Visualizzazione post con etichetta rapporto tra le generazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rapporto tra le generazioni. Mostra tutti i post

martedì 3 giugno 2025

In difesa dei giovani


Il Buongiorno di Mattia Feltri
La Stampa, 3 giugno 2025

Ogni giorno ha la sua brava indagine sul disagio dei ragazzi. Ieri una [inchiesta] – doviziosa di dati allarmanti e angosciosi interrogativi – ragguagliava sull’uso di stupefacenti e l’abuso di farmaci, sugli eccessi con videogame e giochi d’azzardo, sull’alcol e il tabacco. È incantevole come un paese sempre più anziano, e che fa sempre meno figli, se ne stia lì quotidianamente a criticare i giovani d’oggi, domandandosi dove andremo mai a finire. Sembriamo tutti vecchietti sull’autobus pronti a prendere a male parole chi non ceda il posto a sedere.

Non li invidio, poveri angeli. Quasi tutti figli unici, allevati da genitori super apprensivi, praticamente dei secondini bulgari che controllano da mattina a sera dove sono i piccini, che voti hanno preso, con chi chattano. Usano gli smartphone come agenti del Kgb – quando non veleggiano per social a minacciare di morte qualcuno, o a esibire l’intero campionario delle loro virtù e delle loro disperazioni – e poi pendono dalle labbra dell’ultimo studioso che sa come salvare le nuove generazioni: vietandogli il telefonino fino ai sedici anni. Eccola la soluzione: abolire internet.

Geniale! Potremmo anche non farli mai più uscire di casa, con tutto quello che succede per la via. Come minimo te li arrestano: la presidente della Commissione giustizia vorrebbe estendere la punibilità penale ai dodicenni; non soltanto abbiamo quasi raddoppiato gli ospiti dei riformatori, sebbene i reati siano in calo, ora si vuole passare alle manette per bambini. Eh, chissà da dove viene il disagio dei ragazzi? Bella domanda, vero? Poi chi si chiede perché bevano e si impasticchino (come mamma e papà).

mercoledì 8 aprile 2015

Genealogia di Cappuccetto rosso


Massimiliano Panarari
E Cappuccetto Rosso rottamò la nonna
Tra implicazioni psicanalitiche e valenze rituali l’indagine di Yvonne Verdier alla ricerca delle versioni più antiche e dimenticate della fiaba

La Stampa, 7 aprile 2015

Le fiabe possiedono implicazioni psicanalitiche e valenze rituali «toste». Gli analisti, che si erano parecchio dedicati fin da subito a illuminarne i dark side, potrebbero sbizzarrirsi nuovamente intorno al racconto di Cappuccetto Rosso, visto che ne esistono alcune versioni dimenticate. Nel libro L’ago e la spilla (che esce ora in italiano per le Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 106, € 10; prefazione di Augusto Palmonari), l’etnologa e sociologa Yvonne Verdier (1941-1989) compie un autentico lavoro di genealogia, riportando alla luce le varianti misconosciute di una delle fiabe europee universalmente più famose, la cui funzione era quella di comunicare nel tempo una serie di preoccupazioni «pedagogiche» (sulle quali si potrebbe oggi eccepire ampiamente) delle comunità in cui circolavano.

La variante hard

L’innalzamento letterario ha quindi edulcorato e trasfigurato il contenuto vero (e sottaciuto) della tradizione orale che veicolava la storia di Cappuccetto Rosso. Che coincide per noi con due versioni soltanto: quella di Charles Perrault (1697), in cui la malcapitata protagonista viene sbranata dal lupo, o, in alternativa, quella ancora più nota e diffusa, e a lieto fine, dei fratelli (Jacob e Wilhelm) Grimm, nella quale «arrivano i nostri», vale a dire il cacciatore che squarta il lupo cattivo e ne estrae sane e salve nonna e nipotina. La prima più hard e cruda, la seconda fantastica - e, appunto, favolistica - anche nell’happy ending, ma entrambe differenti dalle antiche tradizioni orali delle province francesi da cui questa narrazione ha tratto origine ed è stata perpetuata. La studiosa transalpina aveva deciso di andare «alla sorgente», e si mise così a passare al setaccio le versioni popolari e folcloriche raccolte presso varie fonti orali dagli etnografi di fine Ottocento specialmente in alcune aree (bacino della Loira, Nivernese, Velay, Forez, regione settentrionale delle Alpi), finendo per arrivare a contarne ben 34. Mentre, per contro, non esisteva una tradizione orale di trasmissione della favola in Germania, con l’eccezione di una porzione del Tirolo italiano.

