Quando il successo scolastico determina in modo così profondo il futuro di una persona, c'è forse da stupirsi che migliaia di studenti delle scuole superiori abbiano abbandonato le aule per scendere in piazza, chiedendo insegnanti, banchi e sedie, e scuole dove non si soffochi d'estate? Iniziato nelle scuole superiori dei territori francesi d'oltremare alla fine dell'estate e ripreso a Créteil a metà settembre, il movimento si è diffuso in tutto il paese. Con l'appoggio dei sindacati, potrebbe ora convergere con il movimento dei lavoratori di tutti i settori. Ma cosa può fare il governo a sette mesi dalle elezioni presidenziali, dopo oltre dieci anni di smantellamento dei servizi pubblici e con il debito francese alle stelle? Avrebbe potuto iniziare ascoltando le richieste degli studenti.
La rabbia di una generazione cresciuta tra Covid, conseguenze del cambiamento climatico, la riforma Parcoursup e disuguaglianze sociali sempre più ampie ci ricorda che il futuro è una risorsa socialmente distribuita e che non siamo tutti uguali di fronte a ciò che ci attende. Gli slogan degli studenti delle scuole superiori esprimono la loro difficoltà nell'immaginare il futuro, affermando al contempo il desiderio di riaprire le porte a nuove possibilità. La piattaforma Parcoursup è al centro di questo movimento perché rappresenta la chiave di volta di un sistema in cui il destino sociale dipende troppo strettamente dal successo scolastico. Già nel maggio del 1968, la questione di un futuro ineguale era centrale per il movimento. Quasi sessant'anni dopo, nonostante la democratizzazione dell'istruzione e numerose riforme, le disuguaglianze non solo persistono, ma tendono ad aggravarsi. La società sta giungendo alla fine di un ciclo in cui la stessa idea di un futuro migliore appare un miraggio per la prossima generazione.
Cosa possiamo ancora promettere in un'epoca in cui minacce di ogni genere oscurano l'orizzonte? Come ha dimostrato Paul Ricœur, una promessa non è sinonimo di ottimismo, ma di responsabilità. Promettere non significa essere certi che tutto andrà bene, ma mantenere un impegno nonostante l'incertezza. La promessa educativa è una promessa politica: si fonda su un rapporto di fiducia tra lo Stato, l'insegnante e lo studente, un rapporto in cui lo Stato e l'insegnante comunicano allo studente che il suo percorso verso l'età adulta è una responsabilità condivisa. Coinvolge anche la comunità. Ora che i giovani prendono in mano il loro futuro, è il momento di mantenere la parola data.
Francesco Battistini Svolta in Serbia, la lista degli studenti batte Vucic Corriere della Sera, 26 ottobre 2026
Non hanno un leader, non hanno un portavoce, non hanno nemmeno un vero programma. Ma da oggi hanno il potere: la Lista degli Studenti vince in Serbia e spedisce nei libri di storia i 14 anni del regimetto di Aleksandar Vucic e degli eredi di Mladic, dei massacri anni ’90, delle sbornie nazionalistiche. Prima ancora delle proiezioni elettorali, è Vucic ad ammetterlo: «Non abbiamo ancora i risultati definitivi — dice l’ex presidente —, ma sulla base d’un campione è chiaro che abbiamo perso queste elezioni. La Lista degli Studenti ha vinto: otterrà fra i 135 e i 140 seggi, mentre noi ne avremo 105». Le prime percentuali confermano: 52% all’opposizione, 39,3 a Vucic.
La storia serba volta pagina. La gioia di Belgrado esplode nella notte, con cortei d’auto e clacson, cori a cantare una vecchia canzone popolare, «Tri poljupca ohcu ja», voglio tre baci, che serviva a indicare il numero (tre) della lista sulla scheda ed è diventata l’inno della vittoria. Il risultato degli studenti, sorprendente ma non inatteso, è il più profondo cambiamento politico dalla cacciata di Slobodan Milosevic, 26 anni fa e dopo la guerra del Kosovo. Qualcosa di paragonabile alla fine dell’era Orbán in Ungheria. Una prima volta, per una marcia studentesca cominciata con due anni d’anticipo sugli altri movimenti di protesta europei: anche un modello, per i nuovi indignados spagnoli e francesi, tedeschi e albanesi. Senza rompere un vetro e senza sparare un petardo — e partendo due anni fa dalla rabbia per una tettoia crollata alla stazione ferroviaria di Novi Sad, 16 morti, cui seguì una serie di corruzioni e d’insabbiamenti, di media imbavagliati —, gli Studenti serbi si sono fatti di mese in mese partito politico. E nel più puro movimentismo, agitando il simbolo d’una mano insanguinata, bussando porta a porta in ogni villaggio, dopo due anni sono riusciti a cacciare il piccolo autocrate balcanico che da ragazzo faceva il portavoce delle pulizie etniche e per tre lustri ha fatto della Serbia un Paese a libertà limitate. I nuovi vincitori restano comunque un’incognita. Il loro capolista è un cardiologo, Ilija Srdanovic che ora esulta («abbiamo voltato la faccia a un tiranno, andiamo verso una Serbia migliore»), ma non è affatto sicuro che farà il premier. Sono vaghe le loro posizioni internazionali su Ue, Russia, Cina e pure sull’eterna questione del Kosovo. Sono generiche le loro promesse elettorali: più onestà, più libertà ai media, più soldi alle scuole, poco altro.
