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venerdì 3 agosto 2018

La Grande Madre



 


























Silvia Ronchey

A maggio si celebrano Maria e tutte le mamme Una festa che deriva dal culto più ancestrale: quello che, da Iside a Venere fino alla madre di Gesù, spinge il mondo (maschile) a invocare divinità femminili
Uomini turbati dalla musica quando sentono una calda voce femminile nera cantare un blues. Uomini rapiti dalla scrittura che non sanno dare altro nome al simulacro di donna che li ispira se non quello di "musa". Poeti, come Keats e Leopardi, che dialogano con il volto triforme della luna. Uomini che attraversano ogni giorno una folla muta di madri divine dal capo velato che li guardano nei musei, ai trivi delle strade, rinserrate nelle edicole sacre, calamitate sui cruscotti delle auto. Uomini che dialogano con altri uomini in una seduta psicoanalitica mentre aleggia su di loro la presenza costante di un complesso di natura femminile. Chi sono questi fantasmi di donne che popolano la vita dei maschi? Sono tanti e diversi? Oppure è uno solo, quello della Madre Eterna?
Considerata l'esperienza degli esseri viventi di questa terra, dov'è nell'animale femmina che fisicamente si forma la vita, credere in un principio creatore non maschile, com'è il dio del cristianesimo e già dei giudaismo e poi dell'islam, ma femminile, è stato in origine più immediato, più intuitivo. Anziché a un Dio Padre, l'umanità è stata a lungo devota a una Dea Madre.
Nei miti delle culture da cui nasce la nostra — mesopotamica, egizia, greca, italica, romana — il volto mutevole di questa dea emerge in diverse personificazioni e prende molti nomi: Ishtar-Astarte-Afrodite–Venere; Ecate triforme, come tre sono le fasi della vita e tre quelle della luna; Demetra-Cerere e Persefone-Proserpina; Cibele, Artemide-Diana. «Progenitrice della natura, signora degli elementi, / germoglio dell'inizio di tutti i tempi, somma potenza, / regina dei Mani, prima tra i celesti, / unico volto di tutti gli dèi e di tutte le dee, / che col cenno del suo capo comanda / alle luminose sommità dei cieli, / ai freschi venti del mare / e al fecondo silenzio sotterraneo: / la sua unica volontà venera in molti modi, / secondo differenti usanze e molti nomi, / tutta la terra».
Non è una preghiera rivolta a una delle divinità femminili pagane elencate sopra, ma un brano tratto da una liturgia mariana medievale.
Perché se il cristianesimo impernia il suo credo su un unico Dio Padre, è anche l'unica tra le religioni del libro a lasciare sopravvivere, nella sua versione ortodossa e cattolica, la grande e ancestrale tradizione della divinità femminile. Nella figura della Madre di Dio — la Theotokos bizantina, su cui i primi concili ecumenici hanno tanto dibattuto — convergono molti tratti della Grande Madre e delle varie divinità femminili in cui si è espresso il suo culto. È un culto principalmente lunare. Perché nel grande ricamo astrale in cui tutte le antiche religioni dispiegano i loro miti e i loro dèi la divinità femminile in cui convergono tutte le altre è la Luna: La Dea Bianca di Robert Graves, la Casta Diva «che inargenta queste sacre antiche piante» della Norma di Bellini. Poiché il ciclo naturale delle messi implica la morte e la rinascita del seme, la Grande Dea è sempre connessa a culti legati al ciclo morte-rinascita, e questo ciclo è simboleggiato dalla Luna fin da tempi antichissimi. In seguito con la divinità lunare si identificheranno principalmente Diana, la dea che reca la falce di luna in fronte nell'iconografia classica come ancora nei quadri rinascimentali e barocchi, e una divinità di origine egizia, Iside, che diventerà la Madre Nostra per eccellenza della grande e unificata cultura mistico-religiosa, ma anche filosofica, poetica e letteraria, dell'impero romano. A lei Lucio Apuleio, al termine de Le metamorfosi, dedicherà la sua preghiera: «Regina del cielo — che tu sia Cerere la ristoratrice madre delle messi, o che tu sia invece Venere celeste, che ai primi esordi delle cose ha composto la discrepanza dei sessi creando Amore; o che tu sia Artemide, la sorella di Febo Apollo; o che tu sia la tremenda per notturne grida Proserpina, che con il triforme aspetto reprime le sortite degli spettri e tiene serrati i battenti degli inferi — Tu che con la tua luce femminile illumini tutte le mura e con i tuoi raggi umidi nutri i lieti semi e in rivoluzioni solitarie dispensi la tua fioca luce, con qualunque nome, con qualunque rito, sotto qualunque aspetto sia lecito invocarti, assistimi nelle mie sventure».
