martedì 8 settembre 2015

Gli Alleati a Amalfi e Ravello

 
 
Emiliano Amato
8 settembre 1943: l'armistizio corto e lo sbarco degli alleati a Maiori 
http://www.ilvescovado.it/it/sezioni-25/storia-e-storie-12/8-settembre-1943-l-armistizio-corto-e-lo-sbarco-d-33589
 
"Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravisciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventualiattacchi da qualsiasi altra provenienza".
Sono circa le 19.42 dell'8 settembre 1943: attraverso i microfoni dell'EIAR, il maresciallo Pietro Badoglio annuncia alla nazione italiana la firma dell'Armistizio di Cassibile (detto anche "armistizio corto"), l'atto reso pubblico circa un'ora prima, alle 18.30, dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower, e firmato in gran segreto pochi giorni prima, il 3 settembre, con il quale il Regno d'Italia cessa le ostilità contro le forze britanniche e statunitensi.
Poi dalle montagne sorge la luna. "E' come un segnale: le batterie costiere sparano con assordante fragore. Sentiamo che si risponde. E' lo sbarco". Ha inizio, così, la "Operation Avalanche",
... L'ora X scatta alle 3:30 del 9 settembre, momento di massima oscurità, utile per l'occultamento della forza da sbarco, ma svantaggiosa per le manovre di avvicinamento alla costa. Oltre 400 navi sostavano lungo il golfo di Salerno e tra le 3.35 e le 4.42 i Rangers americani sbarcano a Maiori con mezzi anfibi. Le navi alla rada cominciarono a bombardare tutta la costa cercando di creare una sorta di condotto dove poter far sbarcare i propri uomini. Dalle colline di Ravello, ancora oggi tanti anziani lo ricordano con emozione unanime quello spettacolo aveva dell'incredibile: «all'alba il mare era tutto grigio, come se fosse zeppo di mosche».
Intorno alle 9 i militari giungono a Ravello e si dirigono al Comune, obbligando il podestà a ordinare ai cittadini di consegnare tutte le armi da fuoco e da taglio in loro possesso. ... Gli alleati stazionarono a Ravello per circa un anno. Delimitarono un'area di piazza Vescovado con del filo spinato, riservandola alla sosta degli automezzi e requisirono tutti gli alberghi sfruttandoli come "Rest Camp", campi di riposo per gli ufficiali di ritorno dal fronte di Cassino nei mesi seguenti (gennaio-maggio 1944).




lunedì 7 settembre 2015

Remedios la bella di Macondo

Gabriel Garcia Marquez
Cent'anni di solitudine


... Appena si affacciava all’adolescenza Remedios la bella era già la creatura più bella che si fosse mai vista a Macondo. Era di una bellezza inquietante tanto che Ursula non la faceva uscire di casa se non per andare a messa ma costringendola comunque a coprirsi la faccia con uno scialle nero. Gli uomini frequentavano la chiesa con l’unico proposito di vedere anche solo per un attimo il viso di Remedios della cui avvenenza leggendaria si parlava con un fervore rimescolante in tutta la palude. Passò molto tempo prima che ci riuscissero e meglio sarebbe stato per loro che l’occasione non fosse mai giunta perché la maggior parte di loro non  poté mai più ricuperare la tranquillità del sonno. In realtà, Remedios la bella non era un essere di questo mondo. Pur molto avanti nella pubertà, non sapeva badare a se stessa e, anche quando cominciò a farlo, bisognava comunque sorvegliarla perché non disegnasse pupazzetti sui muri con un bastoncino intinto nella sua stessa cacca. Compì i venti anni senza saper né leggere, né scrivere, né servirsi delle posate a tavola, e girava nuda per la casa perché la sua natura si opponeva a qualsiasi tipo di convenzionalismo. Gli uomini non riuscirono mai a capire che non era una criminale provocazione la sfacciataggine con la quale si scopriva le cosce per sopportare meglio il caldo, e il gusto col quale si succhiava le dita dopo aver mangiato con le mani. Remedios la bella emanava un alito di conturbamento e una raffica di angoscia: gli uomini affermavano di non aver mai sofferto un’ansietà simile a quella che produceva l’odore naturale di Remedios. Dopo la morte di quattro uomini che erano in qualche modo entrati a contatto con Remedios si cominciò a pensare che ella avesse poteri di morte. Benché certi uomini dalla parola facile si compiacessero di affermare che valeva la pena di sacrificare la vita per una notte d’amore con una donna così conturbante; la verità era che nessuno mosse un dito per cimentarvisi. Forse, non solo per farla capitolare ma altresì per scongiurarne i pericoli, sarebbe bastato un sentimento tanto primitivo e semplice, come l’amore, ma quella fu l’unica cosa che non venne mai in mente a nessuno. Remedios la bella rimase così a vagare per il deserto della solitudine e nei suoi profondi e prolungati silenzi senza ricordi, fino ad un pomeriggio di marzo in cui Fernanda volle piegare in giardino le sue lenzuola di fiandra e chiese aiuto alle donne di casa, tra cui Remedios che, mentre piegava le lenzuola, improvvisamente cominciò a sollevarsi verso il cielo e a salutare con la mano tra l’abbagliante palpitare delle lenzuola che salivano con lei  e si perdevano per sempre nelle alte arie dove non potevano raggiungerla nemmeno i più alti uccelli della memoria.

