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sabato 26 settembre 2026

Su Walter Benjamin

Matteo Marchesini
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SU WALTER BENJAMIN, 26 SETTEMBRE 1940
Se l’Ottocento ha creduto negli eroi e nei sommi creatori, la cultura del Novecento ha umiliato il soggettivismo in tutti i modi. Contro gli slanci romantici dell’io, ha insistito sulla supremazia dell’inconscio, della società e di altre entità impersonali. Si pensi all’antipatia di Eliot per Shelley, o all’antiumanismo di Heidegger. In una realtà massificata, qualsiasi rivendicazione dell’individuo appare tronfia e velleitaria. C’è chi si compiace sadicamente della situazione; ma c’è anche chi rifiuta il mito del genio che plasma demiurgicamente la materia, un po’ troppo simile a quello dell’imprenditore che vede in ogni cosa uno strumento da piegare ai propri fini, perché ritiene davvero che il nocciolo più prezioso dell’esistenza si possa attingere solo attraverso una specie di passività studiata. A questa fede è legato il nome di Walter Benjamin. Per comprendere e riscattare i frammenti enigmatici a cui sono ridotti tanto l’esperienza moderna quanto i tesori del passato sconfitto dalla Storia, Benjamin s’impegna in una loro contemplazione ‘oggettiva’, che rinuncia alla volontà di possesso e all’idea di espugnare la verità imprigionandola in un sistema. Grazie a un atteggiamento analogo, il narratore della Recherche recupera nella sua fragranza intatta il tempo perduto. Sia in Proust che in Benjamin questa “morte dell’intenzione” deriva anche dall’accidia assorbita nell’agio della borghesia belle époque. È insieme il segno di un vizio e di una felicità originaria; e ha a che fare con l’incanto di sontuose letture infantili. Entrambi gli scrittori rappresentano stupendamente la maniera in cui i bambini si affidano ai libri con una fiducia illimitata, pur maneggiandoli senza reverenza alcuna. Per Benjamin, i piccoli con le gote chine sulle loro pagine rivelano addirittura un contegno taoista. Ed è la sua tendenza a privilegiare l’attitudine “ricettiva” rispetto a quella “creativa” che lo induce a lodare soprattutto il colore delle illustrazioni, la cui percezione associa all’odorato e al gusto, cioè a quei sensi passivi che gettano una rete proustiana sugli strati più profondi della memoria involontaria. Negli esemplari della letteratura per l’infanzia, Benjamin apprezza una categoria di testi trascurata dalla concezione capolavoristica dell’arte, e lasciata ancora ai margini del mercato. Come certi oggetti esaltati dai surrealisti, i libri dedicati ai bambini prefigurano un mondo “dove le cose sono liberate dalla schiavitù di essere utili”. Quando nascono, nell’età illuminista, sono appena una “variante del catechismo”. Ma il brechtiano Benjamin non disprezza questa rozzezza didattica. Lo infastidisce invece la pretesa recente d’immedesimarsi nel bambino, il quale “chiede all’adulto una rappresentazione chiara e comprensibile, ma non infantile”, e “meno che mai ciò che l’adulto è solito considerare tale”. Purtroppo gli autori, persa la potestà pedagogica, si rivolgono sempre più ai lettori passando per “l’impura mediazione” delle mode – una mediazione a cui si deve anche quel romanzo “per la gioventù” che Benjamin, come la nonna della Recherche, considera un prodotto artificioso. Cent’anni dopo ci fischiano le orecchie: cos’altro sono, infatti, gli albi da stilisti e le collane junior che si concentrano annualmente alla Fiera di Bologna, se non un deposito di leziosità per adulti bamboleggianti? Ma se Benjamin si sofferma con più gusto sulle icone schematiche degli incunaboli, è anche perché rimandano a uno dei suoi Leitmotive. Certe illustrazioni dei volumi per l’infanzia gli sembrano collegate all’emblematica del tardo Rinascimento e all’allegoria barocca a cui ha dedicato un libro difficile. Sfiorando un tema tipico del Seicento, poi ripreso dalle teorie novecentesche del linguaggio, gli abbecedari mostrano l’alfabeto che sorge da una scrittura figurata. Benjamin, simile ai piccoli lettori, vi si addentra come se fossero un paesaggio, e al tempo stesso ne fa un uso spericolatamente libero. Mentre sembra non staccarsi mai dalla pagina, di cui segue docile i contorni, elabora una metafisica e la espone in termini perentori. È il metodo che lo porterà a concepire un’opera di sole citazioni, ossia sommamente antiromantica, composta ‘colorando’ col suo sguardo i testi altrui, e trasferendo così nella letteratura la prassi del collezionista. In apparenza la vocazione antiquaria di Benjamin contrasta con il suo entusiasmo per le tecniche novecentesche. Ma in realtà in gioco è sempre il “nuovo”, nel senso della possibilità inesplorata: come i nascenti mass media, la reliquia negletta del passato si proietta nel futuro in cui vorrebbe trovare finalmente il suo posto. La felicità di questo teologo paradossale e materialista, un po’ kafkiano e un po’ brechtiano, sta nello scoprire che la storia non è già scritta; ma qui è anche la radice dell’angoscia. Proprio da una canzoncina d’infanzia viene una figura ambigua che ha accompagnato Benjamin per tutta la vita: l’omino gobbo, che simboleggia la deformità del destino e insieme indica la speranza messianica in un mondo nel quale i frammenti dell’esistenza spezzata possano riunirsi. Così gli albi infantili rappresentano sia una promessa d’integrità umana sia la condanna alla sua mancanza. Come diceva Adorno, la società moderna ci mette davanti a un aut aut atroce: o crescere conformandosi al suo funzionamento o restare bambini. Pochi l’hanno scontato più del suo grande amico.

sabato 20 giugno 2026

Callas, la grandezza insondabile

Alberto Mattioli
Callas, il genio e la malattia e i misteri della musica

La Stampa, 20 giugno 2026 

Non fu l’improvviso dimagrimento, che magari si era provocato, come si favoleggiò all’epoca, ingurgitando di proposito un vorace parassita in una coppa di champagne. Neanche le fatiche di una carriera onerosa, e fatta con una voce tutta “costruita”, in natura né bella né potente. E neppure la relazione con l’orrendo Aristotile Onassis, con conseguenti catastrofi sentimentali.

