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mercoledì 12 febbraio 2025

La conversione da indeciso a partigiano


Parliamo di un fenomeno preciso. Quello per cui un certo numero di persone in Italia, dopo l'8 settembre 1943, nelle regioni occupate dalle truppe tedesche, decisero di darsi alla macchia e di animare la resistenza. Forse il più celebre dei testi che trattano del tema è stato scritto da Beppe Fenoglio e si trova nel romanzo Il partigiano Johnny. Sono le parole poste in apertura: «Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato». Lo spettacolo è ributtante, il personaggio contrariamente alle apparenze non si è volatilizzato, torna a casa dai genitori, di primissima mattina, prende la sua roba e poi torna di nuovo  «sulla collina, in imboscamento». 
Tutto il resoconto poggia sull'evidenza dei fatti. La decisione irrompe subitanea, non è mai formulata a parole, si manifesta nel comportamento. Nel caso di Italo Calvino il passaggio dall'una all'altra condizione, dalla vita civile all'esistenza clandestina è molto più laborioso. Cambia la data, intanto. Il punto nodale della vicenda si colloca nell'autunno 1944, molto più in là. Il tema è svolto in tre racconti di forte impregnazione autobiografica: Angoscia in caserma, del 1945, Attesa della morte in un albergo, risalente alla fine di quell'anno, e La stessa cosa del sangue, del 1946. I tre racconti sono stati prima pubblicati in Ultimo viene il corvo del 1949, sono stati poi soppressi in due occasioni successive, per essere infine ripresi ancora in una terza edizione del Corvo nel 1976. L'andamento incerto ha una spiegazione: l'evocazione appariva all'autore 
«troppo legata a un appello emotivo». Diciamo pure che la narrazione era troppo diretta, non mediata come sarebbe stata poi in tutta l'opera successiva dell'autore e segnatamente nel Sentiero dei nidi di ragno, il romanzo che tratta della guerra partigiana e che venne alla luce nel 1947.  
Già qualcosa, per Calvino, non era andato per il verso giusto prima ancora dell'armistizio: 
«Al 25 luglio ero rimasto deluso e offeso che una tragedia storica come il fascismo finisse con un atto di ordinaria amministrazione come una deliberazione del Gran Consiglio» (Un'infanzia sotto il fascismo, in Eremita a Parigi, Pagine autobiografiche, Mondadori, Milano 1993). Un anno dopo, nel 1948, esce La casa in collina di Cesare Pavese. In questo romanzo, il 25 luglio occupa un intero capitolo. Ciò che colpisce è lo sguardo esterno con il quale l'evento è percepito. La vita pubblica si situa da un'altra parte rispetto al luogo, la collina, in cui si muovono di norma i protagonisti della vicenda narrata. La notizia stessa è oggetto di un «racconto»Elvira «mi gridò attraverso la porta che la guerra era finita. Allora entrò dentro e, senza guardarmi ché mi vestivo, mi raccontò rossa in faccia, che Mussolini era stato rovesciato». Nella successione delle frasi, si può cogliere subito l'equivoco di quella giornata. Nel comunicato letto alla radio, il nuovo capo del governo, il maresciallo Badoglio aveva detto chiaramente che la guerra sarebbe continuata. Pochi ci badarono. In molti credettero che la guerra fosse davvero finita. «Torino era a due passi, remota». Da Pavese si ricava alla fine dell'episodio una conclusione incerta. Lo scontro che ci sarà, che ci dovrà essere, è solo rimandato: «Sapevo bene che non sarebbe durata» - pensa Corrado, il protagonista del romanzo, ma è come se demandasse ad altri il compito di reagire.
Invece per Calvino il problema di reagire, di fare qualcosa, si pone con sempre maggiore urgenza via via che il tempo passa. L'albergo è un carcere, in realtà, un albergo che funge da carcere. 

