domenica 1 febbraio 2026

L'idiozia dei violenti

Francesco Ramella 
Torino, l’idiozia dei violenti e le proteste “intelligenti” di Minneapolis
Domani, 1 febbraio 2026

Gli scontri di sabato 31 gennaio a Torino, al termine della manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, non sono stati un incidente imprevisto. Venti poliziotti feriti, mezzi incendiati, un quartiere vandalizzato e di fatto sequestrato: la violenza osservata è stata intensa e brutale, tanto da far tirare un sospiro di sollievo per l’assenza di conseguenze ancora più gravi per le persone coinvolte. «Era già tutto previsto», direbbe Cocciante. In effetti lo era.

Questi scontri non nascono dal nulla. Non serve immaginare un piano scritto: chi ha chiamato a raccolta la galassia dei movimenti antagonisti, chi ha promosso un linguaggio e un’analisi che presentavano lo scontro quasi come inevitabile, ha quantomeno accettato preventivamente questo esito.

Gli organizzatori della protesta hanno evocato Minneapolis. A questo parallelismo occorre dare subito una risposta chiara. Nella città americana le immagini hanno smascherato una narrazione bugiarda del potere.

Le immagini non sono mai “la realtà”, ma in certe condizioni funzionano da potenti deflattori delle menzogne. L’uccisione di cittadini inermi da parte di agenti federali ha mostrato il volto arbitrario e crudele della violenza di Stato. Quelle immagini hanno avuto una forza morale e un’efficacia straordinarie, capaci di reindirizzare il corso degli eventi.

Torino, l’immagine simbolica è stata opposta: gruppi antagonisti che cercano deliberatamente di infliggere il massimo danno possibile alle forze dell’ordine.

Il poliziotto diventa il nemico assoluto, come scandiscono gli slogan urlati in piazza – «tout le monde déteste la police». L’immagine del poliziotto sopraffatto da criminali incappucciati, nella città sabauda, è lo speculare contraltare dell’esecuzione di Alex Pretti da parte delle forze del dis-ordine federale nella città americana. Non è un dettaglio comunicativo: è ciò che ribalta completamente il parallelismo.

A Minneapolis abbiamo visto una città reagire con intelligenza e resilienza collettiva: istituzioni locali, società civile, reti associative. La non violenza è stata una scelta morale e strategica: rendere visibile l’ingiustizia senza offrire pretesti repressivi, non alienare consenso, costruire alleanze.

Proprio questa reazione composta ha reso ancora più evidente l’arbitrio del potere federale, attirando la solidarietà dell’opinione pubblica democratica internazionale.

La minoranza violenta

A Torino è accaduto l’opposto. La città si è sentita ostaggio di una minoranza violenta, che ha oscurato una manifestazione ampia e in larga parte pacifica.

Una minoranza che non si pone l’obiettivo di ampliare il consenso né di costruire una coalizione sociale e politica, anche radicale, ma capace di muoversi all’interno dei canali democratici. Una minoranza che persegue invece una politica identitaria e ribellista, di stampo anti-istituzionale e orientata allo scontro più che alla trasformazione sociale.

Così sono state indebolite anche le ragioni di chi protestava contro uno sgombero discutibile, interrompendo un possibile percorso di legalizzazione di un centro sociale che aveva saputo costruire consenso nel quartiere attraverso le sue attività sociali. Un processo che, naturalmente, non può essere portato avanti con chi pratica la violenza, ma che è stato volutamente fatto naufragare da più versanti.

Garante del disordine

Il governo utilizza gli sgomberi selettivi – colpendo solo i centri sociali di sinistra – per accreditarsi come garante dell’ordine, ottenendo in realtà più disordine.

Ma questo interesse trova un alleato perfetto in chi persegue una strategia antagonista violenta: gli scontri producono visibilità, miti resistenziali, reclutamento di nuovi militanti. Entrambi hanno qualcosa da guadagnare dal conflitto.