Ma quel che conta, ora, è godersi la vittoria. Fino all’ultimo, Vucic aveva tentato di recuperare. S’era dimesso dalla presidenza. Aveva rivendicato la modernizzazione del Paese di questi anni, forte degl’investimenti dalla Cina, garantito dal gas russo del «fratello slavo» Vladimir Putin, equilibrista nei rapporti con l’Ue che pure dichiarava di volere come partner. Aveva anche promesso last minute un aumento delle pensioni e degli stipendi pubblici, accusando gli Studenti d’essere al soldo di governi stranieri.
La vittoria degli Studenti s’è intuita nel pomeriggio, guardando l’affluenza. Mai visti tanti votanti. L’ultima volta era stata nel 2000, quando il 70 per cento s’era presentato alle urne con un’idea ben precisa: spedire a casa, e poi al Tribunale dell’aia, Milosevic e il suo decennio di massacri balcanici. Il benservito all’erede di Slobo è arrivato con affluenze simili, oltre il 70 per cento. Sui social, per tutta la domenica sono rimbalzati video dal Canada all’Australia, coi serbi della diaspora in fila alle ambasciate per votare. Code ai confini della Croazia e del Kosovo. Perfino Vucic ha dovuto aspettare due ore, prima d’arrivare all’urna. Chiaro, il perché di tanta partecipazione: per la prima volta, sei milioni e mezzo di serbi hanno avuto l’occasione di chiudere i conti. E ne hanno approfittato.
Paolo Ferrario I giovani sono lontani dai luoghi della politica, ma non hanno perso la voglia di impegnarsi Avvenire, 26 ottobre 2026
Non sono lontani dalla politica. Semmai, sono lontani dai luoghi in cui la politica decide. È la fotografia che emerge dalla nuova ricerca realizzata da Ipsos Doxa per l’Istituto Giuseppe Toniolo, presentata oggi in occasione di Parole a Scuola 2026, la giornata promossa da “Parole O_Stili”, Università Cattolica e Istituto Giuseppe Toniolo che oggi torna all’ateneo di largo Gemelli per riflettere sulle sfide educative del presente. I numeri raccontano una realtà che contraddice molti luoghi comuni. Oltre sette giovani italiani su dieci tra i 18 e i 34 anni credono che la politica possa migliorare la vita delle persone. Una percentuale che testimonia come, nonostante la diffusa disaffezione verso i partiti e le istituzioni, resti viva la fiducia nella possibilità che l’impegno pubblico contribuisca a costruire una società migliore.
Allo stesso tempo, però, emerge una frattura significativa. Più del 55% degli intervistati considera limitati o inesistenti gli spazi di partecipazione messi a disposizione delle nuove generazioni. Una percezione che alimenta un senso di distanza e che rischia di trasformare l’interesse civico in frustrazione.
È una contraddizione che interpella il mondo degli adulti, a partire da chi opera nella scuola e nell’educazione. Non a caso il tema del dialogo tra generazioni è il filo rosso dell’edizione 2026 di Parole a Scuola, che propone 32 panel e 19 laboratori dedicati a insegnanti, educatori e genitori. L’obiettivo è comprendere i linguaggi delle nuove generazioni e costruire relazioni capaci di accompagnarle verso una cittadinanza più consapevole.
