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mercoledì 3 dicembre 2025

Un programma per il futuro del paese

Pierluigi Ciocca
Un programma minimo per il paese fermo

il manifesto, 3 dicembre 2025

L’economia italiana continua a ristagnare. Dalla crisi della lira del 1992 il Pil reale è cresciuto a stento solo dello 0,7% l’anno, il peggior risultato dal tempo di Cavour. È prevedibile che l’intera legislatura si concluda nel 2027 con un simile, deludente, esito.

Nell’arco di un trentennio i politici non hanno provveduto, le imprese hanno investito poco e il progresso tecnico si è pressoché annullato. Dal 2014 l’occupazione è aumentata e la disoccupazione è scesa, ma solo perché i salari sono diminuiti e, essendo carenti gli investimenti, il lavoro ha sostituito capitale. Non è buona occupazione: è mal pagata, a bassa produttività, a scadenza o precaria, inferiore alle aspirazioni dei giovani, che emigrano.

Una azione di governo per la crescita e per la buona occupazione è necessaria, sebbene non sufficiente qualora le imprese non rispondano investendo e innovando. Le linee di tale azione – dopo l’ennesima legge di bilancio irrilevante per dimensione e contenuti – sono riassumibili, anche perché proposte invano, reiteratamente, dai migliori economisti.

Pubbliche finanze. Risparmi nei contratti di appalto e fornitura più esosi per lo Stato, nei trasferimenti della Pubblica amministrazione alle imprese, nelle spese militari, nel costo del debito devono unirsi a maggiori entrate da concessioni non più smaccatamente favorevoli ai concessionari e dal contrasto a una evasione oscena. Aprirebbero ampi spazi di risanamento dei conti della Repubblica, tuttora indebitata per il 140% del Pil.

Investimenti pubblici. Sono drammaticamente diminuiti dal 2009, con scadimento delle infrastrutture. Messa in sicurezza del territorio e dell’ambiente, sanità, istruzione, ricerca li richiedono con priorità assoluta anche perché il Pnrr è stato disperso in mille rivoli con moltiplicatore della attività economica inferiore all’unità ed è prossimo a scadere. Oltre alla utilità immediata questa spesa nel medio periodo può non gravare sui conti. Si autofinanzia, se il moltiplicatore è sufficientemente alto, con conseguenti aumenti di gettito e minori uscite per altre voci.

Distribuzione del reddito. La ripartizione degli averi è sperequata. Quasi sei milioni di italiani sono poveri, 13 milioni rischiano di diventarlo. Un riequilibrio si impone per ragioni di equità. Inoltre la progressività distributiva diffonde professionalità, potenzia il capitale umano, favorisce la crescita.

Concorrenza. Negli ultimi decenni profitti e rendite sono stati cospicui, a scapito dei salari, sebbene le imprese abbiano investito e innovato meno del passato. Se gli utili resteranno «facili» le imprese continueranno a investire poco, innovare poco, sostituire lavoro a capitale, con scarsa dinamica della produttività. Lo stimolo della competizione sulle imprese è presupposto essenziale dello sviluppo economico. Una volta assicurato il pieno utilizzo delle risorse non è compito dello Stato garantire il profitto, spacciando l’intento per una fantomatica «politica industriale» che regala danari pubblici ai privati, come la Confindustria non smette di chiedere.

Mezzogiorno. Il reddito pro capite del Meridione resta quasi la metà di quello del Nord, che pure vorrebbe una autonomia regionale favorevole, detta «differenziata». Il Sud progredirà solo se l’intera economia tornerà a crescere. E tuttavia una specifica azione che ne promuova lo sviluppo è indispensabile. Oltre ai migliori servizi – presupposto anche del turismo – vanno concentrati al Sud gli investimenti pubblici in infrastrutture e un nuovo «Iri», gestito in autonomia dalla politica, dovrebbe effettuarvi gli investimenti produttivi che i privati non realizzassero.

È fondamentale che questi indirizzi siano rivolti alla tutela delle categorie sociali che hanno sofferto e soffrono per il ristagno dell’economia. In una o più vesti si tratta di decine di milioni di cittadini: i salariati, i pensionati, i poveri, i contribuenti, i risparmiatori, gli anziani, i malati. A una tale, potenziale maggioranza va proposto un programma chiaro, in cui essa si riconosca e la induca a tornare al voto nell’interesse proprio e per il progresso generale del Paese.

