sabato 21 febbraio 2026

Vicende e personaggi dell'Eneide

Il dipinto risale al 1748 ed è opera di Pompeo Batoni; fu donato a Vittorio Amedeo III da Luigi Gerolamo Malabaila, conte di Canale e ministro dei Savoia a Vienna nonchè amico dell'artista.

L'incipit

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?



traduzione di Annibal Caro 

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

traduzione di Luca Canali 

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
 e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?

traduzione di Pier Paolo Pasolini

Canto la lotta di un uomo che, profugo da Troia 
la storia spinse per primo alle sponde del Lazio: 
la violenza celeste, e il rancore di una dea nemica, 
lo trascinarono da un mare all’altro, da una terra 
all’altra, di guerra in guerra, prima di fondare la sua città 
e di portare nel Lazio la sua religione: origine 
del popolo latino, e albano, e della suprema Roma. 
Tu, spirito, esponi le intime cause: per quale offesa 
o per quale dolore, la regina degli dèi obligò quell’uomo 
così religioso, a dover affrontare tanti casi, tante 
fatiche: miseria di passioni nei cuori celesti!

Traduzione di Enzio Cetrangolo 

L'uomo guerriero, il profugo io canto che primo
dalle spiagge di Troia giunse fatalmente in Italia
sui lidi di Lavinio; molto e per terre e per mari 
quello fu sbalestrato da Numi celesti a causa dell'ira
lunga di Giunone; e molto in guerra anche sofferse
per fondare la nuova città e condurre i Penati
nel Lazio; da cui la stirpe latina e i padri 
Albani provennero e dell'alta Roma le mura.
Musa, e tu dimmi di questo le cause: per quale
offesa o dolore colei ch'è regina dei Numi
costrinse quell'uomo di fede profonda a passare
per tanti pericoli, a subire tanti travagli.
Un'ira sì grave nei petti celesti permane? 

L'ombra di Ettore

Virgilio
Eneide

II, 268-297

Traduzione di Giuseppe Albini

Era l'ora che il primo sonno scende agli affranti mortali e, divin dono, soave si diffonde. Ecco, mi parve mestissimo vedere Ettore in sogno con grande pianto, qual già strascinato fu da la biga e nero di cruenta polvere e per gli enfiati piè trapunto da le redini. Ahimè qual era! quanto cangiato da quell'Ettore che torna de le spoglie d'Achille rivestito, o messo il frigio fuoco a' legni achei! Fosca la barba, il crin grumi di sangue, con le tante ferite che d'intorno a' muri de la patria ebbe per lei. E mi parve che primo io lo chiamassi piangendo e mesto prorompessi: - O luce de la Dardania, o la piú salda speme de' Teucri, quale ti trattenne indugio sí lungo? da che terra, sospirato Ettore, vieni? Oh come, dopo molte morti de' tuoi e dopo il vario affanno de la città, te lassi rivediamo! Qual malvagia cagione ha guasto il tuo volto sereno? e che ferite vedo? - Ei nulla, e al vano chieder mio non bada; ma con un grido e un gemito profondo - Ah! fuggi, figlio de la Dea, mi dice, e scampa a queste fiamme. È tra le mura il nemico; precipita dal sommo l'alta Troia. Fu fatto per la patria e per Priamo assai. Se si potesse or Pergamo difendere col braccio, era difesa già dal braccio mio. Troia ti affida le sue sacre cose e i suoi Penati: prendili compagni de' fati e cerca lor novelle mura che grandi, corso il mare, al fin porrai -.

Traduzione di Enzio Cetrangolo

Tempo era che il primo sonno comincia ai mortali
infelici e sui corpi stanchi dono celeste
dolcemente serpeggia.
In sogno ecco al mio sguardo Ettore apparve
in largo pianto effuso, imbrattato di sangue
e di polvere il viso come quando
fu trascinato per terra dai cavalli
e aveva i piedi gonfi, legati con le briglie
dietro le ruote della biga:
ruvido nella barba, il sangue raggrumato
tra i capelli, il corpo tutto pieno di piaghe,
quelle che lo avevano ucciso
sotto le mura della patria.
Oh quanto diverso da quell'Ettore che arduo
tornava vestito delle spoglie di Achille,
rosso ancora del fuoco gettato sulle navi
curve dei Greci.
E mi pareva che anch'io piangessi
e lo chiamassi con voce di dolore:
"O luce dei Dàrdani, tu baluardo
della nostra speranza, dove sei stato finora
immemore? Da quali lontananze ritorni,
desiderato? Dopo tanta morte dei tuoi,
dopo tante fatiche umane, stanchi noi ti guardiamo.
Chi ha turbato il tuo viso sereno?
Perché tutte queste ferite che vedo?".
E nulla rispondeva. Solo un grave sospiro
mise fuori dal petto:
poi quel sospiro si fece un gemito: "Fuggi,
tògliti alle fiamme, o nato di madre celeste.
Il nemico è dentro le mura, dalle somme vette
la città rovina. abbastanza fu dato
alla patria e a Priamo. E se la patria ancora
si potesse difendere, certo io 
con questo mio braccio lo farei. Ecco:
ti affido i Penati di Troia e queste cose
sacre; prendile compagne al destino
cerca per loro altre mura:
più grandi le farai di là dal mare".

