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domenica 22 febbraio 2026

La voce di Etty


Gianni Vacchelli
Generativo e mistico: il pensiero nuovo di Etty Hillesum
Avvenire, 22 febbraio 2026

Quanto può parlarci Etty Hillesum, con la sua profonda esperienza umana e spirituale, con i suoi preziosi diari e le sue toccanti lettere, in un tempo segnato dalla disillusione religiosa, dalla frammentazione del senso e dal ritorno inquietante di un “cuore di tenebra” violento e guerrafondaio? La risposta è chiara: moltissimo, se leggiamo con attenzione due pregevoli volumi a lei dedicati: Etty Hillesum. Vivere e respirare con l’anima. La scommessa di una spiritualità laica di Beatrice Iacopini (Gabrielli Editori, pagine 220, euro 18,00), con postfazione di Marco Vannini, ed Etty Hillesum. Il racconto della sua vita di Judith Koelemeijer (Adelphi, pagine 616, euro 32,00). Due libri che offrono prospettive complementari sulla giovane ebrea olandese (1914-1943), capace, nell’abisso della tragedia nazista, di trasformare l’orrore in uno spazio interiore di libertà, di conoscenza di sé e del mondo.
Il libro della Iacopini parte dalla crisi radicale delle forme tradizionali della fede e delle “religioni storiche”. La nostra epoca è segnata da una vera e propria «esculturazione del cristianesimo», in cui «fedi, valori, modalità del vivere che si tramandavano da generazioni appaiono ormai inservibili». Non è nostalgia regressiva, ma diagnosi di un passaggio storico: in questo vuoto, figure come Etty Hillesum diventano testimoni di una possibilità nuova, capace di unire radicalità spirituale e assunzione della realtà, una spiritualità laica mistico-politica. Infatti «la via dello spirito, lungi dall’essere una fuga dal mondo per salvaguardare il proprio benessere, si configura piuttosto come l’unica via del servizio autentico, dell’attenzione vera e disinteressata all’altro, la vera via politica. E anche per questo, ce n’è così tanto bisogno».
Etty non è una santa tradizionale né un’eroina morale, ma una figura-soglia dove l’avventura interiore coincide con l’esperienza e non con un sistema: «È possibile una spiritualità vera e profonda anche senza religione». Nei Diari, cruciale è la scoperta di un centro interiore, dove il nome di Dio viene sottratto a ogni trascendenza lontana e riconsegnato al cuore umano, senza ridurlo a psicologismo o intimismo. Così scrive Etty il 17 settembre 1942: «Io riposo in me stessa e questo “me stessa” io lo chiamo “Dio”. Quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell’altro. Dio a Dio». Non più un Dio-ente “fuori”, ma una presenza nel fondo dell’anima: «Siamo noi il cielo di Dio», una non-dualità dove divino e umano non sono due e non sono uno.
Il titolo stesso del libro deriva da una delle frasi più affascinanti dei Diari: «Ora vivo e respiro con la mia anima». La spiritualità diventa così un «fare anima», come direbbe Hillman, una trasformazione vitale. L’interiorità non è un ritrarsi dalla storia, ma la costruzione di una «cella interiore» che permette di abitare il dolore senza esserne distrutti: «Mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento. La concentrazione interna costruisce alti muri». Questo movimento non è magia o irenismo: le tragedie storiche possono ancora colpirci, ma possiamo attraversarle senza perdere la nostra umanità. Etty non nega la sofferenza né la sublima: «Non c’è bisogno di cercarla, la sofferenza, ma là dove si impone, non dobbiamo evitarla». Da qui nasce un’etica concreta, fatta di attenzione, responsabilità e cura per l’altro. Dio è una forza che spinge a restare nel mondo: «Dio è spirito ed è amore», un amore che non ci sottrae al dolore del mondo, ma alla disperazione.
A questa intensa lettura spirituale fa da contrappunto il volume di Judith Koelemeijer, che ricostruisce con rigore e finezza narrativa la vicenda biografica di Etty Hillesum. Qui la protagonista non è solo voce interiore, ma corpo, storia, legami, contraddizioni. Koelemeijer segue Etty nella Amsterdam occupata, nelle relazioni affettive, nel lavoro per il Consiglio Ebraico, fino alla scelta di non sottrarsi alla deportazione. Fin dall’inizio emerge una giovane donna segnata da relazioni laceranti: «Max era tutto», scrive l’autrice, ricostruendo una passione che la portò “a un passo dal crollo”. Etty stessa ammette: «Comincio solo ora a comprendere tutta quella passionalità nella mia relazione con Max», riconoscendo quanto quell’amore irraggiungibile l’avesse spinta a cercare un centro più profondo.
Koelemeijer insiste sul corpo, sul desiderio, sulla fragilità psichica: «Il desiderio era fonte di grande sofferenza per Etty in quel periodo meditò seriamente il suicidio». Non c’è idealizzazione, ma una carne esposta, che rende ancora più sorprendente la successiva maturazione interiore. La forza del libro sta proprio in questa tensione: la mistica non nasce nel vuoto, ma da una vita ferita.
Nel racconto biografico, la scelta di restare con il suo popolo non appare come gesto eroico astratto, ma come esito di un lungo travaglio. Koelemeijer mostra come Etty non si sottragga al reale, ma lo attraversi fino in fondo, trasformando la paura in responsabilità.
In questo intreccio tra voce interiore e racconto storico, Etty Hillesum sfugge a ogni etichetta. Non mistica in senso stretto, non teologa, non martire, ma donna che ha preso sul serio la propria vita interiore fino a farne criterio di verità. Nessuna ideologia o appartenenza può sostituire il «cuore pensante». Come ricorda Panikkar, «la spiritualità contemporanea, o meglio una vita umana piena per l’uomo attuale, non può accontentarsi di imitare modelli antichi. Abbiamo bisogno di una novità molto più radicale». In questo senso Etty diventa tessera fondamentale per un nuovo monachesimo, non istituzionale, ma come dimensione radicale dentro ogni essere umano, che cerca armonia tra presenza, azione e contemplazione, tra cielo e terra, spirito e carne, eros e agape, mistica e politica. Anche dagli atti del Terzo Convegno Internazionale The Lasting Significance of Etty Hillesum’s Writings (Routledge, pagine 500, euro 69,00, a cura di Klaas A. D. Smelik), emerge come la forza dei suoi Diari non risieda solo nella testimonianza storica, ma nella loro capacità di generare senso e trasformazione nel presente.
La voce di Etty, nata nella notte del Novecento, continua a invitarci a restare e diventare umani, anche quando tutto spinge verso indifferenza o paura. Qualcosa di nuovo sta nascendo.