«Continuiamo a chiederci perché i giovani siano distanti dalla politica, ma siamo davvero disposti ad ascoltarli?», domanda Rosy Russo, fondatrice e presidente di Parole O_Stili. «Le recenti proteste studentesche a Milano dimostrano che i ragazzi hanno idee e voglia di cambiare le cose. Chiedono una scuola più inclusiva, maggiori opportunità e un futuro più equo. Gli scontri e i danneggiamenti, tuttavia, ricordano che il dissenso deve rispettare gli altri. Condannare la violenza è fondamentale, ma non significa ignorare le ragioni di chi protesta pacificamente». Parole che fotografano una questione sempre più evidente. Molti giovani non rifiutano il confronto democratico; chiedono piuttosto di poter essere riconosciuti come interlocutori credibili. «Ascoltare i giovani non significa condividere ogni loro idea, ma riconoscerli come interlocutori. I ragazzi non sono soltanto i cittadini di domani: sono cittadini di oggi, con diritti e responsabilità. Forse dovremmo chiederci non perché protestino, ma se siamo davvero pronti ad ascoltarli», aggiunge Russo.
La ricerca conferma questa lettura. Quasi sette giovani su dieci, il 68,6%, ritengono possibile impegnarsi per cambiare la società. Ma oltre il 62% pensa di non avere alcuna influenza sulle decisioni del Governo. Una distanza che non nasce quindi dall’indifferenza, bensì dalla percezione di non essere realmente coinvolti nei processi decisionali.
Il dato acquista ulteriore significato alla luce dell’attenzione che i giovani continuano a riservare al bene comune. Il 71% individua infatti nella scarsa attenzione dei cittadini verso gli interessi collettivi uno dei principali problemi del Paese. Non emerge l’immagine di una generazione ripiegata esclusivamente sulle proprie esigenze individuali, ma quella di giovani che guardano con preoccupazione alla qualità della vita democratica e alla tenuta della coesione sociale.
Secondo Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, i risultati smentiscono molte narrazioni consolidate. «I dati smentiscono l’idea di una generazione distante e disinteressata. La fascia 18-22 anni presenta contemporaneamente una domanda di leadership efficace, una forte sensibilità per il bene comune e la convinzione che una buona politica sia in grado di migliorare la vita dei cittadini».
Non manca, tuttavia, una nota critica. «La maggioranza ritiene, però, che attualmente la politica non offra adeguata attenzione alle loro istanze e sia poco aperta a una loro partecipazione effettiva. Il senso di esclusione e frustrazione risulta più alto per chi proviene dalle classi sociali più svantaggiate e con più deboli percorsi formativi», osserva Rosina. Anche il rapporto con la Costituzione appare significativo. Oltre due terzi dei giovani la considerano ancora adeguata ai tempi oppure bisognosa soltanto di aggiornamenti limitati. Tre su quattro chiedono inoltre che i suoi principi orientino maggiormente le scelte politiche. Tra i valori ritenuti prioritari emergono il lavoro e l’uguaglianza, con quest’ultima che occupa il primo posto tra gli intervistati più giovani.
Dietro questi numeri si intravede però anche una domanda più profonda, che riguarda il riconoscimento e l’ascolto. A sottolinearlo è Elena Marta, docente ordinario di Psicologia sociale e Psicologia di comunità dell’Università Cattolica.
«Già un anno fa abbiamo messo in luce un dato emerso dai focus group con gli adolescenti: una rabbia latente e diffusa, sottostimata e messa in ombra dalla preoccupazione per l’isolamento», spiega la docente. Una rabbia che, aggiunge, nasce spesso dalla sensazione «di non essere ascoltati o di essere giudicati a priori dagli adulti come “sbagliati”».
Colpisce in particolare un passaggio della sua riflessione: «Gli adolescenti si sentivano molto osservati, ma poco visti». Una frase che va oltre la cronaca degli ultimi giorni e che richiama una responsabilità educativa più ampia. «Accanto alle sanzioni previste dalla legge per le drammatiche azioni di alcuni adolescenti, serve un impegno di noi adulti: dobbiamo diventare una comunità educante capace di ascoltare davvero questa generazione, senza pregiudizi, trasformando l’ascolto in incontro, dialogo e mediazione».
È forse questa la lezione più importante che emerge dalla ricerca. I giovani non chiedono scorciatoie né privilegi. Chiedono di essere coinvolti, ascoltati e riconosciuti. In una stagione in cui la partecipazione democratica appare spesso fragile, la loro domanda di protagonismo rappresenta una risorsa da valorizzare. La sfida, per la scuola, la politica e l’intera società, è dimostrare di esserne all’altezza.
