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mercoledì 8 aprile 2026

Sandokan e il suo mito


inseguendo le tigri di Mompracem

Monza. Alla Villa Reale una rassegna riprende il mondo di Salgari (complice la rinnovata mania per Sandokan): è un teatrino orientaleggiante e pieno di oggetti, perché l’autore (che mai visitò i luoghi) ne fece un luogo immaginario, non reale

Giorgio Villani
Il Sole 24ore, 5 aprile 2026

La stucchevole serie televisiva ispirata a Sandokan uscita recentemente (con un languido attore che fa l’occhio di pesce nelle vesti del selvaggio pirata) ha avuto se non altro il merito di riportare l’attenzione su una figura cara al nostro immaginario, almeno quanto quella di Pinocchio. Se ai libri del ciclo salgariano aggiungiamo anche la cinematografia e i fumetti – come fa vedere questa esposizione «Sandokan. La Tigre ruggisce ancora» allestita in maniera simpaticamente scenografica nell’Orangerie della Reggia di Monza – dovremmo concludere, anzi, che il signore di Mompracem fece ancora più strada del burattino di Collodi.

Nella sua concezione originale, Sandokan è un re barbaro spodestato, feroce come un Saladino. Salgari lo realizzò con gli scampoli di tanti eroi romantici, a volte attingendo a Byron, altre a Hugo, più spesso ai loro imitatori. Ribelle e bandito – più simile al Karl Moor di Schiller che non all’Ernani di Hugo – Sandokan, sebbene crudele, ha un animo prodigo e un’indole generosa e cavalleresca che lo distinguono dalla sua ciurma. È come se nel suo carattere si rispecchiasse la formidabile natura del paesaggio malesiano: tanto che più volte lo si trova paragonato al vento che soffiando sradica tutto ciò che gli si frappone, agli uragani violenti dei tropici e alla tigre dalla quale prende il soprannome.

Le tigri di Mompracem è il primo dei libri a lui dedicati. Uscì nel 1900 per l’editore Donath in una bella stampa che possiamo vedere fra gli oggetti esposti. All’epoca i critici non perdonarono all’autore gli ingenti debiti letterari né tantomeno il dannunzianesimo ingenuo, al quale deve imputarsi l’abuso d’espressioni enfatiche e ridondanti. Ma il pubblico fu più generoso. La sua India, lussureggiante e guerresca, piacque. E nonostante lo scrittore, come tanti romanzieri d’appendice malati d’esotismo, non vi avesse mai messo piede, seppe in compenso ravvivarne il colore per mezzo del vocabolario. Scrisse pharos, giunca, kriss e altri termini tecnici (come il Vate, suo maestro, aveva impiegato i lemmi del Dizionario tecnico marinaresco di Alberto Guglielmotti) dalle consonanti rotonde e sibilanti, che sapevano d’Oriente all’orecchio prima ancora che all’intelletto. Poi ci furono le fonti che questo sedentario compulsava nel suo studio, lavorando con la lena disperata di un bracciante. Mappe, soprattutto, memorie e libri, illustrati il più delle volte in quei colori di delicato acquerello che rendono ancora oggi così deliziose le stampe del XVIII secolo.

Più di tutti ebbero peso i resoconti di viaggio – apparsi sul «Bollettino della Società Geografica Italiana» e su altre riviste scientifiche – di Odoardo Beccari, un naturalista fiorentino che soggiornò nel Borneo, dove fu ospite di James Brooke, il rajah bianco antagonista di Sandokan. Salgari prese spunto dalle relazioni di Beccari per descrivere i costumi delle popolazioni locali, per delineare i suoi personaggi e persino per alcuni episodi della narrazione; sicché può dirsi che Sandokan, insieme alla sua masnada d’audaci predoni, debba la vita al suo nemico giurato.

