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lunedì 7 settembre 2015

Zero Diciotto, un numero per un corpo senza vita

Marco Belpoliti
Vivi e morti involucri vuoti
La Stampa, 28 agosto 2015

Che cos’è un corpo? L’unica cosa che abbiamo. Da quando l’anima non è più una realtà presente – chi usa ancora la frase: esalare l’anima? –, da quando non è più neppure pneuma, soffio, ma solo materia, se non proprio materiale, il corpo è tutto quello che possediamo. Per questo lo curiamo in tutti i modi, cerchiamo di tenerlo in forma, efficiente, elastico, giovane. Il corpo è la vera moneta di scambio nella vita contemporanea. Il capitale umano è prima di tutto composto di corpi. Ma quando i corpi sono corpi morti, come accade sul fondo dell’imbarcazione che trasporta i migranti verso le rive dell’Europa, o quando sono stipati dentro un camion con cella frigorifera sulla cui fiancata troneggia l’immagine di una fetta d’insaccato di pollo, allora cosa sono i corpi umani? Involucri vuoti, come le spoglie degli insetti.

Primo Levi in una pagina memorabile di Se questo è un uomo parla di un corpo che non c’è più, il corpo di un deportato, un musulmano [parola che nel gergo del Lager non indica un islamico, indica un prigioniero vicino alla morte]. Null Achtzehn, colui che non è un uomo, ma sta per diventare un corpo morto, puro residuo da eliminare: “Nulla di più che un involucro come certe spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote”. Il musulmano del Lager è destinato entro breve tempo alla camera a gas e quindi al crematorio: una scoria.

Null Achtzehn, Zero Diciotto, dalle ultime cifre del numero di matricola, è un corpo vuoto a un passo dalla morte, anzi con la morte addosso. Le notizie che arrivano dalle nostre frontiere d’acqua, dei barconi che anelano alle rive della salvezza con i cadaveri pigiati nella stiva, o da quelle di terra, con le immagini del camion abbandonato sul bordo dell’autostrada e i corpi morti all’interno fanno venire in mente le parole di Levi.