mercoledì 4 febbraio 2026

Solo e pensoso


Francesco Petrarca
Canzoniere
XXXV

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.


Andrea Cortellessa


"Solo e pensoso i più deserti campi" è il sonetto XXXV del "Canzoniere", uno dei più celebri e forse uno dei primi ad essere composti.
In questo componimento il soggetto d'amore si presenta, secondo un topos poetico classico, come solitario. La dimensione della solitudine e del disprezzo della compagnia altrui viene fissata e canonizzata nella letteratura italiana da questo sonetto. L'identità amorosa maschile occidentale si modella sul soggetto amoroso di questo sonetto in particolare: il soggetto si proietta nel paesaggio, che diventa uno schermo della solitudine, della ricerca di questa e del viaggio solitario in luoghi incontaminati dall'impronta umana ("dove vestigio uman l'arena stampi"). La solitudine diventa anche oggetto di riflessione in un'altra opera petrarchesca, il "De vita solitaria", che riguarda il rapporto tra vita cittadina e vita in campagna, che è una vita ritirata e riparata. Petrarca inventa il paesaggio moderno in quanto specchio dell'anima, in cui si proiettano le delusioni e le sensazioni del soggetto. Ogni elemento è animato e ispirato dalle proiezioni soggettive del poeta.
Al verso 12 si può trovare un richiamo alla tradizione dantesca precedente, in particolare sembra Petrarca sembra riallacciarsi alle "Rime petrose" di Dante con l'aggettivo "aspre" ("sì aspre vie nè sì selvagge"), che si ritrova anche nel primo verso del componimento più famoso delle "Rime petrose", "Così nel mio parlar voglio esser aspro".

Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate. Collabora con diverse riviste e quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La Stampa-Tuttolibri.

giovedì 1 gennaio 2026

Il cuore dell'enigma

Mario Luzi

La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia
traverso il mare mosso
di crete dilavate
che mettono di marzo una peluria verde
è una strada fuori del tempo, una strada aperta
e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma.

Reale o irreale, solare o notturna –
assorti ne seguivano
il lungo saliscendi
di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di [tormento.
Reale o irreale, solare o notturna –
interroga negli anni
la mente – e l’idea di vita le si screzia
d’un volto doppio imprendibile –
interroga il pianeta duro della landa,
i poggi bruciati, le sparse rocche.
E il vento, non so se dal tempo o dallo spazio, che frusta il sangue.
Pensieri tirati sulla corda
d'un'interrogazione senza fine
non lasciano vivere, non hanno risposta.
lo intende bene lei passata da quelle dune. 

Nel corpo oscuro della metamorfosi, in Su fondamenti invisibili, Rizzoli, Milano 1971


La terra senza dolcezza d'alberi, la terra arida
che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto
e incresta in lontananza
(inganno o verità
miraggio o evidenza -
insidia a lungo la mente
una tortura di dilemma) sperdute torri, sperdute rocche
è un luogo non posseduto dal senso, una plaga diversa
che lascia transitare i pensieri
però non li trattiene, non opera come ricordo, ma come ansia.
Inganno o verità, miraggio o evidenza -
Smarriti ne seguivano i lineamenti
con la testa rialzata sopra i quaderni
trasmettendosi oscura una domanda
e un indecifrato avvertimento i miei compagni di banco.


Inganno o verità, miraggio o evidenza -
sarebbe poi negli anni
tornata spesso la mente al suo non sciolto enigma.
E nel sangue la febbre,
nella febbre la fiamma
d'un'aspettazione incolmabile - ne sai niente?


sabato 22 novembre 2025

Le canzoni di Ornella

Andrea Silenzi
"L'appuntamento". "La voglia e la pazzia", l'anima di Ornella Vanoni in cinque canzoni
la Repubblica, 22 novembre 2025

Una voce nasale, molto irregolare rispetto agli standard degli anni dei suoi esordi, ma piena di colori e con una malinconia contagiosa, struggente e ironica al tempo stesso. Ornella Vanoni ha segnato la musica italiana con una scelta di repertorio mai banale, spaziando dai grandi autori italiani alla musica brasiliana con una disinvoltura che solo un grande talento può possedere. Nelle sue canzoni migliori ha messo dentro l’anima, e quella non scompare mai. "Ornella è lo stile”, ha detto di lei Claudio Baglioni.

Le mantellate (1959)

Erano gli anni delle canzoni della mala, quando il suo compagno Giorgio Strehler pensò di lanciarla come la voce delle canzoni maledette legate alle carceri e alla delinquenza. Spacciati per brani tradizionali, erano in realtà brani scritti appositamente per l’operazione. In questa Vanoni cantava una realtà romana (le Mantellate sono il carcere femminile), ma la forza è la stessa dei brani ambientati a Milano.

Io ti darò di più (1966)

La scrissero il giovane Memo Remigi e Alberto Testa: la cantarono a Sanremo lei e Orietta Berti, ma le sfumature drammatiche della sua interpretazione la fecero diventare un suo evergreen. Il racconto di un amore assoluto e senza riserve, carico di quella passione che la rendeva inconfondibile.

L’appuntamento (1970)

Inaugurato con Tristezza, il repertorio brasiliano di Ornella diventa leggendario con questo brano scritto da Roberto e Erasmo Carlos e tradotto da Bruno Lauzi. La fotografia di una illusione che si trasforma in fallimento: l’inutile attesa di un uomo che non verrà. Quando canta “Questa vita che volevo dare a te / l’hai sbriciolata tra le dita” materializza il fantasma che, almeno una volta, ha attraversato la vita di tutti.

Domani è un altro giorno (1971)

L’altra faccia dell’amore: la speranza. In questo brano, una cover di Tammy Wynette, Ornella esplora non senza amarezza (“è uno di quei giorni che / tu non hai conosciuto mai / beato te, sì, beato te”) la sensazione del fallimento, lasciando però aperta una porta alle possibilità del riscatto. Il titolo rimanda alla frase finale di Via col vento.