mercoledì 12 novembre 2025

Declina il Piemonte con l'Italia

Gian Antonio Stella
Mirafiori senza Fiat. E il declino piemontese

Corriere della Sera, 12 novembre 2025

«Addio Fiat (ma anche Lancia, Alfa Romeo, Abarth...) a Mirafiori. Lo storico marchio scompare dalla facciata della palazzina degli Enti Centrali affacciata su corso Agnelli e corso Traiano. Davanti alla gradinata degli Enti Centrali, dove di norma fa bella mostra di sé un modello del Gruppo (negli ultimi tempi una Fiat 500e) adesso ci sono i ponteggi e le coperture dell’azienda che ha iniziato i lavori di smantellamento dei marchi del Gruppo (compresa Jeep) che stavano sulla tettoia che sovrasta la porta». Maledette coincidenze. Proprio mentre torinocronaca.it pubblicava la notizia, un colpo al cuore per generazioni piemontesi, il Sole24ore ne scodellava un’altra: «Il Piemonte scivola nella serie B delle regioni europee». E se almeno i tifosi granata avevano ridacchiato una ventina di anni fa per la retrocessione della Juve subito riscattata e seguita da 9 scudetti consecutivi, questo scivolone è mille volte più grave e riguarda tutti. Anche i non piemontesi. «Retrocesso, per un soffio. Questione di decimali, ma comunque retrocesso», spiega Giuseppe Chiellino sul quotidiano economico, «Nella classifica europea del Pil pro capite il Piemonte, un tempo punto di riferimento del triangolo industriale, ha perso 3 punti rispetto a sette anni fa ed è scivolato sotto la media europea, a 99,7, quanto basta per finire nella Serie B delle regioni europee, quelle “in transizione”, a metà strada tra le più sviluppate e le meno sviluppate». Un’umiliazione un tempo impensabile per quello che fu lo Stato savoiardo che politicamente e militarmente (con i pro e i contro) «fece l’Italia» e per un secolo, come ricordano anche i Quaderni di storia economica di Bankitalia del luglio 2010, fu con l’area torinese la punta di diamante dell’impresa italiana.

Colpa della Fiat? Certo, scrive il Sole citando il rapporto di Palazzo Koch sull’economia regionale, «il rallentamento già evidente si è accentuato col tracollo del settore automotive» e «il disimpegno» Fiatstellantis». Non solo, però. Con il Piemonte (questo è il guaio: l’«adeguamento verso il basso») retrocedono sulla media europea «quasi tutte le altre regioni italiane fatta eccezione per la Provincia di Bolzano (+4,3 da 155 a 159,3), la Lombardia (+ 3, da 129,7 a 132,7), il Molise (+2,3) e la Puglia (invariata)». E «arretrano in modo pesante» Valle d’Aosta (-5,3), Liguria (-4,7), Trentino (-3,7), Toscana e Umbria (-3,3), Lazio (-3)... Ahi ahi...

martedì 12 agosto 2025

Le spiagge vuote


Veronica De Romanis
Se il caro ombrelloni è come un autodazio

La Stampa, 12 agosto 2025

Il caro ombrelloni è un caso emblematico di autodazio: prezzi eccessivi non inflitti dall’Europa, come spesso si sostiene, ma imposti dai governi italiani che si sono succeduti alla guida del Paese. Negli ultimi anni, tutti, nessuno escluso, hanno scelto di proteggere un settore, quello dei balneari, prorogando le concessioni e evitando così le gare. Il risultato? Danni per i consumatori (prezzi elevati), danni per i potenziali giovani imprenditori italiani (accesso negato al settore), danni per l’erario (mancato gettito). Era prevedibile: quando si soffoca la concorrenza a guadagnarci è una piccola minoranza, a perderci la grande maggioranza dei cittadini. La decisione, peraltro, va in direzione opposta a ciò che – da tempo – ci chiede l’Europa con la famosa direttiva Bolkenstein.

In estrema sintesi, le concessioni vanno messe a gara. Ciò consente di selezionare l’imprenditore capace di offrire il miglior rapporto prezzo/qualità per il consumatore. Occorre, inoltre, fissare un canone giusto. Ovvero, una cifra congrua per l’utilizzo di un bene, la spiaggia, che appartiene a tutti noi ma viene “concessa” (temporaneamente) ad alcuni. Nulla di tutto ciò è stato fatto. La proroga delle concessioni è un esempio perfetto di ciò che accade quando prevale quella che si può definire “economia delle tribù”. Ogni gruppo – dai piccoli come i balneari, ai grandi come i dipendenti pubblici – difende la propria rendita e il proprio vantaggio acquisito. Pertanto, gare, valutazioni, selezioni vanno evitate: l’obiettivo è mantenere l’esistente. Un orientamento seguito (alla lettera) da tutti gli esecutivi, indipendentemente dal loro orientamento politico. Persino quello tecnico guidato da Mario Draghi ha lasciato intatte le rendite.

Il caso del catasto lo dimostra: niente aggiornamento ai valori di mercato, solo una riclassificazione. Che ipocrisia. La maggioranza attuale continua sulla stessa linea. Eppure, la premier Giorgia Meloni ci aveva fatto ben sperare quando nel discorso di insediamento nell’ottobre 2022 aveva spiegato che il suo obiettivo sarebbe stato quello di «non disturbare chi vuole fare». In realtà non si sta disturbando chi “già fa”, dimenticandosi di chi vorrebbe mettersi in gioco. I primi appartengono a tribù ben organizzate: in altre parole, sanno farsi sentire. I secondi, invece, privi di potere negoziale, restano esclusi.