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lunedì 5 gennaio 2015

Belpoliti, la maschera e il volto

Marco Belpoliti
La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, Carocci 2014, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo studio. Siamo tutti volti anonimi che consumiamo volti, su cui la società proietta la propria struttura di potere, continua Belting, così che “il volto pubblico ha prodotto la sua propria maschera”.
Il saggio cerca di stabilire cosa è volto e cosa invece maschera. In un libro dedicato al medesimo tema, apparso anni fa ma sempre attuale, Il volto e l’anima (Bompiani), la semiologa Patrizia Magli distingue tra Viso, che deriva dal latino visus, participio passato di videre, “vedere”, e Faccia, sempre dal latino facies, “aspetto”, “forma”, d’etimologia invece più incerta. Il viso non è una semplice parte del corpo, ma, per dirla con il filosofo Emmanuel Lévinas, è nel viso che si compie la presenza che trascende ogni rappresentazione che se ne può fare. Faccia è una forma dotata di una certa superficie, è un limite, come suggerisce il significato geometrico del termine; tuttavia il viso è anche faccia, superficie delimitata e carica di senso, su cui agisce lo sguardo di chi osserva. Patrizia Magli sostiene che la faccia è il risultato di una costante messa a fuoco e ritaglio di questa superficie da parte di un osservatore; sarebbe la parte che sta per il tutto. Volto, vultus, poi, è il termine latino più antico per indicare il viso. La semiologa afferma che il nesso tra faccia e socialità è molto forte, testimoniato da quelle espressioni d’uso comune come: “salvare” o “perdere” la faccia. Oggi che il contatto “faccia a faccia” si è trasferito su Internet – Facebook è uno dei termini più citati –, i mass media sottraggono al volto la sua presenza corporea, modificando una delle fondamentali abitudini della nostra percezione che comporta di necessità riconoscere i volti. Non a caso Don Abbondio, scrive Manzoni nei Promessi sposi, spiega al suo interlocutore che appena vide quelle facce, ovvero i volti dei bravi, pensò bene di scappare. Belting precisa che il passaggio a Internet ha fatto sì che il volto pubblico, nonché celebre, non è più espressione di una determinata classe sociale, dal momento che la celebrità è data solo dai media: anche i ricchi per essere celebri devono avere una faccia, come capì Andy Warhol quando propose ai suoi collezionisti i loro ritratti. L’artista americano cominciò così a riprodurre i volti celebri della sua epoca; dopo Marilyn e Mao, realizzò ritratti per personaggi come Gianni Agnelli, all’epoca tra le persone più cool e note del mondo occidentale: avevano tutti una faccia. Oggi, nell’era globale, il volto è stato svincolato dalle fisionomie nazionali o locali, oltre che dai contesti economici e, scrive Belting, siamo sommersi da maschere facciali. Warhol l’aveva intuito lavorando sul ritratto del leader della Cina popolare, Mao, il cui ritratto gigantesco ha campeggiato sulla immensa piazza di Pechino per decenni.
Ora il processo è andato molto in là. La proliferazione dei volti è senza dubbio l’effetto delle tecniche moderne di riproduzione del ritratto, ribadisce Thomas Macho. Il Selfie è un perfetto esempio della democratizzazione di quest’attività ritrattistica, come spiega Tiziano Bonini, iniziata con l’irruzione della macchina fotografica, giustamente definita da John Berger una scatola per trasportare “apparenze”. Senza alcun moralismo, dobbiamo constatare che siamo tutti immersi in quest’universo di apparenze. Non sarà che quello che oggi vediamo non sono più volti, bensì maschere?, si chiede Belting. I vocabolari etimologici definiscono Maschera il finto volto fatto di vario materiale, indossato per motivi rituali; temine di origine etimologica molto incerta, preromana, proviene probabilmente da un termine piemontese-ligure masca, “strega”, presente già nell’editto di Rotari nel VII secolo. Le maschere servivano nel passato per dare corpo agli spiriti dei defunti, ma indicano anche l’elemento anonimo della partecipazione al rito: chi la indossa si nasconde Nel 1980 Roland Barthes in La camera chiara spiegò come la fotografia può significare, ovvero definire, una generalità solo assumendo una maschera. Era una riflessione che gli derivava da un bellissimo racconto di Italo Calvino, L’avventura di un fotografo, scritto negli anni Settanta; lo scrittore vedeva nella maschera “ciò che fa di un volto il prodotto della società e della sua storia”. La parola volto vale qui per faccia, nel significato che le attribuisce Patrizia Magli; tanto è vero che nel corso del Novecento resta paradigmatica l’impresa di August Sander. In Uomini del XX secolo il fotografo tedesco ritrasse uomini e donne come maschere del tempo e della società, tentativo paradigmatico cui furono, forse non a caso, attivamente ostili i nazisti, tanto che Sander dovette nascondere il materiale che aveva accumulato nella sua indagine. Cade qui il tema per cui il libro di Hans Belting, per quanto non del tutto all’altezza dei suoi precedenti, è comunque un’opera preziosa: la fotografia, dalle macchine analogiche a quelle digitali, ha prodotto prima di tutto maschere, là dove invece la pittura per metodo, forme e anche intenzioni, produceva ritratti di volti. Si tratta di quell’“effetto-Thanatos” descritto da Barthes, per cui fotografiamo i vivi, e ora anche noi stessi nel Selfie, senza pensare che saranno ricordati come morti, moltiplicando a dismisura con le macchine digitali e i cellulari il nostro archivio d’immagini, e producendo così inconsapevolmente maschere di morte. Barthes in modo preveggente ha scritto che l’età della Fotografia “corrisponde all’irruzione del privato nel pubblico, o piuttosto alla creazione di un nuovo valore sociale, che è la pubblicità del privato”. Oltre vent’anni prima della creazione di Facebook. Una profezia.