A causare l’improvviso declino vocale di Maria Callas, ultima opera cantata in pubblico una Tosca londinese del 5 luglio 1965, a nemmeno 42 anni d’età e dopo appena 18 di carriera (tralasciando il periodo ateniese) fu una rara malattia autoimmune che colpisce i muscoli ed è ignota ai più: la dermatomiosite. Non si tratta della solita bufala per melomani, e i fan “della Maria” sono i più feticisti di tutti, ma dello studio di un gruppo di ricerca di specialisti dell’Università di Padova pubblicato sul Journal of Voice, una specie di diagnosi postuma sulle corde vocali più celebri della storia dell’opera. I sintomi sono affaticamento vocale, perdita del sostegno respiratorio, “disfonia fluttuante” e insomma tutto quel che si inizia ad avvertire nel canto della Callas più o meno dal ’57 in poi.

Si sa: il cantante d’opera è l’unico musicista, beninteso quand’è musicista, che porta il suo strumento dentro di sé. Questo ha delle conseguenze fisiologiche e soprattutto psicologiche enormi. Luciano Pavarotti mi raccontava che sì, lui cantava sotto la doccia come tutti, ma che se appena intuiva che qualcosa, là nelle fibre più nascoste del suo corpaccione, non funzionava a dovere, erano subito stress e angoscia. Sapevamo che qualche ingranaggio, in quella perfetta macchina da canto che era Maria Callas, a un certo punto smise di girare a dovere; adesso sappiamo anche perché, supponendo beninteso che i professori di Padova abbiano azzeccato la diagnosi. E tuttavia questa scienza che oggi spiega molto non riuscirà mai a spiegare tutto. Può forse illuminarci sulle ragioni del declino, non su quelle della grandezza. Non può dirci perché una ragazza greca nata a New York che parlava italiano con un accento veneto spaventoso (e non il veneto di Goldoni, ma quello dei macchinisti dell’Arena, dal quale del resto l’aveva imparato) canti un italiano perfetto, caricando di senso e di sottigliezza ogni parola e perfino la punteggiatura. Non può spiegare perché nella pazzia dei Puritani declami una frasetta semplicissima, «Egli piange… forse amò» e fa piangere anche noi, solo ascoltandola; perché nell’Anna Bolena, quando sente passare Enrico che sposa la nuova moglie, dica «Suon festivo?» e in quelle due parolette misteriosamente ci sia tutto, il dolore la rabbia la disperazione; perché, come commentò Eugenio Montale dopo la famosa Traviata alla Scala, «bisognerebbe scrivere molte pagine per illustrare ciò che ella ottiene in “Dite alla giovane” cantando come una cosa morta, come uno straccio inanimato». Perché, insomma, è unica e inimitabile, e ha la facoltà divina dei poeti, dei musicisti, dei creatori ma anche dei loro interpreti di esprimere quel che proviamo e non riusciamo a dire.

E nel caso di Callas non c’è dermatomiosite o tenia o Onassis che tenga. Diceva Stendhal che quel che contraddistingue il grande artista è «l’infinitamente piccolo». In alternativa, si può chiamarlo genio.

martedì 23 dicembre 2025

Oona Chaplin in scena

Aurélien Tonet
Oona Chaplin, l'attrice focosa e passionale di "Avatar"

Le Monde, 20 dicembre 2025

Per garantire che il programma delle interviste procedesse secondo i piani, la Disney inviò i suoi migliori capisquadra, ma a Oona Chaplin non importava nulla. Sfidando il loro sguardo placido e il loro orologio inesorabile, l'attrice ispano-britannica si prese il tempo di descrivere, nei dettagli, la sua ricetta speciale. "  Mi piace cucinare il pesce – sogliola, branzino o merluzzo – con latte di cocco, cipolle rosse, basilico, mango… ", elencò sorridendo. " E un po' di ananas!"

Mentre sibila la "s" finale, i serpenti dorati nelle sue orecchie sembrano ondeggiare di piacere. Una semplice illusione ottica, in realtà. Solo un'altra, si potrebbe dire: a 39 anni, l'attrice interpreta Varang, il "cattivo" in Avatar: Dal fuoco e dalla cenere , il terzo capitolo della saga ad alto budget e ricca di effetti speciali di James Cameron, nelle sale da mercoledì 17 dicembre.

Non c'è bisogno di insistere; è l'attrice stessa a tracciare un parallelo tra il regista canadese e il nonno materno, Charlie Chaplin (1889-1977), che non ha mai conosciuto. "Sono due geni che hanno spinto i confini tecnologici del cinema per esplorare il cuore e la mente umana". In questa mattina di dicembre, l'evento promozionale meticolosamente orchestrato occupa un'intera ala dell'Hôtel Le Bristol, nel cuore del quartiere più elegante di Parigi.

Guerriero duro

Oona Chaplin sembra fuori posto tanto quanto Charlie Chaplin lo era sulle catene di montaggio in Tempi moderni (1936). Il lusso e la vita frenetica non sono il suo forte. Al momento delle riprese di Avatar: Di fuoco e cenere, nel 2017, viveva isolata in una baita a Cuba. "Solo James Cameron poteva tirarmi fuori da lì ", dice in un francese perfetto, appena venato da un accenno di accento spagnolo.