Nel 1868, tuttavia, James Brooke moriva e il nipote Charles ereditava il regno di Sarawak. Fu questi nel 1898 a far dono a Umberto I d’una importante collezione di vesti, ornamenti, strumenti musicali e armi provenienti dal Borneo (subito confluita nel Museo etnografico di Roma) che i curatori hanno diligentemente raccolto in mostra. Tutti oggetti, questi, che avrebbero costituito l’humus dal quale sarebbe poi nata la tigre di Mompracem. Forse anche perché il manufatto isolato, in quanto frammento d’una civiltà remota, è particolarmente adatto ad alimentare la fantasticheria. Non è così, d’altronde, che nacque, fatte le debite proporzioni, il sonetto Ozymandias di Percy B. Shelley? Li troviamo, tali reperti, nelle prime sale, all’inizio d’un percorso che comprende anche i costumi della celebre serie televisiva di Sergio Sollima, le illustrazioni originali e tutto il materiale d’invenzione che servì alla costruzione dell’immaginario romanzesco. In una delle sezioni vediamo anche ricostruito con vivace fedeltà il covo del pirata tale e quale viene dipinto nel capitolo iniziale di Le tigri di Mompracem: «le pareti sono coperte di pesanti tessuti rossi, di velluti e di broccati di gran pregio … nel mezzo sta un tavolo d’ebano, intarsiato di madreperla e adorno di fregi d’argento, carico di bottiglie e di bicchieri di puro cristallo … in una confusione indescrivibile stanno sparsi tappeti arrotolati, splendide vesti, quadri dovuti forse a celebri pennelli, lampade rovesciate». Un insieme che traduce bene l’impressione di pittoresca rigatteria del brano originale, stendendo un velo di malinconica tenerezza su questo universo salgariano e su quel suo tropico ingenuo, screziato di ribalderia: un tropico «di maniera, / un poco falso, come piace a me», come avrebbe detto un altro fanatico d’Oriente, Guido Gozzano, che pure si sarebbe volto un giorno verso la cuna del mondo.