venerdì 23 maggio 2014

C'era una volta Berlinguer

Il leader dei 5 Stelle ha cercato di appropriarsi dell'eredità etica del segretario del Pci Berlinguer (il quale mai avrebbe usato i suoi toni violenti). «Il Movimento 5 Stelle è l'unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità». Appena arrivato sul palco, l'ex comico è stato preso in braccio dal parlamentare Di Battista, come fece Benigni con il segretario comunista. (l'Unità, 24 maggio 2014)

Così a questo siamo arrivati, dissacrando dissacrando. O usando usando. In piazza san Giovanni. Con Grillo che arriva in braccio a Di Battista. Non è il caso di chiedersi, qui e ora, chi era veramente Berlinguer. L'ultimo grande segretario del Pci è stato tante cose. Un comunista democratico. Un eurocomunista. Un erede di Palmiro Togliatti. Un alleato della Democrazia cristiana. E via di questo passo. Certo non era prevedibile che diventasse una icona da consumare in pubblico, a fini elettorali. Lo sberleffo continua, certo. E Berlinguer viene ucciso per la seconda o la terza volta.
Era stato a lungo dimenticato o accantonato dai suoi stessi eredi per comprensibili ragioni. Comprensibili quanto taciute, il più delle volte. Il socialismo dal volto umano si era inabissato con il crollo del socialismo reale. Ancor più inopportuno per molti risultava a quel punto tirare in ballo il comunismo. Perché attraverso la figura di Berlinguer esibirne ancora il ricordo?
Adesso siamo al terzo momento di esclusione dalla scena dopo la morte fisica nel 1984. Berlinguer diventa un'icona contesa da schiere di eredi presunti. A questo punto è di moda soprattutto il politico onesto che aveva riportato in primo piano la questione morale. Perché no? C'è una logica in questa riabilitazione trionfale della memoria.
Tutti i salmi finiscono in gloria, allora? Non proprio. Quello che torna sulla scena è un personaggio che ha pur sempre legato il suo nome alla politica del compromesso storico. A suo modo Berlinguer voleva porre fine all'anomalia italiana del bipartitismo imperfetto. Moro in proposito aveva le idee più chiare ma è certo che per entrambi il problema era quello di porre fine all'esclusione del Pci dal potere governativo. Ora il nome di Berlinguer ritorna proprio mentre torna di attualità l'anomalia italiana  (*). Un bel paradosso.

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(*) Massimo Franco
Verso un bipolarismo destinato a riproporre l’anomalia italiana
Corriere della Sera, 24 maggio 2014