https://palomarblog.wordpress.com/2017/06/27/centanni-di-solitudine-incipit/

Zero Diciotto, un numero per un corpo senza vita

Marco Belpoliti
Vivi e morti involucri vuoti
La Stampa, 28 agosto 2015

Che cos’è un corpo? L’unica cosa che abbiamo. Da quando l’anima non è più una realtà presente – chi usa ancora la frase: esalare l’anima? –, da quando non è più neppure pneuma, soffio, ma solo materia, se non proprio materiale, il corpo è tutto quello che possediamo. Per questo lo curiamo in tutti i modi, cerchiamo di tenerlo in forma, efficiente, elastico, giovane. Il corpo è la vera moneta di scambio nella vita contemporanea. Il capitale umano è prima di tutto composto di corpi. Ma quando i corpi sono corpi morti, come accade sul fondo dell’imbarcazione che trasporta i migranti verso le rive dell’Europa, o quando sono stipati dentro un camion con cella frigorifera sulla cui fiancata troneggia l’immagine di una fetta d’insaccato di pollo, allora cosa sono i corpi umani? Involucri vuoti, come le spoglie degli insetti.

Primo Levi in una pagina memorabile di Se questo è un uomo parla di un corpo che non c’è più, il corpo di un deportato, un musulmano [parola che nel gergo del Lager non indica un islamico, indica un prigioniero vicino alla morte]. Null Achtzehn, colui che non è un uomo, ma sta per diventare un corpo morto, puro residuo da eliminare: “Nulla di più che un involucro come certe spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote”. Il musulmano del Lager è destinato entro breve tempo alla camera a gas e quindi al crematorio: una scoria.

Null Achtzehn, Zero Diciotto, dalle ultime cifre del numero di matricola, è un corpo vuoto a un passo dalla morte, anzi con la morte addosso. Le notizie che arrivano dalle nostre frontiere d’acqua, dei barconi che anelano alle rive della salvezza con i cadaveri pigiati nella stiva, o da quelle di terra, con le immagini del camion abbandonato sul bordo dell’autostrada e i corpi morti all’interno fanno venire in mente le parole di Levi.