Sandokan.
La Tigre ruggisce ancora

A cura di Francesco

Aquilanti e Loretta Paderni


giovedì 26 marzo 2020

Il mappamondo di Giacomo




Massimo NataleIl canto di Leopardi è un campo lungo
il manifesto 1 marzo 2020

L’ultimo lavoro di Gilberto Lonardi, Il mappamondo di Giacomo Leopardi, l’antico, un filosofo indiano, il sublime del qualunque (Marsilio «saggi», pp. 267, € 25,00) corona il lunghissimo corpo a corpo del suo autore con la poesia leopardiana, e arriva al culmine di una trilogia aperta da L’oro di Omero (Marsilio, 2005), e proseguita più di recente con L’Achille dei ‘Canti’ (Le Lettere, 2017). È piuttosto chiaro sin dai titoli citati che un tale, continuo confronto si imperniava, fin qui, sull’amore incontrastato che Leopardi nutre da subito per la Grecia antichissima («Cosa terribile: non aver conosciuto Omero» scriveva per esempio Giacomo, introducendo la Titanomachia di Esiodo da lui tradotta nel 1817, mostrandosi a tutti i costi come un graeculus). Ma ora Lonardi, oltre a risalire di nuovo con Leopardi verso l’Antico – vedi per esempio la splendida lettura della canzone Alla sua Donna (1823), segnata dall’attenzione di Giacomo per un lirico come Anacreonte – sposta il suo sguardo verso un altro epicentro profondo della scrittura leopardiana, ovvero l’Oriente. In questa indagine alla dimensione-tempo si sostituisce dunque – o meglio si affianca – una dimensione decisiva per l’impulso immaginativo di Leopardi, cioè lo spazio: ecco il motivo di quel mappamondo scelto allora per il titolo. Ed eccoci, d’altra parte, davanti a un’altra «lunga durata» leopardiana, cioè l’interesse che Giacomo riserva al mondo orientale, che comincia almeno con un’opera di compilazione erudita come la Storia dell’astronomia – scritta a soli quindici anni, nel 1813 – e arriva fino a uno dei capolavori del Leopardi poeta, cioè il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: una lirica che è, infatti, il nucleo principale di queste pagine, e a cui è dedicato il capitolo più cospicuo del volume.
Che l’immaginazione di Leopardi si dedichi con forza all’Oriente lo si capisce in effetti da vari momenti, anche a stare al solo Zibaldone di pensieri, nel quale Giacomo si appunta l’ipotesi – nell’aprile del 1826 – di far pronunciare un discorso sul Male proprio a un «filosofo antico, indiano». Ma è il pastore del Canto notturno a coniugare perfettamente questa sincronia fra Grecia originaria e Oriente: il pastore canta come un antichissimo aedo, addirittura mimando la formularità delle omeriche ‘parole alate’ (questo, per Lonardi, il segreto della ritornante rima in –ale, che attraversa l’intera lirica). E, al contempo, lo stesso pastore torna proprio al problema filosofico del Male («A me la vita è male», dice un verso memorabile del Canto notturno), affrontato con l’aiuto di alcuni grandi nomi o figure del mondo orientale: da Arimane – dio malvagio cui Leopardi vorrebbe dedicare addirittura un inno, del quale resterà poi soltanto un abbozzo – fino a Buddha, le cui verità sembrano stingere su alcune conquiste della riflessione leopardiana, come l’idea che l’intera realtà sia malvagia («Tutto è male», si legge in una vertiginosa pagina dello Zibaldone, nel 1826). O che lo stesso «principio delle cose, e di Dio stesso» sia «il nulla» (così Leopardi, di nuovo nello Zibaldone, già nel 1821): fra letture e scorribande nelle stanze silenziose della biblioteca paterna ci troviamo di fronte ad alcune acquisizioni e ad alcuni percorsi davvero nuovi, pur nel mare magnum di una critica sempre in movimento come quella leopardiana. Ma più di tutto conta che questa forte attrazione per l’Oriente abbia infine bisogno, per inverarsi, di quell’oggetto ricco e strano che è la poesia: abbia bisogno di un canto.
Ciò che soprattutto contraddistingue il lavoro di Lonardi è, di conseguenza, l’assoluta priorità che qui viene accordata al fatto poetico, anche al di là del tema orientale. Basterà considerare, per intendersi, queste poche righe: «I grandi poeti è appunto nell’atto del fare poesia che spesso ‘afferrano’ un di più: vedono oltre la loro vista (…). La loro poesia riconosce, sa oltre quanto loro stessi sanno; sa qualcosa o molto che lei solo afferra e manifesta». Al lettore si mostra presto un’evidenza: per Lonardi non c’è alcun possibile incontro con il pensiero di Leopardi se non ci si misura anche con la trama dei versi e delle rime, insomma con l’ambiguità della poesia. È significativo, in tal senso, che questo studio si chiuda con un capitolo dedicato proprio al titolo del libro di liriche leopardiano, cioè Canti: un titolo assolutamente nuovo per la tradizione italiana, eppure – insieme – potentemente antico, in debito con quell’oralità arcaica di cui Leopardi sente forte la seduzione, e proprio nel giro di tempo – teste lo Zibaldone, grosso modo fra il 1828 e il 1830 – in cui nascono i cosiddetti canti pisano-recanatesi, e dunque lo stesso Canto notturno.
Tenere al centro il Leopardi poeta non significa qui, tuttavia, fare di Leopardi soltanto un grande classico della tradizione lirica italiana. Significa, piuttosto, rendersi conto che proprio all’altezza dell’esperienza leopardiana la tradizione nostrana si estingue e comincia qualcos’altro. Si potrebbe dire che il libro dei Canti è fra i primi campioni della modernità poetica a interiorizzare un’impossibilità, una sorta di scacco della poesia, incapace di dire fino in fondo la realtà (e infatti, in una delle ultime pagine del libro, Lonardi ricorda proprio l’impuissance della poesia moderna per come la diagnosticava fra gli altri Mallarmé). Leopardi è insomma la vetta ultima di una tradizione – che guarda in realtà fino alla lirica greca, ben oltre le sue origini romanze – e che al contempo segna un corso diverso, «fa» lui stesso tradizione. Per questo è importante leggere Leopardi, per così dire, in campo lungo: tenendo conto delle sue radici, e insieme di quanto è venuto dopo di lui e è nato dalla sua stessa svolta. Ed ecco Lonardi ricorrere allora al Montale di Notizie dall’Amiata per La sera del dì di festa, oppure spendere il nome di Caproni per rileggere con piena ammirazione – e non come un idillio in ritardo o non riuscito, come è stato erroneamente fatto – il grande Tramonto della luna, scritto quando Leopardi è ormai vicino al congedo dall’esistenza.
L’ultimo Leopardi è anche il poeta che, all’ombra del Vesuvio, scrive la monumentale Ginestra, che i lettori hanno interpretato, in diversi modi, come una lirica-testamento, il cuore pulsante della fase finale della parabola leopardiana. Un indizio importante dell’originalità dell’atteggiamento critico che si incontra fra queste pagine è il fatto che Lonardi, quando guarda all’ultimo Leopardi, si scelga come punto elettivo non il più lungo e imponente fra i Canti, dedicato al fiore del deserto, ma una breve poesia, apparentemente marginale – che è peraltro la traduzione di una lirica francese di Antoine-Vincent Arnault – ovvero Imitazione, che nel libro leopardiano segue immediatamente la Ginestra, come un suo contraltare. Qui una foglia che cade dal proprio ramo – dunque un altro agente vegetale, come la ginestra, e ancora più in basso di lei nella scala dell’essere – pronuncia poche parole sapienziali sull’inesorabilità del ciclo naturale e sul mistero del reale («vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro», dice la foglia). Nell’immagine povera della foglia che cade Lonardi ritrova quel che lui stesso chiama – sfruttando un passo zibaldoniano – il ‘sublime del qualunque’: cioè l’idea che anche elementi periferici della realtà – una foglia, una pastore senza nome che innalza canti alla luna, il canto stesso di una filatrice – possano sprigionare il pathos della grandezza. Passa anche da qui la differenza di Leopardi, sempre valorizzata da Lonardi, diciamo pure la sua eccezionalità nel panorama della prima modernità italiana: dalla sua capacità di abbassare l’io, di mettergli la sordina, rendendo così la poesia il luogo di una creaturalità dolente e fraterna.