Al di là di chi arriverà primo, l’Italia si prepara a consegnare di sé all’Europa l’ennesima immagine anomala. Il bipolarismo che si sta delineando tra Pd e Movimento 5 Stelle spiazza le divisioni tradizionali tra destra e sinistra. E offre un Paese nel quale la protesta non solo promette di assumere dimensioni di massa ma trasversali e non catalogabili in modo tradizionale. Il solo fatto che non si sappia dove gli eletti che saranno portati a Strasburgo da Beppe Grillo siederanno, certifica la diversità italiana. Le parole preoccupate di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi per l’ascesa del movimento dell’ex comico sono il segno di una sorpresa e di un affanno che aumentano di ora in ora.
Può darsi che si rivelino esagerate, e che gli elettori rispondano ai loro appelli. Ma il solo fatto che il leader di FI inviti a disertare le urne pur di non votare Grillo, tradisce un’inquietudine profonda. Segnala un atteggiamento psicologico che ha introiettato il dubbio della sconfitta: politica, se non numerica. Conferma quanto la virulenza verbale e la strategia dello sfascio del M5S siano i sintomi di una crisi profonda del sistema, terrorizzato di non avere anticorpi sufficienti per fermare questa ondata nichilista. Anticipa soprattutto il ridimensionamento del centrodestra dopo anni di predominio. E dilata il vuoto lasciato dal berlusconismo al centro del sistema politico.
Il punto interrogativo è se il governo di Renzi e il suo partito, in apparenza orfani del principale avversario e quindi potenzialmente trionfanti, saranno in grado di riempirlo almeno in parte; fino a qualche settimana fa, sembrava così. In fondo, il cambio in corsa doloroso a Palazzo Chigi con Enrico Letta ha avuto come ragione forte quella di arginare un populismo galoppante. Se questo obiettivo viene mancato, rischia di aprirsi un problema politico non da poco per l’esecutivo: sebbene si tenda ad esorcizzare questo scenario. Dipenderà dal livello di astensionismo e dalla distanza che il Pd riuscirà a mettere tra i propri consensi e quelli del M5S, se, come pare, ci riuscirà.
Renzi invita ad «andare a prendere uno a uno i voti del centrodestra». E chiede di non astenersi, convinto che percentuali di partecipazione basse favoriscano Grillo. «Noi partiamo al secondo posto» rispetto alle politiche del 2013, mette le mani avanti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio. «Il Pd sarebbe felice di sorpassare Grillo. Ma effettuare il sorpasso governando è molto complicato». È una cautela in parte scaramantica, in parte dovuta all’imprevedibilità del voto europeo. Tra l’altro, non tutto l’elettorato sarebbe informato che si può andare alle urne solo domani, e non anche lunedì come succede per le Politiche. Il premier si dice sicuro che Berlusconi manterrà i patti sulle riforme istituzionali «nonostante le Europee»: dando per scontato un insuccesso che potrebbe compromettere il percorso seguito finora.
La sensazione è che ci si avvii ad una situazione postelettorale tale da aumentare le tensioni e la precarietà della legislatura. Ma proprio per questo obbligherà la maggioranza a fare le riforme promesse, per non aumentare l’ipoteca di un populismo che predica il «tutti a casa» dei partiti, avanzando proposte suicide per l’Italia; e per non alimentare la percezione negativa che l’Europa ha ricominciato a nutrire nei confronti del nostro Paese. Un governo nato per dimostrare una capacità decisionale inusuale, si ritrova di colpo sulla difensiva: costretto a rivendicare il poco o il tanto che ha fatto, e a garantire che farà di più: anche se la «leggerezza» di alcuni ministeri imporrà cambiamenti immediati.

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Marco Belpoliti
La canottiera di Bossi
Guanda, Parma 2012, pp. 18-20

... In un articolo del 1975, lo scrittore Mario Soldati descrive la gestualità di Berlinguer soffermandosi sul ricamo delle mani, sempre simmetriche e sincrone: "Piatte e piegate al polso, ora le manine delimitano un piano logico, dividono due argomenti troppo facili a confondere: ora, invece, curvandosi entrambe a conca, l'una di qua e l'una di là, chiudono come un cerchio magico fatti o idee che vanno considerati globalmente". Soldati vuol suggerire l'incrollabile fede ideologica che è implicita in questo, le convinzioni che si celano dietro i gesti, che, seppur descritti a parole, ricordano da vicino quelli dei democristiani che argomentano in modo sottile, e cercano un contatto intellettuale, non solo emotivo, col loro uditorio. Sono, si potrebbe dire, dei mandarini, ovvero uomini di potere, che del loro potere non devono rendere conto agli ascoltatori, ma lo esercitano nel pubblico comizio attraverso il dispiegarsi delle frasi e dei ragionamenti, così che i destinatari del messaggio abbiano la sensazione di partecipare al farsi stesso delle idee, o almeno di condividerle, come quando si ascolta un insegnante, un professore o un intellettuale.
... Luigi Ghirri [...] ha scattato una serie d'immagini molto eloquenti in una delle ultime feste dell'Unità in cui il leader del Pci tenne il comizio conclusivo davanti alla folla dei militanti [...] La solitudine di Berlinguer è evidentissima. Si trova lontano dalla folla, distante e la sua corporeità sembra cancellata. Un'interpretazione, certo, ma come nel ritratto di Soldati, in questi scatti si comprende benissimo quale sia lo stile oratorio e gestuale del leader comunista.