Il colore della pubertà

Dopo avere comparato quello che i narratori delle varie zone si tramandavano, Verdier scoprì che esistevano almeno due varianti «sensibili» rispetto agli adattamenti letterari. La prima concerneva la scelta del percorso prospettata dal lupo alla nostra Cappuccetto Rosso nel momento in cui le loro strade si incrociano. «Quale sentiero vuoi prendere, le disse, quello degli spilli o quello degli aghi»? (da cui il titolo della ricerca). A una prima occhiata qualcosa di incomprensibile, se non addirittura di assurdo, di cui l’etnologa compie l’esegesi sulla base delle consuetudini (anche linguistiche) delle campagne francesi ottocentesche, dove l’ago (ossia il cucire) indicava le attività domestiche, mentre la spilla (che veniva donata dai ragazzi durante la fase del corteggiamento) rimandava all’agghindarsi e al farsi belle. Lavoro e «frivolezza», due opzioni solo in apparenza contrapposte (perché, alla fine, in moltissimi casi si tenevano tranquillamente insieme), che compendiavano l’assai limitato (per non dire inesistente) «orizzonte di possibilità» delle giovani nell’universo contadino dell’epoca.
La vicenda di Cappuccetto Rosso manifesta allora la natura di «apologo educativo» per le ragazze della Francia profonda e rurale (e non solo). E assume anche, antropologicamente, il carattere di rito di iniziazione e passaggio, come evidenziano gli «stadi» del soggiorno di Cappuccetto nell’abitazione della nonna-maestra di vita, dove l’ingresso corrisponde alla morte e la partenza alla rinascita, una volta raggiunta la nuova condizione di adulta. Tanto l’ago quanto la spilla, oggetti aguzzi e appuntiti, in grado di ferire e far sgorgare il sangue, rappresenterebbero, giustappunto, la pubertà femminile (ribadita pure dal colore rosso del vestiario della bambina che sta per diventare grande).



Un pasto cannibalesco

Ad accomunare le versioni popolari c’è poi - seconda cospicua variazione rispetto al racconto di Perrault - il «pasto cannibalesco» e antropofago, quello che il lupo travestito da nonna offre all’inconsapevole bambina, la quale finisce per mangiarsi dei brandelli dell’antenata. Questo momento decisamente splatter e gore identifica (diremmo ora) il «conflitto generazionale» - o, forse, un’ancestrale rottamazione ante litteram… - come richiesto dalle ferree e primitive regole di quel mondo rurale, dove le più giovani scalzavano le anziane innanzitutto sulla base (e lo palesa la componente iniziatico-rituale) dell’acquisizione o della perdita delle facoltà riproduttive. Che rappresentavano precisamente il mezzo, insieme con l’ago e la spilla (e a ciò che sottintendevano), in virtù del quale le ragazze potevano addomesticare il lupo cattivo (la società maschile patriarcale) che si era appena sbranato la donna in età avanzata, facendo il lavoro sporco imposto proprio dalle spietate convenzioni comunitarie. E, dunque, Cappuccetto Rosso «attenta al lupo» - o forse no…

