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sabato 28 marzo 2026

Balzac e l'economia

 


Pascal Riché
Gli economisti fan di Balzac da Marx a Piketty

Le Monde des livres, 28 marzo 2026 

Quando l'economista Thomas Piketty pubblicò Capital nel XIX esecolo (Seuil, 2013), i commentatori erano sorpresi che avesse dedicato molte pagine alle opere di Balzac o Jane Austen. Era per lui illustrare quella che era una società in cui la ricchezza poteva essere ereditata.

Per Piketty, però, nulla era più naturale, come spiega oggi: “Ciò che colpisce, quando legge questi due autori, è la loro intima conoscenza, molto precisa, quasi carnale, delle disuguaglianze del patrimonio. Per loro, questi non sono solo numeri, è il loro universo, sono i rapporti di forza in cui vivono. »

Dice che è stata la lettura di un passaggio di Padre Goriot (1835) che lo ha guidato sul tema delle disuguaglianze di ricchezza: quando Vautrin, figure in sostegno, spiega a Rastignac che se vuole essere ricco nella società, l’unica via possibile è un matrimonio ricco. “Rastignac capisce che non può raggiungere la società attraverso il suo lavoro da solo, anche con una carriera legale abbagliante. Volevo controllare”, spiega l’economista. Quest’ultimo ha scritto nel 2009 il suo importante articolo “Sull’evoluzione a lungo termine dell’eredità: Francia 1820-250” (in cui non menziona Balzac), poi il bestseller che lo renderà famoso in tutto il mondo.

Piketty non è il primo a trarre lezioni da Balzac per analizzare le disuguaglianze. L'autore di un altro Capitale (1867), Karl Marx, è stato anche un grande lettore dell'autore di La commedia umana, così come il suo partner Friedrich Engels. Secondo quest’ultimo, Honoré de Balzac pur essendo un legittimista – e quindi un sicuro reazionario – ha capito e raccontato il movimento storico che stava portando via il vecchio mondo. È un “maestro del realismo infinitamente più grande di tutti gli Zola passati, presenti e futuri”, ha detto in una lettera alla scrittrice e giornalista Margaret Harkness nel 1888. Nelle analisi marxiste del XX esecolo, Zola sarà quindi disdegnato, Balzac adulato. Il lavoro dello scrittore sarà analizzato da ogni angolazione a opera di pensatori marxisti come Georg Lukacs, Pierre Barbéris o Pierre Macherey.

Riempire l'ignoranza

Tre anni prima dell'uscita di Capital nel XXI secolo, un collega di Piketty, un altro specialista della disuguaglianza, Branko Milanovic, aveva aperto il suo libro The Haves and the Have-Nots (Basic Books, 2010) con due colpi di riflettori, uno su Orgoglio e pregiudizio (1813), di Jane Austen (quale era il vantaggio finanziario per Elizabeth di sposare il ricco Mr. Darcy?), l'altro su Anna Karenina (1877), di Leo Tolstoj (cosa ha guadagnato l'eroina per sposare Alexis Alexandrovich Karenina, che era allora tra l'1% più ricco del paese, poi si innamora del conte Vronski, che faceva parte dello 0,1%?).

Nel 2020, lo specialista fiscale Dan Shaviro ha continuato in questa vena eco-letteraria con letteratura e disuguaglianza (Anthem Press), dove analizza le strutture sociali di Inghilterra, Francia e Stati Uniti attraverso le opere di nove autori: Jane Austen, Honoré de Balzac, Stendhal, Charles Dickens, Anthony Trollope, E. M. Forster, Mark Twain, Charles Dudley Warner, Edith Wharton e Theodore Dreiser.

Un busto di Honoré de Balzac, il 16 ottobre 2014 al cimitero di Père Lachaise a Parigi.