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domenica 6 settembre 2015

Arte fiamminga in Italia



Beato Angelico, Compianto e sepoltura di Cristo, 1438-1443, Alte Pinakothek Monaco

Questo quadro servì da modello per il successivo 

Rogier van der Weyden, Compianto e sepoltura di Cristo, 1460-63, Uffizi




Hans Memling, Trittico Pagagnotti, pannello centrale, 1480 circa, Uffizi

Gerrit van Honthorst, Susanna e i vecchioni, 1655, Galleria Borghese Roma

http://machiave.blogspot.it/2015/08/hugo-van-der-goes-agli-uffizi.html

venerdì 4 settembre 2015

Milena, Ritratto di Kafka




 

Milena Jesenská 
Lettera a Max Brod (1920)









Un uomo che scrive velocemente a macchina e uno che ha quattro amanti gli riescono altrettanto incomprensibili [...] Incomprensibili perché sono vivi [...] Franz non è adatto a vivere. Franz non guarirà mai. Franz morirà presto. 
Di certo tutti noi siamo apparentemente adatti a vivere. Perchè ci siamo rifugiati nella bugia, nella cecità, nell'entusiasmo, nell'ottimismo, in una qualche convinzione, nel pessimismo, oppure in qualcos'altro ancora. Ma lui non si è mai rifugiato in nessun ricovero sicuro. E' assolutamente incapace di mentire, così come è incapace di ubriacarsi. Non ha il benchè minimo rifugio, non ha asilo. Perchè è esposto a tutto ciò di fronte a cui noi siamo protetti. E' come se fosse nudo fra persone vestite. Non che sia tutto vero ciò che dice, ciò che è, ciò che vive. E' un'esistenza determinata, un'esistenza in sè e per sè, spoglia di tutti gli orpelli che lo aiuterebbero a rendere più bella la vita, nella bellezza o nella miseria, fa lo stesso. E la sua ascesi non ha assolutamente niente di eroico, per questo è più grande e più sublime. Ogni eroismo è menzogna e vigliaccheria. Non è un uomo che ha costruito la propria ascesi come mezzo per raggiungere un qualche fine. E' un uomo costretto all'ascesi dalla propria terribile chiaroveggenza, purezza e incapacità di scendere a compromessi.
Ci sono uomini molto intelligenti che non ammettono compromessi: ma questi inforcano occhiali meravigliosi coi quali vedono tutto diverso. Perciò non hanno bisogno di compromessi, e allora sanno scrivere velocemente a macchina e hanno amanti. Lui li guarda meravigliato, guarda tutto, anche quella macchina per scrivere e quelle donne, ma non capirà mai.


http://archiviostorico.corriere.it/2003/luglio/31/Non_osava_vivere_mio_uomo_co_0_030731067.shtml

mercoledì 2 settembre 2015

Ambrogio Lorenzetti, la democrazia erosa dalla collera

Fabio Gambaro
Patrick Boucheron: "E' la collera che distrugge la democrazia"
la Repubblica, 10 luglio 2014 







LE MINACCE che insidiano dall'interno la democrazia sono a volte più pericolose degli attacchi esterni. Per Ambrogio Lorenzetti, ciò era evidente già nel 1338, l'anno in cui dipinse a Siena il celebre affresco del "buon governo". Lo ricorda oggi lo storico Patrick Boucheron in un libro affascinante che in Francia sta riscuotendo l'elogio unanime del pubblico e della critica: Conjurer la peur (Seuil, pagg. 288, euro 33), un denso saggio "sulla forza politica delle immagini" che parte proprio da un'originale e dettagliata analisi dell'opera con cui il pittore senese mise in guardia contro gli Effetti del buono e del cattivo governo in città e in campagna .

Secondo lo studioso francese, professore di storia medievale alla Sorbona, l'insegnamento dello straordinario affresco è ancora oggi di grandissima attualità, specie alla luce delle ultime elezioni europee e dei risultati del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Pur essendo stato dipinto quasi sette secoli fa, il lavoro visionario di Lorenzetti continua a dirci qualcosa sui rischi che corre la democrazia e sulla necessità di difenderla.