Proteggere unicamente chi è dentro il sistema (gli insider) a scapito di chi è fuori (gli outsider) ha conseguenze pesanti. Basti pensare al milione e trecento mila giovani italiani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono un programma di formazione. Sono i cosiddetti Neet (acronimo di Not in Education, Employment or Training). Questi ragazzi sono fuori dal mercato del lavoro, quindi dal sistema. Un’emergenza nazionale di cui non ci si occupa come si dovrebbe. Gli effetti dell’economia delle tribù sono significativi anche sul piano della finanza pubblica. Un esempio? Le oltre 600 voci di deduzioni e detrazioni (le cosiddette tax expenditure). Si tratta di circa 110 miliardi di mancato gettito per l’erario che si traducono in meno risorse per scuola, sanità e trasporti. Nessun governo è mai intervenuto in maniera drastica perché ogni taglio rappresenterebbe un vantaggio in meno per un determinato gruppo con conseguente perdita di voti. Per ricapitolare, nell’economia delle tribù, i vantaggi di pochi si conservano a spese di molti. Un equilibrio fragile il cui mantenimento richiede una narrazione precisa: quella del nemico.

Nel caso specifico dei balneari, il racconto è sempre lo stesso da anni: niente gare altrimenti arrivano le “cattive” multinazionali. Peccato che non si vedano flotte di stranieri pronte a occupare il nostro demanio, mentre è certo che si nega l’accesso al settore del turismo ai giovani italiani. La costruzione del nemico, ovviamente, è una strategia miope: prima o poi, la realtà viene a galla. Gli italiani, ad un certo punto, reagiscono. Le spiagge vuote sono un primo segnale.


Roberto Ciccarelli
Salasso balneare per i salari più bassi d'Europa

il manifesto, 12 agosto 2025

C’e stata una volta l’estate dei Righeira. Quelli che, poco dopo l’inizio degli anni Ottanta, cantavano «Vamos a la playa oh-oh-oh». Oggi, al terzo anno del governo Meloni, si va in spiaggia con più parsimonia e non si canta più come quella volta. Sembra che ci sia un paese che abbia riscoperto il problema dei salari più bassi d’Europa. Il ritornello è: «Non andiamo alla spiaggia perché costa troppo». Il «ceto medio» oggi è compatito a reti unificate perché gli ombrelloni costano troppo. E non perché gli arenili sono stati sequestrati da odiose corporazioni piuttosto tutelate da quella destra che rifiuta il salario minimo e taglia i sussidi contro la povertà assoluta.

QUESTA FICTION, parziale e marziana perché priva di analisi delle cause, è oggi raccontata senza profondità storica. Ieri è stato il turno del frame rassicurante sulle sorti dei profitti dei balneari: c’è chi ha annunciato di adattarsi con “flessibilità” alle puntate al mare solo nel week-end perché, signora mia, la vita costa e qui la sdraio ha un costo, ma il diritto di occupazione dell’arenile è garantito. E altri ventriloqui hanno registrato la prenotazione di “18 mila ombrelloni a Bibbione”. Non tutto è perduto, forza Italia!

IN QUESTA COMMEDIA al cronista tocca risalire dal semplice al complesso e indicare nelle sapide percentuali usate per misurare l’aumento del costo della vita le ragioni della stagnazione di salari e lavori sempre più maledetti, pagati male e comunque precari. Ieri, complice l’aridità della metà di agosto, ha avuto una certa risonanza la stima dell’Istat sull’inflazione di base: il «carrello della spesa», cioè l’indice che misura l’insieme dei prodotti di uso quotidiano, è rincarato dal +2,8% di giugno al +3,2% di luglio. Comprare l’essenziale in un supermercato è come entrare in una gioielleria. Tra le città più care Rimini, Padova e Napoli. E  i redditi più poveri sono quelli colpiti maggiormente

SALASSO. Questa è la parola ricorrente nelle consuete stime delle associazioni dei consumator. Assoutenti ha stimato che, a parità di consumi, l’incremento corrisponde a una stangata da 6,4 miliardi di euro annui. Una famiglia con due figli si trova a spendere in media 356 euro in più all’anno solo per cibo e bevande. Questo significa: frutta fresca +8,8%, pomodori +12,3%, latticini +7%, burro +16,9%, uova +7,2%, cioccolato +13,2%, caffè +23,4%. Una conferma viene dalla vita vissuta. Ci segnalano dai mercati di Bologna il fatto che ormai la frutta è misurata a «etti» e non a «chili» per non terrorizzare chi si accosta alla bancarella con i soldi contati.