Da allora, si è stabilita in una fattoria nel nord della California con il suo compagno e la loro figlia di due anni e mezzo, oltre ad alcuni colleghi attivisti. Permacultura, rallentamento e tutto il resto. Eccola qui, mentre mostra il tatuaggio a forma di farfalla che si è fatta sul braccio: "Ero nel Massachusetts, all'inizio della mia relazione con il mio futuro marito. Eravamo intorno al fuoco, e una farfalla verde mi si è posata sulla testa. Ho provato a ballare, ad andare in bagno, ma niente ha funzionato: mi è rimasta sulla pelle per otto ore!"

Il caso vuole che, dopo l'elemento acquatico di Avatar: The Way of Water (2022), il terzo capitolo della saga si spinga oltre ogni limite. Questo grazie a Varang, il capo degli Ashen People, una tribù Na'vi che, in cerca di vendetta per la devastazione causata da un'eruzione vulcanica, incenerisce tutto ciò che incontra. La sua attrice, esuberante, la descrive così: "Dietro la rabbia di Varang, si celano grande dolore, vulnerabilità, trauma. La adoro. La trovo affascinante!"

Per incarnare questa feroce guerriera, riconoscibile dal trucco sgargiante e dalla corona di piume rosse, l'attrice si è allenata nell'uso di una vasta gamma di armi: spade, archi, bastoni kali, un'arte marziale originaria delle Filippine... "Varang è una specie di albero senza radici... Cerca di piantarsi nella terra. Una volta che questa chiave per comprenderla mi è diventata chiara, ho lavorato sui movimenti del mio bacino, per entrare in questa sorta di flusso viscerale che è il suo, come in una sessione di tai chi."

Scintilla di erotismo

Da adolescente, Oona Chaplin studiò danza – flamenco, salsa, balletto – prima di frequentare la più prestigiosa scuola di recitazione del Regno Unito, la Royal Academy of Dramatic Art. Nel portamento sensuale e altezzoso del suo personaggio, teso come una corda d'arco, qualcosa di quel passato rimane. A proposito della scintilla di erotismo che Varang accende su Pandora – l'esoluna precedentemente eccessivamente pudica dove si svolge gran parte di Avatar – la spagnola afferma: "La sua sensualità è un'arma; la usa per estendere il suo potere... I suoi gesti sono come lava, come magma".

Prima dell'inizio delle riprese, la troupe ha trascorso circa dieci giorni alle Hawaii per prepararsi alle riprese. Oona Chaplin ne ha approfittato per passeggiare lungo le pendici di un vulcano, attirando infine l'attenzione di un pompiere locale. "Non ero consapevole del pericolo... Inizialmente mi ha rimproverato. Dopo esserci trovati bene, abbiamo esplorato insieme i campi di lava". Racconta di avere un rapporto paradossale con le fiamme, fonte di terrore e di unità allo stesso tempo.

"Sono rimasta profondamente colpita dall'incendio della Grenfell Tower a Londra [che ha causato 72 vittime il 14 giugno 2017]. Conoscevo molte persone che vivevano lì; io vivevo proprio lì accanto... Il fuoco ci fa correre, per paura di bruciarci, ma è anche l'elemento attorno al quale ci riuniamo, come comunità. Gli incendi, anche i più orribili, portano sempre con sé una forma di purificazione." E continuò, con voce crepitante e occhi fiammeggianti: "Ho avuto la fortuna di studiare i rituali Maya... Lì il fuoco è considerato un essere vivente."

Eccola di nuovo, mentre evoca la memoria del suo più illustre antenato, di cui indossò l'intera identità – bombetta, bastone e baffi – durante un adattamento del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare sul palcoscenico della sua scuola nel 2003: "Mio nonno [Charlie Chaplin] guardava il fuoco e fumava il tabacco... Come lui, guardo il fuoco e fumo il mio tabacco."

Un omaggio alla nonna

Sulla caviglia, Oona Chaplin mostra un altro tatuaggio: questa volta, raffigura motivi geometrici tipici dei Mapuche, un popolo indigeno del Sud America da cui discende suo padre, l'artista e direttore della fotografia cileno Patricio Castilla. Sua madre, l'attrice Geraldine Chaplin, lo ha sposato nel 2006, vent'anni dopo la nascita di Oona, in seconde nozze.

Il suo nome ha un peso significativo, un omaggio alla nonna, Oona O'Neill (1925-1991), figlia del premio Nobel Eugene O'Neill (1888-1953), amica e amante di scrittori rinomati – da J.D. Salinger a Truman Capote – prima che Charlie Chaplin, nonostante i trentasei anni di differenza, la scegliesse come moglie. "  Le devo il mio primo ricordo: 'Attenzione al gatto, potrebbe graffiarti!', mi avvertiva..." Con così tanti legami che formano il suo albero genealogico, si ha la sensazione che non abbia ancora finito di risalire alle sue radici. "È strano, perché non parlavamo la stessa lingua, ma ci capivamo."

Prima di Avatar, Oona Chaplin si era già fatta notare per la sua interpretazione di Talisa Maegyr, un'infermiera brutalmente accoltellata mentre era incinta, nella terza stagione di Game of Thrones (2013). Anche in questo caso, il parallelismo tra la serie HBO e il mondo azzurro di James Cameron le viene molto naturale. "Sono due storie che usano la fantascienza e il fantasy eroico per riflettere i nostri sistemi di potere, le strutture che ci governano, gli istinti essenziali del cuore umano".

L'attrice spera di riunirsi a James Cameron per il quarto e il quinto capitolo di Avatar , ancora in fase iniziale di sviluppo, che dovrebbero concludere la saga. Nel frattempo, ammette di immaginarsi di guardare un solo schermo: "Passo le giornate a guardare mia figlia esplorare il mondo. Mi affascina. È una vera 'baby TV'. Ci metti la bambina e la guardi."