"Nell'affresco del buon governo, di solito si sottolineano le allegorie della giustizia, della pace e della concordia, se ne dà insomma una lettura rassicurante", spiega Boucheron, di cui in Italia è appena stato pubblicato Leonardo e Machiavelli (Viella, pagg. 157, euro 19), un saggio che prova a ricostruire l'incontro tra le due grandi figure del Rinascimento. "In realtà, l'opera di Lorenzetti non è per niente rassicurante. Al contrario, è inquietante, perché tradisce un sentimento d'urgenza di fronte a una minaccia sfuggente e poco identificabile. È il momento in cui il comune sta per passare sotto il controllo della signoria, sullo sfondo di una crisi finanziaria che provoca il fallimento di alcuni banchieri, spingendo il popolo a cercare la protezione di un uomo provvidenziale. L'affresco mette in guardia contro questa lenta e insidiosa sovversione delle istituzioni da parte di una realtà ancora indefinita ma estremamente minacciosa. Insomma, le analogie con il nostro presente non mancano."

La minaccia da scongiurare è quella della tirannide che prende forma all'interno della democrazia?
"All'epoca si usava questa espressione. Ma al di là delle parole, che per altro possono essere inadeguate alle realtà attuali, Lorenzetti ci dice che il peggior nemico della democrazia è la collera che erode dall'interno le istituzioni collettive. Nell'affresco, la minaccia non viene da un nemico esterno alla città, ma dal cuore stesso della società comunale, minando a poco a poco il vivere civile. È il cattivo governo che consente l'emergere del risentimento e della demagogia. La storia ci ha insegnato che certe evoluzioni silenziose e senza rotture apparenti sono estremamente pericolose. A forza di piccole rinunce, piccoli tradimenti, piccole vigliaccherie collettive, un bel giorno all'improvviso ci si rende conto che la repubblica, il bene comune, il vivere civile non esistono più. Per questo, al centro dell'affresco di Siena figura un gruppo di danzatori che "scongiurano" la paura. Rappresentano la volontà di mobilitare le energie e le passioni collettive per cercare di reagire contro chi corrompe la democrazia dall'interno" Lorenzetti mette l'arte al servizio di un messaggio politico forte...
"Innanzitutto insiste sull'idea che la politica deve essere finalizzata al buon governo. Questo si realizza non tanto perché esercitato in nome di principi giusti e da persone virtuose, ma solo in quanto riesce concretamente a prendersi cura delle persone, producendo effetti benefici nella vita quotidiana.

Contemporaneamente però Lorenzetti ci dice anche che questo ideale non è mai pienamente raggiungibile. Più si cerca di realizzarlo e più esso si allontana, forse perché alla costruzione del bene comune domandiamo sempre di più. Non a caso, nell'affresco, la donna che rappresenta la pace è melanconica e triste. Esprime la consapevolezza di chi sa che l'orizzonte della politica è anche inevitabilmente fatto di delusioni e frustrazioni. Ciò però non deve scoraggiare gli individui. Al contrario, la lucidità deve essere uno stimolo a continuare la battaglia. Come diceva Machiavelli, per centrare il bersaglio, occorre mirare più in alto".

Una parte dell'affresco rappresenta la città in tempo di pace. Che tipo di società immagina Lorenzetti?
"La sua città è molto diversa dalla celebre Città ideale conservata ad Urbino. La sua è una città viva e animata, risultato di una molteplicità di punti di vista. Per il pittore senese, la vita in tempo di pace non è perfezione immobile e divina. Al contrario è una società dinamica di uomini reali con i loro limiti e le loro contraddizioni. La vita civile nasce da contrasti e compromessi. E la democrazia è l'arte di organizzare le divergenze e ricomporre i conflitti. Insomma, la città di Lorenzetti è una successione di conversazioni, dove ognuno ha diritto alla parola. All'epoca, i comuni italiani avevano l'ossessione della circolazione armoniosa della parola. Per questo, i teorici dell'eloquenza civile diffidavano degli oratori popolari capaci di trasformarsi in demagoghi. Per loro, quando la parola pubblica si carica di risentimento e d'invidia è il segno che la vita politica si sta degradando. Che poi è quello che accade oggi un po' dappertutto in Europa".

La funzione politica dell'artista è rendere visibile il pericolo che incombe sulla società?
"L'affresco di Lorenzetti mostra le conseguenze negative del cattivo governo. La creazione artistica è anticipazione, ci mette in guardia sui rischi a venire. L'artista sente il pericolo, come quei gatti che nelle miniere sentivano il grisù prima degli uomini, permettendo di evitare la tragedia. L'artista non è un profeta, ma solo qualcuno che ha una sensibilità più spiccata degli altri".