COMMENTO

Questo canto, tanto commovente quanto famoso, è tratto dal libro II dell'Eneide ed è conosciuto come l’episodio de L’OMBRA DI ETTORE. Questi versi rappresentano, forse, il canto più alto, più toccante, più coinvolgente di tutto il poema insieme a quello de LA MORTE DI DIDONE nel libro IV e a pochi altri che non è il caso di menzionare qui, dilungandosi troppo. Esso piacque e divenne famoso quasi fin da subito. Perché? E’ un canto triste, malinconico, e l’episodio specifico è di una tragicità che fa tremare le ossa, sembra sconvolgere e a volte produrre un senso di angoscia infinito. Eppure in questo canto vi è tutto il pathos della concezione latina della vita e della morte, forse dell’intero pensare e agire del mondo mediterraneo al tempo della Grecia classica e di Roma imperiale.
Enea si trova alla corte di Didone regina di Cartagine, naufrago ed errante, ospite forse temporaneo forse duraturo. Per sdebitarsi dell’ospitalità concessa dalla regina, egli racconta la presa di Troia da parte dei greci; la fine dell’antica e nobile stirpe di Priamo; come riuscì a fuggire dalla città in fiamme e il suo errare alla ricerca di una nuova patria in terre lontane. Ettore era stato l’eroe per eccellenza della città di Troia, colui che era ritornato trionfante con le armi di Achille sottratte all’amico di lui Patroclo ucciso in duello, ma che era stato ucciso, a sua volta, da un Achille furibondo, per essere poi straziato nel corpo, appeso per i piedi alla biga del vincitore e trascinato, quale macabro spettacolo, sotto le mura della città. E’ precisamente in questa veste che appare in sogno ad Enea: lacero, sanguinante, desolato. Non nella gloria ma nella sconfitta. Per esortarlo a lasciare la città ormai perduta e a portare con sé quello che essa ha di più sacro: i Penati, gli dei del focolare; le sacre bende che cingevano l’effigie della dea Vesta e il fuoco a lei sacro. Quasi una trasmissione di testimone rispetto a un mondo e a una civiltà ormai perduti, ma che il Destino vuole rinascano, un giorno lontano e in terre lontane, nella potenza e nella grandezza di Roma dominatrice del mondo. Questo è forse l’intento più nascosto e più sentito di Virgilio: celebrare, per mezzo del Canto, la potenza raggiunta da Roma; dare alla civiltà romana che ha conquistato il mondo allora conosciuto un giusto riconoscimento e l’immortalità attraverso la Poesia. Eppure sembra anche voler dire che tanta conquista e tanta fama sono state possibili con le battaglie più cruente e le guerre più logoranti; spargimenti di sangue; sacrifici immani e la disciplina guerriera più dura. Ettore è solo un’ombra, in sogno; un Ettore vinto e pietoso, ed Enea, altro eroe troiano forse secondo solo allo stesso Ettore, in quel momento, nel suo sonno agitato non è da meno. Il pianto accomuna i due eroi troiani ormai perduti. Il dolore sembra animarli, renderli vivi e ancora capaci di lottare affinché Troia non scompaia per sempre dalla memoria degli uomini; la sofferenza dell’anima e del cuore infonde loro una speranza quasi impossibile e assurda in mezzo alla morte e alla distruzione. Allora Ettore non è più un’ombra che viene dall’Oltretomba ma si trasforma in essere ancora vivo, forse mai morto. Nell’immediata percezione di Enea,  egli costituisce una presenza viva, agisce come una persona in carne ed ossa, parla come qualcuno che ha sofferto e umanamente soffre per le ferite e per le umiliazioni subite, ma che ancora manifesta il desiderio di salvare il salvabile, incarnando sempre l’eroe prediletto sul quale Troia sapeva di poter contare per la propria salvezza o la propria sopravvivenza.
L’episodio dell’ apparizione di Ettore ad Enea è stato definito da Chateaubriand “un compendio dell’arte di Virgilio” perché il poeta latino ha saputo conciliare “l’ora in cui gli uomini nel primo sonno assaporano la quiete così necessaria alle loro membra stanche” con quella fase del sonno in cui, lentamente, i sogni affiorano e prendono forma, restituendo a noi tutti l’immagine amata di persone care ormai scomparse i quali vengono a noi per esortarci, consigliarci e farci capire che non hanno smesso di seguirci dalla dimensione ultraterrena e misteriosa dove la morte li ha portati. Napoleone Bonaparte vedeva, nell’ ombra di Ettore che appare in sogno ad Enea in questo canto dell’Eneide, il destino dei popoli; la fugacità delle conquiste; l’effimero dispiegarsi della gloria e della potenza che passando lasciano posto ad una strana vicinanza, nuda e ultima, fra uomini soltanto affranti, colpiti e rinnovati dall’esperienza forte e intensa del dolore. Nel 2000, il regista inglese Ridley Scott ha girato il film Il gladiatore, con l’attore neozelandese Russell Crowe come protagonista maschile. Forse uno dei rari prodotti cinematografici in grado di descrivere con pertinenza il mondo romano fatto di conquiste sanguinose al prezzo di sacrifici enormi; di una civiltà cruenta che poggia sulla schiavitù e la sopraffazione dell’uomo; sui combattimenti fra gladiatori quali spettacoli gratuiti nelle arene sparse per l'impero, e nonostante ciò portatore, per chiunque sappia coglierla, di quella pietas latina e tutta mediterranea “trasmessa”, quale eredità preziosa, in sogno da Ettore ad Enea e “portata” da quest’ultimo veramente ai confini dello spazio e del tempo.

https://www.poesiaeletteratura.it/wordpress/2012/10/lombra-che-esorta-alla-vita-publio-virgilio-marone/

Enea e Creusa. L'addio

Creusa si smarrisce la notte della caduta di Troia. Enea riempie di richiami le strade per ricercare la moglie quando scorge il suo fantasma. L’eroe tace per l’orrore, i capelli irti sul capo. Creusa parla ribadendo che gli dèi avevano voluto che essa non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre. In un estremo, toccante addio, l’ombra della donna ripone in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea protende gemendo le braccia per abbracciare il collo di Creusa, ma per tre volte egli stringe aria*, e il fantasma si dissolve come un soffio di vento.

"Osando persino lanciare grida nell’ombra
riempii di clamore le vie e mesto chiamai
invano ripetendo ancora ed ancora Creusa.
Mentre deliravo così e smaniavo senza tregua tra le case
della città, mi apparve davanti agli occhi l’infelice simulacro
e l’ombra di Creusa, immagine maggiore di lei.
Raggelai, e si drizzarono i capelli e la voce s’arrestò nella gola.
Allora parlò così confortando i miei affanni:
Perché abbandonarsi tanto ad un folle dolore,
o dolce sposo? Ciò accade per volere divino;
non puoi portare via con te Creusa,
no, non lo permette il sovrano del superno Olimpo.
Lunghi esilii per te, e da solcare la vasta
distesa marina; in terra d’Esperia verrai,
dove tra campi ricchi d’uomini fluisce con placida
corrente l’etrusco Tevere; là ti attendono lieti
eventi, e un regno e una sposa regale. Raffrena
 le lagrime per la diletta Creusa: non vedrò le superbe
 case dei Mirmidoni o dei Dolopi, non andrò a servire donne
greche, io, dardana, e nuora della dea Venere;
la grande Madre degli dei mi trattiene in queste terre.
E ora addio, serba l’amore di nostro figlio”.
Com’ebbe parlato così, mi lasciò in lagrime,
desideroso di dirle molto, e svanì nell’aria lieve.
 Tre volte tentai di cingerle il collo con le braccia:
tre volte inutilmente avvinta l’immagine dileguò
 tra le mani, pari ai venti leggeri, simile a un alato sogno*.
  Così, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni.
E qui trovo con meraviglia che era affluita
una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini,
popolo radunato all’esilio, miserevole turba.
Si raccolsero da tutte le parti, pronti d’animo e di forze,
in qualunque terra volessi condurli per mare.
E già Lucifero sorgeva dagli alti gioghi
dell’Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano
le porte, e non v’era speranza di aiuto; mi mossi,
e levato il
padre sulle spalle mi diressi verso i monti.  
(Eneide II, 768-804 traduzione di Luca Canali)

(*) Il topos dell’abbraccio tre volte ripetuto compare in Omero Tre volte mi avvicinai: l’animo mi spingeva a stringerla; tre volte volò via dalle mie mani, simile a un’ombra o a un sogno: e a me un dolore acuto nacque più forte in fondo al cuore. (Odissea, XI, 206-208) e torna in Dante e in Tasso.