Andrea Cortellessa sul libro di Belpoliti  http://www.sinistrainrete.info/cultura/1979-andrea-cortellessa-fenomenologia-della-canotta.html

giovedì 4 luglio 2013

Il nevrotico sesso postmoderno

Marco Belpoliti
Il sesso postmoderno: tanta fatica per non fare l'amore
La Stampa, 3 luglio 2013

Tutto sarebbe cominciato con Linda Lovelace che pratica la fellatio nella scena madre di Deep Throat, Gola profonda. Era il 1972. Negli Stati Uniti il film fu subito processato, e contemporaneamente dilagò la polemica sul porno tra chi si schierava contro ogni censura in nome della libertà d’espressione.

E chi invece condannava il film per il legame che suggeriva tra pornografia e violenza sessuale. Come ricorda Bruno Di Marino all’inizio di Hard media. La pornografia nelle arti visive, nel cinema e nel web (Johan & Levi), lo stesso fronte femminista si divise tra chi chiedeva la fine della censura e chi accusava il film d’istigare i maschi all’aggressività verso le donne.

A quarant’anni di distanza il porno è dilagato diventando, grazie al web, uno dei prodotti visivi più consumati anche dal pubblico femminile, senza che sia più soggetto a persecuzioni giudiziarie, rifiuti morali o sensi di colpa personali. Un terzo di coloro che vedono abitualmente siti porno, scrive Di Marino, sono infatti donne. Il libro descrive il dilagante fenomeno del Pop Porn, e si domanda se questo tipo di filmati appartengano o no a un vero e proprio genere, di cui cerca di descrivere forme e confini.

Dal canto suo, Zygmunt Bauman in un saggio, Sugli usi postmoderni del sesso, pubblicato nel 1999 in inglese, ora in un volumetto con prefazione di Maurizio Ferraris (il Mulino), spiega come la versione attuale della attività sessuale si concentri esclusivamente sul suo effetto orgasmico: il sesso postmoderno è l’orgasmo. La questione è trattata anche da Byung-Chul Han, docente di filosofia e teoria dei Media in Germania, nel recente Eros in agonia (Nottetempo). «L’amore, scrive, si è positivizzato nella sessualità», che è sottomessa al diktat della prestazione; così l’erotismo non sarebbe altro che «un capitale che si deve accrescere».

Un esempio eclatante di questa trasformazione la si trova nei volumi di E. L. James, a partire da Cinquanta sfumature di grigio; il partner della protagonista le presenta la relazione alla stregua di una «proposta di lavoro», con tanto di orari, prestazioni previste e punizioni severe; e per ottenere il massimo bisognerà che nel fare sesso ci si attenga a un preciso programma salutista.

Bauman ha tracciato nel suo saggio una vera e propria mappa del sesso contemporaneo. Il punto di partenza è una distinzione delineata da Octavio Paz, poeta e premio Nobel, in un libro, La duplice fiamma. Amore ed erotismo (Garzanti 1994). Nella fiamma primordiale del sesso, acceso dalla natura ben prima della apparizione dell’uomo, s’innalza la fiamma rossa dell’erotismo, e al di sopra di questa guizza quella azzurrina dell’amore. Sesso, erotismo e amore sono collegati, eppure separati, dice Paz; il sesso, poi, è il meno umano dei tre, non essendo un prodotto culturale come gli altri due. Con una battuta fulminante, presa da Theodore Zeldin, autore di Storia intima dell’umanità (Donzelli), Bauman ricorda che nella cucina ci sono stati più progressi che nel sesso.