Dare un volto alle minacce e alle paure, significa conoscerle e quindi un po' combatterle?
"Penso di sì. Quando il pericolo è indefinito e impreciso fa sempre più paura. La forza politica delle immagini è proprio questa capacità di rendere visibile ciò che ancora non lo è, mettendo il risultato a disposizione di tutti. Lorenzetti è come se dicesse ai suoi concittadini, e in fondo anche a noi: "Adesso non potrete mai più dire che non sapevate". Che poi è la stessa intenzione all'origine del mio lavoro".

La sua concezione della storia incrocia diversi filoni di ricerca, dalla storia culturale alla storia economica, dalla storia politica alla storia dell'arte. È il vecchio sogno di una storia totale?
"In parte sì. Soprattutto però difendo l'idea di una storia inquieta e disorientata. A scuola, ci hanno sempre insegnato a orientare la storia secondo la freccia del tempo, costringendoci a pensarla come necessariamente unidirezionale. Io preferisco interessarmi ai momenti di rottura o d'involuzione, quando appunto la storia perde l'orientamento. Come ad esempio la crisi dei comuni medievali. Questa storia disorientata è di conseguenza una storia inquieta, che non è fatta per confortare le nostre certezze o le nostre identità. Non trasmette sicurezze. Al contrario, è una storia che c'interroga e suscita dubbi, ma proprio per questo è molto più interessante. Per me la storia è igiene dell'inquietudine e un esercizio di disorientamento che ci aiuta ad organizzare il nostro inevitabile pessimismo. Ci aiuta a essere lucidi, che significa guardare in faccia il baratro che si avvicina e provare a dominare le nostre paure".


http://www.eutopiamagazine.eu/en/patrick-boucheron/columns/europe-yes-and-no-trail-ambrogio-lorenzetti
http://www.eutopiamagazine.eu/fr/patrick-boucheron/columns/oui-et-non-leurope-dans-le-sillage-d-ambrogio-lorenzetti
http://sciences.blogs.liberation.fr/home/2014/06/sienne-boucheron-hollande-et-lorenzetti.html
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-08-17/fragilita-buon-governo-081401.shtml?uuid=ABeC

Quentin Skinner, Ambrogio Lorenzetti e la raffigurazione del governo virtuoso, pp.53-122 e Ambrogio Lorenzetti sul potere e la gloria delle repubbliche pp.123-154 in Id. Virtù rinascimentali, Il Mulino, Bologna 2006.

martedì 1 settembre 2015

Hillman, erede di Jung

Luigi Zoja
La psicologia archetipica di James Hillman, una terapia per la civiltà

Il grande cuoco non è necessariamente chi ti fa gustare una cosa squisita: con gli ingredienti e i fornelli di oggi questo è diventato relativamente facile. Il vero maestro è chi ti spiega cos’è la buona cucina in un libro o in una conferenza, lasciandoti ancor più convinto che se l’avessi assaggiata. Anche nella musica potrà passare alla storia soprattutto chi te l’ha fatta capire col racconto, senza farti sentire una nota. Cosa c’entra questo con Psicologia alchemica, il testo di James Hillman apparso ora da Adelphi? È quasi la stessa cosa: questo libro farà fare al lettore il più grande viaggio fra i colori della sua vita attraversando 442 pagine rigorosamente in bianco e nero, senza nessuna illustrazione.

Hillman è stato a volte chiamato il più grande psicologo dei nostri tempi: ma è soprattutto un grande narratore. Sono sempre necessarie delle immagini per raccontare le immagini? Quello che noi chiamiamo “vedere”, ci dicono le neuroscienze, non è un fenomeno esterno, appartenente agli oggetti che osserviamo: è costituito da una serie di riflessi che si producono dentro di noi. Hillman porta questa verità al suo estremo: ci fa vedere i colori usando soltanto il racconto.