sabato 22 febbraio 2014

Due generazioni allo streaming




Massimo Recalcati
Due generazioni allo streaming
la Repubblica, 22 febbraio 2014

La diretta streaming Renzi–Grillo è materia ghiotta per l’analisi non solo politica ma anche psicopatologica. Per il M5S è stata un’altra occasione persa per fare pesare la propria forza elettorale. Ma, nel tradimento da parte di Grillo del mandato popolare che aveva ricevuto dal suo popolo, dobbiamo leggere qualcosa di più sottile che ci consente di introdurre la lente di ingrandimento della psicoanalisi. Si tratta ancora una volta del rapporto tra le generazioni che è divenuto un tema politico e antropologico centrale del nostro paese. Rispetto alla prima diretta streaming Bersani-M5S la rappresentanza generazionale appare in questo caso invertita: ora è il figlio ad essere presidente incaricato ed è il padre a rappresentare le ragioni dell’opposizione. Anche i turni conversazionali appaiono totalmente invertiti: al monologo disperato e paterno di Bersani si è sostituito quello iracondo e provocatorio di Grillo, Ma in un caso e nell’altro i figli tacciono o sono costretti, come in quest’ultimo caso, a tacere. Sono solo i padri che parlano.
Ma con una differenza sostanziale. Nel caso di Bersani si poteva apprezzare tutto lo sforzo di un buon padre di famiglia per convincere i figli adolescenti e oppositivi per principio che la crisi obbligava a ragionare insieme e a congiungere le forze. Avevo a suo tempo paragonato questo tentativo a quello dello Svedese, mitico protagonista di Pastorale americana di Philip Roth di fronte al fondamentalismo adolescente della figlia ex terrorista e membro fanatico di una setta religiosa**. Con Grillo invece la paternità assume tutt’altra connotazione. La sua voce non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla, ma accusa. Non intende ragionare sui contenuti ma definisce con sdegno l’impurità dell’avversario di cui si dichiara un ‘nemico fisico”.
In questo contesto di ribaltamento dei ruoli generazionali (il figlio fa la parte del padre, mentre il padre fa la parte del figlio), l’attimo che costituisce il focus di tutta la scena è quando Grillo dà del “ragazzo” al Presidente incaricato. Soffermiamoci un momento su questo passaggio ai miei occhi decisivo. «Sei solo un ragazzo, certe cose non le sai, lascia fare a me che ho quarant’anni di esperienza». Questo, più che la dichiarazione di non essere democratico, che non ha stupito nessuno, deve davvero colpire. Ma come? Un leader che ha saputo mobilitare con forza i giovani restituendo a loro il sogno del cambiamento, si rivolge al Presidente incaricato definendolo con tono chiaramente paternalistico e, insieme, come spesso accade a chi assume toni paternalistici, dispregiativo. Questo è un punto di grande interesse clinico nel dialogo tra i due, o, meglio, nel monologo soverchiante di Grillo. Chi viene chiamato ragazzo è un uomo di 39 anni, padre di tre figli, capace di assumersi responsabilità istituzionali enormi, di guidare una grande città e un grande partito. Chiamarlo “ragazzo” non svela solo una megalomania di fondo del leader del MSS, ma manifesta Inconsciamente il fantasma padronale che lo anima profondamente. Questo padre dichiara che non ha tempo da perdere per discutere coi figli. Non solo coi figli d’altri - tale è Matteo Renzi -, il che potrebbe anche essere plausibile, ma nemmeno con i propri. Per questo usa il mandato ricevuto democraticamente dal suo popolo per fare uno show che sarebbe semplicemente fuori luogo se non avesse una ricaduta politica che coinvolge fatalmente le sorti del nostro paese. «Sei solo un ragazzo!», urla il padre orco a chi immagina non sia degno di interloquire con lui. «Sei solo un ragazzo, taci! Lascia che parli lo!». Quante volte abbiamo ascoltato dai nostri pazienti questa rappresentazione sadicamente autoritaria della paternità “Sei solo un ragazzo!” è sempre il pensiero inconscio (o conscio?) del padre-padrone che nutre nel profondo di sé stesso un odio radicale della giovinezza e che mostra con orgoglio di fronte all’entusiasmo di chi comincia una nuova avventura («ti spiego cosa vorremmo fare» prova a dire Matteo Renzi) le medaglie che gli danno il diritto di oscurare la parola del suo giovane interlocutore («Taci! Ho quarant’anni di esperienza più di te!»). Non è questo lo schema che la Scuola di Francoforte ha reperito come fondamento di ogni famiglia autoritaria? Quante volte ci siamo trovati nella nostra vita privata e pubblica di fronte a padri così? Quante volte la forza e l’entusiasmo della giovinezza deve subire l’ostracismo di chi vuole metterli a tacere. Lo ha mostrato bene Michele Serra nel suo ultimo libro Gli sdraiati: il dono più grande che un padre possa dare ai suoi figli è non odiare la giovinezza, è avere fede nella sua forza generativa. Nel caso dell’incontro Renzi-Grillo le parti si invertono bruscamente come accade sempre più frequentemente anche nella nostra società: il figlio si mostra più responsabile del padre che, come ha commentato un simpatizzante del MSS, gioca a fare il bambino in un momento istituzionale che avrebbe richiesto la massima serietà.
Da buon padre-padrone travestito da adolescente rivoltoso, Grillo ha rivelato pubblicamente non solo la sua estraneità nei confronti delle consuetudini e delle regole democratiche, ma il fatto che può fare quello che vuole della volontà del suo stesso popolo costituito, in gran parte, di “ragazzi”. Vogliono che vada a discutere di politica e di programmi con Renzi per provare a dare una mano per salvare il nostro paese? Sono solo dei ragazzi, non hanno quarant’anni di esperienza. Lasciate fare a me. Lasciate che sia io a mostrarvi come me ne fotto della democrazia. La pazienza dolce e frustrata dello Svedese-Bersani lascia qui bruscamente il testimone al padre freudiano dell’orda che nel nome della sua propria Legge si arroga il diritto di fare quello che vuole al di là della Legge. Abbiamo già visto in diverse occasioni questo genere di padri prendere il potere. E allora che la maschera del giustiziere cade rivelando la smorfia orrida del tiranno che paternalisticamente considera i suoi sudditi solo dei ragazzi da disciplinare e da rieducare.