Erano già propri di Iside gli epiteti che lungo i secoli sono stati attribuiti alla Madonna: "Santa Vergine", "Regina del Cielo", "Dispensatrice di Grazie", "Regina del Mare", "Stella Mattutina", "Salvatrice", "Madre Misericordiosa che ascolta le preghiere". E ricorda da vicino l'iconografia della Madonna la descrizione visiva che Apuleio dà dell'epifania di Iside, con i lunghi capelli e il manto fluente disseminato di stelle. Gli studiosi di icone bizantine hanno ricollegato la rappresentazione di Iside lactans, ossia di Iside che allatta Horus, a una tra le più diffuse tipologie delle icone mariane, quella della Vergine Galaktotrophousa, che allatta al seno il Bambino Divino.
Ad accomunare il culto della Madonna a quello delle figure che nella religione classica ha assunto la Grande Dea è quindi l'adorazione di una coppia sacra madre-figlio, come nel caso di Iside, o anche madre-figlia, come nel caso di Demetra e Proserpina. È lo status di Mater Dolorosa, che accomuna sia Demetra in lutto per la figlia rapita nell'Ade - che periodicamente risorge insieme alle messi nella stagione primaverile (un mistero al cuore dei misteri eleusini) - sia Iside (il cui mito stringe in un unico nodo simbolico la coppia sposa/sposo e quella madre/figlio). A strutturare la figura della divinità femminile è questo ulteriore e saliente attributo: il compianto per il figlio perduto, il mistero della sua resurrezione.
Il fatto che il cristianesimo faccia sopravvivere nella figura della Madre di Dio la grande tradizione della divinità femminile, e il fatto che nella Madonna convergano i tratti della Grande Madre e delle varie divinità in cui si è espresso il suo culto, non fa che dare spessore e profondità di significati alla figura della Vergine, ai suoi attributi, alla sua iconografia, alla sua storia devozionale: ci aiuta a decrittarla.
Ma certo non implica che la Madre di Dio cristiana sia semplicemente una delle ipòstasi della Grande Madre. Qualcosa di molto singolare si è aggiunto, e molti hanno cercato di descrivere cosa sia, in termini teologici, filosofici, letterari, poetici. In un testo che risale al VII secolo bizantino, l'Akathistos, quello che i teologi considerano il più bell'inno mariano dell'antichità, la Grande Madre è invocata come «Madre dell'Astro che non tramonta, colonna di fuoco che guida chi è nella tenebra, roccia che disseta chi ha sete di vita, albero dai lunghi rami che dà ombra a migliaia, amore soverchiante ogni desiderio, iniziatrice di nuova forma razionale, raggio del sole intellettuale, freccia di luce inoffuscabile, tesoro di vita indissipabile, terapia della carne, salvezza dell'anima», ma soprattutto, ricorrentemente, come «sposa non sposa».
Nel mondo ortodosso l'Akathistos si canta spesso, ma è particolarmente commovente ascoltarlo in un qualsiasi monastero maschile greco la notte tra il 14 e il 15 agosto, in occasione della festa dell'assunzione in cielo della Vergine — un vero asterismos, simile a quelli della tradizione classica — quando scure e melodiose voci di uomini soli invocano la Theotokos affiancando quell'accento di pura metafisica che contraddistingue la teologia bizantina all'invocazione struggente di una Madre lontana.
La perturbazione ancestrale prodotta nella psiche maschile dalla Grande Madre è insopprimibile proprio perché sotterranea, universale perché collettiva e popolare.
La preminenza femminile, la potenza della donna, nella tutto sommato non lunga storia del mondo patriarcale possono essere state rimosse in termini sociali, economici, politici, perfino programmaticamente negate in termini culturali, ma la struttura psicologica, che si riflette in quella religiosa, permane anche e soprattutto nel maschio.
Donna, domna, domina: signora.
Il nome che si dà oggi all'individuo umano femmina, ancora per molti aspetti subalterno, è già etimologicamente, nel suo affiorare alla lingua, un appellativo sacrale.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/05/09/carne-e-salvezza-e-luomo-creo-la-dea-madre32.html