Didone sedotta e abbandonata

Mariangela Galatea Vaglio

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. 

https://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2009/07/06/il-complesso-di-didone-ma-perche-le-donne-toste-perdono-la-testa-per-gli-enea/

Marisa Moles 

... Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti. 

 https://marisamoles.wordpress.com/2010/09/30/enea-un-immigrato-extracomunitario/

... Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.

https://marisamoles.wordpress.com/2010/10/16/didone-innamorata/ 
https://marisamoles.wordpress.com/2011/02/16/enea-e-didone-il-connubio/
https://marisamoles.wordpress.com/2012/11/29/didone-amore-e-morte/

Marino Niola 

L’enigma di Enea. Eroe o disertore?

Maurizio Bettini e Mario Lentano sulle tracce del personaggio virgiliano
la Repubblica, 11 gennaio 2014 

«La fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto ai loro delitti». La frase che Ugo Foscolo fa pronunciare a Jacopo Ortis è profondamente vera, ma solo a metà. Perché a fare una buona pasta d’eroe non bastano le materie prime. Ad essere decisivo è il loro assemblaggio, il modo in cui l’officina del mito ne costruisce la figura. E la ricostruisce. Dandole connotati e significati che mutano col passare dei tempi. Un esempio perfetto del funzionamento della macchina mitologica ce lo offrono Maurizio Bettini e Mario Lentano in uno splendido libro dedicato a Enea, un personaggio che più mitico non si può (Il mito di Enea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi,Einaudi).
Coprotagonista dignitoso dell’Iliade omerica, il figlio di Venere e Anchise diventa, al termine di una lunga serie di peripezie, il primattore dell’Eneide di Virgilio. Che ne italianizza la figura facendone il lontano progenitore di Roma.
Gli autori ci guidano abilmente attraverso la complessa partitura mitografica decostruendola nelle sue innumerevoli varianti, poetiche, letterarie, iconografiche, musicali. Ciascuna delle quali aggiunge o toglie qualcosa al ritratto dell’eroe virgiliano. Che per noi resta l’immagine madre, quella che ha tuttora il volto delpio Enea. Ma chi Enea sia veramente è difficile dirlo perché più lo si guarda da vicino più l’immagine si scompone in mille particolari. Che non raccontano tutti la stessa storia. Anzi ciascuno è l’indizio e l’inizio di una controstoria, dove le materie prime della ricetta foscoliana, audacia, sorte, delitti, vengono rimescolate ogni volta in modo diverso, con effetti spesso opposti. Risultato, Enea è uno nessuno e centomila. E finché resterà un mito, capace di parlare alla nostra mente e ai nostri cuori, continuerà a mutare pelle. Ed è proprio grazie a questa incessante metamorfosi che le storie degli antichi continuano a vivere nel nostro immaginario.
In realtà l’Enea che nasce da quel big bang dell’universo mitologico antico che è la guerra di Troia, ha un destino che va in senso opposto a quello di Achille, Ettore, Aiace. I diversi frontman omerici sono esseri per la morte, per dirla con Heidegger. E la loro fine segna appunto il tramonto dell’età eroica. La loro dimensione è il passato. Tutto il contrario di Enea che comincia la sua vita proprio dalle ceneri della città di Priamo, prendendo il largo verso il futuro. Bettini e Lentano si mettono sulle sue tracce, si calano nella profonda spirale del mito sottoponendo a un’affascinante interrogazione le voci greche, romane e cristiane. L’indagine finisce per gettare non poche ombre sulla condotta morale del padre di Ascanio. E perfino sul suo ardore guerriero. Secondo Tertulliano, Lattanzio e sant’Agostino che, da intellettuali cristiani, avevano tutto l’interesse a screditare uno dei simboli identitari della Roma pagana, l’eroe sarebbe stato così poco coraggioso da abbandonare Troia prima della battaglia finale. Così l’immagine edificante del grande guerriero che porta in salvo il vecchio padre, viene oscurata da quella infamante del disertore. E perfino del traditore. Della patria, ma anche delle donne che egli incontra nel suo viaggio e dalle quali ha spesso figli: un nome per tutti, Lavinia, moglie italica del troiano errante, nonché madre primigenia di una stirpe che arriva a Romolo e Remo.
Ma l’affaire più celebre resta quello con Didone, che gli autori ricostruiscono in un avvincente capitolo intitolato «Aeneas in love». Il transfuga, fresco vedovo di Creusa, arriva a Cartagine dove conquista i favori e le grazie della bella regina. E poi la molla per correre dietro alla sua missione. Sedotta e abbandonata, l’infelice sovrana si uccide per il dolore. Mentre Enea non si lascia sfuggire una sola parola d’amore per la donna. Come si addice a un uomo duro e impuro. La storia comunque ha fatto giustizia. Il lamento di Didone è sopravvissuto all’afasia di Enea. Volando fino a noi sulle ali iridescenti della musica di Henry Purcell. E ci spezza ancora il cuore. Perché alla fine la passione vince su ogni missione.

Enea e Didone nell'Ade
Eneide,  libro VI
traduzione di Luca Canali

450 Tra queste donne vagava nella grande selva
Didone con la ferita recente. Appena Enea
le fu vicino e la riconobbe in mezzo alle ombre,
oscuramente, come chi scorge o crede di scorgere
all’inizio del mese la luna in mezzo alle nubi,
455 pianse e le si rivolse con dolce amore:
“Infelice Didone, era dunque vera
la notizia che ti eri uccisa col ferro, compiendo la scelta suprema?
Io sono stato la causa della tua morte? Eppure ti giuro
sulle stelle, sugli dei, e se qualcosa fa fede sotto la terra,
460 malvolentieri, regina, ho lasciato il tuo paese.
Ma il comando divino che adesso mi fa andare in mezzo alle ombre,
per luoghi squallidi e desolati, nel buio profondo,
mi obbligò col suo potere, e non potevo credere
che la mia partenza t’avrebbe dato tanto dolore.
465 Fermati, non ti sottrarre al mio sguardo.
Chi fuggi? Per destino, è questa l’ultima volta che posso parlarti”.
Con queste parole Enea cercava di addolcire la donna
ardente, torva nel volto, e versava lacrime.
Lei senza guardarlo teneva gli occhi fissi per terra.
470 Le parole di Enea non cambiavano l’espressione
del suo volto più che se fosse di pietra o di marmo.
Alla fine si scosse e si rifugiò, ostile,
nel bosco ombroso, dove il primo marito, Sicheo,
risponde al suo affanno e ricambia il suo amore.
475 Nondimeno Enea, sconvolto dall’iniqua sciagura,
la segue a lungo nel suo cammino, e la commisera, e piange.


