco c’è Tony, il proprietario del pastificio Dalla Mole ai Trulli che il 31 dicembre si sposterà nello stand numero 4 nella bottega di Denise, sua figlia, nel mercato coperto. Tony ha iniziato a lavorare quarantadue anni fa. Di pomeriggio portava il maiale in via Lagrange da De Filippis, che ci faceva il ripieno: «poco per volta gli ho rubato il mestiere! Sono romagnolo, ma mi sono specializzato nei ravioli piemontesi, e oggi, per esempio, ho preparato quelli con il ripieno di asino da consegnare a un macellaio che vende carne equina». Chiacchierando, Tony confessa di essere originario di un paese vicino a Forlì: «mia nonna era di Predappio, era la sfoglina [faceva la sfoglia] a casa Mussolini, ma era più rossa del Sangiovese! Il mattarello ha 150 anni: era di quella nonna, quando sono nato aveva più di cent’anni».
A Porta Palazzo ero venuta altre volte, anche se abitando a San Salvario mi viene più semplice fare la spesa al mercato di piazza Madama Cristina che però è molto più caro, perché lì scende la buona borghesia che vive in collina, complice il fatto che sotto la piazza c’è un ampio parcheggio. Sono tornata al mercato di Porta Palazzo con Gabriele Proglio, professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Già docente all’Università della California Berkeley e in tanti altri atenei, da Tunisi a Coimbra, da Ankara e Grenoble, Proglio è autore dell’interessante volume Porta Palazzo Storia orale e sensoriale del mercato più grande d’Europa corredato di un apparato di fotografie di Michele D’Ottavio (Donzelli, pp. 344, € 28,00).

A ridosso del centro di Torino, il mercato all’aperto di Porta Palazzo rappresenta, fin dal 1835, un osservatorio privilegiato per analizzare le trasformazioni del capoluogo piemontese. Militanza politica, solidarietà, criminalità, disoccupazione e precarietà sono confluiti in stili di vita simili. Ne è nato un melting pot in cui il comune denominatore di classe permette aggregazioni attorno a problemi condivisi. Quest’area – su cui gravitano i quartieri di Aurora e Barriera di Milano – è periferia ma anche centro: intere palazzine sono state acquistate, ristrutturate e affittate a studenti che pagano quattrocento euro al mese per una stanza.

Qui si sono costruite identità meticce con il susseguirsi di immigrazioni diverse: a fine Ottocento dalle campagne piemontesi, nel dopoguerra dal Mezzogiorno, negli anni Ottanta da altri paesi. Poco per volta calabresi, siciliani, pugliesi hanno preso il posto dei piemontesi. È il caso del bar Ala, punto di ritrovo degli immigrati all’angolo con via Milano: «abbiamo comprato a luglio del 2007 da due coppie piemontesi, noi siamo di Nocera Inferiore in provincia di Salerno, e chissà forse un giorno venderemo agli arabi!», dice scherzando una delle proprietarie con un forte accento campano. Di fatto poco per volta cinesi, marocchini, indiani e peruviani stanno prendendo il posto dei meridionali. Oggi l’integrazione avviene tra gli stranieri, ossia tra cinesi, marocchini e indiani, non con gli italiani», racconta Remigio, nato a San Lucidio, in provincia di Caserta e oggi panettiere a Porta Palazzo.

Molte attività sono comunque ancora in mano a famiglie torinesi, come nel caso della drogheria Ceni: «il negozio risale agli inizi del Novecento, la famiglia Ceni l’ha rilevata nel 1963. I miei suoceri avevano cominciato con i prodotti sfusi, ovvero farine, risi, cereali, sementi. Inizialmente erano prodotti tradizionali. Negli anni Sessanta hanno tenuto prodotti meridionali, sempre più richiesti. Negli ultimi decenni abbiamo anche prodotti della tradizione africana e asiatica. E poi ci siamo dedicati molto al biologico», spiega Nicoletta Licheroni, moglie del titolare, in azienda da venticinque anni. In vetrina, decine di varietà di lenticchie: «come tutti i legumi più scuri, quella nera è più ricca di ferro, ha un gusto particolare e si abbina bene al pesce. Si fa in umido, asciutta, aggiungendo eventualmente un po’ di pomodoro. Ne abbiamo due tipologie, una della Tuscia, e quindi del Viterbese, e un’altra che viene dal Canada. Quest’ultima costa meno anche se viene da lontano, perché la produzione è più vasta e la raccolta viene effettuata a macchina. Le lenticchie italiane vengono invece raccolte a mano, e quindi sono più costose».