Lula è stato rieletto presidente del Brasile con una vittoria a sorpresa, dopo una massiccia mobilitazione e un'elezione caotica. Il candidato di sinistra è arrivato secondo al primo turno, dietro al suo rivale Flavio Bolsonaro, che chiede l'annullamento delle elezioni a seguito di prolungamenti irregolari dell'orario di apertura dei seggi elettorali. Le Monde, 26 ottobre 2026
La sua vittoria è stata a dir poco un "miracolo", considerando quanto i sondaggi avessero previsto il contrario. Il Brasile ha evitato per un soffio il ritorno dell'estrema destra domenica 25 ottobre, grazie alla spettacolare rinascita del presidente di sinistra in carica, Luiz Inácio Lula da Silva.
Con la vittoria di Lula, il Brasile ha scongiurato un'ondata conservatrice che ha visto numerosi Paesi – come Argentina, Cile, Colombia e Perù – spostarsi a destra, sostenuti dal presidente statunitense Donald Trump. L'icona della sinistra, che compirà 81 anni martedì, ha smentito le previsioni conquistando un quarto mandato senza precedenti.
"La gente è andata a votare perché siamo riusciti a convincerla che il voto era fondamentale per garantire la democrazia nel Paese", ha dichiarato Lula nei suoi primi commenti dopo la vittoria. Fuochi d'artificio e vuvuzela hanno risuonato a Rio de Janeiro, mentre migliaia di persone vestite di rosso, il colore del Partito dei Lavoratori di Lula, si sono riversate nelle strade di San Paolo per festeggiare.
Secondo i risultati ufficiali, ha ottenuto il 51,8% dei voti contro il 48,2% di Flavio Bolsonaro, con Lula che ha raccolto circa 4,4 milioni di voti in più. Il senatore è il figlio dell'ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, che sta scontando una pena detentiva di 27 anni per tentato colpo di stato dopo la sconfitta subita contro Lula alle ultime elezioni del 2022.
La votazione di domenica è stata caratterizzata dalla confusione dopo una sentenza della Corte Suprema che ha esteso l'orario di voto di due ore, dato che alcuni seggi elettorali erano già chiusi. La decisione è stata presa su richiesta di Lula, che ha lamentato il fermo degli autobus in diverse città, impedendo ai cittadini di votare.
"È impossibile riconoscere i risultati. Chiederò l'annullamento di queste elezioni", ha dichiarato con espressione impassibile in un breve discorso a Brasilia. Dal 1989, anno delle prime elezioni dirette dopo la fine della dittatura militare, nessun candidato sconfitto al primo turno è riuscito a vincere al secondo..
Non è chiaro se il ricorso di Bolsonaro possa raggiungere la soglia legale per annullare i risultati. Bolsonaro ha anche il diritto di richiedere un riconteggio se ha prove di frode, ma ciò potrebbe non cambiare i risultati. Il presidente del tribunale elettorale, Kassio Nunes Marques, nominato alla Corte Suprema dall'ex presidente Bolsonaro, ha affermato che la proroga dell'orario di voto non ha influito sui risultati.
Lula, figura di spicco della politica brasiliana per oltre quarant'anni, è stato colto di sorpresa dalla sconfitta al primo turno contro Bolsonaro. La sinistra si è mobilitata con imponenti manifestazioni allo slogan "Mai più Bolsonaro", in cui i manifestanti hanno ricordato la gestione caotica della pandemia di Covid da parte dell'ex presidente, la devastazione della foresta amazzonica e i tagli ai programmi pubblici.
Lula ha anche rinnovato la sua strategia sui social media, realizzando video selfie e arrivando persino ad acquistare il suo primo cellulare, mentre i suoi sostenitori hanno condotto un'intensa campagna per convincere familiari, amici e vicini di casa ad andare a votare, dopo un alto tasso di astensione.
I sostenitori del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva festeggiano a Rio de Janeiro, Brasile, il 25 ottobre 2026. TERCIO TEIXEIRA / AFP
Macron invita Francia e Brasile a lavorare per un "mondo più equo".
Il presidente francese Emmanuel Macron si è congratulato con il suo omologo brasiliano, auspicando un impegno per "rafforzare il nostro partenariato strategico". "Francia e Brasile hanno molto da costruire insieme", ha affermato Macron, aggiungendo che i due Paesi dovrebbero coltivare la loro amicizia "al servizio di un mondo più equo".
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha celebrato la rielezione del suo alleato di sinistra come l'inizio di una "ripresa progressista", mentre è in svantaggio nei sondaggi in vista delle elezioni spagnole di novembre. "Una grande vittoria per Lula! Quello che è successo in Brasile succederà in Spagna. La ripresa progressista globale è appena iniziata", ha scritto Sánchez su X.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha salutato la sua rielezione come una vittoria per "la democrazia e il multilateralismo". Si è congratulata con Lula sui social media, aggiungendo: "La partnership tra l'Europa e il Brasile è fiorente. Rimarremo al tuo fianco negli anni a venire. Insieme continueremo a lavorare a stretto contatto per un commercio libero e aperto, un ordine globale basato sulle regole e ambizioni forti per il nostro clima".