In Francia, l'economista Claire Pignol, docente presso l'Università di Parigi-I Panthéon-Sorbonne, si è fatta una specialità per estrarre insegnamenti dalle opere di Balzac, Jean-Jacques Rousseau o Daniel Defoe. Secondo lei, la letteratura permette di colmare l’ignoranza dell’economia. “Aiuta a sentire i fenomeni che sfuggono al ragionamento. Perché i soldi sono accettati? Perché l'avarizia? Esplora le nostre contraddizioni, l’opacità che circonda i nostri comportamenti. Claire Pignol sta preparando un libro sul desiderio di ricchezza, che sarà irrigato con la letteratura.

 https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/03/28/les-economistes-fans-de-balzac-de-marx-a-piketty_6674839_3232.html

 

sabato 15 febbraio 2025

L'ultima spiaggia del capitalismo

 


Thomas Piketty, Il socialismo del futuro. Cronache, trad. S. Arecco
Baldini & Castoldi, Milano 2024

Se nel 1990 mi avessero detto che avrei pubblicato una raccolta di "Cronache" intitolata "Il socialismo del futuro", avrei creduto a uno scherzo di cattivo gusto. Dall'alto dei miei diciotto anni, avevo trascorso l'autunno 1989 ad ascoltare alla radio le notizie sul collasso delle dittature comuniste e del "socialismo reale" nell'Est Europa. Ma eccoci qui: trent'anni dopo l'ultracapitalismo ha passato ogni limite e, oggi, ritengo necessario riflettere sia su un nuovo superamento del capitalismo, sia su una nuova forma di socialismo, partecipativo e decentrato, federale e democratico, ecologico, multiculturale e femminista. La storia deciderà se la parola "socialismo" debba considerarsi definitivamente estinta ed essere sostituita. Io penso, per parte mia, che possa essere salvata. Non solo: penso che "socialismo" resti il termine più adatto per significare l'idea di un sistema economico alternativo al capitalismo. In tutti i casi, non è possibile limitarsi a essere "contro" il capitalismo o il neoliberismo: occorre anche e soprattutto essere "pro", favorevoli a qualcos'altro. Il che ci obbliga a individuare con precisione il sistema economico ideale che si desidera adottare, la società ugualitaria che si ha in mente, a prescindere dal nome che alla fine si deciderà di assegnarle. È diventato d'uso corrente dire che il sistema capitalista attuale non ha futuro, poiché accresce le disuguaglianze e annienta il pianeta. Non è scorretto dirlo, salvo che, in assenza di un'alternativa chiaramente espressa, l'attuale sistema ha ancora, di sicuro, una lunga vita davanti a sé.

Alfio Mastropaolo, Sdemocratizzazione, l'ultima spiaggia del capitalismo
il manifesto, 14 febbraio 2025

Sgombrando la paccottiglia populista venduta nei mercatini mediatici e accademici per trent’anni, la rielezione di Trump e il governo Meloni hanno rimesso in primo piano il suprematismo bianco in America e in Europa il nazionalismo etno-identitario.

Che minaccioso dilaga anche fuori dall’occidente. La derivazione della destra ultrà italiana palesemente deriva dal nazionalismo del primo Novecento. Tramite il fascismo, che ne fu forma estrema. Benché paia aver appreso i riti ufficiali della democrazia, non a caso cela a fatica la sua insofferenza. Donde la ferocia con cui cambia le norme, e rimuove ogni contropotere, che contrastino le sue intenzioni. A confermare la sua ascendenza, l’ha celebrata in pompa magna con una discussa mostra sul futurismo. Di qui breve è il passo alla grande tradizione reazionaria, sorta al tempo della Rivoluzione francese. Anti universalista, anti pluralista, anti politica, anti diritti dell’uomo, razzista, fatta d’idee, movimenti, partiti, tale tradizione è variegata e incoerente. Ma è l’altro polo della modernità politica, opponendo l’autocrazia a quell’insieme di tecniche di governo collegiale e condiviso che chiamiamo rappresentativo-democratiche. Da due secoli è la vera alternanza che agita l’Europa.