In un mondo di riproduzioni industriali tecnicamente perfette è un “miracolo” di cui abbiamo bisogno per continuare a considerarci uomini che usano la propria mente. Le immagini oggi sono perfette, si trasmettono sugli schemi attraverso il globo, a costi ridicoli e a velocità supersoniche: ma sono ormai tutte “là fuori”. La nostra fantasia, la creatività interiore che chiamiamo immaginazione, anzi, tutta quella entità che gli antichi greci chiamavano psiche, si inaridisce e muore per mancanza di esercizio. Il coro dell’Antigone ha descritto per sempre l’essenza dell’uomo senza mostrare un uomo. Hillman, a differenza di Sofocle, è anacronistico nel mondo della riproducibilità tecnica illimitata. Ma compirà il miracolo: costringere molti a comprare un libro per capire i colori attraverso pagine che non ne contengono.

Una delle poche notizie biografiche che James Hillman raccontava volentieri era: “Nato nel 1926 ad Atlantic City, in una stanza d’albergo”. Non era un pettegolezzo buttato a caso, ma un emblema. La città sull’Atlantico, che ne prende il nome, calzava a pennello con la sua nascita: era cittadino dell’Occidente, di qualunque sponda atlantica. Si trovava a suo agio nella classicità greco-romana e nel Rinascimento toscano come nella ipermodernità di New York o del Texas.



Come per Ulisse, per James Hillman contava poco la residenza fissa. È sempre stato alla ricerca. Non ha viaggiato per vivere, ha vissuto per viaggiare, tanto fra le forme di conoscenza che fra i continenti. Come Ulisse, era spinto da curiosità personali. Ma sapeva raccontare quello che aveva trovato in modo da far sentire che riguardava tutti.

Chi era? Che professione esercitava? Come voleva esser chiamato? Hillman è stato, prima di tutto e in senso molto ampio, un autore. Ma pensare  alla sua identità lascia ancora incerti. Ricordo la sorpresa (sua e  di noi ascoltatori) quando ad una conferenza stampa gli chiesero come si definiva. Perché esitava a rispondere? Si trovava in Italia per il suo settantesimo compleanno: a quell’età doveva aver avuto tempo di pensarci. Si passò la mano sulla fronte e sugli occhi, con un gesto lento, schivo, molto suo, raccogliendo nel palmo il passato: “Quello che mi viene in mente, rispose, è solo un termine tedesco, per giunta un po’ antiquato: Kulturkritiker. Forse in italiano si può tradurre semplicemente critico della cultura: qualcosa che comprende l’analisi psicologica, sociale, storica, ma non coincide con nessuna di esse”.

Queste parole che sembrano appartenere al passato sono probabilmente qualcosa che lo descriverà anche nel futuro: Hillman non è stato tanto un terapeuta che aiuta pazienti i quali si interrogano su se stessi, quanto una quintessenza di cultura euro-americana che aiuta tutto l’Occidente a capirsi.
Richiederà molto tempo valutare chi come lui non ha vissuto solo a cavallo di due continenti, ma anche di due secoli, di diverse culture e generazioni. Il primo, monumentale volume della biografia hillmaniana scritta da Dick Russel è uscito in questi giorni e saranno necessari anni prima che sia pronto il secondo. Ma si può già chiaramente dire quale, fra le diverse personalità che gli sono state assegnate, è destinata a sopravvivere.

In una pubblicazione del 1998 (Post-Jungians Today, a cura di Ann Casement, ed. Routledge), il filosofo australiano David Tacey attribuiva a Hillman quattro identità, quasi fossero reincarnazioni successive: la prima, analista junghiano; la seconda, fondatore della psicologia archetipica; la terza, ecopsicologo, la quarta autore pop. Dietro a queste etichette sta una realtà più lineare. Hillman ha studiato negli anni ’50 e ’60 allo Jung Institut di Zurigo. Ha potuto ancora incontrare Jung ed è diventato direttore didattico dell’Istituto. Ha poi fondato la psicologia archetipica (seconda fase), ma senza mai rinnegare il maestro. Con la fine degli anni ’80 ha riportato all’attualità una riflessione centrale sia al pensiero di Freud che a quello di Jung, ma gradualmente dimenticata nella seconda metà del Secolo XX: quella clinica è solo una, e forse neppure la più importante, fra le applicazioni della psicoanalisi. Essa è (come in qualche occasione ho avuto modo di dire), non un particolare contenuto, ma uno dei grandi contenitori della modernità: una delle rivoluzioni che l’hanno sconvolta dalle radici. Anzi, quella che l’ha riformulata proprio partendo da ciò che non si vede, da quelle radici del pensiero che la psicoanalisi ha chiamato “inconscio”.