Per questo la strada del dialogo – con chi protesta in forme anche radicali ma non violente – è difficile, ma necessaria. Serve a togliere terreno ai violenti e a smascherare le strategie di polarizzazione.

Richiede coraggio: nelle istituzioni, ma anche nell’opposizione. Il dialogo non significa remissività né accettazione dell’illegalità, ma la capacità di offrire alternative – alla repressione e alla violenza – di fronte a problemi politici e sociali che appaiono “intrattabili”.

Torino non è Minneapolis. Continuare a fingere il contrario non rafforza la democrazia: la indebolisce.

Ci dispiace

Nicolò Zancan
La Torino ferita: in 20mila per Aska, il corteo poi la guerriglia

La Stampa, 1 febbraio 2026

Alle 18,51 c’è un uomo accasciato sul bordo della strada, mentre infuria la battaglia del sabato nero di Torino. Sta in mezzo ai fuochi accesi di corso Regina Margherita, fra pietre, fumogeni, bengala e bottiglie che volano e vanno in frantumi. Ha la giacca a vento verde, le scarpe da ginnastica bianche, la faccia completamente insanguinata. È un uomo di mezza età, non riesce a rialzarsi. Tre poliziotti vanno a cercare di aiutarlo. Partono lanci ancora più fitti: «Merde! Lasciatelo!». I casseur credono che i poliziotti stiano cercando di arrestarlo. Mentre stanno provando a metterlo al riparo. Solo al terzo tentativo, riescono a trascinare via quell’uomo da lì. In quel momento il caos è totale. Arrivano ambulanze. La città è in fiamme. Tutto il giorno di ieri è stato un’estenuante attesa del peggio. E il peggio, infine, è arrivato. Che per le strade sia rimasta solo devastazione e non un morto attiene alle dinamiche imperscrutabili della fortuna.

E ci dispiace per quella ragazza di nome Aida, 17 anni, con le sue parole incise nel cuore: «Sono qui perché penso che sia sbagliato voltare lo sguardo dall’altra parte, il governo chiude i centri sociali e militarizza le città, non è il mio governo un governo che difende Trump». Ci dispiace per una signora anziana di nome Pia, che ha fatto tutto il corteo aiutandosi con una stampella da Piazza Vittorio fino a corso San Maurizio: «Sto con questi ragazzi». Ci dispiace per i sindacati, per Zerocalcare sceso a Porta Nuova e per tutti quelli arrivati a Torino in pace, che erano tanti. Ci dispiace per gli studenti felici, come è bello essere felici insieme agli altri condividendo la stessa idea del mondo. Ma è stato chiaro fin dall’inizio che gli scontri erano preparati, organizzati, attesi. Un sabato a orologeria. Non è un modo di dire: servono caschi, servono pietre, servono passamontagna, bottiglie vuote e fuochi d’artificio, servono tute per reggere gli idranti, servono sacchi neri dell’immondizia per non sprecare i bengala sotto l’acqua, non bisogna avere le polveri bagnate. Servono maschere per sopportare i lacrimogeni e occhiali da saldatore per vederci in quella nebbia tossica. Ci dispiace che un corteo partecipato, vario e a lungo pacifico di 20, 30 o addirittura 40 mila persone, secondo i manifestanti, un corteo in solidarietà con i centri sociali e per una certa idea di libertà, si sia trasformato in una battaglia. Ma così è stato. E non per caso.

Il percorso era concordato con la prefettura. In cima a corso San Maurizio, al Rondò Rivella, il corteo doveva proseguire verso la Dora e poi verso il parcheggio dei pullman. Ma per mezz’ora, prima di quel bivio, in un tempo sospeso senza speranza, tutti hanno potuto assistere alla vestizione. Uno dei leader storici di Askatasuna, Andrea Bonadonna, diceva: «Il primo risultato lo abbiamo ottenuto. È questa la vera marcia dei quarantamila di Torino, non quella dei colletti bianchi della Fiat». Su quale potesse esser il secondo risultato non c’erano più, a quel punto, molti dubbi. Stava per andare in scena lo scontro.