martedì 1 settembre 2015

Hillman, erede di Jung

Luigi Zoja
La psicologia archetipica di James Hillman, una terapia per la civiltà

Il grande cuoco non è necessariamente chi ti fa gustare una cosa squisita: con gli ingredienti e i fornelli di oggi questo è diventato relativamente facile. Il vero maestro è chi ti spiega cos’è la buona cucina in un libro o in una conferenza, lasciandoti ancor più convinto che se l’avessi assaggiata. Anche nella musica potrà passare alla storia soprattutto chi te l’ha fatta capire col racconto, senza farti sentire una nota. Cosa c’entra questo con Psicologia alchemica, il testo di James Hillman apparso ora da Adelphi? È quasi la stessa cosa: questo libro farà fare al lettore il più grande viaggio fra i colori della sua vita attraversando 442 pagine rigorosamente in bianco e nero, senza nessuna illustrazione.

Hillman è stato a volte chiamato il più grande psicologo dei nostri tempi: ma è soprattutto un grande narratore. Sono sempre necessarie delle immagini per raccontare le immagini? Quello che noi chiamiamo “vedere”, ci dicono le neuroscienze, non è un fenomeno esterno, appartenente agli oggetti che osserviamo: è costituito da una serie di riflessi che si producono dentro di noi. Hillman porta questa verità al suo estremo: ci fa vedere i colori usando soltanto il racconto.

In un mondo di riproduzioni industriali tecnicamente perfette è un “miracolo” di cui abbiamo bisogno per continuare a considerarci uomini che usano la propria mente. Le immagini oggi sono perfette, si trasmettono sugli schemi attraverso il globo, a costi ridicoli e a velocità supersoniche: ma sono ormai tutte “là fuori”. La nostra fantasia, la creatività interiore che chiamiamo immaginazione, anzi, tutta quella entità che gli antichi greci chiamavano psiche, si inaridisce e muore per mancanza di esercizio. Il coro dell’Antigone ha descritto per sempre l’essenza dell’uomo senza mostrare un uomo. Hillman, a differenza di Sofocle, è anacronistico nel mondo della riproducibilità tecnica illimitata. Ma compirà il miracolo: costringere molti a comprare un libro per capire i colori attraverso pagine che non ne contengono.

Una delle poche notizie biografiche che James Hillman raccontava volentieri era: “Nato nel 1926 ad Atlantic City, in una stanza d’albergo”. Non era un pettegolezzo buttato a caso, ma un emblema. La città sull’Atlantico, che ne prende il nome, calzava a pennello con la sua nascita: era cittadino dell’Occidente, di qualunque sponda atlantica. Si trovava a suo agio nella classicità greco-romana e nel Rinascimento toscano come nella ipermodernità di New York o del Texas.



Come per Ulisse, per James Hillman contava poco la residenza fissa. È sempre stato alla ricerca. Non ha viaggiato per vivere, ha vissuto per viaggiare, tanto fra le forme di conoscenza che fra i continenti. Come Ulisse, era spinto da curiosità personali. Ma sapeva raccontare quello che aveva trovato in modo da far sentire che riguardava tutti.

Chi era? Che professione esercitava? Come voleva esser chiamato? Hillman è stato, prima di tutto e in senso molto ampio, un autore. Ma pensare  alla sua identità lascia ancora incerti. Ricordo la sorpresa (sua e  di noi ascoltatori) quando ad una conferenza stampa gli chiesero come si definiva. Perché esitava a rispondere? Si trovava in Italia per il suo settantesimo compleanno: a quell’età doveva aver avuto tempo di pensarci. Si passò la mano sulla fronte e sugli occhi, con un gesto lento, schivo, molto suo, raccogliendo nel palmo il passato: “Quello che mi viene in mente, rispose, è solo un termine tedesco, per giunta un po’ antiquato: Kulturkritiker. Forse in italiano si può tradurre semplicemente critico della cultura: qualcosa che comprende l’analisi psicologica, sociale, storica, ma non coincide con nessuna di esse”.

Queste parole che sembrano appartenere al passato sono probabilmente qualcosa che lo descriverà anche nel futuro: Hillman non è stato tanto un terapeuta che aiuta pazienti i quali si interrogano su se stessi, quanto una quintessenza di cultura euro-americana che aiuta tutto l’Occidente a capirsi.
Richiederà molto tempo valutare chi come lui non ha vissuto solo a cavallo di due continenti, ma anche di due secoli, di diverse culture e generazioni. Il primo, monumentale volume della biografia hillmaniana scritta da Dick Russel è uscito in questi giorni e saranno necessari anni prima che sia pronto il secondo. Ma si può già chiaramente dire quale, fra le diverse personalità che gli sono state assegnate, è destinata a sopravvivere.