Hillman ha riformulato il problema nel seguente modo. Gli psicoanalisti si guardano allo specchio e aiutano i pazienti a farlo: ma è tempo che gettino lo sguardo attraverso le finestre (la sua terza fase, che non è stata solo “ecopsicologia”, ma osservazione ampia del mondo esterno dopo di quello interiore). Nella sua vita concreta questa trasformazione di interessi coincise con la coraggiosa decisione di rinunciare ai pazienti, vivendo solo dei proventi di conferenze e libri. Da quel momento, alcuni dei suoi testi ebbero più diffusione di prima. Venne anche invitato a trasmissioni televisive: ma, come tutti possono constatare prendendo in mano Psicologa alchemica, la sua produzione rimase assolutamente colta e senza concessioni commerciali (certo non “pop”).

La morte di Jung aveva lasciato, come accade ai grandi, più di una eredità. Da una parte le idee sulla formazione dei simboli nella psiche e lo studio della sua evoluzione individuale. Dall’altra (quella scelta da Hillman), l’intuizione che esista una psiche inconscia universale. Miti e divinità possono essere straordinariamente simili in popoli ed epoche ben diversi: devono dunque essere nati da questo comune inconscio collettivo. La prima eredità conduce alla via della clinica. La seconda porta agli archetipi, forme del pensiero ereditarie, non apprese ma sempre presenti nell’inconscio: conduce a una riflessione filosofica e culturale, coraggiosa perché non porta ad applicazioni immediate, mentre si sovrappone con altri campi del sapere (antropologia, storiografia, storia delle religioni ecc.) causando diffidenze e rivalità. Questa però, se regge alla prova del tempo, ha un risultato indiretto ancora più importante: diviene terapia della civiltà, critica dei mali del mondo e del tempo in cui viviamo. Hillman la imboccò senza esitazioni. Fondando la “psicologia archetipica” riscoprì e applicò a quelli che Freud aveva chiamato “disagi della (o: nella) civiltà” l’antica idea di anima mundi. Durante una intervista che gli feci nove anni fa, arrivammo alla conclusione che, senza esserne del tutto consapevole, aveva proposto proprio quello di cui la nostra frenetica post-modernità ha più bisogno.

Tutto intorno cambia: la rivoluzione delle comunicazioni (telefonia mobile, internet), quella demografica (crescita esponenziale degli anziani e delle migrazioni), e così via. Se è vero che ormai ogni generazione, quasi ogni decennio porta più sconvolgimenti di quanti prima ne portasse un secolo, l’aumento di depressioni, ansie, nevrosi, più ancora che a patologie singole è dovuto a un generale e permanente senso di instabilità. Ma si può curare solo con terapie individuali quello che è così visibilmente uno squilibrio generale? Sapere dalla “psicologia archetipica” di Hillman che la stabilità degli archetipi non appartiene solo alla psiche individuale, ma all’anima del mondo, ha contribuito a rifondare lo studio delle trasformazioni profonde della nostra cultura. Contemporaneamente ci ha rassicurato narrando che essa è ancorata a fattori immutabili, di cui avevamo disperato bisogno.

L'articolo è apparso all'interno di Alias de il manifesto di domenica 14 luglio 2013
Inoltre http://www.silviaronchey.it/articolo/3/44/Breve-ritratto-di-James-Hillman/
https://www.youtube.com/watch?v=y6YZqhhx4ZQ

Intervista di Silvia Ronchey a Hillman https://vimeo.com/58783215