A scanso di equivoci: non sono stati pochi ragazzi incappucciati a fare degenerare la situazione. Non un drappello, non qualcuno. Erano in tanti: ragazzi e ragazze giovani e giovanissimi bardati di nero fino agli occhi, pronti alla battaglia. Cinquecento, mille. Duemila? Difficile stabilirlo con precisione. In quel momento ognuno stava pensando alla sua personale via di fuga. Ma loro no: dritti verso il disastro. E così, contravvenendo al percorso stabilito, hanno svoltato a destra, imboccando corso Regina Margherita, per puntare verso quello che un tempo - un tempo lungo trent’anni - era il centro sociale Askatasuna. Laggiù li aspettava un muro, un gigantesco muro, di agenti schierati in tenuta antisommossa, con un piano di difesa: lacrimogeni a pioggia e idranti già puntati. A quel punto non esisteva più alcun dubbio su quello che sarebbe successo.

Alle 17,36 i manifestanti attrezzati per la battaglia procedevano marciando compatti verso lo scontro, un elicottero della polizia osservava la scena dall’alto. Negozianti con facce tese. Due donne al balcone. Una coppia con il passeggino usciva dall’Hotel dei pittori, come marziani sulla terra nel momento sbagliato.

Poi è cronaca del disastro. L’ultimo coro, in francese: «Tutto il mondo detesta la polizia». Partono dei bengala dai manifestanti che esplodono sugli anfibi dei poliziotti, che a loro volta replicano sparando decine e decine di lacrimogeni ovunque. Il cielo si fa rosso fuoco, nebbioso e tossico. Rotto l’equilibro, tutto si scompone. Ma mentre i più accorti, cercano vie laterali per non vomitare per i gas respirati e anche per evitare di prendersi qualcosa in testa. Quelli vestititi di nero, quelli attrezzati, quelli con le mute anfibie e le maschere antigas, non mollano: stanno là a fare la guerra alla polizia. Spaccano pezzi di città, lanciano pezzi di città. Cordoli, pali, grumi di pavimentazione. Incendiano bidoni, lanciano altri bengala. Un continuo lanciare, spaccare e incendiare. Urlare e ancora tirare bombe carta contro gli agenti. La polizia risponde, i casseur rispediscono i lacrimogeni al mittente. Frasi ai bordi della battaglia. «Daje, via da qua! Che finisce male». «Mamma, io sto bene». «Vomito!». «Aiuto, non ci vedo più. Avete dell’acqua?». In quel momento, un troupe di Rai Tre viene minacciata da due manifestanti che così dicono. «Non puoi riprendere. Lo capisci?».

E quando il cameraman chiede: «È una minaccia?». L’altro risponde: «Sì». Nessuno ama finire in televisione, riconoscibile, mentre lancia un sasso a caso contro il mondo. Un finanziere viene colpito a una gamba. Anche per lui serve l’ambulanza. Un poliziotto senza casco è preso a botte da sei manifestanti incappucciati. Infieriscono: pugni, calci. Lo inseguono. Sono tanti i feriti, che ancora non si riesce a contarli, una trentina a tarda sera. Ed è in quel momento che quel signore, di cui nulla sappiamo, si ritrova sul selciato, con la faccia insanguinata, senza riuscire a rialzarsi. Sangue sul viso e sulla giacca. Lo portano via, mentre un camionetta della polizia va a fuoco. Ancora insulti, manganellate, ancora lanci contro i poliziotti, altri fuochi accesi. Solo camminare, alla fine di tutto, su quello che era rimasto a terra, poteva rendere l’idea: un mondo in frantumi.