i dolori del giovane Igor

Sergio Pent
I dolori del giovane Igor traduttor di noti mediocri

La Stampa Tuttolibri, 21 febbraio 2026

Dal giallo al noir psicologico al romanzo socio-epocale. Il percorso di Dario Ferrari cerca ogni volta sfide diverse, senza soffermarsi sulle possibilità di eventuali consensi, senza ammiccamenti di circostanza. La ricreazione è finita è stata una delle poche belle realtà della recente letteratura, un successo che Ferrari non tenta di ricalcare per convenienza, spingendosi invece in un territorio intellettuale e sociale che non dà adito a sconti nazional-popolari.

L’idiota di famiglia è un concentrato tricolore di Bellow, Roth (Philip) e Richler, un romanzo che vive di traumi e sconfitte, prese di coscienza e memorie, senza delitti e colpevoli, visto che le colpe sono un dato di fatto dell’esistenza in vita. «Si finisce per diventare ciò che si fa», osserva giustamente il quarantacinquenne Igor Nieri, di professione traduttore. Irrisolto ma non infelice, Igor detesta buona parte dei lavori che deve trasporre nella nostra lingua - mediocrità di grande successo, in genere - ma si fregia del fatto di essere la voce italiana del grande autore americano M.M. Badwalds, vincitore del Pen/Faulkner Award. Per il resto, «tradurre è come partorire il figlio di un’altra», osserva il Nieri, che sopravvive a Roma con la compagna Marta e stempera i malumori in una sorta di ironia cosmica che, idealmente, rammenta il Tommy Wilhelm de La resa dei conti di Bellow.

La società sta cambiando, prova ne sia che - tra non molto, sospetta Igor - basterà affidare a Chat-GPT le traduzioni più banali, relegando in soffitta il nobile mestiere di ricreatore linguistico colto e impegnato. Come se non bastasse, la compagna Marta all’improvviso è esplosa sui social e in classifica con un paio di testi pop-femministi - l’ultimo è Oralità e fine del mondo - che l’hanno trasformata in una influencer perennemente in tournée.

La crisi si profila netta all’orizzonte quando da Viareggio - luogo d’origine e culla di memorie - la sorella di Igor, Ester, si fa viva comunicando che l’esimio Herr Professor, il loro padre, ha stretto amicizia con l’Alzheimer. Franco Nieri, il severo professore di storia e filosofia, il comunista mai pentito, l’uomo integerrimo e inappuntabile che ha reso onore alla sua città, si ritrova adesso alle prese con un turpiloquio senza freni in cui prevale il vocabolo “stronzo”, mentre il suo mondo è sepolto da questa forma di assenza che sconvolge e deturpa, seppure mitigata da un’ironia che Ferrari scova tra le pieghe del dolore.

La vita cambia prospettiva, Igor si trasferisce temporaneamente a Viareggio - tanto Marta non è mai a casa - e l’occasione faticosa diventa un modo per determinare i bilanci, per soppesare il tempo e le circostanze di una vita che forse è stata solo un ripiego senza storia e - probabilmente - senza futuro.

La vicenda personale - il passato in famiglia, le severe fobie del Professore, la madre morta ancora giovane - si intreccia con leggerezza alla storia sociale, ai cambiamenti che determinano le nuove stagioni e i tempi sempre più ardui da inseguire. Mentre la sorella superficiale e opportunista vive di certezze spesso aleatorie, Igor si ritrova a confliggere con se stesso, con un padre ormai assente, con una compagna di vita che veleggia lontano, tant’è che arriva, inevitabile, la decisione di una fatidica pausa di riflessione.

Viareggio ha il respiro del mare e dei ricordi, e quando Igor ritrova tra le carte di suo padre una sorta di racconto storico, Le tre giornate, che rievoca la celebre rivolta rossa di Viareggio del 1920, si rende conto che tutto passa dalla Storia, che il mondo è cambiato perché è cambiata la società con i suoi vecchi ideali, e anche Marta - in fondo - non è che la conferma realizzata di un tempo diverso. Da “così è stato” a “così ho voluto che fosse”, il gioco delle parole e dei sentimenti è lo spazio umano necessario per capire e per giustificare.

L’analisi sociale e intellettuale del romanzo è profonda ma mai prolissa o pesante - anzi, una goduria stilistica - e frizza di battute e osservazioni che rendono ricca la struttura di una storia che avrebbe potuto essere “solo” familiare. Igor Nieri è un uomo in bilico, vincitore del premio Viareggio per la traduzione di un’autrice popolare che detesta, ma è anche un uomo in cerca di parole nuove per nuovi linguaggi, che sa serenamente dire addio al padre conservando ricordi e insegnamenti come reliquie di un tempo ormai archiviato.

L’idiota di famiglia è un romanzo colto e sincero, pieno di idee, sentimenti, smarrimenti e prese di coscienza anche epocali, in cui le stigmate di certi fallimenti del Novecento si riflettono in un tempo sempre più inafferrabile, dove occorre tenersi strette tutte le memorie, private e collettive.