Tutta la storia del sessualità umana è infatti la storia della sua manipolazione culturale, che ha inizio nel momento in cui si distingue tra esperienza sessuale, ovvero piacere, e riproduzione della specie. La tesi di Bauman è che nella età postmoderna l’erotismo si è svincolato sia dalla funzione della riproduzione, come dall’amore, sin qui cardine dell’esperienza umana. La ricerca del piacere sessuale è assurta a norma culturale come un tempo accadeva per l’amore, dai provenzali ai romantici. L’effetto è che oggi l’erotismo ha acquistato uno spessore che non aveva in precedenza, ma al tempo stesso possiede un’inedita leggerezza e volatilità propria dei nostri tempi. La lettura del sociologo di origine polacca non è inficiata da alcun moralismo; guarda piuttosto con lucidità cosa è divenuta la sessualità nel nostro mondo contemporaneo, pornografia compresa.

Come aveva incominciato a dirci Michel Foucault nel primo volume della sua Storia della sessualità, La volontà di sapere, uscito a metà degli anni Settanta, la rivoluzione erotica di quel decennio «è stata depositata davanti all’uscio delle forze di mercato» (Bauman). La premessa fondamentale per cui l’erotismo si possa trasformare in un fattore economico, di cui la pornografia è il prodotto più a buon mercato, sta nella sua elaborazione culturale: prima deve assumere una forma adatta a qualcosa che somiglia a una «merce». L’erotismo, inoltre, si è liberato dai legami che lo univano alla produzione dell’immortalità, sia sul piano fisico (la riproduzione della specie) che su quello spirituale (l’amore stesso come vertice); l’equivalente sul piano sociale è il passaggio dalla fama durevole, l’immortalità, alla notorietà: il quarto d’ora di celebrità pronosticato da Warhol per ciascuno.

Bauman e Byung-Chul Han individuano nella forma fisica la chiave di volta della nuova sessualità, che ha eliminato tutto ciò che c’era di trasgressivo, torbido, ambivalente, e dunque anche di doloroso, nella pratica sessuale volta al piacere. Sade non è più di moda; e non si parla più neppure di amore e morte, fratelli gemelli, poiché la morte è stata espulsa dal sesso, sebbene poi rientro dalla finestra dell’efficienza salutista. L’ansia di cui soffre una gran parte della popolazione occidentale, con punte di depressione endemica, è uno degli effetti di questo efficientismo, che ha proprio nell’universo Pop Porn il suo culmine, come mostra Di Marino rileggendo arte contemporanea e cinema.

Il vero problema che l’erotismo postmoderno induce è quello della totale mancanza di una «norma», non nel senso moralistico del termine, quanto piuttosto dei comportamenti adatti, individualmente e socialmente accettati. Il porno sdoganato del web spinge a consumare l’erotismo in modo sfrenato (il piacere è ovunque anche nel consumo degli oggetti sempre più erotizzati dalla pubblicità), e nel contempo le regole del politicamente corretto vietano di trattare l’altro – uomo, donna o trans – come un puro oggetto del piacere.

Il mondo contemporaneo sembra diviso tra queste due istanze contrapposte, quando, come ci ricorda Bauman, in ogni incontro erotico, come ogni persona che ama sa bene, si è al tempo stesso oggetti e soggetti del desiderio dell’altro. Anzi, non è neppure concepibile senza che «i partner assumano entrambi i ruoli o meglio si fondano in uno solo». Il destino, cui ci affida il sesso postmoderno, è quello della nevrosi psichica, con vantaggi inevitabili per tutti gli addetti alla nostra psiche, che oramai sono tanti. 