sabato 11 aprile 2015

Gli aiutanti domestici a Hong Kong



Luca Novarino

Queste foto raccontano la cosa più incredibile vista in questo viaggio.
A Hong Kong vanno di moda i sovrappassi: di fatto esiste una rete di passerelle che permettere di attraversare strade molto trafficate, spesso con tapis roulant e scale mobili. Questa "rete" di mobilità alternativa, molto bella ed efficiente, viene mantenuta pulitissima e spesso è adornata di fiori.
L'incredibile accade di domenica: si incominciano a vedere vecchietti con carrelli carichi di scatole di cartone piegate e, improvvisamente, queste passerelle vengono invase da gruppi di donne di ogni età, che con quelle scatole si costruiscono una specie di "casa" alternativa: c'è chi legge, chi guarda la televisione su un tablet, chi dorme, chi chiacchiera. In generale, ci si ritrova e si passa del tempo insieme.
A lato sfilano uomini di affari, turisti, gente comune. I due mondi sembrano ignorarsi del tutto.
Dopo aver visto quanto sopra accadere per due domeniche, ho chiesto informazioni: si tratta della comunità filippina, che festeggia, nella sua parte femminile, la Domenica.
In una città dove il reddito medio pro capite è di 55.000 USD (uno dei più alti al mondo), lo stipendio medio di un appartenente alla comunità filippina è 600 USD al mese. Gran parte di questi soldi vengono rispediti alle famiglie in Patria. Non possiedono case, o se le possiedono sono troppo piccole per ritrovarsi. Non spendono soldi, anche solo quelli per un bus per andare a qualche decina di km più in la, in mezzo al verde, e quindi si inventano una casa a 4 metri sopra il traffico e il rumore delle Bentley che sfrecciano dentro questo incredibile mondo.