La voglia e la pazzia (1976)

Il miglior momento dell’esperienza brasiliana: scritta da Sergio Bardotti, Vinicius De Moraes e Toquinho, è la trave su cui si muovono in equilibrio la voglia di vivere, la vena di follia, il bisogno di libertà e una naturale “saudade” che la rendeva perfetta per il mood di quella scuola.


Addio a Ornella Vanoni, voce, incoscienza e allegria
il manifesto, 22 novembre 2025

Canzoni, teatro, televisioni e – quel poco che basta – cinema. Ornella Vanoni –  morta ieri sera nella sua casa milanese a 91 anni – è stata protagonista della scena italiana per sei decenni. Figlia della borghesia milanese passata attraverso la scuola (e l’amore) di Strehler che con intuizione e la complicità di personaggi come Dario Fo, Fausto Amodei, Fiorenzo Carpi e Gino Negri, le cuce addosso un repertorio entrato nella storia: “Le canzoni della Mala”, con capolavori come Ma Mi e Le mantellate.

Uscita dal sodalizio con Strehler e l’ambiente del Piccolo, la Vanoni entra in contatto con la prima vera generazione di cantautori, la Scuola Genovese: nasce l’amore con Gino Paoli immortalato da una delle più belle canzoni della storia della musica italiana, Senza fine.

Con Gino Paoli sono rimasti amici tutta la vita, i loro concerti insieme sono stati un grande spettacolo e un grande divertimento per l’incontro-scontro di due personalità così forti. Da quel momento, entrata nell’universo della canzone, trova un registro espressivo unico, lontano dalle convenzioni melodiche che le permette di spaziare dalle cover di Roberto Carlos, L’appuntamento , Domani è un altro giorno fino a quell’intuizione geniale di Sergio Bardotti che le fa incidere La voglia la pazzia l’incoscienza e l’allegri” con Vinicius De Moraes e Toquinho, canzoni scritte da Jobim e Chico Buarque, un album storico che ha contribuito alla popolarizzazione della musica brasiliana in Italia.

Collabora praticamente con tutti i protagonisti della musica italiana, con la predilezione di Lucio Dalla. Album epocali, un premio Tenco e nel 1986 perfino un doppio disco registrato a New York- Ornella & – dove reinterpreta classici italiani affiancata da da Gil Evans, Herbie Hancock, George Benson, i fratelli Michael e Randy Brecker, Ron Carter, che rappresenta un’altra pagina memorabile della discografia italiana, insieme a un canzoniere che fa parte della memoria collettiva.

Negli ultimi anni si è ‘rivelata’ nel suo lato ironico e brillante, ospite fissa nelle domeniche di Che tempo che fa a fianco diFabio Fazio.

mercoledì 4 dicembre 2024

La morte del principe Andrej

 Lev Tolstoj

Guerra e pace
Libro quarto, parte prima, capitolo 16

Il principe Andréj non soltanto sapeva di dover morire, ma si sentiva

mancare, ed era come già morto a metà. Aveva la sensazione di

allontanarsi da ogni cosa terrena e quella di una strana e gioiosa

levità di tutto il suo essere. Senza impazienza e senza ansia,

attendeva il compimento di ciò che incombeva su di lui. Quella

cosa terribile, eterna, ignota e lontana di cui aveva sentito la

presenza per tutta la vita, gli era ormai vicinissima e, per quella

strana sensazione di levità dell’essere, quasi comprensibile e tangibile…

Aveva avvertito la prima volta questo sentimento quando la granata gli

turbinava davanti come una trottola ed egli guardava le stoppie, i

cespugli, il cielo, pur sapendo che dinanzi a lui c’era la morte.

Quando, dopo essere stato ferito, aveva ripreso coscienza e nella sua

anima, in un istante, quasi egli si fosse liberato dal peso della

vita, era sbocciato quel fiore dell’amore eterno, libero, indipendente

da questa vita, egli non temeva più la morte e non vi pensava.

Quanto più, in quelle ore di dolorosa solitudine e di semidelirio, che

aveva trascorso dopo la ferita, rifletteva su quel nuovo principio di

eterno amore che gli si era rivelato, tanto più, senza avvedersene,

ripudiava la vita terrena. Amare tutto e tutti, sacrificarsi sempre

per l’amore, significava non amare nessuno, significava non vivere di

vita terrena. E perciò, quanto più era permeato da questo principio

d’amore, tanto più rinnegava la vita e tanto più distruggeva quella

terribile barriera che, quando non c’è amore, sta tra la vita e la

morte. Allorché, in quel primo tempo, si ricordava di dover morire,

diceva a sé stesso: “Che importa? Tanto meglio!”.