Jean-Paul Sartre
L'idiota della famiglia. Gustave Flaubert dal 1821 al 1857

Il Saggiatore, Milano 2019 (1971-72 per la pubblicazione in Francia e 1977 per la prima edizione italiana, sempre dal Saggiatore)

Jean-Paul Sartre manifestò fin da bambino la sua ossessione per Gustave Flaubert imparando a memoria le pagine finali di Madame Bovary. La sua ammirazione divenne astio quando, ormai adulto, riconobbe nel romanziere di Salammbô un esteta borghese, connivente con la classe cui apparteneva e che pure disprezzava. Volle vedere in Flaubert un avversario, il suo opposto intellettuale e politico; quell'opposto che, come è noto, tanto somiglia all'immagine restituita dallo specchio. Forse per questo Sartre accettò di inseguire l'ombra dell'altro scrittore in una magistrale biografia, di trattare il proprio contrario con l'empatia necessaria a comporre un ritratto che fosse anche un riflesso traviato di sé.Chi era dunque Gustave Flaubert? L'idiota della famiglia, un bambino preda di lunghi stati d'assenza stuporosa, lo sguardo perso a inseguire miraggi? Oppure, per chi lo conobbe adolescente, l'istrionico attore mancato, il guitto maldestro gravato dalla dannazione di suscitare il riso? O forse l'incurabile nevrotico dell'epistolario, che accarezzava con la mente la corolla di tenebre delle sue malinconie, senza mai lasciarne sfiorire i petali? E come ha potuto divenire un genio quel bambino che i genitori e il fratello avevano destinato a una vita da ebete?Libro eretico e inclassificabile, ridefinizione dell'etica sartriana della libertà, cruciale incontro tra due giganti della letteratura francese, L'idiota della famiglia - cui si aggiunge oggi la penetrante prefazione di Massimo Recalcati - è un viaggio nel dedalo della psiche flaubertiana, nell'arte come via di fuga e rieducazione sentimentale, nell'anomalia claustrofobica della scrittura; ed è insieme un tentativo di chiarire in che modo la storia, la società, il contesto familiare - in una parola, l'Altro - diano forma alla vacillante sintesi di un individuo. Al fondo di tutto, un'unica, enorme domanda: che cosa si può sapere davvero di un uomo? Introduzione di Massimo Recalcati. (presentazione editoriale)

Il punto sui dazi dopo la sentenza

Francesco Costa 
Dieci domande e risposte per capire la sentenza sui dazi

Il Post, 21 febbraio 2026

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che gran parte dei dazi imposti dal presidente Donald Trump sono illegittimi. Era una sentenza molto attesa, con conseguenze enormi per gli Stati Uniti e per l’economia globale. Le ripercussioni sono ancora difficili da comprendere e prevedere, per questo mettiamo in fila dieci possibili domande che potreste porvi in questo momento.

Cosa viene contestato a Trump?

La Corte ha stabilito che i dazi sono illegittimi per il modo in cui sono stati introdotti, cioè tramite una legge emergenziale e senza passare dal Congresso. Trump è stato il primo presidente che per introdurre dazi ha usato l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 che dà al governo la possibilità di intraprendere azioni straordinarie in situazioni di emergenza. Era stato un uso quantomeno creativo di questa legge, che non menziona mai espressamente i dazi. La Corte ha detto che Trump non poteva usarla per due ragioni: perché non c’era davvero un’emergenza nazionale tale da giustificare una misura di questo tipo; e perché spetta solo al Congresso il potere di introdurre nuove tasse (cosa che i dazi sono a tutti gli effetti).

I dazi saranno annullati?

Sì, i dazi che Trump ha introdotto tramite lo IEEPA decadono. Nello specifico sono quelli che aveva definito “reciproci” (in modo fuorviante) e quelli specifici contro Messico, Cina e Canada, accusati di non aver ostacolato a sufficienza la diffusione del fentanyl, un oppioide molto potente. Restano in vigore quelli su acciaio, alluminio e componenti per automobili, che non sono stati introdotti con lo IEEPA.

E, in tutto ciò, che dice Trump?
Ha tenuto una conferenza stampa in cui ha parlato in modo molto confuso della sentenza, che ha definito «profondamente deludente» e una «disgrazia» per gli Stati Uniti. Se l’è presa con i giudici che hanno votato per approvarla: ha detto di vergognarsi per loro, «per non aver avuto il coraggio di fare quello che è giusto per il paese», e ha sostenuto che siano stati probabilmente condizionati da influenze straniere (senza dare prove a riguardo). Ha anche detto che il governo ora lavorerà per introdurre di nuovo gli stessi dazi con altri strumenti. «In questo momento i paesi stranieri che ci hanno derubato per anni stanno festeggiando, ma non lo faranno per molto», ha detto.

Gli Stati Uniti dovranno restituire quanto già incassato?

Non lo sappiamo ancora, ma è possibile. I dazi sono un’imposta che viene pagata dalle aziende statunitensi per importare merce dall’estero, ma se vengono dichiarati illegittimi viene meno il presupposto originario dell’imposta. Quelli di Trump erano anche molto alti in certi casi, e secondo gli ultimi dati disponibili la cifra complessiva si aggira intorno ai 200 miliardi di dollari. È probabile che nelle prossime settimane e mesi si parlerà molto di questo: alcune aziende avevano iniziato a muoversi per chiedere i rimborsi già negli scorsi mesi, prima della sentenza. A Trump è stato chiesto esplicitamente in conferenza stampa, e più volte: non ha mai risposto chiaramente.

Perché Trump aveva imposto tutti questi dazi?

La ragione ufficiale è legata a una sua nota ossessione, cioè correggere l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti. Il deficit commerciale esiste quando un paese importa merci più di quanto ne esporta. Trump sostiene da sempre che questa sia una condizione di enorme debolezza, una sorta di «emergenza nazionale» tale da giustificare l’imposizione di dazi tramite lo IEEPA. In realtà non c’è nessuna emergenza: gli Stati Uniti sono da sempre un paese importatore (così come l’Italia e la Germania sono paesi storicamente esportatori, per esempio), ed è una caratteristica come un’altra della loro economia, né positiva né negativa di per sé. Non c’entra neanche la malafede delle controparti commerciali, che invece secondo Trump andrebbero punite con i dazi per essersi approfittate degli Stati Uniti per anni.

La ragione reale è che Trump usa i dazi come strumento di ricatto politico per minacciare gli altri paesi e costringerli ad accettare le sue richieste o condizioni, pur di non mettere a repentaglio il commercio delle loro aziende con gli Stati Uniti. Si è visto chiaramente quando ha ridotto i dazi al Messico perché il governo aveva accettato di stanziare più soldati al confine per ridurre i flussi migratori, o anche recentemente quando ha minacciato di imporli contro i paesi europei che l’avessero ostacolato sulla questione della Groenlandia. Aveva anche imposto dazi molto alti sul Brasile per cercare di aiutare il suo alleato Jair Bolsonaro, in quel caso senza successo.

Ma la Corte Suprema non era a maggioranza conservatrice?

Sì, sei giudici su nove sono di orientamento conservatore, e tre di questi furono nominati proprio da Trump durante il suo primo mandato (2017-2021). La sentenza è notevole anche per questo: nonostante la Corte Suprema sia composta da giudici di orientamento vicino a Trump ha comunque deciso di smantellare una delle sue politiche più importanti, su cui lui aveva puntato molto anche a livello comunicativo. Nei mesi scorsi peraltro l’amministrazione aveva ottenuto diverse sentenze favorevoli, e lo stesso Trump si era dichiarato fiducioso che anche questa lo sarebbe stata.