L'amato bambino la attende in una stanza adiacente del palazzo. Ci si aspetterebbe quasi di vedere Oona Chaplin afferrare la sua lunga treccia castana e legarla teneramente alla sua prole, come fanno le creature di Avatar . "Sì, questa treccia è il mio 'kuru'!" scherza, riferendosi alla coda bioluminescente posseduta dai Na'vi, che simboleggia il loro legame indissolubile con il mondo vivente.

https://www.lemonde.fr/culture/article/2025/12/20/oona-chaplin-actrice-tout-feu-tout-flamme-dans-avatar_6658759_3246.html

lunedì 29 settembre 2025

Nietzsche riconsiderato

Claudio Magris
Nietzsche oltre l'uomo
Corriere della Sera La Lettura, 22 luglio 2018

Per molti l'immagine più diffusa di Friedrich Nietzsche, il più grande diagnostico della crisi europea ancora e sempre più in atto, era quella dell'araldo del Superuomo o addirittura del precursore ideologico delle dottrine nazionalsocialiste. Immagine falsificante che si richiamava certo ad alcuni elementi presenti nel suo pensiero, ma astraendoli dalla sua opera complessiva e distorcendoli unilateralmente. In un suo recente, affascinante saggio Claudia Sonino analizza e illustra il grande ruolo avuto da Nietzsche per gli ebrei che volevano distanziarsi dalla borghesia ebraico-tedesca, assimilata e patriottica, e aderivano invece con passione al nascente e già vitale sionismo di Theodor Herzl. Maestri dell'ebraismo specialmente orientale, chassidico, quali Martin Buber e Gershom Scholem si proclamavano nietzscheani. 
Padre dell'avanguardia che in ogni campo ha sconvolto, lacerato, dissestato e rigenerato la cultura europea e soprattutto i suoi linguaggi, Nietzsche - ha scritto molti anni fa in un acutissimo libretto Guido Morpurgo-Tagliabue - era un genio presbite e strabico. 

                                                                    ***
Vedeva lontano: ha visto più di un secolo e mezzo fa ciò che sta accadendo ancora oggi e avverrà ancor più precisamente domani: l'avvento non del Superuomo, di un  Superman dominatore e amorale, bensì di un "oltre-uomo" felicissima traduzione-interpretazione di Gianni Vattimo nel suo saggio fondamentale e innovatore. Un nuovo stadio antropologico, quasi un salto evolutivo della nostra specie che sta avvenendo non in tempi lunghissimi come in passato ma con una velocità che sembra sfondare il muro del tempo come in un racconto di fantascienza, mutando la stessa natura psico-fisica dell'individuo e smussando le distanze tra uomo e robot. 
"L'insuperato Nietzsche" - come lo ha definito qualche anno fa il cardinale Angelo Scola, che è stato patriarca di Venezia e arcivescovo di Milano, in un incontro tenuto a Trieste - ha visto e annunciato da presbite tale mutazione ma, da strabico, ha spesso alterato e stravolto la realtà, la cultura, la vita che prendeva di mira. Presi alla lettera, molti suoi giudizi, specialmente sull'arte e gli artisti a lui contemporanei, sono inaccettabili e talora aberranti. Un esempio estremo è la sua delirante e patetica stroncatura di Richard Wagner. Probabilmente i suoi insulti contro Wagner nascevano da uno choc morale dinanzi a certe prevaricazioni e miserie dell'uomo Wagner e dallo sgomento di fronte a un tale scompenso fra etica e genio creativo. Nietzsche, il distruttore della morale, è stato uno degli uomini più sensibili, più puri e più moralisti che siano mai esistiti. La prospettiva strabica dei suoi scritti su Wagner rivela forse pure un amore mai estinto anche se rimosso e capovolto per la grandissima arte di Wagner.

                                                                    *** 
Ciò non giustifica il furore doloroso e anche banalmente offensivo delle sue pagine wagneriane, ma attraverso la sua distorsione strabica Nietzsche coglie un fenomeno che sarà sempre più di radicale importanza nella civiltà contemporanea ovvero le nuove modalità del consumo di massa. Pure in quelle pagine, insostenibili quali giudizi, Nietzsche annuncia ciò avverrà, ciò che dopo di lui è accaduto, ciò che sta ancora avvenendo e che ulteriormente dilagherà, la totale e totalitaria forma del consumo della vita, dell'arte e dell'uomo stesso.


                                                                     ***

Nietzsche era un genio, forse più poeta che filosofo — «quest’anima avrebbe dovuto cantare», dice di lui un verso di un grande poeta tedesco, Stefan George — ma incapace di esprimere in poesia (tranne pochissime, dolorose liriche) la sua anima, la sua tragedia, il suo smascheramento delle cose. L’unico suo libro brutto è quello più famoso, Così parlò Zarathustra, fastidiosamente liricheggiante e retorico, impari anche stilisticamente ai suoi capolavori, asciutti e al calor bianco, quali Aurora, La gaia scienza, i Frammenti postumi e altre opere. L’opera di Nietzsche è un viatico, non un sistema; un sale e non una pietanza, ma un sale assolutamente necessario. Non si può — sarebbe solo ridicolo — essere nietzscheani, come si può invece essere kantiani o marxisti, ma senza Nietzsche non si comprende quasi nulla di ciò che accade nel mondo e nelle teste.
L'essenza di Nietzsche non è stata ancora capita, dice Sossio Giametta, instancabile, acuto e rigoroso interprete di Nietzsche, collaboratore della fondamentale edizione critica di Nietzsche di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, traduttore di tante opere nietzscheane e di recente autore dell'illuminante Introduzione a Nietzsche. Opera per opera (Garzanti). La sua passione è indissolubile da un umanesimo partenopeo che impedisce ogni succube o esaltato culto del tragico filosofo; culto in cui sono caduti, talora non senza ridicolo, anche grandi intelletti, più apostoli che studiosi.
Nietzsche, afferma Giametta, si riteneva il pensatore più indipendente e inattuale della sua epoca, ma ciò era vero solo rispetto agli altri rappresentanti della cultura dell'epoca; non si rendeva conto di essere egli stesso una creatura della crisi europea, maturata ai suoi tempi in tutti i campi, che nutriva sotterraneamente il suo pensiero di solitario nelle sue lunghe passeggiate nei boschi, intorno ai laghi, sulle colline, per essere poi sciolto a casa". Come fanno tutti i geni, ribadisce Giametta, Nietzsche ha incarnato la crisi del suo tempo; col suo pensiero l'ha smascherata e insieme accelerata. 