SE SOMMATO agli effetti prodotti dagli spennatori di professione piccoli e grandi, dal b&b in località montana all’esclusivo resort con accesso a un mare «da paura», il panorama non è confortante. «Altro che stabilità dell’inflazione. Il fatto che l’indice generale sia uguale a giugno, +1,7%, è solo un miraggio, dato che aumentano sia le spese obbligate che quelle legate alle vacanze, ossia tutto quello che si deve comperare nel mese di luglio sostiene Massimiliano Dona (Unione nazionale consumatori) – Al primo posto i “Pacchetti vacanza nazionali” con un aumento astronomico del 16,1%, balzo inaccettabile considerato che giugno era già un mese di ferie. Medaglia d’argento i Villaggi vacanze, campeggi, ostelli con un incremento del 15,7% su giugno 2025. Sul gradino più basso del podio i Voli intercontinentali con +14,3%. Al quarto posto i Servizi di rilegatura testi e E-book con +10,3%, seguiti dagli Stabilimenti balneari che, nonostante abbiano appena pianto miseria, in realtà, nonostante il calo dichiarato degli afflussi, se ne sono approfittati lo stesso per aumentare i prezzi del 7,3% sul mese precedente».

IL PROBLEMA è il risultato di una serie concatenata, e pluriennale, di politiche economiche. Le opposizioni hanno timbrato il cartellino e ieri hanno, di nuovo e inutilmente, messo il governo Meloni davanti a responsabilità che semplicemente nega e di cui in fondo poco interessa l’opinione pubblica di «consumatori». A destra c’è stato chi si è concentrato sull’aumento dei turisti stranieri o sulle presenze in destinazioni di lusso. E questa sarebbe, per l’opposizione, la prova che la destra «vive in un universo parallelo» perché non vede il «crollo del potere di acquisto». Tutto giusto, salvo il fatto che la soddisfazione dell’afflusso dei turisti che portano la «grana» è trasversale. Basta seguire un Tg regionale qualsiasi per sentire le lodi delle regioni di «centro-sinistra» perché il sistema dell’overturism gode di ottima salute.

C’È BISOGNO di un’analisi politica più equilibrata, e attenta alla storia e alle responsabilità di una politica che ha ragionato allo stesso modo. Dalla lettura di «Lavoro e salari in Italia», curato da Rinaldo Evangelista e Lia Pacelli (Carocci), emerge che bassi salari e lavoro povero sono funzionali a un modello produttivo basato sui servizi poveri com’è il turismo e sul declino dell’industria manifatturiera. Entrambi evidenti sotto il governo Meloni. Pandemia e inflazione hanno aggravato il calo dei salari reali (-8,1% mentre in Francia e Germania aumentano). Crescono le ore lavorate in settori a basso valore aggiunto e produttività. Aumenta il lavoro ed è sempre più pagato peggio. Ma questo Meloni non lo vede.

SCOPRIRE IN SPIAGGIA, o nelle isole contro l’afa urbana, che i bassi salari sono l’effetto di una volontà politica, e degli interessi di chi ne ha tratto profitti, è una buona notizia, ma non è un lieto fine. A Natale ci si lamenterà del fatto che la tredicesima è stata spolpata dal caro vita e il «taglio del cuneo fiscale» di Meloni ha aumentato le tasse.

venerdì 18 luglio 2025

Bobo Craxi su Milano


Fabio Martini
Bobo Craxi: "Sala. più manager che sindaco non ha governato la crescita. Lobby potenti come Stati"
La Stampa, 18 luglio 2025

MILANO- Bobo Craxi, figlio di Bettino, ha vissuto politicamente la Milano “da bere”, quella degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, non ha l’ingenuità di ricordarla come un Paradiso perduto contrapposto all’Inferno attuale e tuttavia «questa indagine restituisce simbolicamente l’immagine di Milano, che oggi è la città dei grattacieli delle banche e delle multinazionali e al tempo stesso è la città che espelle il suo ceto medio. Nella Prima Repubblica vi fu degenerazione dentro un sistema che garantiva un governo per tutti, oggi sembra la degenerazione di un governo che compiace le oligarchie. Colossi che sono quasi degli Stati, multinazionali “cieche”: è la politica che dovrebbe saperle guidare, orientando lo sviluppo della città. Questa è la storia di questi giorni ed è la sfida dei prossimi anni».

Tutto ebbe inizio con la fine dell’Expo: nel 2014 la gara per assegnare tutta l’area va deserta, era un momento di “bassa” per l’edilizia, arriva Sala sindaco e incoraggia la ripresa: non ha saputo governare il boom da lui promosso?