La decisione è stata approvata da sei giudici contro tre. Tra i contrari c’è Brett Kavanaugh, nominato da Trump, che tra le motivazioni del suo dissenso ha scritto: «I dazi in questione potrebbero essere una politica saggia, come potrebbero non esserlo. Ma, in base al testo, alla storia e ai precedenti, sono chiaramente legali».

Trump può reintrodurre i dazi in un altro modo?

Sì, Trump ha a disposizione altre leggi e regolamenti oltre allo IEEPA per imporre dazi: per esempio ha usato una legge del 1962 (il Trade Expansion Act, e in particolare la Sezione 232) per mettere dazi su acciaio, alluminio e componenti per automobili. Di fatto, con un po’ di fatica, Trump potrebbe ricostituire molti dei dazi che la Corte Suprema ha giudicato illegali. Ma per essere attivata, la Sezione 232 ha bisogno di un’indagine del dipartimento del Commercio, che richiede mesi.

Altre leggi impongono limiti di vario tipo: per esempio in conferenza stampa Trump ha detto di voler attivare a giorni il Trade Act del 1974, che gli consentirebbe di imporre per 150 giorni dazi fino al 15 per cento. Ma molti di quelli che ha imposto finora sono più alti e senza limiti di tempo. Ha detto di volerne mettere di nuovi, al 10 per cento, e lo ha fatto in modo confuso e arrabbiato: non è chiaro cosa succederà davvero. Il punto centrale però è che senza lo IEEPA Trump perde il potere di mettere dazi con effetto immediato, senza limitazioni né controlli esterni. Viene meno quindi una parte importante della sua forza nei negoziati con altri paesi: un conto è mettere dazi immediati, un altro è minacciare dazi che però entreranno in vigore solo dopo mesi, o con limitazioni di vario tipo.

Cosa succede ora agli accordi già fatti?

Questa è un’altra domanda per cui non c’è ancora una risposta chiara. Quando Trump ha iniziato a imporre i dazi, aveva di fatto costretto i paesi interessati a negoziare accordi per evitarli. Lo hanno fatto quasi tutti, con concessioni più o meno favorevoli agli Stati Uniti: il primo fu il Regno Unito, poi toccò all’Unione Europea (che concesse quasi tutto quello che le veniva chiesto), al Giappone e a molti altri. Le trattative con la Cina, che inizialmente era stato il paese colpito dai dazi più alti, sono ancora in corso.

In ogni caso tutte queste concessioni agli Stati Uniti erano state fatte sotto la minaccia dei dazi. Ma ora che la minaccia è venuta meno è probabile che gli accordi vengano rinegoziati, e che diventino meno convenienti per gli Stati Uniti: tutto dipenderà da quanto velocemente Trump riuscirà a rimettere in piedi i dazi con altre leggi. L’Unione Europea, per esempio, non aveva ancora dato attuazione al suo accordo con gli Stati Uniti, e il Parlamento Europeo ha convocato per lunedì una riunione di emergenza delle commissioni competenti per capire cosa fare.

È una buona notizia per l’economia?

Sì e no. Lo è perché depotenzia uno strumento che aveva totalmente destabilizzato e compromesso i commerci internazionali, e sicuramente la rimozione dei dazi renderà di nuovo meno costoso esportare negli Stati Uniti. Allo stesso tempo però cambieranno di nuovo e in modo sostanziale le regole del commercio internazionale, che già lo scorso anno si era dovuto adeguare agli annunci erratici di Trump. L’annullamento dei dazi causerà con ogni probabilità una nuova e grave ondata di incertezza, che all’economia non fa mai bene.

Come stanno andando le borse?

Lo scorso aprile, quando Trump annunciò per la prima volta l’imposizione dei dazi, le borse crollarono praticamente ovunque e i mercati continuarono ad andare male per giorni. Per ora invece i principali indici negli Stati Uniti sono in rialzo, ma è un rialzo tiepido, segno che bisogna attendere ancora un po’ prima di valutare quali saranno le conseguenze. Le borse europee hanno chiuso tutte in positivo.

La caduta di Mélenchon

Aldo Cazzullo
La Francia e il cambio di rotta

Corriere della Sera, 21 febbraio 2026

Il capo dell’estrema destra francese che invita a costruire un «cordone sanitario» contro la sinistra segna il capovolgimento di una logica politica durata ottant’anni. Ci sono due motivi per cui si è arrivati a questo. Gli errori della Gauche. E il cambio di rotta di una parte dell’establishment francese.
Jordan Bardella, leader emergente del Rassemblement National, nuovo nome del movimento fondato da Jean-Marie Le Pen, ha chiesto di isolare la sinistra radicale in nome dei valori repubblicani: il contrario di quel che tradizionalmente si è fatto contro la sua famiglia politica. Nel 1995, al secondo turno, Le Pen fu seppellito da Jacques Chirac sotto la valanga di oltre 25 milioni di voti, più dell’82%. Anche nei due ballottaggi del 2017 e del 2022 sua figlia Marine non è mai stata davvero competitiva contro Emmanuel Macron, oggi vituperato ma domani destinato a essere rimpianto. Non ci sono molti dubbi sul fatto che una vittoria di Marine — per il momento ineleggibile — o di Bardella rappresenterebbe la fine di qualsiasi speranza europea. La novità è che per la prima volta l’elezione di un presidente dell’ex Front National è possibile, anzi è auspicata da una parte crescente del sistema.

Bardella ne è consapevole. Per questo ha vietato ai suoi di partecipare alla marcia che oggi a Lione riunirà militanti della destra radicale in memoria di Quentin Deranque, il giovane assassinato dai militanti di estrema sinistra, vicini a Jean-luc Mélenchon.

Bardella vuole evitare che uomini del suo partito possano essere avvicinati e confusi con i neofascisti. Purtroppo Mélenchon non ha dimostrato altrettanta lucidità. Pur condannando la violenza, si ostina a non tagliare i ponti con le frange che si danno nomi da battaglia — Jeune Garde, Giovane Guardia — per affrontare fisicamente gli avversari.

Mélenchon oggi non ha nessuna chance presidenziale. I sondaggi lo accreditano del 10%. La sinistra riformista, che si era presentata con lui alle elezioni legislative del 2024, raggiungendo la maggioranza relativa, rifiuta nuove forme di collaborazione. Vedremo ora se i socialisti saranno in grado di esprimere una candidatura — l’ex presidente François Hollande? Raphael Glucksmann? — in grado di arrivare al secondo turno alle presidenziali dell’anno prossimo. Non sarà facile. Ma la novità più interessante è quella che sta emergendo a destra. Con la convergenza tra lepenisti e ambienti conservatori, se non reazionari.