                                                                  ***

C’è un tema, nelle interpretazioni-mistificazioni di Nietzsche, spesso fraintese e manipolate, particolarmente bruciante. Il suo elogio della forza e, ben più ancora, la sua ostentata avversione alla «congiura (...) sotterranea e maligna dei sofferenti». Un tema più volte ribadito, sottolinea Giametta, forse anche per desiderio di scandalizzare. Come quando scrive «istintiva congiura universale del gregge contro tutto ciò che è pastore, animale da preda, solitario e Cesare, per la conservazione e la vittoria di tutti i deboli, gli oppressi, i malriusciti, i mediocri, i semi-falliti, come una sollevazione di schiavi protratta in lungo, prima inavvertita e poi sempre più consapevole, contro ogni specie di signori e alla fine contro il concetto stesso di “signori”».
In queste espressioni c ’è il peggior Nietzsche, quello più enfatico e ingiusto verso sé stesso, impari al suo genio che ha scavato a fondo, attraverso il proprio dramma e talora il proprio strazio, nelle cose essenziali dell’esistenza e nel cuore di un radicale rivolgimento dell’uomo e del mondo. Questa concezione di mettere la vita degli uomini comuni al servizio degli uomini superiori è una banalità pseudo-aristocratica e di fatto plebea ignara di essere un luogo comune di massa, perché quasi tutti, in un modo o nell’altro, si ritengono anime più profonde del volgo che li circonda, geni incompresi.

                                                                      ***

Ma, anche per quel che riguarda i «deboli» nella sua distorsione c’è un pizzico di verità. L’inaccettabile distorsione è evidente. La tragedia infame dei deboli, degli oppressi, degli sfruttati, dei malati, dei torturati, dei massacrati è il cancro del mondo, contro cui è necessario e così difficile combattere. Una delle più alte parole della Scrittura dice che, della pietra rifiutata dai costruttori — ossia dell’ultimo, dell’infimo — il Signore farà la pietra angolare della sua casa. Inoltre identificare il debole — qualsiasi sia la sua debolezza — con l’indegno, non è solo crudele ma anche stupido, perché ignora le cause, di volta in volta, della debolezza e dimentica che i presunti deboli hanno tante volte dimostrato genio e coraggio e hanno dimostrato di saper combattere anche duramente.
Ma c’è pure un uso ipocrita e immorale della debolezza. Si sbandiera la propria debolezza per mettere il peso sulle spalle dei forti o presunti forti, considerati buoi perché tirano il carro senza lamentarsi. Si proclama la propria debolezza come se questa garantisse un animo delicato e sensibile che non può portare i pesi; la debolezza dovrebbe garantire una nobile fragilità dei sentimenti e dei nervi, un’anima poetica e sensitiva che soffre ad ogni contrarietà.
Spesso anche nelle famiglie c’è questa latente ingiustizia — specialmente nei confronti della donna — che destina alla fatica il «forte» solo perché non si lamenta e che vizia la dolente svenevolezza o l’ispirata sensibilità. Una punta di quest’ingiustizia c’è forse pure nell’episodio evangelico di Marta e Maria, quando la prima, indaffarata a preparare il pranzo per Gesù e per la sorella, chiede a quest’ultima, che sta ascoltando seduta la parola del Signore, di aiutarla e viene sgridata perché, dice lui, «Maria ha scelto la parte migliore». Ma chi dice che Marta, solo perché affannata con amore a lavorare e a cucinare per lui, fosse meno capace e desiderosa di ascoltare la Parola? Tant’è vero che il Vangelo in qualche modo la risarcisce, perché è lei a fare, in un altro momento, la più grande proclamazione di fede nel Cristo. Quel Cristo contro il quale Nietzsche si è scagliato, ma che ha contraddittoriamente amato, dolendosi che non avesse avuto fra i suoi discepoli un Dostoevskij, il solo a suo avviso capace di raccontare la sua persona e la sua vita, e addirittura firmandosi, al tramonto della propria esistenza, «il Crocifisso».

                                                                   ***

Nietzsche era un grande malato e anche il rapporto con il malato può essere ambiguo. Aiutarlo, soccorrerlo, ascoltarlo, essergli vicino contribuisce a dar senso alla vita, alla propria e alla sua. Fa capire che malattia e salute sono dei ruoli che inevitabilmente si  alternano, ora più, ora meno, per ognuno ossia fa toccare con mano il comune destino, l'autentica fraternità umana nella fragilità. Malattia, vecchiaia, morte - debolezze cui non sfugge nessuno, neanche i forti o i pretesi forti; lo stesso Nietzsche ne è un esempio toccante. "Quando eri più giovane", dice Gesù a Pietro, "ti mettevi da solo la cintura e andavi dove volevi, ma io ti assicuro che quando sarai vecchio, tu stenderai le braccia e un altro ti legherà la cintura e ti porterà dove non vuoi".
Ma il malato, proprio perché debole, può essere anche un prevaricatore prigioniero della sua malattia; comprensibilmente tutto preso dal suo io aggredito, non vede e non può vedere altro. Senza rendersene conto, vorrebbe talora che tutti vivessero solo per lui, non può capire che anch'essi possono essere in difficoltà. Si deve certo aiutare il debole ma senza permettergli di prevaricare, anche nel suo interesse, così come chi cerca di salvare un altro che annega deve lasciarsi tirare anch'egli sott'acqua e se necessario deve pure colpirlo per poterlo portare a riva. Il male, fisico e morale, fa male a tutti e perciò bisogna arginarlo. La debolezza reclama, comprensibilmente, la centralità dell'attenzione ma talora quasi il monopolio; c'è talora in essa una specie di risucchiante vampirismo. 