«Io personalmente avevo contribuito a far cambiare idea a Romano Prodi sul progetto-Expo, che ha poi consentito di ridare un respiro internazionale ad una città che in quella fase era ad un bivio: o si ingrandiva o si rimpiccioliva. Brexit ha favorito la dimensione di grande piazza finanziaria, dopo Expo è seguita una fase di grande sviluppo e di deregulation, che ha contribuito anche a stravolgere il profilo della città. Persino le due squadre di calcio, sempre in mano a famiglie milanesi, sono “espatriate”. E quello sviluppo non regolato ha portato l’esplosione degli affitti, carenze abitative, una vita sempre più difficile per i giovani, sia per i milanesi che per gli studenti».

Craxi, ma negli anni Ottanta, gli imprenditori che partecipavano con regolarità al rito delle tangenti, avevano il loro tornaconto.

«Se pensiamo agli scandali di allora, quelli sembrano quasi i Ragazzi della via Pal. La politica sapeva dire dei no. Per decenni Milano ha avuto due soli grattacieli: la Torre Velasca e il palazzo della Regione realizzato da Giò Ponti. Certamente non un caso. E ancora: per tradizione nessun edificio poteva superare in altezza la Madonnina, con i suoi 108 metri e mezzo. Ebbene, dal 2015 la Torre Allianz l’ha superata di quasi cento metri. Gli imprenditori non dovrebbero avere mai un atteggiamento padronale, mentre le amministrazioni devono stare attente a non mettersi al servizio. Anni fa incontrai per strada il vecchio Ligresti che mi disse: tuo padre ha fatto male a non seguire i suggerimenti di Cuccia poco prima della fine della Prima Repubblica. Quella politica era fatta così: non si metteva a servizio».

Allora esisteva un oliato sistema tangentizio ma anche partiti che esercitavano un controllo sociale: oggi ha più potere un gruppo di architetti?

«Direi che ha molto potere soprattutto il capitalismo finanziario. Che non si può fermare con le mani e neppure con leggi ad hoc. Ma con una politica che faccia il proprio mestiere».

Tangentopoli giudiziariamente ha Milano come epicentro e ora, sia pure con una indagine a “rate”, è protagonista di nuovo la Procura meneghina: col Porto delle nebbie di Roma, non avremmo mai saputo nulla?

«Non so. L’indagine è in corso. Non dirò chi, ma parlando con una personalità che proviene dall’ambiente giudiziario mianese, mi è stato confidato il timore che possano tornare i “pistoleri”, quelli che per fare avanzare le inchieste, usavano il sistema mediatico. Presto per dirlo, vedremo».

Sala è stato più un amministratore delegato che un sindaco?

«Si certo, non ha mai mostrato grande empatia, in particolare con quella parte di città che viene dalla tradizione politica e culturale della sinistra socialista, comunista, laica. Un manager competente che si è avvicinato alla politica attraverso il mondo berlusconiano, ma senza mai aderirvi in modo organico. Per questo è stato adottato dalla sinistra. Si è trovato a governare una città in un frangente difficile e ha fatto quello che sa fare meglio: far di tutto per non frenare le spinte alla crescita economica. Si è rifugiato nell’ambientalismo, una vocazione che mal si concilia con quel che emerge da inchieste il cui esito però è giusto attendere».

Milano resterà a sinistra?

«L’altro giorno parlavo col Presidente del Senato, che è stato un capo della destra a Milano. Mi diceva che alle elezioni Politiche e Regionali i Fratelli d’Italia hanno preso i voti del ceto medio espulso dalla città. Ma per il partito che è erede dell’Msi è molto difficile conquistare una città come Milano. A patto che il centro-sinistra sappia tornare ad esprimere la sua cultura solidaristica, sappia dare un’ anima alla città, sappia ricucirla socialmente. I milanesi sono orgogliosi di questa tradizione».

https://torinocronaca.it/news/il-borghese/536031/la-caduta-del-sistema-milano-agita-anche-torino.html

giovedì 28 dicembre 2017

Il discorso che non c'è




Il discorso che c'è


E ora quale dovrebbe essere una nuova agenda di riforme per il prossimo governo?  
«Non ci sono ricette magiche, ma c’è solo da continuare migliorando ciò che è stato impostato. Secondo Istat i lavoratori italiani erano 22 milioni nel 2014, sono 23 milioni oggi. Bene, un milione in più. Dobbiamo creare le condizioni per arrivare a 24 milioni, certo. Ma dobbiamo anche porci il problema di come migliorare la qualità di quel lavoro, non solo la quantità. E per farlo servono gli incentivi e gli sgravi certo, ma anche la certezza della giustizia o la semplicità della burocrazia. Una visione di insieme per i prossimi anni. Possiamo permetterci di parlare di futuro perché abbiamo fatto uscire l’Italia dalle sabbie mobili. Ma dire futuro non significa sparare promesse in libertà: oggi ho fatto i calcoli delle ultime tre proposte elettorali di Berlusconi. Siamo già oltre 150 miliardi e la cosa folle è che non si scandalizzi nessun editorialista. Come le paga? Spunta un miliardario cinese all’improvviso come è successo per il Milan o alza le tasse? Noi del Pd non proporremo riforme mega-galattiche, non scriveremo un libro dei sogni: siamo coerenti e concreti». (intervista di Carlo Bertini a Matteo Renzi, La Stampa, 28 dicembre 2017)