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1968 (incipit)

Intanto nel villaggio il meccanico, che poi si scoprirà essere membro del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, Josof Davidovič Štokman, intercetta l’interesse di alcuni cosacchi, in particolar modo di Ivan Alekseevič, Michail Koševoj e del mugnaio Valet. 

martedì 8 settembre 2015

Gli Alleati a Amalfi e Ravello

 
 
Emiliano Amato
8 settembre 1943: l'armistizio corto e lo sbarco degli alleati a Maiori 
http://www.ilvescovado.it/it/sezioni-25/storia-e-storie-12/8-settembre-1943-l-armistizio-corto-e-lo-sbarco-d-33589
 
"Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravisciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventualiattacchi da qualsiasi altra provenienza".
Sono circa le 19.42 dell'8 settembre 1943: attraverso i microfoni dell'EIAR, il maresciallo Pietro Badoglio annuncia alla nazione italiana la firma dell'Armistizio di Cassibile (detto anche "armistizio corto"), l'atto reso pubblico circa un'ora prima, alle 18.30, dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower, e firmato in gran segreto pochi giorni prima, il 3 settembre, con il quale il Regno d'Italia cessa le ostilità contro le forze britanniche e statunitensi.
Poi dalle montagne sorge la luna. "E' come un segnale: le batterie costiere sparano con assordante fragore. Sentiamo che si risponde. E' lo sbarco". Ha inizio, così, la "Operation Avalanche",
... L'ora X scatta alle 3:30 del 9 settembre, momento di massima oscurità, utile per l'occultamento della forza da sbarco, ma svantaggiosa per le manovre di avvicinamento alla costa. Oltre 400 navi sostavano lungo il golfo di Salerno e tra le 3.35 e le 4.42 i Rangers americani sbarcano a Maiori con mezzi anfibi. Le navi alla rada cominciarono a bombardare tutta la costa cercando di creare una sorta di condotto dove poter far sbarcare i propri uomini. Dalle colline di Ravello, ancora oggi tanti anziani lo ricordano con emozione unanime quello spettacolo aveva dell'incredibile: «all'alba il mare era tutto grigio, come se fosse zeppo di mosche».
Intorno alle 9 i militari giungono a Ravello e si dirigono al Comune, obbligando il podestà a ordinare ai cittadini di consegnare tutte le armi da fuoco e da taglio in loro possesso. ... Gli alleati stazionarono a Ravello per circa un anno. Delimitarono un'area di piazza Vescovado con del filo spinato, riservandola alla sosta degli automezzi e requisirono tutti gli alberghi sfruttandoli come "Rest Camp", campi di riposo per gli ufficiali di ritorno dal fronte di Cassino nei mesi seguenti (gennaio-maggio 1944).




mercoledì 10 settembre 2014

8 settembre 1943

Il proclama di Badoglio

Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.


Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Borighieri, Torino 1994

        
«Chi scrive ricorda di essere stato, in una via di Roma, afferrato per le spalle da
una ragazza in lagrime, che implorava si facesse qualcosa per impedire che un unico
tedesco, agitando il fucile e emettendo grida, tenesse a bada una folla di militari e
civili sbandati. (p. 17) Un testimone parla ancora oggi con commozione di ragazze
emiliane che "aspettavano i soldati, portavano da mangiare e poi dicevano:
"se volete fermarvi qua". Tutti offrivano vestiti borghesi ai militari. La fraternizzazione tra civili e militari, che non era riuscita sotto il segno equivoco di Badoglio, riusciva ora sotto quello della comune disgrazia. Non ci si stringeva intorno all'istituzione regio esercito, ma si veniva in soccorso di italiani piombati nell'estremo pericolo.
I pochi soldati rimasti inquadrati che qualcuno, a Torino, aveva avuto l'idea di mandare a disperdere la folla, furono da questa applauditi e abbracciati; i soldati rinchiusi dai tedeschi in una caserma di Acqui furono liberati a furor di popolo». (p. 19)
         
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, Torino 1963, p. 147
«La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l’era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra.»

Luigi Meneghello, I piccoli maestri, 1964

                  

          «Spero anche altri fossero disorientati, in Italia, a questa vigliaccata che faceva il regime di uscire dal ring senza neanche aspettare non dico il primo pugno, ma almeno che qualcuno s’infilasse i guantoni. Certo noi eravamo disorientati: il regime si squagliava come i rifiuti superficiali di un letamaio sotto l’acquazzone, e ciò che contava era la confusione in cui restavamo, la guerra, gli alleati-nemici, i nemici-alleati».
          In mezzo al caos «il popolo italiano difendeva il suo esercito, visto che s’era dimenticato di difendersi da sé: non volevano saperne che glielo portassero via». 