...

Introduzione a Nietzsche. Opera per opera, Garzanti, pagine 533 nuova edizione di un'opera uscita per la Bur Rizzoli nel 2009.                                                      


mercoledì 30 luglio 2025

Pavel Florenskij

 


Bianca Gaviglio

I serpentelli di Pavel Florenskij Lindau, 158 pp., 14,50 euro

Di tutti i contemporanei che ho avuto la ventura di conoscere nel corso della mia lunga vita, egli è il più grande, di una grandezza che non possiamo valutare per mancanza di capacità equivalenti. E tanto più grande è il delitto di chi ha levato la mano su di lui, di chi lo ha condannato a una pena peggiore della morte, a un lungo e tormentoso esilio, a una lenta agonia. Padre Pavel per me non era solo un fenomeno di genialità, ma anche un’opera d’arte”. Scritte da Sergej Michail Afanas’evic Bulgakov (1891-1940), l’autore de Il maestro e Margherita, ritenuto uno fra i più grandi romanzieri del Novecento, queste parole così elevate riguardano Pavel Aleksandrovic Florenskij, nato in Azerbaigian nel 1882 e fucilato dai comunisti non lontano da Leningrado l’8 dicembre del 1937. Matematico, filosofo, teologo, studioso di estetica, ingegnere elettrotecnico, oltre che sacerdote ortodosso, sposo e padre amorevole di cinque figli, Florenskij viene considerato un genio assoluto, tale che non si è temuto di paragonarlo a uomini del calibro di Leonardo da Vinci e Blaise Pascal. Dopo lunghi anni di oblio, la sua figura e la sua opera sono divenute oggetto di studio e di ammirazione anche in Italia, come testimonia, fra gli altri, questo interessante volumetto, il cui titolo, sicuramente originale, merita di essere spiegato. Stando sulla riva del mare, il piccolo Pavel vede che, muovendosi continuamente, l’acqua forma dei serpentelli verde-dorati. Incuriosito, il fanciullo chiede che cosa siano, ma la risposta che gli danno gli adulti – sono soltanto una parvenza – non lo soddisfa. I grandi non capiscono che gli occhi del bambino stanno scrutando oltre la dimensione fisica della realtà, senza tuttavia rifugiarsi nell’astrazione. Sarà così per tutta la vita: “Il positivismo mi disgustava – annota Florenskij –, ma non meno mi disgustava la metafisica astratta. Io volevo vedere l’anima, ma volevo vederla incarnata”.

Bianca Gaviglio mostra come tutta l’esistenza di padre Pavel fu spesa per trovare questa unione, cosa che gli costò la persecuzione e la condanna a morte da parte di coloro che volevano affermare una filosofia radicalmente materialista. In realtà, tuttavia, fu una ricerca coronata dal successo: “La sua opera e più ancora la bellezza della sua vita – si legge nel libro – rimangono fissate in quell’eterno in cui nulla va perduto. Nell’eterno che già traluce sotto forma di serpentelli verdi fluttuanti nel mare di Batumi e risveglia lo stupore del piccolo Pavel”.

mercoledì 26 aprile 2017

Lombroso a Jasnaja Poljana




Emiliano Vincenzo Toppi, Lombroso e Tolstoj, la prova del nuoto

Un segno della diffusione del nuoto tra gli uomini di lettere e di scienza può essere considerato il curioso episodio che coinvolse lo psichiatra italiano Cesare Lombroso e il grande scrittore russo Lev Tolstoj. I due si incontrarono infatti nell’agosto del 1897 presso la tenuta di Jasnaja Poljana, residenza e rifugio dello scrittore, posta nel governatorato di Tula (a circa duecento chilometri da Mosca). In quei giorni Lombroso si trovava a Mosca per il dodicesimo congresso internazionale di Medicina e venne ospitato, su invito personale dello zar Nicola II, presso un lussuoso appartamento al Cremlino. Le teorie lombrosiane, in estrema sintesi, ruotano attorno ad un nucleo fondamentale di idee secondo le quali i criminali sono contrassegnati da aspetti naturali, biologici, che li rendono tali. Le idee del medico italiano oggi ci appaiono assurde, ma del resto l’epistemologia novecentesca ci insegna che la scienza prosegue per tentativi ed errori.
Trovandosi a così poca distanza dalla residenza di quello che egli riteneva essere (ed in questo non era solo) il più grande scrittore vivente, un vero e proprio genio, Lombroso decise di fare visita a Tolstoj. Poteva quindi cominciare una sorta di esplorazione scientifico-naturalistica grazie alla quale lo psichiatra veronese sperava di trovare conferma (o quella che egli avrebbe ritenuto un’ulteriore conferma) alla sua teoria del rapporto tra genio e follia. Secondo lui genio e follia erano due aspetti della stessa realtà psicobiologica: una realtà malata, alterata, distorta e disturbata. Vigeva quindi una sorta di legge di compensazione, che portava alcuni malati, folli (ai quali la natura non aveva concesso le caratteristiche che avevano invece gli altri) ad avere delle qualità geniali. Non era quindi qualcosa di totalmente positivo essere considerati geni dall’eccentrico e vivace positivista italiano e questo lo aveva capito benissimo lo stesso Tolstoj, che era abbonato a riviste provenienti da mezzo mondo, leggeva di tutto ed era quindi certamente a conoscenza (sia pure in modo generico) delle teorie di Lombroso. Lo scrittore russo accolse cortesemente la richiesta dello scienziato italiano ed accettò quindi di incontrarlo e di ospitarlo presso la sua tenuta di Jasnaja Poljana.
Proprio durante la sua prima giornata di permanenza in quel luogo incantevole, Lombroso venne invitato dallo scrittore a tuffarsi nel laghetto della Voronka. I due nuotarono insieme per un quarto d’ora, poi l’italiano cominciò ad annaspare. Tolstoj proseguiva invece fresco come una rosa, contento di poter dimostrare che il proprio non era certamente un organismo degenerato, come invece le teorie lombrosiane avrebbero portato a pensare. Ad un certo punto, Lombroso rischiò di affogare e Tolstoj lo salvò afferrandolo per i capelli, per poi letteralmente gettarlo nella piscina che si trovava lì vicino. Alla fine della nuotata, lo psichiatra espresse al suo ospite tutto il suo stupore nel vederlo così prestante e questi allora lo sollevò e lo prese in braccio, come se si trattasse di un cagnolino.
Nei giorni successivi Lombroso continuò a spiegare le proprie teorie allo scrittore russo, ma i due non si trovarono d’accordo praticamente su nulla. Complessivamente, lo psichiatra italiano ebbe la sensazione che Tolstoj fosse una persona molto buona.
Nel romanzo Resurrezione, dove il protagonista Nechljudov si interroga in modo assai profondo sul tema della pena, il grande scrittore russo espresse attraverso i personaggi tutta la sua avversione verso le teorie criminologiche lombrosiane.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Oltre ai saggi di Lombroso ed ai romanzi di Tolstoj, che non riporto per ragioni di spazio, ho avuto modo di consultare i seguenti testi. In essi, il lettore potrà trovare altri riferimenti.