Ma dopo quella notte a Mitisci quando, quasi in preda al delirio,

aveva visto comparire colei che egli desiderava e quando, premendo la

mano di lei alle proprie labbra, aveva pianto silenziose lacrime di

gioia, l’amore per una donna era insensibilmente penetrato nel suo

cuore e lo aveva di nuovo legato alla vita. E turbamenti e pensieri

gioiosi ripresero ad affacciarsi alla sua mente. Ricordando il momento

in cui, al posto di medicazione, aveva veduto Kuragin, non poteva più

tornare ai sentimenti di allora. Ora lo tormentava il dubbio: sarà

ancora vivo? E non osava chiederlo.

La malattia, dal lato fisico, seguiva il suo corso naturale, ma ciò

che Natascia aveva definito “gli è accaduto questo” era avvenuto due

giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Era stata

l’ultima lotta morale tra la vita e la morte, e la morte era riuscita

vittoriosa. Era stata l’inattesa consapevolezza di amare ancora la

vita, che si raffigurava per lui nell’amore per Natascia, e l’ultima,

dominata crisi di orrore davanti all’ignoto.

Era sera. Come ogni giorno, dopo pranzo, egli aveva un po’ di febbre e

una straordinaria lucidità di pensiero. Sònja era seduta presso la

tavola. Egli sonnecchiava. A un tratto fu assalito da una sensazione

di gioia.

“Ah, è venuta lei!”, pensò.

Infatti ora, al posto di Sònja, era seduta Natascia, entrata senza

fare alcun rumore.

Da quando Natascia aveva incominciato a curarlo, il principe Andréj

provava la sensazione fisica della vicinanza della fanciulla. Ella

sedeva accanto a lui, sulla poltrona, e gli nascondeva con la sua

persona la luce della candela. Lavorava a maglia. (Aveva imparato a

fare la calza da quando, una volta, il principe Andréj le aveva detto

che nessuno sapeva curare gli ammalati così bene come le vecchie

governanti che fanno la calza, e che in quello sferruzzare c’è un

qualcosa di riposante). Le dita sottili della fanciulla si muovevano

rapide sui ferri che di tanto in tanto si urtavano, e il principe

Andréj vedeva nettamente il profilo pensieroso del suo volto. Ella

fece un movimento, il gomitolo di lana le cadde dalle ginocchia. La

fanciulla trasalì, guardò il principe, messa la mano davanti alla

candela, con un movimento cauto rapido e preciso si chinò, raccolse il

gomitolo e riprese la posizione di prima.

Egli, immobile, la guardava e capiva che, dopo aver fatto quel

movimento, ella aveva bisogno di respirare profondamente, ma non si

decideva a farlo e riprendeva fiato a poco a poco.

Al monastero di Tròjtza, il principe e Natascia avevano parlato del

passato ed egli le aveva detto che, se Iddio gli avesse concesso di

vivere, non avrebbe cessato di ringraziarlo perché, grazie a quella

ferita, era di nuovo riunito a lei; ma, da allora, non avevano mai più

parlato del futuro.

“Era o non era possibile che ci fosse un futuro?”, pensava egli ora,

guardando la fanciulla e ascoltando il lieve ticchettio dei lunghi

aghi. “Possibile che il destino mi abbia riunito a lei in un modo così

strano soltanto per lasciarmi morire? E’ possibile che io abbia avuto

la rivelazione della verità della vita soltanto perché vivessi nella

menzogna? Io l’amo più di tutto al mondo. Ma cosa posso fare, se

l’amo?”, pensò e, all’improvviso, si mise involontariamente a gemere,

per l’abitudine datagli dalle lunghe sofferenze.

A quel gemito, Natascia posò il gomitolo, si chinò verso l’ammalato e,

vedendo gli occhi lucenti di lui, gli si avvicinò di più.

– Non dormite?

– No, da un pezzo vi sto guardando. Ho sentito quando siete entrata.