L’ironia dello scrittore mette in risalto il capovolgimento delle parti: l’esercito, invece di fare il suo dovere per difendere il popolo, veniva protetto e nascosto dal popolo, soprattutto dall’elemento femminile, giacché «Le donne pareva che volessero coprirci con le sottane: qualcuna più o meno provò».


Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1968 (incipit)

«Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell’Italia centrale. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita… Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre.»

Vittorio SereniL’anno quarantatre (1963), in Gli immediati dintorni (primi e secondi), Milano, il Saggiatore, 1983, pp. 82-84 (ora in Idem, Milano, il Saggiatore, 2013, pp. 80-81).

«Sono caduto prigioniero in Sicilia, a Pececo (Trapani), ad opera di un reparto aviotrasportato dell’esercito americano. Erano le ore 13,30 circa del 24 luglio 1943, la vigilia del crollo del regime. Da due anni o quasi il mio reparto cercava di raggiungere l’Africa del Nord senza riuscirvi. Fummo ad Atene quattro mesi per questo, al tempo dell’Asse fermo a El Alamein e quasi in vista di Alessandria. Quella del luglio ‘43 fu la volta buona, da prigionieri. Sbarcammo a Biserta il giorno di Ferragosto, tra lo schermo e peggio dei francesi là stanziati, gollisti o meno: dei colonial-fascisti di laggiù, diremmo oggi (ma vale anche per allora). Meno male per noi, nemmeno nel ‘43 gli americani li avevano in simpatia.
Non c’è bisogno di arrivare all’8 settembre ‘43 per scoprire che uno dei sentimenti diffusi tra noi, ufficiali dell’esercito italiano, era una specie di senso di colpa verso l’alleato dal quale stavamo staccandoci. Saltavano i fascetti dai baveri degli ufficiali della Milizia caduti prigionieri con noi e venivano sostituiti con le stellette dell’esercito, mentre gli ufficiali superiori in servizio permanente effettivo, cui gli americani avevano lasciato una larva d’autorità in quanto responsabili ai loro occhi della moltitudine di sbandati che eravamo, si affannavano a scovare nel campo gli antibadogliani, i fascisti insomma, secondo loro. Sicché il meccanismo semplicistico, l’unico disponibile del resto, della fedeltà al re che vuol dire fedeltà alla patria garantita dall’onore militare il quale fa sì che le guerre continuino, fece presto a dividere il campo in due parti: quelli che non discutevano il 25 luglio e quelli che lo discutevano ma già sottovoce.
In nome di che cosa, questi ultimi? Diciamolo chiaro: in nome dell’onore militare, della parola data e di altri impegni e giuramenti di fedeltà. Certo, ci sarà stato anche chi taceva su tutto e vedeva pur qualcosa al di là di certe fasulle alternative di incompatibilità tra parola data da una parte e fedeltà al monarca dall’altra (vespai in cui a cacciarsi l’onore militare!), ma non ne fanno cenno le cronache di quel formicolante campo di prigionia: che era per l’esattezza il 127 di Chazny, Algeria, non molto lontano da Sidi-Bel-Abbès, località cara alla Legione Straniera. (Chazny, Chazny bijou de l’Algérie – eau courante – tous les conforts – visitez-la). Completava il quadro un ragguardevole numero di gente catturata in panni borghesi e in panni borghesi giunta sin lì: siciliani o residenti in Sicilia che dal reparto in sfacelo se l’erano squagliata a casa ma poi avevano dovuto presentarsi alle truppe occupanti; e un ragguardevole nucleo di combattenti d’Africa che ancora non erano stati spediti nei campi d’oltre Oceano. Bisognerebbe dire qualcosa dell’aria astratta, alquanto stralunata di questi ultimi, per i quali guerra doveva essere diventata niente più che un fatto agonistico e personale tra loro e gli inglesi, mesi e anni avanti e indietro per il deserto; e qualcosa del dileggio e delle baruffe cui dava luogo la presenza di quegli altri in abito civile.
Al grido di “fuori i borghesi!” s’incrociava nel campo quello di “fatelo federale!”, di recentissimo conio – e certo quasi incomprensibile alla gioventù di adesso.»