S. Alfonsi, Nuoto, Giunti, Firenze 2008, pp. 95.
R. Catenacci, “Il genio e la follia. Quando Lombroso analizzò Tolstoj” (intervista a Paolo Mazzarello), la Provincia pavese, 10 febbraio 2015. Disponibile anche on line: http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2015/02/10/news/il-genio-e-la-follia-quando-lombroso-analizzo-tolstoj-1.10841416
P. Mazzarello, Il genio e la follia. La strana visita di Lombroso a Tolstoj, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp. 123 (I edizione: Bibliopolis, Napoli 1998).

Mario Baudino, Quando Tolstoj salvò Lombroso da sicuro annegamento, La Stampa, 14 novembre 2019

Cesare Lombroso incontrò Lev Tolstoj, nella tenuta di Jasnaja Poljana, e per poco non finì annegato. Lo salvò l'ospite, con grande energia, tirandolo fuori da uno stagno infestato dalle ninfee dove gli aveva proposto una bella nuotata. Fu tutto sommato uno schiaffo al suo orgoglio, forse una inconsapevole vendetta dello scrittore: perché il fondatore dell'antropologia criminale non era stato affatto tenero con lui quando, nel suo bestseller, L'uomo di genio, ne aveva descritto l'abbondanza di «rughe del dolore», insieme al generale «aspetto cretinoso o degenerato»: che lo accomunava, bontà sua, ad altri geni alienati come Socrate, Ibsen e Dostoevskij.
Tolstoj probabilmente ne aveva notizia. Si sarebbe poi preso il piacere di rispondere in Resurrezione, dove un procuratore fa una lunga arringa in tribunale citando Lombroso e Charcot, e il presidente mormora a un giudice: «È un tremendo imbecille». Non erano fatti per capirsi. L'incontro avvenne nell'estate del 1897, quando il luminare torinese, all'apice della fama, sessantaduenne ma non particolarmente in forma, accettò l'invito a un convegno a Mosca – e fu, leggiamo nei ricordi delle figlia, una comica odissea, ivi compresa a Vienna una denuncia per furto del portafogli, salvo ricordarsi due giorni dopo di averlo lasciato al bureau dell'albergo - soprattutto per poter incontrare lo scrittore, per lui un oggetto interessantissimo di studio.
Superate non poche difficoltà, riuscì a raggiungerlo nella mitica tenuta agricola, dove fu accolto con distaccata cortesia e accadde il buffo episodio di un sessantenne tirato a riva per i capelli da un compagno che stava per tagliare il traguardo dei settanta: e che dopo l'impresa «eseguì qualche esercizio, sollevandosi robustamente sul trapezio; il Lombroso cercò d'imitarlo, ma per quanto si arrabattasse, rimase a terra», come raccontò Luciano Zuccoli, nel 1899 sull'Illustrazione Italiana. Tolstoj chiuse l'imbarazzante vicenda descrivendo nel diario l'ospite come «un vecchietto limitato, ingenuo».
È questa una storia, non delle più note, che circolò carsicamente fra gli studiosi fino a un libro di Paolo Mazzarello, Il genio e l'alienista (Bollati Boringhieri, 2005) da cui prende ora spunto Sergio Ariotti per una pièce teatrale, titolo L'incontro. Quando Tolstoj salvò Lombroso da sicuro annegamento, in prima nazionale fra oggi e sabato al Palazzo degli Istituti Anatomici di Torino, con Mauro Avogadro e Martino D'Amico; in occasione del decennale del Museo Lombroso, che fino al 6 gennaio espone alla Mole Antonelliana oltre 300 fotografie in dialogo con oggetti, strumenti, documenti e libri (sabato mattina è possibile una visita guidata con i curatori).

Il testo dello spettacolo è pubblicato – con lo stesso titolo - da Robin edizioni. Il lavoro teatrale è fedele alla storia, ma scava nella psicologa dei personaggi: due luminari, uno ferocemente positivista ma aperto a idee liberali, l'altro spiritualista e tormentato – per esempio dalla bulimia sessuale –, alfiere dell'amore cristiano e della solidarietà umana ma reazionario. Tutto sommato, al di là delle teorie lombrosiane e dei maldestri bagni, due tipi umani che ancora oggi si danno, per così dire, battaglia.








domenica 9 novembre 2014

Evariste Galois, vita e morte di un matematico

Paul Nizan
Aden Arabie

A adolescenti già stanchi di anni di liceo, corrotti dagli studi umanistici, dalla morale e dalla cucina borghese delle loro famiglie, viene propinato l'esempio di illustri predecessori: Pasteur, Taine, Lemaitre, Giraudoux, François Poncet, e gli si promette la Croce [= la Legion d'onore] per meriti di anzianità e l'Accademia alla fine dei loro giorni: ma nessuno racconta a quei ragazzi la vita di Evariste Galois.