Il discorso che non c'è

Non ci sono ricette magiche, ma molto si può fare per dare un nuovo corso alla vita del Paese. Il 18 per cento circa dei giovani tra i 25 e i 34 anni non trova lavoro. Il prossimo governo lancerà un piano per l'espansione del lavoro e dell'economia. Sarà accresciuta la spesa per la ricerca, sarà apprestata una agenzia per il sostegno alla piccola e media impresa. I fondi saranno ricavati da una decisa riduzione della spesa pubblica improduttiva. Una visione di insieme per i prossimi anni comporta il passaggio a un nuovo modello di sviluppo. Si ha un bel dire che il turismo è una risorsa. L'Italia costa troppo cara rispetto ai paesi vicini dell'Europa meridionale. Bisogna rinnovare le attrezzature e trovare modi di gestione più moderni e efficienti. Nel campo della scuola, ci saranno interventi diretti a ristabilire un rapporto di fiducia con gli insegnanti e le famiglie. Per gli immigrati è indispensabile arrivare a uno sveltimento delle procedure decisionali, mentre non sarà male rimettere sul tappeto la legge sullo ius soli, in vista di un più ampio consenso.

giovedì 13 agosto 2015

Cavour pragmatico e lungimirante

Il 10 agosto Cavour festeggiava il suo compleanno, era nato a Torino nel 1810.

Giuliano Procacci
Storia degli italiani
Laterza, Bari 1968

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Saliva al potere l’uomo al cui nome è legata la realizzazione dell’unità d’Italia, una tra le poche figure della storia italiana passata ai posteri con il fascino del vincitore e non con quello del vinto. Cadetto di una famiglia di vecchia nobiltà e indirizzato dal padre alla carriera militare, egli l’aveva ben presto abbandonata per una vita di viaggi, di affari, di speculazioni, di studi e di amori, e per dedicarsi in età più matura alla politica. In una società in cui molti erano gli aristocratici taccagnamente imborghesiti e molti i borghesi che ostentavano pose nobiliari, egli possedeva al tempo stesso tutte le virtù del borghese e tutte le virtù dell’aristocratico: l’irrequietezza intellettuale e l’abitudine al comando, il gusto di far denaro e quello di spenderlo, la freschezza di energie di una nuova classe sociale e lo stile di una vecchia. Di orientamenti politici moderati, alieno da ogni simpatia verso la rivoluzione e il romanticismo politico dei mazziniani, egli si rese conto peraltro della impossibilità di governare contro le diffuse aspirazioni democratiche fermentanti nei ceti borghesi e piccolo-borghesi e, prima ancora di assumere le redini del gabinetto, si assicurò una sicura maggioranza nel Parlamento, stringendo un’alleanza (il cosiddetto «connubio») con le correnti più moderate della sinistra e con il loro esponente più in vista, Urbano Rattazzi. Essendosi in tal modo garantito contro l’impazienza dei mazziniani e le nostalgie retrive dei «municipali» della corte, poté svolgere con relativa tranquillità il programma di liberalizzazione e di ammodernamento della società piemontese che aveva in mente. Innanzitutto nel campo economico: da buon lettore di Adam Smith e da imprenditore agricolo illuminato e intraprendente quale egli era, il Cavour nutriva una concezione dello sviluppo economico essenzialmente liberista. La via del rinnovamento della società piemontese passava a suo giudizio attraverso la vittoria delle tendenze mercantili e capitalistiche già operanti in essa e questa a sua volta aveva per presupposto una radicale e tonificante liberalizzazione del mercato e l’inserimento pieno del Piemonte nel grande circuitodell’economia europea. Profondamente convinto della giustezza e della fecondità di questa prospettiva di sviluppo economico, il Cavour, già nei diciotto mesi durante i quali aveva occupato la carica di ministro dell’Agricoltura, aveva stipulato una serie di trattati commerciali – con la Francia, con l’Inghilterra, con il Belgio, con l’Austria tutti improntati a un pronunciato liberismo.
… La nozione di un Cavour diplomatico e “tessitore” paziente della lunga tela dell’Unità d’Italia è tra le più correnti. Sarebbe però errato interpretarla nel senso che sin dagli inizi lo statista piemontese avesse chiaro davanti agli occhi quell’obiettiva dell’unità d’Italia che egli effettivamente raggiunse e che il suo lavorio diplomatico fosse tutto in funzione di questo grande fine. In realtà … fino a una data assai avanzata, il Cavour consideròl’unità d’Italia sotto casa Savoia un obiettivo praticamente irrealizzabile e la sua abilità non consistette nell’inflessibilità di colui che sa attendere che le situazioni maturino e le giornate decisive giungano una buona volta, quanto nell’empirismo di colui che sa ricavare dalle situazioni e dalle contingenze che via via gli si presentano il massimo di risultati.