Per tutti loro Porta Palazzo non è soltanto il posto di lavoro, ma un luogo di ritrovo. Anche per questo motivo la composizione del rapporto tra luoghi di provenienza e tipologia di attività commerciale comporta un posizionamento particolare: chi proviene dal Marocco vende frutta e verdura, chi viene dal Bangladesh predilige l’abbigliamento, ai cinesi toccano i prodotti elettronici, mentre gli italiani si suddividono in base alle specialità regionali che nella grande distribuzione non si riescono a trovare: salsiccia calabrese, soppressata calabrese, sardella (i gianchetti con i peperoncini), la ricotta pugliese ascant di pecora piccante, la ‘nduja, lo stoccafisso, i muiccati (le briciole che rimangono in fondo al pentolone).

Il libro di Proglio è un viaggio nel mercato di Porta Palazzo, nei suoi sapori odori ed emozioni. Il testo è strutturato in due sezioni. Nella prima si parte dal colera che colpì Torino nel 1835 facendo trasferire i mercati agroalimentari e dando vita a quello di Porta Palazzo, per poi porre attenzione alle storie raccolte da Proglio e dai suoi studenti di Pollenzo, storie di chi lavora al mercato: contadini, commercianti, distributori, ambulanti, montatori, facchini, volontari, associazioni che recuperano il cibo. La seconda parte è dedicata alle memorie sensoriali delle comunità diasporiche che fanno la spesa quotidianamente a Porta Palazzo. E sono state proprio le donne, quelle che si sentono di appartenere alle otto principali comunità migranti e diasporiche, ad avere scelto in autonomia di intervistare, ciascuna, una decina di persone, prevalentemente donne, a cui hanno dato voce nella lingua delle comunità: i diversi dialetti arabi, l’inglese pidgin, il wolof, il rumeno, l’albanese, il tagalog e lo spagnolo latino-americano. In coda al volume, un’appendice di ricette emerse durante le interviste.

sabato 13 settembre 2025

Tradurre Salinger

Franco Nasi
Salinger, capriole linguistiche degne dei pescibanana 

il manifesto Alias, 7 settembre 2025

D’improvviso, soprattutto in taxi, al giovane Holden viene in mente una domanda, che si fa ricorrente: dove vanno le anatre del laghetto vicino a Central Park South quando l’acqua gela? Ai taxisti, in genere, la questione sembra stupida e inconcludente. Uno di loro, con un forte accento newyorkese, zittisce Holden: «What’re ya tryna do, bud? Kid me?» (che nella versione di Matteo Colombo (Einaudi 2014) diventa: «Ma che domanda è? Mi prendi in giro, bello?»). Un altro, spazientito, risponde rilanciando: «I pesci. Loro non vanno da nessuna parte. Restano dove sono, i pesci. In quell’accidente di lago», perché «i pesci ci vivono in quel cazzo di lago, è la loro natura, Cristo».

In un saggio illuminante sul tradurre del 1959, intitolato The Added ArtificerL’artefice aggiunto, Renato Poggioli ricordava come l’equivalente letterario della esecuzione musicale sia la traduzione. Una domanda ingenua, sebbene meno bizzarra di quella di Holden, potrebbe essere: perché se esistono uno spartito musicale autografo e un’ottima registrazione della sua più fedele esecuzione, se ne continuano a proporre di nuove? Per tutta risposta, ci si può spazientire come i taxisti newyorkesi, o cercare di mettere in fila una serie di motivi che giustificano l’esistenza di nuove registrazioni: cambiano i tempi, i sistemi di registrazione, le sonorità degli strumenti, l’abilità dei musicisti, la sensibilità interpretativa, e così via. Ci sono poi le esigenze del mercato, la necessità di rilanciare testi che non vendevano più come un tempo. Si tratta, comunque, di tradurre in atto qualcosa che è in potenza nella partitura (o nel testo) far presente qualcosa che è del passato, non certo giustiziare e congelare per sempre.