 
Niccolò Pianciola 

In realta' non e' la comunita' filippina che festeggia la domenica. Sono le "domestic helpers", che lavorano e vivono (per legge) nelle case dei loro datori di lavoro e che hanno solo un giorno libero alla settimana. Lo passano all'aperto, il più a lungo possibile fuori dal proprio "luogo di lavoro". Ci sono altrettante (circa 150.000) indonesiane che fanno la stessa cosa e le domeniche si incontrano anche loro, musulmane, nei parchi e nelle piazzole sotto i grattacieli,. Le domestic helpers sono uno dei gruppi più discriminati di Hong Kong. Non possono accedere alla residenza permanente nella Regione Speciale Amministrativa nemmeno dopo decenni di lavoro a Hong Kong, e neppure se hanno figli nati e cresciuti a HK (ai quali peraltro viene pure negata la residenza permanente).

martedì 14 maggio 2013

Oriente e Occidente, la divergenza

Gianni Toniolo
Il Sole 24ore, 29 gennaio 2012

Daniel R. Headrick, Il predominio dell'Occidente. Tecnologia, ambiente, imperialismo, il Mulino, Bologna,pagg. 408, € 29,00
Ignazio Musu, La Cina contemporanea, il Mulino, Bologna, pagg. 204, € 13,00