domenica 10 marzo 2013

Il trickster, i credenti e il mondo

Fosse solo un briccone (trickster) Grillo sarebbe tutto più semplice. Il personaggio duplice e inafferrabile è quello che ha sfondato. Ma Grillo è anche il suo popolo e lì le cose sono decisamente più complicate. Il movimento 5 stelle è portatore di istanze che non sono riducibili al facile imbroglio. Istanze di lungo periodo, a lungo ignorate o trascurate dai gruppi dirigenti dei principali partiti. Una diversa scala di valori rispetto al predominio del mercato senza controlli. Un'attenzione per l'ambiente e per il destino dei singoli. Una volontà di partecipazione. Senza parlare della nausea per i privilegi della casta. Perciò è poco probabile che tutto si sgonfi in poco tempo, non appena dovesse esserci il confronto con la dura realtà. A Parma quel confronto c'è stato e non ha determinato un crollo nei rapporti con la pubblica opinione. Il trickster junghianamente rappresenta l'ombra: con essa devono fare i conti prima di tutto coloro che ritengono di poterla respingere: gli altri, il mondo rispetto alla setta. E allora, quando ci sarà stata una presa di coscienza più vasta, la setta potrà anche farsi chiesa, riconciliarsi con il mondo.

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Marco Belpoliti, L'Espresso 29 ottobre 2012

...in Grillo sembra agire qualcosa che va al di là della figura del semplice attore, così da collocarlo nell'universo dei trickster, figura che gli antropologi e i mitologi chiamano il "briccone divino": personaggio mitologico appartenente a un tempo al regno animale e a quello umano, al novero degli déi e a quello degli uomini. Dio del passaggio tra l'alto e il basso, il dentro e il fuori, il sublime e l'abietto, tra la follia e la ragione, il trickster prende le forme dell'idiota creativo, del saggio buffone, del bambino dai capelli grigi; è il continuo dissacratore.
... Grillo, del resto, possiede anche l'aspetto fisico del trickster: corpo corto e tozzo, testa riccioluta, sguardo provocatore, occhi roteanti e fulminanti, tendenza al mascherone. Sul palco nei comizi - come in precedenza in televisione e a teatro - egli distorce i lineamenti nella tensione del grido; con le mani compie gesti convulsi, caricando il corpo di un'energia che lo obbliga a piegarsi, a incurvarsi in avanti. Le mani sono infatti l'elemento centrale della sua gestualità carnevalesca, da Arlecchino, senza tuttavia possederne la leggerezza. Ricorda lo Zanni della antica commedia - fool e clown -, ma anche Pulcinella: la comicità come derisione, abbassamento dell'avversario, è la sua arma migliore che suscita l'immediata simpatia e il riso nel pubblico degli spettatori. In Grillo la Commedia dell'arte, archetipo insuperabile del nostro carattere nazionale, celebra il suo immancabile ritorno. Il trickster raccontato dai miti è abile, vorace, eccessivo, imprevedibile; mette in moto cambiamenti inattesi: ingarbuglia le cose, le complica, poi le scioglie in un attimo, con un gesto, aiutato dalla sua natura animale. La cosa più interessante di questa figura mitologica, presente nei miti dei Pueblo come nella nostra letteratura (Pinocchio è senza dubbio un trickster), è quella di distruggere l'ordine precedente e di crearne uno nuovo e inatteso. Sul palco Beppe Grillo urla, strepita, minaccia; i suoi comizi - monologhi assoluti - hanno il ritmo di un rito ossessivo che, mentre spaventa una parte dell'uditorio, contemporaneamente provoca grandi entusiasmi e fa vibrare la corda isterica delle folle.
... Beppe Grillo non è più solo, come ha detto una volta Aldo Grasso, il “monello della televisione generalista”; ormai è la reincarnazione di Pinocchio nella sua versione di psicopompo e sciamano. Come il burattino, che vuole trasformarsi in bambino, anche il Grillo-tickster possiede una natura dissociata: vuole essere un capopopolo, ma al tempo stesso nega questa sua nuova identità politica. Non vuole perdere le sue prerogative di “briccone divino”, la forza magica che risiede in lui e che si comunica attraverso il monologo del fool. Un Beppe Grillo deputato è un paradosso, come un Beppe Grillo presidente del Consiglio, o della Repubblica, è una totale contraddizione. Il trickster può solo disordinare il mondo, non cambiarlo razionalmente. La forza che lo alimenta e lo spinge è anche il suo limite intrinseco.