Storia delle diverse versioni

Torniamo a The Catcher in the Rye di J.D. Salinger: la prima traduzione, firmata da Jacopo Darca (alias Corrado Pavolini) uscì per l’editore Casini nel 1952, un solo anno dopo la prima edizione americana del libro, con il titolo Vita da uomo, senza lasciare un segno così profondo come avvenne con la successiva traduzione di Adriana Motti, che scelse come titolo Il giovane Holden e divenne, per intere generazioni di adolescenti, una sorta di libro identitario. La terza traduzione, affidata a Matteo Colombo era sembrata necessaria perché la lingua marcatamente gergale e giovanilistica di Holden mostrava nella versione, peraltro meritoria di Motti, la sua età, cosa che non si avvertiva così tanto leggendo l’originale inglese. Potrebbe apparire paradossale perché tutte le lingue invecchiano; ma non tutte invecchiano nello stesso modo (e la storia di quella italiana come lingua d’uso, con la codificazione di vari registri, è piuttosto particolare); inoltre non tutte le traduzioni durano, soprattutto quando non sono opere con una forte valenza estetica, capaci di imporsi come modelli linguistici e letterari autonomi.

La traduzione di The Catcher in the Rye aveva senza dubbio bisogno di una rivitalizzazione linguistica, e Colombo è riuscito assai bene nell’impresa di accordarsi al ritmo serrato, spontaneo, fluido del narratore e restituire con coerenza stilistica la grana informale, idiomatica, orale, ma fortemente individuale del diciasettenne Holden. Il compito deve essergli sembrato ancora più difficile quando Einaudi ha deciso di affidargli la nuova traduzione delle altre opere di Salinger fin qui pubblicate dall’editore torinese, cioè tutte quelle uscite in volume negli Stati Uniti e autorizzate dall’autore prima del suo ritiro dalla vita pubblica nell’eremo in New Hempshire. Compito difficile perché le prime versioni uscite a ridosso della pubblicazione americana erano opera di traduttori autorevoli come Carlo Fruttero (Nove racconti, 1962), Romano Carlo Cerrone e Ruggero Bianchi (Franny e Zooey, 1963) e ancora Cerrone per Alzate l’architrave, Carpentieri e Seymour. Introduzione (1965).

Almeno da quanto risulta da un primo confronto fra le diverse versioni, sembra che Colombo, quando non necessario, abbia lodevolmente fatto a meno di produrre quegli inutili salti mortali per trovare sinonimi a tutti i costi diversi da quelli delle traduzioni precedenti. Ma rispetto a Holden, qui il compito era ancora più difficile per la varietà di stili che Salinger utilizza nei diversi racconti, allo scopo di dare un’anima e un corpo singolari a ciascuno dei personaggi, i quali acquistano una loro identità indimenticabile soprattutto attraverso i loro dialoghi o monologhi. I tre libri sono esemplari e innovativi, non soltanto per gli argomenti che affrontano, dalla filosofia orientale alla religione, dalla poesia al trauma post bellico, o per il modo sarcastico e tagliente con cui raccontano l’America consumistica e ipocrita degli anni Quaranta-Cinquanta, ma proprio per il lavoro certosino, maniacale, che Salinger svolge sulla lingua dei suoi personaggi e per l’architettura non lineare, bensì per frammenti, con cui è tratteggiata la saga della numerosa famiglia Glass. Una saga – come nota lo stesso autore in una delle pochissime note paratestuali che accompagnano la pubblicazione della prima edizione americana di Franny and Zooey del 1961 – che costituisce il progetto cardine della sua attività di narratore, i cui esiti sono ancora in gran parte negli archivi che i figli stanno riordinando.

Leggendo insieme le traduzioni di questi tre ultimi libri, l’impressione è di entrare in una galleria di ritratti indimenticabili, restituiti direttamente attraverso il modo di parlare dei personaggi. Così è per il linguaggio tagliente e secco della più giovane della famiglia Glass, Franny, insofferente nei confronti dell’ipocrisia e della falsità dei suoi amici pseudo intellettuali. E per la piccola Sybil Carpeneter, in quel capolavoro in forma di racconto che è Un giorno perfetto per i pescibanana. Sybil entra in scena con un gioco di parole sul nome di quello che sarà il tragico protagonista del racconto, il più vecchio dei fratelli Glass, Seymour Glass, nome che lei ripete di continuo come «see more glass» (qualcosa del tipo «guarda più vetro!» giocando con una nonsensica omofonia ed esasperando la madre: è una pennellata di colore che delinea un personaggio necessario per entrare nell’inquietante mondo simbolico dei pescibanana, forse inventato da Seymour – hanno osservato alcuni critici – per dare conto a sé stesso e alla bambina del trauma della guerra come «eccesso di esperienze» che portano alla morte.