L'evento che definisce la nostra epoca, gli ultimi vent'anni della storia universale, è la fine della "grande divergenza" tra l'Occidente e il resto del mondo, o - se si preferisce - tra le due estremità dell'Eurasia origine delle civiltà che nei secoli sono state più capaci di innovazione e sviluppo economico. La rivoluzione sottesa dalla convergenza iniziata nell'ultimo quarto del secolo scorso è talmente radicale che non stupisce il rinnovato interesse per l'origine e le cause della precedente "grande divergenza". Sul piano meramente quantitativo, non vi sono dubbi che, a partire dalla rivoluzione industriale di fine del '700, Europa e America settentrionale abbiano progressivamente ampliato il divario tra il proprio reddito per abitante, in rapida crescita, e quello del resto del mondo bloccato (con l'eccezione del Giappone) in una crescita nulla o molto modesta. Altrettanto largo consenso esiste nel ritenere che ancora nel quindicesimo secolo l'impero della dinastia Ming, con una popolazione pari a un quarto di quella mondiale, godesse di un reddito pro capite complessivamente pari o di poco inferiore a quello dell'Europa Occidentale e che alcune sue regioni uguagliassero quelle europee più sviluppate. Il disaccordo è, invece, sommo sui secoli compresi tra l'irrompere delle potenze europee nei mari dell'Oriente e l'avvio della rivoluzione industriale inglese. La scuola californiana, capeggiata da Kenneth Pomeranz (The Great Divergence, 2000), sostiene che l'economia cinese ha retto molto bene il confronto con quella europea sino, appunto, al momento in cui la rivoluzione industriale diede all'Occidente un (temporaneo) vantaggio sul resto del mondo. Di opinione opposta sono altri studiosi (con moderazione Rosenthal e Wong, Before and Beyond Divergence, 2011, più radicalmente alcuni storici quantitativi). Nell'ultimo decennio, l'interesse per l'origine della "grande divergenza" ha valicato il confine dei cultori di "storia globale". Era inevitabile che la straordinaria crescita di grandi Paesi di antica civiltà, a lungo emarginati nella dinamica dello "sviluppo economico moderno", producesse una orgogliosa rivisitazione del proprio passato, con toni più o meno velati di nazionalismo anti occidentale. Se fosse provato che Cina e India godevano a fine settecento di livelli di benessere paragonabili a quelli dell'Europa Occidentale, sarebbe assai più facile sostenere che la successiva "grande divergenza" sia stata frutto di un avido imperialismo. È questa, per esempio, la tesi sostenuta ora da un importante studioso indiano (Parthasarathi, Why Europe Grew Rich and Asia Did Not: Global Economic Divergence, 1600-1850, 2012).
Il contributo di Daniel Headrick a questo dibattito consiste nel mostrare come la relazione tra tecnologia e imperialismo sia più complessa di quanto comunemente si pensi. Non vi sono dubbi, per Headrick, sul predominio tecnologico dell'Occidente dal XVI secolo in avanti. Fino alla seconda metà del Quattrocento, la marina cinese era la prima del mondo. Avrebbe potuto continuare a esserlo se, per una serie di motivi, non si fosse deciso di tagliare le enormi spese necessarie a mantenere la flotta militare, limitando drasticamente anche il commercio oltremare. All'inizio del Cinquecento, la migliore tecnologia marittima era ormai in mano ai portoghesi. Bastò, da allora in poi, il predominio tecnico dell'Occidente a garantire anche un dominio "imperiale"? Non sempre. Molto dipese dall'ambiente in cui le diverse tecniche furono impegnate e dalla reazione-imitazione delle popolazioni locali, soprattutto dalla loro capacità di adattare a proprio uso alcune delle tecniche occidentali. La diffusione del vaiolo, da cui gli europei erano immuni, aiutò la loro penetrazione nelle Americhe ma le malattie autoctone africane agirano da potente freno alla penetrazione bianca nel continente. Le "vele e i cannoni" di cui parla Cipolla consentivano di dominare il mare aperto ma non di penetrare nelle acque interne dell'Asia. I cavalli si trasformarono in America da strumento di conquista ad arma di resistenza, una volta che le popolazioni locali impararono ad allevarli e adattarli alle grandi praterie. Francesi, americani e russi impararono a proprie spese in Vietnam e Afghanistan che il predominio dell'aria, decisivo in Kosovo, può anche rivelarsi controproducente. La conclusione di Headrick è che non sempre la tecnologia di frontiera costituisce la migliore risposta a un avversario: l'imperialismo ha avuto fortune altalenanti anche, forse soprattutto, per questo motivo.
Mentre fiorisce il dibattito sull'origine della "grande divergenza", il suo recente ribaltamento irrompe nella storia, nella nostra vita quotidiana. Fatichiamo a orientarci sulle cause della nuova convergenza e soprattutto capire se essa sia destinata a proseguire. L'Oriente, culla del nuovo sviluppo, ci sembra per lo più misterioso e quindi un po' minaccioso, come ai tempi di Marco Polo. Mezzo millennio di eurocentrismo ci ha disabituato a guardare oltre l'orto di casa. Ignazio Musu, da anni frequentatore e studioso della Cina, ci offre un'agile, leggibilissima, introduzione all'economia e alla società cinesi, a partire dalle riforme che stanno all'origine dell'incredibile rincorsa dell'Occidente da parte di un quinto della popolazione mondiale. Mentre discutiamo, anche su questo giornale, sulle debolezze e sul futuro del capitalismo, con la mente quasi ossessivamente focalizzata su Wall Street e dintorni, Musu ci introduce a un "capitalismo" che, malgrado un' apparente somiglianza, è molto lontano dalla più recente incarnazione occidentale. Si può ipotizzare, con tutti i necessari distinguo, che Stato e mercato interagiscano nella società cinese, in modi che assomigliano a quelli dell'Inghilterra del diciottesimo secolo? O a quelli cinesi del quindicesimo secolo? La domanda è azzardata e non piacerà a molti storici, economisti, politologi ma potrebbe aiutare a chiudere il cerchio di mezzo millennio di storia globale e orientare alcune riflessioni sulle opportunità, i rischi e le sfide che Musu vede nel futuro della Cina e non solo.