Nessuno, come voi, mi dà quella pace così dolce… e quella luce…

Vorrei piangere dalla gioia…

Natascia si chinò ancora di più verso di lui. Il suo viso raggiava di

estatica gioia.

– Natascia, io vi amo troppo. Più di tutto al mondo!

– Anch’io! – esclamò la fanciulla, e si voltò per un attimo. – Ma

perché troppo? – domandò poi.

– Perché troppo? Ebbene, cosa pensate, cosa sentite in fondo

all’animo? Vivrò? Che ne dite?

– Ne sono certa! Ne sono certa! – gridò quasi Natascia,

afferrandogli tutt’e due le mani con slancio appassionato.

Egli tacque.

– Come sarebbe bello! – E, presa una mano di lei, la baciò.

Natascia era felice e commossa; ma subito pensò che l’ammalato aveva

bisogno di tranquillità.

– Intanto non avete dormito – disse, soffocando la propria gioia. –

Cercate di dormire… ve ne prego.

Egli, dopo averla stretta, lasciò la mano di Natascia, ed ella tornò

verso la candela e sedette dov’era prima. Due volte lo guardò e due

volte vide gli occhi lucenti di lui che incontravano i suoi. Si impose

il compito di fare un dato pezzo di maglia e di non guardarlo più sino

a che non avesse finito.

Difatti, poco dopo, egli chiuse gli occhi e si addormentò. Non dormì a

lungo e ad un tratto si svegliò agitato, coperto da un sudore freddo.

Si era addormentato continuando a pensare a ciò che tanto occupava

allora la sua mente: alla vita e alla morte. E, soprattutto, alla

morte a cui si sentiva più vicino.

“L’amore? Che cosa è l’amore?”, pensava. “L’amore si oppone alla

morte. L’amore è vita. Tutto, tutto ciò che capisco, lo capisco

soltanto perché amo. Tutto è, tutto esiste, soltanto perché amo. Tutto

è legato all’amore. L’amore è Dio e morire, per me, piccola particella

d’amore, significa tornare alla fonte comune ed eterna”. Questi

pensieri gli parevano consolanti. Ma non erano altro che pensieri.

Qualcosa vi mancava, avevano qualcosa di unilateralmente personale, di

intellettuale, erano privi di evidenza. E persisteva la stessa, vaga

inquietudine. Si riaddormentò.

In sogno, si vide coricato nella camera in cui si trovava realmente,

non era più ferito, stava bene. Parecchie persone insignificanti,

indifferenti, apparivano a un tratto davanti a lui. Egli parlava con

loro, discuteva di cose inutili. Esse si preparavano a recarsi in

qualche posto. Il principe Andréj ricordava vagamente che tutto questo

non aveva alcuna importanza, che egli aveva ben altre cose più gravi e

preoccupanti cui pensare, ma continuava ugualmente a parlare,

sorprendendo i suoi ascoltatori con parole futili e spiritose. A poco

a poco, insensibilmente, tutte quelle persone cominciavano a sparire e

tutto cedeva il posto a un solo problema: come si poteva chiudere la

porta? Egli si alzava e andava verso la porta, con l’intenzione di

spingere il paletto per chiuderla. Dal riuscirvi o meno dipendeva

“tutto”. Egli andava, si affrettava, ma le gambe non si movevano, ed

egli sapeva che non sarebbe giunto in tempo a chiudere, tuttavia

tendeva morbosamente tutte le proprie forze. Una paura tormentosa lo

assaliva. Era la paura della morte: essa stava dietro la porta. Ma

mentre egli barcollando, senza più forze, stava per giungere alla

porta, ecco che “quella cosa” orribile, premendo dall’altra parte,

cercava di spingere per entrare e bisognava trattenerla. Egli si

afferrava alla porta, raccoglieva le ultime forze, non già per

chiudere, – ormai era impossibile – ma almeno per trattenerla. Ma

le sue forze erano insufficienti, maldestre e, premuta da

quell’orrore, la porta si apre e si richiude.

Ancora una volta quella cosa premeva dall’altra parte. Gli ultimi,

sovrumani sforzi erano vani: due battenti si spalancavano senza

rumore. Quella cosa era entrata, era la morte! E il principe Andréj

moriva.