Guerriglia a Torino

Stefano Caselli
Askatasuna, guerriglia a Torino Barricate, fiamme e agenti feriti
Il Fatto Quotidiano, 1 febbraio 2026

Era stata preparata come manifestazione nazionale, attesa come scontro nazionale. Obiettivo raggiunto. Che il corteo pro Askatasuna, annunciato oltre un mese fa, si sarebbe concluso con la peggior guerriglia vista a Torino da molto tempo, era chiaro dall’inizio. E se qualcuno tra i manifestanti e le forze dell’ordine avesse avuto altri obiettivi, è stato tenuto nelle retrovie.
Tre cortei, uno dalla stazione di Porta Nuova, uno da Porta Susa e uno – soprattutto – da Palazzo Nuovo, storica sede delle facoltà umanistiche occupata un paio di giorni fa. Alle 14:30 sono già migliaia le persone in via sant’Ottavio. Il variegato corteo degli studenti (e non solo) si muove dopo poco più di un’ora. In testa lo striscione “Torino partigiana”, in coda – tra slogan anti-Meloni, solidarietà al popolo palestinese e unione ideale con i “resistenti” di Minneapolis – i comitati del quartiere Vanchiglia: famiglie con bambini, vin brulè e panini a offerta libera, signore non più giovani sorridenti e mano nella mano. Il corteo sfila per via Po e piazza Vittorio, fino a congiungersi con gli altri due in arrivo dalle stazioni. Tanta gente, chi dice 50 mila (cifra forse esagerata, ma non troppo). Poi, secondo il percorso concordato con la Questura, il ritorno verso Vanchiglia (il quartiere di Askatasuna a ridosso del centro) lungo corso San Maurizio. Un’ora di cammino, lento, irreale nell’assenza di macchine parcheggiate e saracinesche alzate. Lo snodo fondamentale del percorso concordato sta là in fondo, in quello che i torinesi chiamano Rondò Rivella. Si dovrebbe proseguire verso Barriera di Milano, Torino nord, fino al parcheggio del Cimitero Monumentale, indicato, come fosse una gita fuori porta, come luogo di ritrovo per i gitanti arrivati in pullman.
Che il percorso non sarebbe mai stato quello è evidente fin dalla prima occhiata al massiccio schieramento di forze dell’ordine. Apparentemente inspiegabile. Un consistente cordone di polizia blocca corso Regina Margherita in direzione periferica. Verso il Po, in direzione Askatasuna, il campo è libero, sbarrato centinaia di metri più avanti da un altro massiccio cordone di polizia. Mancano solo le frecce luminose. Arriva l’avanguardia del corteo, si calano i cappucci neri, si indossano le mascherine e gli occhialini da sub. Le signore di Vanchiglia vengono cortesemente invitate a tornare indietro. Poi arriva il furgone da cui partono musica e slogan, che senza esitare svolta a destra, verso Askatasuna.
Cala la sera e iniziano due ore buone di guerriglia urbana: bombe carta, pioggia di lacrimogeni, idranti, bottiglie, pietre, una camionetta della polizia in fiamme (come diversi cassonetti), qualche fermato, almeno una ventina di feriti (tra cui undici poliziotti e un signore colpito violentemente in testa da un palo di metallo, forse perché scambiato per ciò che non era), una troupe Rai aggredita, e barricate nelle vie di Vanchiglia all’ora dell’aperitivo, tra spargimenti di sangue e di detersivo, per citare De André. Il ministro dell’interno Matteo Piantedosi attacca “gli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente anche grazie a coperture politiche ben identificabili”. Guido Crosetto, ministro della Difesa, posta sui social il video dell’agente accerchiato e pestato: “Questi non sono manifestanti. Si comportano da nemici, da terroristi, da guerriglieri. Vanno trattati per quello che sono”. Il presidente Sergio Mattarella ha chiamato Piantedosi perché trasmettesse la sua solidarietà al poliziotto.
L’ennesimo Giorno della Marmotta di Torino si placa (relativamente) poco dopo le 20. Esultano (sotto una patina di indignazione) gli ultras della repressione, si ritirano soddisfatti gli incappucciati. Resta la frustrazione di tutti gli altri, compresi politici e intellettuali di area progressista. In piazza c’era anche un pezzo vero di città a cui non piace l’aria che tira.