La Cina ha dichiarato di aver "preso atto che la Corte Elettorale Superiore del Brasile ha annunciato la vittoria del Presidente Lula al secondo turno delle elezioni generali brasiliane ed esprime le sue congratulazioni", ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun durante un briefing di routine, aggiungendo che Pechino è "disposta a collaborare con il Brasile per continuare a promuovere la costruzione di una comunità sino-brasiliana dal futuro condiviso". Interrogato sulla dichiarazione di Bolsonaro di voler chiedere l'annullamento delle elezioni, Guo ha affermato: "La Cina rispetta la scelta del popolo brasiliano".
Un altro ritorno
La sua rielezione segna un altro straordinario ritorno per l'uomo cresciuto in estrema povertà nel nord-est, in una famiglia di contadini analfabeti. Lula, venerato per i suoi programmi di assistenza sociale che hanno sollevato milioni di persone dalla povertà, ha compiuto un clamoroso ritorno al potere nelle elezioni del 2022, dopo che uno scandalo di corruzione lo aveva portato in carcere per oltre 18 mesi. Le accuse, annullate per motivi procedurali, continuano a perseguitarlo.
Nel suo terzo mandato, ha supervisionato una riduzione dell'inflazione e della disoccupazione e ha tolto milioni di persone dalla fame, ma gli elettori lamentano il costo della vita e un senso di insicurezza. Le politiche sociali di Lula sono diventate un punto di tensione quando ha ampliato i programmi di assistenza sociale durante la campagna elettorale.
Lula si appresta ad iniziare un quarto mandato in un Paese diviso, con quasi metà della popolazione contraria al suo operato e desiderosa di cambiamento. Già uno dei leader più anziani al mondo, Lula avrà 85 anni alla fine del suo nuovo mandato nel 2030. Avrà quindi trascorso 16 anni al potere, dopo il suo primo periodo come presidente dal 2003 al 2010.
Lula si trova inoltre ad affrontare un Congresso ostile, dominato dalla destra. Le sue opzioni sono limitate anche dalle prospettive economiche, con una crescita che dovrebbe rallentare. È inoltre sottoposto a rinnovate pressioni per contrastare la dilagante insicurezza in un Paese afflitto da fazioni criminali che seminano il terrore nei quartieri popolari.
Marco
Damilano La destra vuole far
scegliere tra ordine e caos, in
mezzo c’è il paese reale
Domani, 24 ottobre 2026
Per l’alleanza progressista, il centrosinistra, la sfida è comunicare che la sua agenda è la stessa di quel paese dimenticato, invertendo la narrazione degli ultimi anni, chiudendo la spirale autoreferenziale e autolesionista
«Siamo davanti a un fenomeno nuovo e complesso, qualcosa di mai visto al mondo. Allo stato attuale non vi è alcuna evidenza di una manipolazione dall’esterno». Così parlò il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 21 ottobre. Ieri lo stesso ministro ha annunciato sui social il fermo della “mente” del movimento 17 ottobre, il trentenne Youssef Siher. In poche ore siamo passati dal pianeta sconosciuto, i giovani e i giovanissimi incensurati che hanno invaso Milano, al grande vecchio, il cattivo maestro che li manovra, un radicalizzato islamico che per il tenore dei suoi proclami social doveva essere notissimo da tempo agli inquirenti. Ma dal 7 aprile 1979 al 17 ottobre 2026 il passo resta davvero troppo lungo. E chi occupa le istituzioni dovrebbe avere la prudenza e la responsabilità di discernere tra le situazioni, anziché confonderle.
Colpisce, nel messaggio social del ministro Piantedosi, l’immagine che lo accompagna, un manifestante che a Milano lancia candelotti contro la polizia con il pavè e le rotaie del tram. Quasi una citazione della foto simbolo di 50 anni fa, il 1977, un giovane incappucciato che spara con le mani unite sulla P38 contro la polizia. Fu scattata da Paolo Pedrizzetti in via De Amicis durante una manifestazione del 14 maggio 1977, nella foto a sparare era Giuseppe Memeo ma quel giorno fu Mario Ferrandi a uccidere Antonio Custra, vice brigadiere di polizia, 22 anni, con una moglie in attesa.