http://www.recensionidistoria.net/recensione4.html
http://www.reset.it/articolo/cavour-e-linterpretazione-del-risorgimento


cavour01g

venerdì 13 giugno 2014

La Cina venticinque anni dopo Tienanmen

Piero Fornara  
Capire l'ascesa della Cina da Mao a oggi, 25 anni dopo piazza Tienanmen
Il Sole 24 ore, 4 giugno 2014

Il 4 giugno 1989 a Pechino, nelle prime ore del mattino, la speranza di una "primavera democratica" cinese si spegneva nel sangue, tra lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale e la condanna (più formale che reale) dei governi occidentali. A distanza di venticinque anni non è possibile stabilire con precisione il numero dei caduti sotto i colpi dei soldati, che sparavano anche con le mitragliatrici, o travolti dai carri armati (le stime delle vittime vanno da alcune centinaia ad alcune migliaia).
In vista dell'anniversario della strage di piazza Tienanmen, nelle ultime settimane sarebbero stati arrestati una ventina di accademici, avvocati e artisti vicini alla dissidenza. Anche numerosi siti internet di Google sono stati bloccati dalle autorità cinesi. Lo ha reso noto un gruppo di monitoraggio della censura, "GreatFire.org", secondo cui risultano bloccate le versioni oltreoceano di Google, accessibili in Cina dopo che il gigante di internet aveva abbandonato il continente nel 2010 proprio per la censura.
Nel 1989 la scintilla che avrebbe acceso la rivolta era scoppiata nella seconda metà di aprile, durante il funerale del "riformista" Hu Yaobang, una delle menti più aperte della leadership cinese dell'epoca, epurato per le sue posizioni liberali. La notizia della sua morte per infarto aveva creato grande emozione tra gli studenti e tra coloro che - in un Paese che già da un decennio aveva iniziato a seguire l'esortazione di Deng Xiaoping ("arricchitevi!") - oltre alla libertà economica avevano a cuore anche quella politica. Hu, ex delfino di Mao Zedong, esponente illuminato del Partito comunista, del quale era stato segretario generale, incarnava l'ideale del leader moderno che avrebbe potuto imprimere un passo nuovo all'impetuoso sviluppo della Cina.
Quanti volevano ricordarlo iniziarono a radunarsi in piazza Tienanmen a Pechino. Allora non esistevano i telefoni cellulari o i social media e non c'era Weibo, il mix cinese tra Facebook e Twitter, che oggi le autorità comuniste tentano di tenere sotto controllo: si faceva affidamento sul passaparola. I manifestanti chiedevano al Partito di assumere una posizione ufficiale nei confronti di Hu, che già tre anni prima, nel 1986, aveva sostenuto le proteste degli studenti, pagando il prezzo dell'emarginazione politica.
Come ricorda Linda Benson nel libro «La Cina dal 1949 a oggi», pubblicato di recente nelle edizioni del Mulino, «il Pcc doveva affrontare chiaramente una situazione difficile, che si complicò ulteriormente in vista dell'arrivo a Pechino di Michail Gorbaciov, l'architetto delle riforme sovietiche: a metà maggio infatti, per la prima volta dal 1959, un capo di Stato dell'Urss avrebbe visitato la Cina. (…) Alla fine la visita di Gorbaciov si svolse come da programma, ma i consueti cerimoniali di benvenuto in piazza Tienanmen dovettero essere sospesi, mentre le televisioni internazionali riprendevano gli studenti che esponevano cartelli inneggianti alla "perestrojka" e alla "glasnost", con grande imbarazzo da parte dei dirigenti del Partito».
Dopo che Deng Xiaoping (artefice delle riforme economiche e dell'apertura della Cina verso l'Occidente) aveva dichiarato che bisognava fermare la protesta degli studenti e degli intellettuali, il 20 maggio a Pechino veniva proclamata la legge marziale. «Nel comitato centrale del Partito – prosegue l'autrice del nostro libro - solo Zhao Ziyang, che sembrava essere il successore designato di Deng, votò contro, ma questo atto gli costò il posto: il 24 maggio fu destituito dalla carica di segretario generale e in seguito posto agli arresti domiciliari (dove rimarrà fino alla sua morte nel 2006)». Il 3 giugno le truppe giunte a Pechino dalle altre regioni della Cina cominciarono a convergere verso il centro della città. Nella notte aprirono il fuoco sui manifestanti.
Soltanto i negoziati dell'ultimo minuto fra le forze armate e gli ultimi dimostranti rimasti nel lato sud di piazza Tienanmen permisero a questi di ritirarsi. Il controllo del Paese resterà nelle mani degli uomini di Deng, Li Peng e Jiang Zemin, ma il sogno di una Cina democratica diventerà molto più lontano.
La traiettoria del libro di Linda Benson, che insegna Storia cinese presso la Oakland University negli Stati Uniti, prende le mosse dall'instaurarsi del regime comunista di Mao nel 1949 per concludersi con un'analisi delle grandi sfide che il paese si trova oggi ad affrontare, al proprio interno e nell'arena internazionale.
Lo spettacolare emergere della Cina come potenza economica mondiale è uno dei fenomeni più rilevanti dell'epoca attuale. Nella prima metà del Novecento milioni di cinesi vivevano ancora in povertà, nelle campagne come nelle città. Grazie alla crescita tecnologica e industriale la società cinese può godere di un benessere mai sinora sperimentato. Alla fine di aprile uno studio della Banca mondiale, elaborato nell'ambito dell'International Comparison Program, ha persino stimato che entro la fine di quest'anno il Pil cinese – valutato a parità di potere d'acquisto – potrebbe già superare quello americano.
Contestualmente sono però cresciuti anche i timori sul modello di "sviluppo pacifico" della Cina come prossima superpotenza. «L'Occidente – scrive la Benson nel capitolo conclusivo – continua a guardare con sospetto al ruolo del Pcc e al suo controllo sul governo cinese (…) inconciliabile con l'idea di buon governo e di rispetto dei diritti umani fondamentali». Nel suo ultimo numero, il settimanale «The Economist» scrive che la Cina, dai fatti di piazza Tienanmen a oggi, ha vissuto un periodo di prolungata stabilità e che la leadership dell'attuale presidente Xi Jinping può essere considerata altrettanto forte quanto quella di cui disponeva allora Deng Xiaoping.
Tuttavia non mancano le incognite. «Il divario fra la realtà urbana e quella rurale rimane uno dei problemi più gravi che il governo deve affrontare, perché la grande maggioranza della popolazione non ha ancora beneficiato delle nuove ricchezze». Vi sono poi all'interno dell'opinione pubblica tendenze di altra natura, «come la mancanza di trasparenza che ha permesso quelle forme di corruzione che hanno fatto accumulare fortune personali a chi era ben inserito nel sistema». Se nel prossimo futuro il governo di Pechino non riuscirà ad assicurare un tenore di vita accettabile per la maggior parte della popolazione e se le pratiche di corruzione dovessero continuare, «il Partito potrebbe avere difficoltà nel mantenersi al potere come legittima autorità».
 
