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martedì 8 settembre 2015

Gli Alleati a Amalfi e Ravello

 
 
Emiliano Amato
8 settembre 1943: l'armistizio corto e lo sbarco degli alleati a Maiori 
http://www.ilvescovado.it/it/sezioni-25/storia-e-storie-12/8-settembre-1943-l-armistizio-corto-e-lo-sbarco-d-33589
 
"Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravisciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventualiattacchi da qualsiasi altra provenienza".
Sono circa le 19.42 dell'8 settembre 1943: attraverso i microfoni dell'EIAR, il maresciallo Pietro Badoglio annuncia alla nazione italiana la firma dell'Armistizio di Cassibile (detto anche "armistizio corto"), l'atto reso pubblico circa un'ora prima, alle 18.30, dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower, e firmato in gran segreto pochi giorni prima, il 3 settembre, con il quale il Regno d'Italia cessa le ostilità contro le forze britanniche e statunitensi.
Poi dalle montagne sorge la luna. "E' come un segnale: le batterie costiere sparano con assordante fragore. Sentiamo che si risponde. E' lo sbarco". Ha inizio, così, la "Operation Avalanche",
... L'ora X scatta alle 3:30 del 9 settembre, momento di massima oscurità, utile per l'occultamento della forza da sbarco, ma svantaggiosa per le manovre di avvicinamento alla costa. Oltre 400 navi sostavano lungo il golfo di Salerno e tra le 3.35 e le 4.42 i Rangers americani sbarcano a Maiori con mezzi anfibi. Le navi alla rada cominciarono a bombardare tutta la costa cercando di creare una sorta di condotto dove poter far sbarcare i propri uomini. Dalle colline di Ravello, ancora oggi tanti anziani lo ricordano con emozione unanime quello spettacolo aveva dell'incredibile: «all'alba il mare era tutto grigio, come se fosse zeppo di mosche».
Intorno alle 9 i militari giungono a Ravello e si dirigono al Comune, obbligando il podestà a ordinare ai cittadini di consegnare tutte le armi da fuoco e da taglio in loro possesso. ... Gli alleati stazionarono a Ravello per circa un anno. Delimitarono un'area di piazza Vescovado con del filo spinato, riservandola alla sosta degli automezzi e requisirono tutti gli alberghi sfruttandoli come "Rest Camp", campi di riposo per gli ufficiali di ritorno dal fronte di Cassino nei mesi seguenti (gennaio-maggio 1944).




mercoledì 6 agosto 2014

Sigilgaida, emblema d'Italia

Sigilgaida Rufolo, Ravello, Museo del Duomo


Niccolò di Bartolomeo da Foggia, Testa di Sigilgaida



Vittorio Sgarbi

Sigilgaida Rufolo
Emblema d’Italia

Qui non è questione d’arte medievale in Meridione. Sigilgaida, come Uta, è una delle donne più fascinose di tutti i tempi, in uno dei luoghi più belli del mondo: Ravello. Se dovessimo riconoscere l’emblema dell’Italia rappresentato in un’opera d’arte, forse dovremmo scegliere lei, la regale Sigilgaida. Ma sarà proprio lei? Di una Sigilgaida abbiamo notizia nel 1179 per aver donato con il marito Sergio Muscettola il portale centrale, a formelle bronzee, di Barisano da Trani per il Duomo di Ravello. Ma la Sigilgaida che abbiamo davanti è più giovane, oltre a essere sempre giovane, e meglio si accorda con l’ambone del Vangelo nello stesso Duomo opera di Niccolò di Bartolomeo da Foggia, circa cento anni dopo. E’ difficile dirla di un secolo piuttosto che di un altro. Verrebbe da immaginarla un’opera federiciana esempio di protorinascimento. Ma la sua compiutezza la fa pienamente rinascimentale con la ieraticità di un idolo bizantino e la perfezione di un busto neoclassico. Insomma, Sigilgaida è di tutti i tempi, ne sentiamo il corpo caldo sotto la leggera veste di lino con la decorazione di un ricamo sbalzato intorno al collo e sull’abbottonatura. I lunghi orecchini a strascico, d’oro e di pietre preziose (la scultura era policroma), scendono sulle spalle. Sulla testa una corona d’oro, e mirabile, l’acconciatura dei capelli arricciati e ordinatamente pettinati. Chiunque sia, Sigilgaida è regina. Domina. Soltanto Federico II potrebbe starle al fianco. Intanto domina il Museo di Ravello, conservando intatto tutto il suo mistero. E’ Sigilgaida Rufolo, moglie di Nicola, gentiluomo di corte di Carlo d’Angiò? E’ un’allegoria della Chiesa? O è una personificazione della città di Ravello, in forma di Fortuna? Nessuno scultore di quel tempo, neanche tra i più grandi, non Nicola né Giovanni Pisano e neanche Marco Romano Tino di Camaino, ci ha lasciato un’immagine così viva e vera di una donna di potere che esprime un’analoga e autentica vitalità. Un carattere forte. Come, se da un momento all’altro, dovesse parlare, lusingarci o rimproverarci. Niccolò di Bartolomeo, se ne è l’autore, ha con lei concepito un archetipo che, sul versante dell’espressione del potere, compete con Ilaria del Carretto; con la Dama del Mazzolino di Andrea Verrocchio, con la Paolina Borghese di Antonio Canova. Espressioni tutte di un eterno femminino che la pietra rende resistente al tempo. Se si aggiunge che, nella scultura federiciana, l’artista non vuole perdere la fedeltà fisiognomica, possiamo dire di essere di fronte a una persona anche, nel controllato, severo distacco. In realtà Sigilgaida è perduta, regina nella nostra mente di un regno senza confini. Possiamo immaginarla a casa sua, nello spazio infinito di Castel del Monte. Ma va bene anche qui, a Ravello, poco lontano da villa Rufolo, rapita dalla musica di Wagner.


Il tesoro d'Italia. La lunga avventura dell'arte, Bompiani, Milano 2013, pp. 83-84