LA TEORIA DI GALOIS in breve



Nella ricerca di un criterio per determinare quando un'equazione algebrica possa essere risolta «per radicali», Galois introdusse il concetto di gruppo di sostituzioni, un'idea nuova e di fondamentale importanza. Per questo è giustamente considerato il fondatore della moderna algebra astratta.



Maurizio Melis


"All'improvviso, nel bel mezzo di una conversazione privata tra me e la persona seduta a sinistra, le mie orecchie sentirono il nome di Luigi Filippo, seguito da cinque o sei fischi. Mi voltai. A quindici o venti posti di distanza da me si stava svolgendo una delle scene più animate della serata. Un giovane che teneva nella stessa mano un bicchiere e un pugnale aperto cercava di farsi sentire dagli altri.
Si trattava di Evariste Galois. Riuscii a percepire solo che si trattava di una minaccia, e che era stato pronunciato il nome di Luigi Filippo. Il coltello aperto lasciava trasparire le intenzioni del giovane."

A scrivere queste parole fu il celebre scrittore Alexandre Dumas, nel 1831, un anno davvero schifoso per il protagonista della nostra storia, segnato dalla galera e da ogni possibile disavventura. Oggetto della sua attenzione, uno dei matematici più geniali di tutti i tempi, e probabilmente la figura più tragica e romantica della storia della scienza.
Evariste Galois nacque il 25 ottobre del 1811 nelle vicinanze di Parigi, e non ebbe il tempo di invecchiare.
La sua vita si sarebbe conclusa tragicamente pochi mesi dopo l'episodio del coltello, durante un duello, con un colpo di pistola sparato da 25 passi di distanza da quello che, se non un amico, era certamente stato un compagno di battaglie politiche. Infatti erano entrambi rivoluzionari e aderivano all'ala militante del partito Repubblicano, la Società degli Amici del Popolo, che aveva come obbiettivo la deposizione del Re negli anni tumultuosi che seguirono la parabola di Napoleone Bonaparte. Quando fu ucciso, Galois aveva appena vent'anni e un posto assicurato nell'olimpo della matematica.

La sua fu una vita vissuta intensamente tra matematica, politica e un amore breve e non corrisposto, sfociato nel tragico duello. Lei si chiamava Stéphanie Potterin du Motel e Galois l'aveva conosciuta solo pochi mesi prima. La relazione tra i due, però, si era interrotta quasi subito per ragioni che non sono note, ma che avevano portato Galois, il quale aveva un carattere esplosivo, a lasciarsi sfuggire qualche commento non proprio lusinghiero sulla ragazza. Per difendere il suo onore Ernest Duchâtelet, "patriota" e una delle migliori pistole di Francia, l'aveva sfidato a duello. E tirarsi indietro non era contemplabile all'epoca. La notte prima di morire, certo che la fine stesse per giungere, Galois si gettò a capofitto sui propri appunti redigendo tre memorie destinate a mutare profondamente la matematica.
Del tutto incostante negli studi; geniale, ma refrattario all'istruzione formale e insofferente verso chi non era in grado di seguirlo mentre svolgeva complicati calcoli a mente (inclusi i propri esaminatori), Galois aveva fallito per due volte l'ingresso all'Ecole Polytechnique, la più importante università francese, e aveva dovuto ripiegare sull'Ecole Normale, da cui in seguito il direttore, un conservatore privo di spina dorsale, lo espulse. In realtà, ancora diciannovenne, aveva risolto un problema che resisteva da secoli agli attacchi dei matematici ma, poiché pochissimi lo avevano capito,  Galois che tra l'altro aveva sviluppato una specie di mania di persecuzione era convinto che sarebbe stato dimenticato.
Quelle memorie, scritte con foga e rassegnazione, sono note oggi come Teoria di Galois. [...]
Le sue idee sopravvissero grazie al lavoro di alcuni amici, tra cui i matematici Auguste Chevalier e Carl Jacobi, e del fratello Alfred. Nel 1856, la teoria di Galois venne introdotta nei corsi avanzati di algebra in Francia e Germania. Nel 1909, [...] l'Ecole Normale chiese ufficialmente scusa al mondo per non aver saputo riconoscere, e anzi per avere espulso, una delle menti più brillanti del XIX secolo.



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Si vedano inoltre
http://rudimatematici-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/10/25/25-ottobre-1811-buon-compleanno-evariste/
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/25/evariste-galois-equazioni-duelli-quel-piccolo-genio.html
http://matematica.unibocconi.it/articoli/%C3%A9variste-galois-il-personaggio-e-il-lavoro
http://www.galois-group.net/dupuy/ (Paul Dupuy era surveillant général de l'Ecole Normale, il che spiega la familiarità di Nizan con l'argomento)



http://it.wikipedia.org/wiki/Non_ho_tempo (film di Ansano Giannarelli, 1973)




Evariste Galois era stato allievo del liceo Louis le Grand, lo stesso frequentato in epoche diverse da Voltaire, Robespierre, Victor Hugo, Jaurès, Aimé Césaire, Mendès France, Maurice Merleau-Ponty e Pierre Bourdieu tra gli altri. http://en.wikipedia.org/wiki/Lyc%C3%A9e_Louis-le-Grand

 








Infeld ‹ìnfelt›, Leopold. - Fisico (Cracovia 1898 - Varsavia 1968); dopo aver svolto varie ricerche teoriche sulla relatività, nel 1936 si trasferì a Princeton dove collaborò con A. Einstein; insegnò presso l'università di Toronto dal 1938 al 1950, anno in cui divenne direttore dell'Istituto di fisica teorica dell'università di Varsavia. Autore di numerosi studî in varî campi della fisica teorica, e in particolare sulla teoria della relatività generale.