In una pubblicazione del 1998 (Post-Jungians Today, a cura di Ann Casement, ed. Routledge), il filosofo australiano David Tacey attribuiva a Hillman quattro identità, quasi fossero reincarnazioni successive: la prima, analista junghiano; la seconda, fondatore della psicologia archetipica; la terza, ecopsicologo, la quarta autore pop. Dietro a queste etichette sta una realtà più lineare. Hillman ha studiato negli anni ’50 e ’60 allo Jung Institut di Zurigo. Ha potuto ancora incontrare Jung ed è diventato direttore didattico dell’Istituto. Ha poi fondato la psicologia archetipica (seconda fase), ma senza mai rinnegare il maestro. Con la fine degli anni ’80 ha riportato all’attualità una riflessione centrale sia al pensiero di Freud che a quello di Jung, ma gradualmente dimenticata nella seconda metà del Secolo XX: quella clinica è solo una, e forse neppure la più importante, fra le applicazioni della psicoanalisi. Essa è (come in qualche occasione ho avuto modo di dire), non un particolare contenuto, ma uno dei grandi contenitori della modernità: una delle rivoluzioni che l’hanno sconvolta dalle radici. Anzi, quella che l’ha riformulata proprio partendo da ciò che non si vede, da quelle radici del pensiero che la psicoanalisi ha chiamato “inconscio”.

Hillman ha riformulato il problema nel seguente modo. Gli psicoanalisti si guardano allo specchio e aiutano i pazienti a farlo: ma è tempo che gettino lo sguardo attraverso le finestre (la sua terza fase, che non è stata solo “ecopsicologia”, ma osservazione ampia del mondo esterno dopo di quello interiore). Nella sua vita concreta questa trasformazione di interessi coincise con la coraggiosa decisione di rinunciare ai pazienti, vivendo solo dei proventi di conferenze e libri. Da quel momento, alcuni dei suoi testi ebbero più diffusione di prima. Venne anche invitato a trasmissioni televisive: ma, come tutti possono constatare prendendo in mano Psicologa alchemica, la sua produzione rimase assolutamente colta e senza concessioni commerciali (certo non “pop”).

La morte di Jung aveva lasciato, come accade ai grandi, più di una eredità. Da una parte le idee sulla formazione dei simboli nella psiche e lo studio della sua evoluzione individuale. Dall’altra (quella scelta da Hillman), l’intuizione che esista una psiche inconscia universale. Miti e divinità possono essere straordinariamente simili in popoli ed epoche ben diversi: devono dunque essere nati da questo comune inconscio collettivo. La prima eredità conduce alla via della clinica. La seconda porta agli archetipi, forme del pensiero ereditarie, non apprese ma sempre presenti nell’inconscio: conduce a una riflessione filosofica e culturale, coraggiosa perché non porta ad applicazioni immediate, mentre si sovrappone con altri campi del sapere (antropologia, storiografia, storia delle religioni ecc.) causando diffidenze e rivalità. Questa però, se regge alla prova del tempo, ha un risultato indiretto ancora più importante: diviene terapia della civiltà, critica dei mali del mondo e del tempo in cui viviamo. Hillman la imboccò senza esitazioni. Fondando la “psicologia archetipica” riscoprì e applicò a quelli che Freud aveva chiamato “disagi della (o: nella) civiltà” l’antica idea di anima mundi. Durante una intervista che gli feci nove anni fa, arrivammo alla conclusione che, senza esserne del tutto consapevole, aveva proposto proprio quello di cui la nostra frenetica post-modernità ha più bisogno.

Tutto intorno cambia: la rivoluzione delle comunicazioni (telefonia mobile, internet), quella demografica (crescita esponenziale degli anziani e delle migrazioni), e così via. Se è vero che ormai ogni generazione, quasi ogni decennio porta più sconvolgimenti di quanti prima ne portasse un secolo, l’aumento di depressioni, ansie, nevrosi, più ancora che a patologie singole è dovuto a un generale e permanente senso di instabilità. Ma si può curare solo con terapie individuali quello che è così visibilmente uno squilibrio generale? Sapere dalla “psicologia archetipica” di Hillman che la stabilità degli archetipi non appartiene solo alla psiche individuale, ma all’anima del mondo, ha contribuito a rifondare lo studio delle trasformazioni profonde della nostra cultura. Contemporaneamente ci ha rassicurato narrando che essa è ancorata a fattori immutabili, di cui avevamo disperato bisogno.

L'articolo è apparso all'interno di Alias de il manifesto di domenica 14 luglio 2013
Inoltre http://www.silviaronchey.it/articolo/3/44/Breve-ritratto-di-James-Hillman/
https://www.youtube.com/watch?v=y6YZqhhx4ZQ

Intervista di Silvia Ronchey a Hillman https://vimeo.com/58783215