Ma, proprio nell’istante in cui moriva, il principe Andréj si era

ricordato che stava dormendo e, fatto un ultimo sforzo, si era

svegliato.

“Già, quella era la morte… Sono morto e mi sono svegliato. Sì, la

morte è risveglio”. La sua anima era stata, a un tratto, avvolta dalla

luce, e il velo che sino a quel momento gli aveva nascosto l’ignoto,

si era sollevato davanti allo sguardo del suo spirito. Si sentì come

liberato da una forza dapprima imprigionata dentro di lui e provò

quello strano senso di levità che non lo abbandonò più.

Quando, destandosi madido di gelido sudore, si era agitato sul divano,

Natascia gli si era avvicinata e gli aveva domandato che cosa avesse.

Il principe Andréj non le aveva risposto e, senza capirla, aveva

continuato a fissarla con uno sguardo strano.

Ecco ciò che gli era accaduto due giorni prima dell’arrivo della

principessina Màrija. Proprio da quel giorno, come diceva il dottore,

la febbre che lo prostrava aveva preso una brutta forma, ma Natascia

non si curava di ciò che diceva il dottore; ella vedeva quei terribili

sintomi morali, che non le lasciavano alcun dubbio.

Pure da quel giorno era cominciato per il principe Andréj insieme con

il risveglio dal sonno, il risveglio dalla vita. E, in relazione alla

durata della vita, esso non gli appariva più lento del risveglio dal

sonno in relazione alla durata di un sogno.

Nulla vi era di terrificante e di brusco in quel risveglio

relativamente lento.

I suoi ultimi giorni, le sue ultime ore trascorsero come al solito,

molto semplicemente. E la principessina Màrija e Natascia, che non si

allontanavano da lui, lo sentivano. Esse non piangevano, non

trasalivano e, negli ultimi giorni, avevano la sensazione di non

assistere più lui (egli non c’era già più, se ne era andato), ma il

suo ricordo più intimo: il suo corpo. I loro sentimenti erano così

forti che il lato esteriore e terribile della morte non le

impressionava più, ed esse non trovavano necessario eccitare il loro

dolore. Non piangevano né davanti a lui né quando erano sole, ma

nemmeno parlavano di lui tra di loro. Sentivano di non poter esprimere

a parole ciò che avevano compreso.

Tutte e due vedevano come egli sempre più profondamente, in modo lento

e tranquillo, si allontanasse da loro, sprofondando chissà dove, e entrambe

sapevano che così doveva essere e che era bene che fosse così.

Il principe Andréj si confessò e si comunicò; tutti vennero a dargli

l’ultimo addio. Quando gli condussero suo figlio, posò le labbra su di

lui e volse il capo, non perché quel saluto gli fosse penoso (la

principessina Màrija e Natascia lo capivano), ma soltanto perché

supponeva che da lui non si esigesse altro. Ma quando dissero di dare

al figlio la sua benedizione, egli fece ciò che gli si chiedeva e si

guardò attorno come per chiedere se dovesse fare ancora altro.

Quando, con gli ultimi sussulti, l’anima si staccò dal corpo, la

principessina Màrija e Natascia erano presenti.

– È finita?! – disse la principessina Màrija, dopo che il corpo di

lui, raffreddandosi già da alcuni minuti, giaceva immobile davanti a

loro. Natascia si avvicinò, guardò quegli occhi spenti e si affrettò a

chiuderli. Li chiuse e non li baciò, ma avvicinò religiosamente le

labbra su quello che era l’ultimo e il più vicino ricordo di lui.

“Dov’è andato? Dov’è ora?”.

Quando il corpo, lavato e vestito, giacque nella bara sopra la tavola,

tutti si avvicinarono per dargli l’estremo addio, e tutti piangevano.

Nikòluska piangeva per lo stupore doloroso che gli straziava il cuore;

Sònja e la contessa piangevano di pietà per Natascia e perché egli non

era più; il vecchio conte piangeva perché sentiva che presto sarebbe

toccato a lui fare lo stesso tremendo passo.

Natascia e la principessina Màrija ora piangevano anch’esse, ma non

per i loro dolori personali; piangevano per la commozione reverente che

aveva invaso le loro anime dinanzi alla coscienza del semplice e

solenne mistero della morte che si era compiuto innanzi a loro.