Molti anni dopo fu Mario Calabresi a ricostruire la storia e a parlarne con Antonia, la figlia del poliziotto ucciso, nata dopo la sua morte: «A me basterebbe che quelle poche volte che mio padre è citato sui giornali, non lo si facesse sbagliando nome e cognome: si chiamava Antonio e non Antonino, ci chiamiamo Custra e non Custrà. Da trent’anni lo vedo storpiato ovunque». Finalmente arrivò il riconoscimento per il papà, ma Antonia Custra morì ancora giovane per una malattia.
Oggi Mario Calabresi è candidato sindaco di Milano alle prossime primarie del centrosinistra. Per aver condannato le violenze dei manifestanti, ma distinguendole dalle ragioni dei giovani che vanno ascoltati, è stato vergognosamente insultato dai mazzieri della destra, nonostante la sua storia familiare e la sua dirittura personale. Invece va ascoltato, perché chi conosce sulla sua pelle, nel dolore della vita spezzata di un proprio caro, cosa furono gli anni del terrorismo rosso e nero, non ha nessun dubbio, nessuna ambiguità, riconosce istintivamente i segnali della radicalizzazione violenta, ma rifiuta anche l'idea di riportare l'Italia indietro di cinquant'anni a fini elettorali.
C’è la tentazione di riassumere tutto il disagio sociale nei giovani sfasciavetrine e negli islamici radicalizzati. E di schiacciare a fini elettorali, tutta l’opposizione sulla piazza (violenta), nascondendo la realtà di un paese e di un mondo a pezzi. Il sondaggio pubblicato da Domani (22 ottobre) racconta che le priorità degli italiani che si dichiarano progressisti sono sanità, costo della vita, salari e lavoro. Sono le stesse preoccupazioni degli italiani che votano a destra e sono gli stessi bisogni materiali per cui sfilano i giovani nelle piazze dell’Europa meridionale, in Francia, Spagna, Albania, Serbia: casa, scuola, lavoro, un no alla guerra che non si misura solo attorno ai confini dell’Ucraina ma la paura per il riarmo come mezzo di risoluzione dei conflitti.
Ma il sistema di informazione in mano alla destra elimina questi timori dall’agenda quotidiana, spinge i cittadini a vivere un incubo securitario e crea assuefazione e sfiducia di fronte alle necessità di ogni giorno: un affitto che non si regge più, un contratto interrotto, una visita medica rimandata.
Mentre le strade del Sud erano paralizzate dai Tir, Meloni si è auto-lodata per i suoi quattro anni di governo. Sta ripercorrendo la strada dei premier del Pd che correvano alle cene alla Casa Bianca (per esempio il 18 ottobre 2016, dieci anni fa, Renzi da Obama) mentre la destra cavalcava, o dava l’idea di farlo, gli istinti dei forgotten men. Oggi è Meloni a volare felice dall’emiro del Qatar, mentre Elly Schlein si presenta non annunciata al tavolo del benzinaio di Foggia Michele Finizio in sciopero della fame e parla con lui dei piccoli che soffocano e degli enormi utili dell'Eni.
Per l’alleanza progressista, il centrosinistra, la sfida è comunicare che la sua agenda è la stessa del paese reale, invertendo la narrazione degli ultimi anni, chiudendo la spirale autoreferenziale e autolesionista. La destra vorrebbe chiudere tutta la dinamica politica tra chi mantiene l’ordine e chi lavora per il caos, spinge per cancellare tutto quello che c’è in mezzo tra la premier e i cortei che caricano la polizia. Ma in mezzo tra il palazzo del potere e le piazze della rabbia c’è un intero paese. Reagire significa sentire l’urgenza di dargli una rappresentanza politica, con i suoi bisogni negati.