Il Front National non nasce da Vichy, dalla Francia che collaborò con i nazisti. Le Pen teneva a far sapere che si era presentato ai capi della Resistenza nella sua Bretagna, ed era stato rimandato a casa perché troppo giovane. Il Front National nasce dall’Oas, Organisation de l’Armée Secrète, il gruppo terrorista che combatté nei primi anni 60 per l’Algeria Francese. Ma l’Oas non si riconosceva nella destra tradizionale; e non solo perché l’obiettivo era ammazzare il Generale De Gaulle. Fin dal nome, evocava l’Armée Secrète, vale a dire la resistenza antinazista. Nessuno dei suoi capi veniva da Vichy. Jean-Jacques Susini era figlio di un ferroviere corso che aveva fondato la sezione algerina di un sindacato di sinistra, Force Ouvrière. Pierre Lagaillarde diceva di sé: «Non sono un reazionario, sono un rivoluzionario», e amava ricordare il bisnonno caduto nel 1851 sulle barricate combattendo contro il golpe di Napoleone III. Georges Bidault divenne il capo della Resistenza interna dopo Jean Moulin, morto sotto le torture naziste: finirà per fondare il Front National con Le Pen, sia pure per abbandonarlo quasi subito. Al processo in cui furono condannati, gli uomini dell’Oas e in genere i partigiani dell’Algeria Francese intonarono una canzone di Edith Piaf, con cui escludevano qualsiasi rimorso o pentimento: «Non, rien de rien, non, je ne regrette rien…».

Marine Le Pen, nella sua opera di normalizzazione del Front, ruppe con il padre e rivalutò la figura di De Gaulle, che i suoi antenati politici avevano tentato di uccidere («hanno una pessima mira» commentò il Generale, che aveva battute fulminanti, sempre che non le inventasse Malraux). Ma neppure Marine fa parte della destra tradizionale francese. È convinta che la vera dicotomia non sia più tra destra e sinistra ma tra l’alto e il basso della società; non a caso il suo partito è il primo tra le classi popolari.

Bardella è diverso. Sta con una principessa che rivendica il trono delle Due Sicilie. È più vicino all’establishment economico, ai cattolici che non hanno ancora digerito la Rivoluzione francese, alle forze più retrive della società. Appare un conservatore in senso stretto, in sintonia con Marion Maréchal Le Pen, bestia nera della zia Marine. Il Rassemblement National può contare sull’appoggio incondizionato di Vincent Bolloré, bretone come i Le Pen, molto influente nell’editoria. Una parte dei Repubblicani già lo appoggia, e Nicolas Sarkozy reduce dalla galera si prepara ad appoggiarlo. Anche i macronisti come Edouard Philippe, già Primo ministro, si allontanano da Macron nella speranza di apparire equidistanti tra l’estrema destra e il centro liberale ed europeista.

Quel «fronte repubblicano» che ancora alle ultime elezioni legislative ha tenuto i lepenisti fuori dal governo si sta sgretolando. L’Europa non è più considerata da un pezzo dell’establishment francese come destino inevitabile, ma come accidente della storia. Certo, si tratta di un errore clamoroso, per un Paese che non ha la forza economica della Germania, che è in ritirata persino culturale e linguistica dalle sue ex colonie — Parigi ha rotto con l’Algeria, in Mali ai militari francesi hanno preferito i russi della Wagner, i giovani marocchini e tunisini studiano l’inglese —, ma che è rimasto l’unico nell’Unione europea ad avere la bomba atomica e un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Mitterrand e Chirac, che non erano due sprovveduti, avevano puntato sul rapporto con la Germania, per ancorare il franco al marco — e poi all’euro — e compensare con la forza politica le fragilità industriali ed economiche. All’evidenza, una parte dell’establishment francese è convinta ora di poter fare da sé, e magari di rispedire a casa milioni di quegli emigrati che da decenni mandano avanti la Francia. Un’illusione, certo. O un incubo. Ma non sempre nella storia elettori e classi dirigenti hanno fatto la scelta giusta. Di sicuro, una sinistra come quella di Mélenchon è la migliore risorsa strategica che la famiglia Le Pen e il giovane Bardella potevano attendersi.

venerdì 20 febbraio 2026

I dazi dichiarati illegali



Dazi di Trump: la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara illegale gran parte delle tasse
Libération, AFP, Reuters
20 febbraio 2025

La decisione della Corte Suprema era molto attesa . È stata finalmente emessa nel pomeriggio di venerdì 20 febbraio: la corte suprema degli Stati Uniti ha stabilito che gran parte dei dazi doganali imposti da Donald Trump erano illegali.

Secondo la sentenza emessa venerdì con una maggioranza di sei giudici contro tre, il presidente degli Stati Uniti non poteva giustificare questi dazi adducendo un'emergenza economica. La decisione riguarda i dazi presentati come "reciproci" da Donald Trump, ma non quelli applicati a settori specifici, come quello automobilistico o dell'acciaio e dell'alluminio.

Abuso di potere

Furono annunciati nell'aprile 2025 , con la presentazione di una tabella che mostrava le diverse aliquote applicate a seconda dell'origine dei prodotti. Teoricamente, erano destinati ai paesi con cui gli Stati Uniti avevano un deficit commerciale. Il presidente americano li considerava uno strumento per riequilibrare gli scambi commerciali, ma anche per fornire risorse aggiuntive al governo federale, poiché Donald Trump voleva ridurre le tasse nel paese.

Il miliardario ha invocato l'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge federale che autorizza il presidente a regolamentare il commercio in caso di emergenza nazionale. Donald Trump è quindi diventato il primo presidente a utilizzare l'IEEPA per imporre dazi, sebbene la Costituzione degli Stati Uniti riservi il potere di imporre dazi sui paesi stranieri al Congresso, non al potere esecutivo. Diversi stati democratici e piccole imprese hanno inoltre sostenuto che Trump stesse eccedendo i suoi poteri, poiché i dazi applicati a tutti i beni non rispondevano, a loro avviso, a una questione di sicurezza nazionale.

Boom del CAC 40

L'Unione Europea ha reagito venerdì alla decisione della Corte Suprema, affermando di starla "analizzando attentamente". "Le imprese su entrambe le sponde dell'Atlantico dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità delle relazioni commerciali. Continuiamo pertanto a sostenere tariffe basse e a lavorare per la loro riduzione ", ha aggiunto il portavoce dell'UE.