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Sul trickster, P. Radin,  C. G. Jung, , K. Kerényi  (1954), Il briccone divino, Bompiani, Milano, 1965; per la distinzione tra setta e chiesa, E. Troeltsch, Die Soziallehren der Christlichen Kirchen und Gruppen (1912), tr. it.  Dottrine sociali delle Chiese e dei gruppi cristiani, 2 voll., La Nuova Italia, Firenze 1949

mercoledì 6 febbraio 2013

Carlo Freccero sulla televisione

Freccero 1

Lo stanco Berlusconi che al Giorno della Memoria sostanzialmente elogia Mussolini ha ispirato indignate risposte nel merito, e bisognava pur darle. Ma l'esito cercato e sistematicamente ottenuto, dal sonnolento Omero delle nostre sghembe epopee non era a favore degli estremisti di destra: era la conquista dei titoli di apertura di tutti i tg e di tutti i giornali, in una giornata a lui sistematicamente ostile. Errore delle sinistre: pensare che il "codizionamento dell'elettorato riguardi, come nell'età moderna, [...] le singole affermazioni e l'ideologia ufficiale, piuttosto che il medium in sé e la sua influenza protratta nel tempo".


Freccero 2

"Nell'epoca della privacy, l'osceno riguarda l'esibizione del privato e di sentimenti". Da qui i reality, e il loro fallimento: "Per funzionare il reality deve far spettacolo del privato, ma nel momento in cui si esibisce, il privato non è più tale e si fa spettacolo".


Freccero 3

[sembra uno scioglilingua] "non è il vip che attira il gossip, ma è il gossip che costruisce il vip"
 

 

Stefano Bartezzaghi
L'eretico che svela i segreti della tv
la Repubblica, 6 febbraio 2013


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Freccero si pone un problema, e ciò facendo rivela il suo debito verso il migliore materialismo storico del '900: qual è il livello dell'influenza che la sovrastruttura culturale, quella filtrata dai media, esercita oggi sulla costruzione della percezione quotidiana delle relazioni sociali? Esiste una "surrealtà", una realtà sovraordinata, extraesperienziale, che colonizza gli immaginari e li globalizza. Un antesignano di questa concezione, tra gli altri, è il Cronenberg di Videodrome, laddove però tutto precipita nel disfacimento dei corpi, sostituiti dalle fantasie paranoidi. Per Carlo Freccero (ma penso anche ad un altro autore fondamentale, in tale senso, come Alberto Abruzzese) Berlusconi è l' "avvento del tempo messianico" in politica di un'epoca della non solo pop (Carlo Galli) ma anche dell'assenza del legame fisico, sostituito dalla proiezione identificativa sull'immagine del leader (Marco Belpoliti). Mi si obietterà che non c'è nulla di molto diverso dalle esperienze di national rebuilding dei totalitarismi. Effettivamente, rispondo io, abbiamo a che fare con un nuovo totalitarismo che trova nei paradigmi populisti (la democrazia senza la Costituzione, Carlo Donolo) il suo perno ideologico e nella cacofonia informativa la sua coltre protettiva più efficace. Il messianesimo di Berlusconi, lungi dall'esaurirsi con la sua persona, è un canone della politica che ha sostituito la politica medesima, l'unica soglia di sbarramento al tecnicismo agro (e falso) delle élites defezioniste (sempre Donolo). Freccero racconta che cosa avviene in ognuno di noi quando siamo attraversati dallo sguardo di Berlusconi. Diceva il Moro di Treviri "che tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria", epitaffio della verità nell'età del relativismo storicistico...

Claudio Vercelli