lunedì 16 dicembre 2013

Lucia Annunziata su Renzi

Renzi dà l'addio alla "meglio gioventù". La ribellione generazionale cambia la narrativa del paese
Huffington Post, 16 dicembre 2013

La frase più efficace, o almeno quella che a me è sembrata la migliore nel segnare il crinale di un passaggio, è stata: " Basta pensare che la meglio gioventù sia nata e morta con l'alluvione di Firenze". La questione generazionale è stata ancora una volta la chiave del successo con cui il neosegretario Matteo Renzi a Milano ha preso d'impeto il suo Partito e lo ha portato dalla sua parte.
Chiave generazionale che nulla ha a che fare con la stucchevole, e francamente banale, questione della rottamazione, della stima fra vecchi e giovani, e bolle teoriche del genere. Il ricambio generazionale è sempre una presa del potere a mano armata, non avviene mai in maniera indolore, e la mia generazione (che è quella oggi ampiamente rottamata) con i suoi vecchi all'epoca ha saputo fare di ben peggio di quel che oggi ha fatto Renzi. Infatti, come ci si poteva aspettare, questa parte banalizzante del ricambio di età, è arrivata all'appuntamento milanese già ampiamente sgonfia, avviata, con la elezione di Cuperlo, sulla strada di pragmatiche soluzioni.
La interpretazione generazionale più autentica riguarda invece la memoria, e l'eredità che compongono e giustificano l'investitura nel presente della classe dirigente di una società. Il dominio di una generazione ha infatti quasi tutto a che fare con la interpretazione del suo passato. In questo l'Italia è certo un paese di superconservatori, ancor prima che di anziani. Un paese in cui il vuoto di visione da anni viene coperto da una versione mitizzata, e dunque distorta, del tempo che fu.
Nella nostra immaginazione collettiva - e non solo quella di sinistra, va detto - il passato si è fissato in una sorta di età dell'oro rispetto a cui tutto il resto è una unica, lunga , strada di decandenza. Dalla Resistenza prima, dal glorioso Dopoguerra poi e, perfino, da un Sessantotto raccontato come non è mai stato, quello di una non casualmente autodefinitasi "meglio gioventù'" di cui si ricordano in metafora l'alluvione, ma non le rotture, gli errori e anche orrori che ha commesso.
Questa memoria ricostruita (la polemica qui, ripeto, è contro la finzione della memoria, non è la negazione dei meriti del passato) è in effetti diventata la maggiore forza di resistenza al cambiamento che conosciamo perché ha fondato l'idea che di teste come quelle che in passato hanno fatto politica (ma ugualmente si può dire per tutte le altre istituzioni, incluso il mondo imprenditoriale) non se ne sono prodotte più. Al punto che tocca ancora oggi a queste teste continuare (magari mentre si lamentano per il peso della responsabilità) a ragionare, a tenere insieme il paese, ad essere responsabili per tutti gli irresponsabili e gli "ignoramus" che popolano il nostro territorio.
Nel senso di questa missione degli anziani c'è tutto il disprezzo, e neppure tanto sottile, per giovani cui si attribuisce una minorità intellettuale permanente. Giovani corrotti, si dice, da una società consumista, dalla società del successo facile, e dalla mancanza di una "vera cultura". In queste due affermazioni ci sono due fantasmi che spuntano anche senza farne il nome: quello di Silvio Berlusconi, cui si intesta la corruzione degli attuali "mores", e quello di Internet, come viene chiamata con semplificazione, quella rivoluzione tecnologica che ha portato un cambiamento che i vecchi non capiscono e di cui si liberano dicendo che è la fine dell'umanesimo, della vita sociale, dei diritti, insomma, della cultura occidentale "alta".