Mohamed El Badie, guida suprema della Fratellanza musulmana dal 2010 al 2013
Simone Marcer Chi è e come è stato fermato Youssef Siher, la "mente" del Movimento 17 ottobre Avvenire, 24 ottobre 2026
All’ora X, le 14.30 di sabato 24 ottobre, quando dovevano essere virtualmente aperte “le buste” con i tre punti di ritrovo dei casseurs, il canale Telegram e il profilo Instagram del Movimento 17 ottobre non hanno dato segni di vita. Il giorno stesso infatti la polizia ha fermato il presunto amministratore della pagina del movimento. Youssef Siher, 30enne, nato a Brescia, di origine marocchina. Colui che si pensa sia la mente degli scontri e dei saccheggi di sabato e domenica 17 e 18 ottobre è indagato dalla Procura di Milano per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso del mezzo informatico. Gli investigatori lo ritengono l’organizzatore del «Movimento 17 ottobre». In casa a Brescia durante le perquisizioni sarebbero state trovate anche mappe delle piazze individuate per le mobilitazioni. Sabato è stato interrogato nella sede della polizia postale a Milano. «Non saranno possibili zone franche e la risposta dello Stato sarà immediata contro chiunque pensa di poter organizzare aggressioni e rivolte credendo di riuscire a nascondersi dietro un passamontagna o l’anonimato dei social», ha scritto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha fatto i complimenti agli investigatori e ha accostato la figura del 30enne fermato «alla galassia ProPal che vanta legami con gli antagonisti». L’Aisi (una delle due agenzie di servizi informazioni italiane) ha rintracciato l’autore della pagina dopo averne seguito le tracce sul web da lunedì scorso, quando la denominazione del movimento è spuntata nella galassia dei social rivendicando la paternità di scontri e saccheggi. Da quest’anno Siher risulta lavorare per Mercor, la startup americana di intelligenza artificiale il cui motto è «organizzare l’intelligenza umana per alimentare l’economia dell’IA». «Contribuisco - si legge sul suo profilo Linkedin - a diversi progetti di etichettatura dei dati, valutazione e addestramento di intelligenze artificiali». E questo spiegherebbe come sia riuscito a far proseliti fino a rendere virale il movimento dei giovani e al contempo a restare nascosto fino a sabato. Il profilo del fermato è quanto di più distante dagli stessi casseur che sarebbero stati attivati da lui. Le poche carte finora scoperte su di lui potrebbero indicarlo o come un cattivo maestro - di una nuova epoca in cui i maestri non siedono in cattedra né scrivono libri o vengono più letti sui giornali, ma gestiscono canali social, intercettano tendenze, sapendo come garantirsi l’anonimato - o, in alternativa, come un pezzo importante di un grande gioco (al momento non ci sono evidenze di ciò, e per capirlo occorrerà attendere gli sviluppi delle indagini della procura). Laureato in Comunicazione con un master in Scienze politiche presso l’Università degli Studi di Milano, bilingue, essendo madrelingua arabo e italiano, parla fluentemente inglese e spagnolo. Più che istruito, erudito, Siher vanta nel proprio curriculum collaborazioni con testate nazionali come «Il Foglio» - «ha scritto un articolo solo una volta quattro anni fa, sul Pakistan», precisano dal quotidiano - e «il Fatto Quotidiano», dove avrebbe fatto anche uno stage nella redazione on-line. Nel 2024 vanta anche un passaggio come stagista presso il prestigioso istituto di ricerca Ispi (istituto per gli studi di politica internazionale), confermato dallo stesso istituto di geopolitica e analisi politico-economica. In quel periodo presso Ispi Siher sarebbe stato Research Trainee presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa. Nello stesso anno l'Intelligence italiana lo aveva segnalato per la costituzione dell’Organizzazione «Alba nascente», che secondo un report degli stessi servizi contribuiva a diffondere nelle comunità musulmane europee propaganda riconducibile ad Hamas e al Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, nell’organizzazione logistica delle manifestazioni di piazza Pro-Palestina, nella gestione dei rapporti con circuiti dell’estrema sinistra antagonista radicale. Il fermato avrebbe inoltre descritto l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre del 2023 come «un atto rivoluzionario di decolonizzazione». Interrogativi anche sulla «bio» di Instagram scritta in arabo che recita «non puoi sconfiggere coloro che credono che la morte non sia la fine» e che potrebbe strizzare l’occhio a chi vede il martirio e la morte come strumenti di lotta. Fermata la mente del movimento, e bloccato di fatto il suo profilo, il sabato di Milano è tornata a essere una normale giornata di manifestazione, partecipata e senza disordini.
Andrea Siravo Fermato Youssef Siher: è la "mente" del movimento 17 ottobre. Indagata anche la moglie La Stampa, 24 ottobre 2026
II servizi dell’intelligence interna dell’Aisi lo scovano in rete e lo segnalano alla Direzione centrale della Polizia di Prevenzione. Questa mattina scatta il blitz tra Milano e Brescia. Le Digos delle due questure e la Postale perquisiscono Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di seconda generazione ritenuto la “mente” del Movimento 17 ottobre legato agli scontri avvenuti nel centro del capoluogo lombardo lo scorso weekend. In serata è stato fermato su disposizione della Procura di Milano, Youssef Siher. Le ipotesi di accusa sono istigazione a delinquere con l'aggravante della finalità di terrorismo e l'articolo 420 bis del nuovo decreto legge, ovvero violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati.