In risposta, l'indice CAC 40 della Borsa di Parigi ha superato gli 8.500 punti per la prima volta nella sua storia. Intorno alle 16:20, è salito dell'1,26%, raggiungendo un nuovo massimo di 8.529 punti, trainato da "azioni con una quota significativa di esportazioni" verso gli Stati Uniti, come i principali attori del settore dei beni di lusso e degli alcolici , ha spiegato all'AFP Alexandre Baradez, responsabile dell'analisi di mercato di IG France. LVMH è quindi salito del 4,61%, Hermès del 3,68% e Kering dell'1,60%. Pernod Ricard ha guadagnato il 4,10%.

L'amministrazione Trump non ha pubblicato dati sui dazi riscossi dal 14 dicembre. Tuttavia, gli economisti del Penn Wharton Budget Model hanno stimato venerdì che tali entrate ammontassero a oltre 175 miliardi di dollari. Tale importo dovrà probabilmente essere rimborsato in seguito alla decisione della Corte.


Jacopo Luzi 
La Corte Suprema Usa boccia i dazi: "non ha il potere di imporli". Trump: "una vergogna"

La Stampa, 20 febbraio 2025

... Nonostante il tribunale più alto d’America sia a maggioranza conservatrice – e nel 2025 si sia schierato ripetutamente a favore di Trump su temi come l’immigrazione e i tagli radicali alla spesa pubblica – sulla questione dazi ha dissentito.

Il Presidente della Corte Suprema John Roberts ha redatto l'opinione della maggioranza e la Corte ha stabilito con 6 voti a favore e 3 contrari che i dazi eccedessero la legge e che l'autorità d'urgenza su cui Trump ha tentato di fare affidamento fosse carente.

Ai tre giudici liberali e a John Robert, si sono aggiunti Neil Gorsuch ed Amy Coney Barrett, nominati da Trump nel 2017 e nel 2020.

A votare per mantenere i dazi sono stati Samuel Alito, Clarence Thomas e Brett Kavanaugh, sempre nominato nel 2018 da Trump.

«Il presidente rivendica il potere straordinario di imporre unilateralmente dazi doganali di importo, durata e portata illimitati», ha scritto Roberts per la Corte. «Alla luce dell'ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità rivendicata, deve identificare una chiara autorizzazione del Congresso per esercitarla».

Secondo i sei giudici che hanno votato contro la misura del presidente, Trump non ha l'autorità – ai sensi della legge sui poteri economici di emergenza del 1977 – di imporre a sua discrezione una vasta gamma di dazi sulle importazioni di beni provenienti da quasi tutti i partner commerciali del Paese.

Per farlo, dovrà ottenere l’approvazione del Congresso, che finora non ha chiesto né ottenuto.

Si prevede che la decisione avrà ampie conseguenze, con ripercussioni sul commercio globale, sui consumatori, sulle aziende, sull'inflazione e sulle tasche di ogni americano.

Secondo il Congressional Budget Office, l'impatto economico dei dazi di Trump è stato stimato in circa 3.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio.

Il Tesoro americano, nel 2025, ha incassato oltre 133 miliardi di dollari dalle tasse sulle importazioni imposte dal presidente, secondo i dati federali di dicembre.

Il repubblicano ha parlato apertamente del caso, definendolo uno dei più importanti nella storia degli Stati Uniti e affermando che una sentenza contro di lui sarebbe stato un duro colpo economico per il Paese.

Ma l'opposizione legale ha attraversato l'intero spettro politico, compresi gruppi libertari e pro-business, tipicamente allineati con il Partito Repubblicano. Inoltre, i sondaggi hanno rilevato che i dazi non sono apprezzati dal pubblico, a causa della più ampia preoccupazione degli elettori per la loro accessibilità economica.

Allo stesso tempo, la decisione sui dazi non impedisce a Trump di imporne altri in base ad altre leggi federali.

Sebbene queste ultime limiterebbero maggiormente la rapidità e la forza delle azioni di Trump, alti funzionari dell'amministrazione hanno affermato di prevedere di mantenere in vigore il quadro tariffario utilizzando altre maniere.

Trump: “Una vergogna”

«Una vergogna». Così Donald Trump, durante la colazione di lavoro organizzata con tutti i governatori alla Casa Bianca, ha definito la sentenza. Secondo una delle persone presenti, Trump avrebbe detto ai partecipanti di avere in mente un piano di riserva. Come fa notare la Cnn, funzionari dell'Amministrazione si erano preparati a una sconfitta alla Corte Suprema, assicurando al presidente che, se la Corte avesse bocciato i dazi, ci sarebbero stati altri modi per attuarli. Il presidente - secondo altre fonti - si è lamentato con rabbia in privato nelle ultime settimane del fatto che la Corte Suprema stesse impiegando troppo tempo per prendere una decisione.

Cosa succederà con i dazi già ricevuti?

Non c'è ancora chiarezza su cosa fare con il denaro già incassato, in questi mesi, dall'amministrazione Trump e la Corte Suprema non ha fornito dettagli.

«È probabile che questo processo sia un 'pasticcio'» , ha scritto nel suo dissenso il giudice Kavanaugh, uno dei tre a favore di mantenere i dazi.

«La corte non ha detto nulla oggi sul fatto se, e in tal caso come, il governo debba procedere per la restituzione dei miliardi di dollari che ha incassato dagli importatori», scrive Kavanaugh.

Quasi sicuramente la questione sarà risolta nei tribunali di grado inferiore, mentre la Casa Bianca potrebbe affrontare numerose cause riguardanti la restituzione dei pagamenti ricevuti dagli importatori.

Trump ha affermato, nei mesi scorsi, che i potenziali rimborsi potrebbero avere conseguenze devastanti per l'economia statunitense.

Le reazioni

E l’Europa? «Prendiamo atto della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e la stiamo analizzando attentamente. Rimaniamo in stretto contatto con l'Amministrazione statunitense per ottenere chiarezza sulle misure che intende adottare in risposta a questa sentenza» sottolinea il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill. E aggiunge: «Le aziende su entrambe le sponde dell'Atlantico dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità delle relazioni commerciali. Pertanto, continuiamo a sostenere tariffe doganali basse e a impegnarci per ridurle».

La Gran Bretagna «lavorerà con gli Usa» sulle iniziative da adottare dopo la decisione della Corte Suprema Usa di bocciare i dazi voluti dal presidente Donald Trump. Lo ha dichiarato un portavoce di Downing Street. «Lavoreremo con l'amministrazione per capire come la decisione influirà sui dazi nei confronti del Regno Unito e del resto del mondo», ha affermato il portavoce, sottolineando di aspettarsi che «la posizione commerciale privilegiata nei confronti degli Stati Uniti continui».