Si capisce bene come questa visione del mondo sia (occasionalmente) all'origine delle Larghe Intese, e (strategicamente) la base di una visione crepuscolare, triste, avvolta in un permanente velo luttuoso, del declino della nostra società. Di una dell'Italia sull'orlo del baratro, e di italiani troppo immaturi per votare e ancora più immaturi per esprimersi in politica. Che debbano insomma essere salvati da se stessi, dal loro populismo brado e dalla loro ignoranza, ad opera di un manipolo di quel che rimane della "meglio gioventù", sentinella permanente ed effettiva sulla retta via.
Renzi, come lui stesso ha detto, ha usato toni spesso non condivisibili per sfondare questo muro di resistenza. Lui stesso ha definito "forse volgare" il termine rottamazione - e certo un filo di ombra di eutanasia si è sempre steso su questa parola. Ma a Milano sembra aver finalmente portato a segno la spiegazione delle sue stesse idee, ribaltando il senso della narrazione dei nostri tempi. Ridando in mano ai giovani la supremazia in questo momento della frontiera culturale: "I giovani non hanno mai avuto tale accesso al sapere, non hanno mai avuto un tale deposito di cultura a cui attingere".
Osando attaccare quello stupidario sull'Italia cui si è ridotta, con il tempo, la storia dei giovani che vanno a studiare all'estero, diventati simbolo di una malfunzione del paese invece che naturale ristrutturazione (e ambizione) del mercato del lavoro globale. "Ne ho incontrato uno che si è presentato", ha raccontato Renzi, "dicendo 'sono un tipico cervello all'estero'. Dopo che gli ho parlato gli avrei detto 'e ci puoi pure restare, viste le sciocchezze che mi hai detto'. Non è che uno è un cervello solo perché è all'estero. I cervelli sono anche in Italia".
Sembrano solo osservazioni, ma sono tutti pezzi di un racconto diverso, in cui il nostro paese , descritto come un luogo in profonda crisi economica, non è certo però in crisi di energie e progetti. Un paese con le mani legate da burocrazia e resistenze - in cui quelle della politica risultano persino minori se comparate a mandarinati statali, furberie, e avvilimento di ogni meritocrazia - ma non della forza d'urto intellettuale e sociale per farcela.
È questo cambio di sguardo il vero elemento di novità, perché tocca una corda profonda nel cuore dei 35/40enni italiani che si avvertono come una generazione mandata al macero dai propri adulti. Renzi sa restituire loro un ruolo, e se non potesse contare sulla loro forza d'urto l'accelerazione che ha proposto nel programma politico non avrebbe senso. Riforma elettorale (entro gennaio), riforme politiche, semplificazione del mercato del lavoro, diritti, cittadinanza. Tutto e subito, ha promesso Renzi. Con coraggio forse maggiore del realismo. E, forse senza volerlo, ma chissà?, riprendendo una parola d'ordine proprio di quella"'meglio gioventù'' che ha appena sostituito.

venerdì 13 dicembre 2013

Perché Torino?