Quella del «Movimento 17 ottobre» è una realtà nata dopo i disordini e i saccheggi del weekend scorso con l’obiettivo di dare vita a una mobilitazione permanente su scala nazionale contro il governo Meloni. Il primo banco di prova sarebbe dovuto essere proprio oggi con la convocazioni di manifestazioni pomeridiane nelle principali piazze di diversi capoluoghi di regione.
II poliziotti lo trovano in un’abitazione al Corvetto, quartiere popolare e multietnico di Milano. Nella casa, intestata a un’amica, con Siher c’è anche la moglie. Il trentenne viene portato in questura. Negli uffici di via Fatebenefratelli ci rimane per almeno dodici ore in forza al fermo di prevenzione di polizia varato dal decreto Sicurezza. Il gruppo Telegram di M1710, che conta quasi diecimila scritti, rimane muto. Nessuna indicazione viene data alle 14.30 sui luoghi a sorpresa in cui gli aderenti al movimento avrebbero dovuto radunarsi. Nel frattempo, gli specialisti della Postale analizzano il contenuto dei suoi dispositivi elettronici e altro materiale sequestrato anche nell’appartamento dei genitori tra Mazzano e Gavardo, nel Bresciano, dove risulta residente.
Nel decreto di perquisizione, firmato dai pm della sezione distrettuale antiterrorismo di Milano, Siher è accusato di istigazione per delinquere pluriaggravata attraverso l’uso di piattaforme informatiche e da finalità di terrorismo contro lo Stato. Fino a tarda serata gli investigatori hanno lavorato per mettere in mano al pm Francesca Crupi, coordinato dal procuratore Marcello Viola, fino alla decisione di emettere un provvedimento restrittivo di fermo di indiziato di delitto.
Di Siher gli investigatori tracciano il profilo di un giovane accademico di elevata cultura con una casellario giudiziario immacolato. Nato e cresciuto nel Bresciano, approda a Milano per motivi di studio. Alla laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Scienze Politiche all’Università Statale, dove per due anni ricopre anche l’incarico di senatore accademico, è seguito un tirocinio nel 2024 come ricercatore all’Istituto per gli studi di politica internazionale. «I suoi interessi di ricerca si concentrano sull’Islam politico, sui movimenti politici islamici e sul rapporto tra Islam e nazionalismo arabo.
È bilingue, essendo madrelingua arabo e italiano, e parla fluentemente inglese e spagnolo», recita il profilo ancora online. L’esperienza nel prestigioso think tank non prosegue. «Da allora non ha più collaborato con l’Istituto», precisa in una nota lo stesso Ispi. Le sue competenze sul mondo arabo e islamico diventano anche opportunità per delle collaborazioni saltuarie, come giornalista pubblicista, con diversi quotidiani italiani come Il Fatto Quotidiano, il Foglio e la rivista online Voice Over. L’ultimo contributo che si trova in rete è un articolo del 22 luglio dal titolo «Fakir e la “caccia allo straniero” di Stato» sulla vicenda del quarantaduenne marocchino morto durante un intervento della polizia a Bologna. Gli analisti della piazza milanese ricordano il suo nome per un’attiva partecipazione alle prime manifestazione Pro Pal che dal 7 ottobre 2023 ogni sabato, tra presidi e cortei, si svolgono nel capoluogo lombardo.
Con tweet «Allah Akbar» con i colori della bandiera palestinese aveva replicato a un post pubblicato Matteo Salvini in cui il vicepremier e leader della Lega dava il suo sostegno al popolo israeliano per gli attacchi di Hamas. Non è considerato un leader del movimento, ma Siher in più occasioni aveva preso il microfono in testa a cortei. Con posizioni nette: «Oggi siamo qui per dimostrare alla questura e allo Stato che noi non abbiamo paura delle vostre intimidazioni e della vostra repressione». Una posizione che non è cambiata e che Siher avrebbe riproposto nel manifesto del Movimento 17 ottobre. «La repressione non arriva più solo dopo: è diventata preventiva e penetrativa. Schedature, fogli di via, denunce a pioggia, infiltrazioni, pressioni su chi si espone. Si colpisce prima che un movimento nasca e si entra nei collettivi per svuotarli dall’interno. A questo si aggiunge l’aggressione dei fascisti, tollerata, quando non coperta, da chi dovrebbe garantire l’agibilità politica. Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli».
Di lui o di profili a lui collegati al momento non c’è traccia nei gruppi “Italia in piazza”, la piattaforma che aveva promosso il 17 ottobre una serie di proteste di piazza contro il carovita che erano degenerate in violenze contro le forze dell’ordine e negozi.