Più croci che delizie

Un terzo membro della famiglia Glass, fratello di Seymour, è presentato indirettamente nel secondo dei Nove Racconti dal titolo, come il precedente, piuttosto criptico: Uncle Wiggily in Connecticut. Morto durante il servizio militare in Giappone nel 1945, il personaggio di nome Walt viene evocato nel dialogo fra due signore ex compagne di stanza al college che, molto borghesemente, trascorrono il pomeriggio di un giorno feriale a ricordare le loro esperienze passate. Eloise, infelicemente sposata con un uomo noioso dedito completamente al lavoro e con una figlia che sembra infastidirla, ricorda all’amica quanto invece Walt fosse arguto e capace di farla ridere. Il personaggio è descritto unicamente attraverso un paio di giochi di parole, fulminanti per il lettore inglese, ma più croce che delizia per i traduttori. Così racconta Eloise: «Once,… I fell down. I used to wait for him at the bus stop… We started to run for it, and I fell and twisted my ankle. He said, “Poor Uncle Wiggily”. He meant my ankle. Poor old Uncle Wiggily, he called it… God, he was nice». Dunque: nel rincorrere l’autobus la ragazza cade e prende una storta alla caviglia (ankle). Walt immediatamente si rivolge alla caviglia e la chiama «Poor Uncle Wiggily», associando in prima battuta ankle con uncle (zio), e poi uncle con Wiggily, che era il protagonista di una serie di libri per bambini e di un gioco di società molto noto nell’America di quegli anni, dove un coniglio era afflitto da reumatismi, da lì wiggily, da to wiggle, ondeggiare, ancheggiare.

Le strade che il povero traduttore può imboccare per cercare di risolvere il calembour sono sostanzialmente due: o abdica, mettendo una nota, come fece a suo tempo Fruttero, che peraltro spiega chi è Uncle Wiggily, ma non dice nulla del gioco fra ankle e uncle; oppure cerca di mettersi in gioco. Colombo lo fa spesso e in modo apprezzabile. Nel caso della bambina see more glass, diventa il «Signor Gas»; per Walt, il passo citato diventa: «Una volta … sono caduta. Lo spettavo sempre alla fermata dell’autobus… e una volta è arrivato tardi, giusto mentre l’autobus ripartiva. Ci siamo messi a correre, e io sono caduta prendendo una storta. Lui mi fa: “Povero zio Stortino”. Intendeva il mio piede. Zio Stortino l’ha chiamato… Dio, quant’era simpatico». Certo, rimane fuori il riferimento culturale al coniglio, e il gioco uncle ankle, ma le coperte in dotazione dei traduttori sono sempre un po’ corte, e qualche caviglia rimane inevitabilmente fuori.

Parla il suo alter-ego
Stile completamente diverso quello di Buddy Glass, secondogenito della famiglia, scrittore e alter ego di Salinger, che nella prima parte di Seymour an Introduction sembra improvvisare, come un poeta della beat generation, con un incedere rapsodico e digressivo, una sintassi complessa da equilibrista sul filo, un lessico dettato da libere associazioni che ricorda i riff psichedelici di Kerouac. Qui Salinger mostra tutta la sua bravura di virtuoso della lingua, ossessionato dalle sfumature del linguaggio dei suoi personaggi, e piuttosto indifferente alla storia in senso stretto, come Buddy Glass/Salinger dichiara «Credo di essere sostanzialmente ciò che quasi sempre sono stato: un narratore, ma con pressanti esigenze personali. Voglio presentare, voglio descrivere, voglio distribuire ricordi, amuleti, voglio aprire il portafoglio e far girare fotografie, voglio seguire il mio istinto. Con questo stato d’animo, neppure oso avvicinarmi alla forma racconto, che gli scrittori grassocci e partecipi come me se li mangia in un boccone».

Compito davvero difficile quello affrontato qui da Colombo, che in Seymour ha cercato di essere il più vicino possibile alla ricerca di Salinger, e con rispetto e lealtà ha mantenuto fede al suo compito principale, ovvero cercare di trovare l’ideale accordo tonale che renda giustizia di una melodia scritta in un altro tempo. Grazie al suo lavoro, ora il lettore italiano ha un cofanetto con quattro sinfonie di Salinger dirette da uno stesso interprete, che come tutti i bravi direttori, si è avvalso della collaborazione delle maestranze che ruotavano intorno alla nuova edizione, facendo tesoro delle prove di chi lo ha preceduto.