Viene rilegittimata la tradizione reazionaria dal «fascismo edulcorato», come l’ha definito Marc Lazar, di Berlusconi: il dolcificante con Meloni è finito. Purtroppo, non è il solo nemico del governo rappresentativo-democratico e dei valori sedimentati intorno ad esso. Non meno temibile è il capitalismo. L’inimicizia stavolta è più complessa. I ceti capitalistici nascenti furono decisivi per inventare il governo rappresentativo. Che non ha ancora imparato a fare a meno del capitalismo. Mentre non è vero il contrario. Ciò non toglie – la socialdemocrazia ne era consapevole – che il contrasto sia irriducibile. Il capitalismo si fonda sul primato dell’interesse privato. Il governo rappresentativo, pur se la pratica corrisponde di rado, si legittima invocando il bene pubblico. Benché possano convivere, la democrazia deve stare bene in guardia.

Ogni qualvolta l’autocrazia è prevalsa, i capitalisti – e i loro portavoce politici – erano in maggioranza dalla sua parte. Forse sta di nuovo accadendo. Le società democratiche paiono giunte al culmine di un percorso inesorabile di sdemocratizzazione intrapreso negli anni ‘70, in coincidenza con la crisi della manifattura e il declino dei profitti manifestatosi in quel momento. Da allora, la sdemocratizzazione è occorsa a più livelli. Il postfordismo ha devastato, senza opposizioni, il mondo del lavoro, la cui presenza organizzata era un contropotere fondamentale; welfare e diritti sociali sono stati smantellati; il solidarismo faticosamente penetrato nel senso comune ha ceduto il passo all’utilitarismo egoistico, alla riuscita personale, al merito, alla proprietà privata promossi a valori prioritari. Infine, sottomesse le amministrazioni pubbliche a una pelosa privatizzazione che le ha rese impotenti, sono state riscritte le regole della contesa politica. Chi vince la lotteria elettorale, si dice, è stato intronizzato dal popolo sovrano e governa perciò senza vincoli.

L’ultima mossa dell’odierna rapace variante di capitalismo è il suo pronunciamento a favore della destra ultrà. Già ha messo a sua disposizione mezzi finanziari e un’enorme potenza di fuoco mediatica, anzitutto esasperando la questione migratoria. Come negli anni 20 e 30 del Novecento, moderati e liberali spesso si accodano. Mentre le sinistre pagano i loro cedimenti. Quattro sopra tutti: hanno abbandonato la rappresentanza del mondo del lavoro e dei più deboli, hanno condiviso l’ubriacatura maggioritaria e hanno delegato ai tecnici, hanno soprattutto celebrato il capitalismo come dispositivo neutro e virtuoso: che faccia senza intralci il suo mestiere.

In realtà, il matrimonio con la destra ultrà può essere segno che il capitalismo occidentale sta incontrando difficoltà molto serie. Il neoliberismo ha perso smalto, l’assedio delle potenze emergenti è sempre più stringente, la crisi climatica è in atto. L’occidente a guida americana detiene paurosi mezzi militari, ma sul terreno della competitività perde colpi e i cittadini sono inquieti. Benedetta dagli elettori, l’inclinazione alla brutalità dell’ultradestra potrebbe sottomettere chi provi a resistere. Non fosse che le sfide che favoriscono il matrimonio fanno tremare i polsi, mentre le società occidentali sono troppo complesse per arrendersi come un secolo fa. La brutalità si può usare sui migranti che sono indifesi, con i nativi serve più cautela.

Orbene, se da qualche parte c’è una sinistra d’opposizione, disposta a far ammenda dei suoi errori, sarebbe suo compito accelerare il processo. Oltre denunciare gli oltraggi alla democrazia, facendosi apertamente portavoce delle vittime del capitalismo rapace, pianeta incluso; riscoprendo la democrazia come governo condiviso della cosa pubblica; rammentandosi che il capitalismo non è un dispositivo impersonale, ma un sistema di potere. Non avendo ancora appreso come liberarcene, nei suoi confronti si può riassumere una postura critica: per disciplinarlo, restringerlo e contrastarlo. Si può tornare a programmare e, in alcune sfere, va sostituito. Non è impossibile.