Intervista di Paolo Griseri a Bruno Manghi
la Repubblica, 12 dicembre 2013

PERCHÉ Torino? Perché proprio qui c'è l'epicentro nazionale delle tensioni sociali che agitano l'Italia? Bruno Manghi, sociologo, ex sindacalista, prova a rispondere agli interrogativi che da qualche giorno si rincorrono nelle discussioni e sui quotidiani nazionali.

Dalla protesta no-Tav all'ira dei forconi: movimenti diversi, per certi aspetti opposti. Professor Manghi, perché proprio a Torino?
"Ci sono elementi di oggettiva difficoltà sociale. Il mio amico Nanni Tosco sta raccogliendo dati sull'area torinese che sono molto preoccupanti. A cominciare dal livello di impoverimento e dalla bassa scolarizzazione rispetto ad altre analoghe città italiane".

Come si spiega questo grave peggioramento delle condizioni di vita?
"Con il fatto che Torino ha ancora, nel suo corpo sociale, l'eredità del fordismo, un sistema basato su bassi salari e bassa scolarizzazione. A Torino il sistema economico si sta modificando, ma la stratificazione sociale sopravvive. Il proletariato industriale c'è ed è quello che la cassa integrazione ha impoverito di più trascinando nella crisi i mercatali e gli ambulanti. Contemporaneamente labassa scolarizzazione della parte più povera di Torino rende difficile creare in pochi anni una classe di professionisti in grado di far fronte in modo flessibile ai cambi di congiuntura economica e alla necessità di nuove figure professionali".

Questo spiega la forza del movimento dei forconi. Al di là di quest'ultimo però c'è una tendenza tutta torinese a esasperare i toni delle proteste..
"Torino è una città abituata ad avere rappresentanze sociali, politiche. Ci sono stati partiti e sindacati che hanno mediato i conflitti per tutto il Novecento. Dall'inizio del nuovo secolo quella funzione è venuta meno. E negli anni intorno alle Olimpiadi quel compito di mediazione di interessi diversi lo ha svolto il Municipio. E' stato così durante le giunte Castellani e Chiamparino".

Perché oggi non è più così?
"Perché è impossibile che il Comune continui ad accollarsi quel compito quando mancano le risorse e siamo precipitati nel cuore di una crisi gravissima. L'amministrazione cittadina non riesce più a fare da camera di compensazione dei diversi interessi presenti in città anche per un altro motivo: si è esaurita inevitabilmente la progettualità. I cittadini possono anche accettare dei sacrifici se sanno che domani, grazie a un progetto, a un'idea, a una proposta, potranno vivere meglio. Ma senza quella prospettiva e di fronte a una situazione economica che va peggiorando, sale la rabbia, anche senza richieste e piattaforme specifiche".

Come se ne esce?
"La soluzione immediata non c'è. Sono fenomeni di medio periodo. Certo la tensione in città scemerebbe se non continuassero ad esistere due Torino che si allontanano sempre dipiù. Le vecchie élite cittadine sono composte da gente che non ha mai preso un tram o un autobus in vita sua. C'è una classe di burocrati pubblici che continua a vivere come se nulla fosse cambiato. Un amico imprenditore mi raccontava cheda tre mesi non paga i dipendenti perché aspetta 500mila euro dalla Regione per un lavoro che è già stato terminato. Queste sono le cose che fanno salire la tensione e l'esasperazione di Torino".

Chi deve ricucire le due città, quella che danza nella sala da ballo del Titanic e quella che non quadra i conti?
"I giovani. Sono loro che devono prendere in mano il potere in città mettendo da parte una generazione di burocrati, politici, banchieri, avvocati d'affari, che ha fatto il suo tempo e che non è più in grado di leggere i cambiamenti che stanno producendosi nella vita sociale. Tocca ai giovani rifare il progetto per una nuova Torino".