Linda Benson
«La Cina dal 1949 a oggi»
Il Mulino, Bologna, pagg. 223, € 15,00

martedì 14 maggio 2013

Oriente e Occidente, la divergenza

Gianni Toniolo
Il Sole 24ore, 29 gennaio 2012

Daniel R. Headrick, Il predominio dell'Occidente. Tecnologia, ambiente, imperialismo, il Mulino, Bologna,pagg. 408, € 29,00
Ignazio Musu, La Cina contemporanea, il Mulino, Bologna, pagg. 204, € 13,00

L'evento che definisce la nostra epoca, gli ultimi vent'anni della storia universale, è la fine della "grande divergenza" tra l'Occidente e il resto del mondo, o - se si preferisce - tra le due estremità dell'Eurasia origine delle civiltà che nei secoli sono state più capaci di innovazione e sviluppo economico. La rivoluzione sottesa dalla convergenza iniziata nell'ultimo quarto del secolo scorso è talmente radicale che non stupisce il rinnovato interesse per l'origine e le cause della precedente "grande divergenza". Sul piano meramente quantitativo, non vi sono dubbi che, a partire dalla rivoluzione industriale di fine del '700, Europa e America settentrionale abbiano progressivamente ampliato il divario tra il proprio reddito per abitante, in rapida crescita, e quello del resto del mondo bloccato (con l'eccezione del Giappone) in una crescita nulla o molto modesta. Altrettanto largo consenso esiste nel ritenere che ancora nel quindicesimo secolo l'impero della dinastia Ming, con una popolazione pari a un quarto di quella mondiale, godesse di un reddito pro capite complessivamente pari o di poco inferiore a quello dell'Europa Occidentale e che alcune sue regioni uguagliassero quelle europee più sviluppate. Il disaccordo è, invece, sommo sui secoli compresi tra l'irrompere delle potenze europee nei mari dell'Oriente e l'avvio della rivoluzione industriale inglese. La scuola californiana, capeggiata da Kenneth Pomeranz (The Great Divergence, 2000), sostiene che l'economia cinese ha retto molto bene il confronto con quella europea sino, appunto, al momento in cui la rivoluzione industriale diede all'Occidente un (temporaneo) vantaggio sul resto del mondo. Di opinione opposta sono altri studiosi (con moderazione Rosenthal e Wong, Before and Beyond Divergence, 2011, più radicalmente alcuni storici quantitativi). Nell'ultimo decennio, l'interesse per l'origine della "grande divergenza" ha valicato il confine dei cultori di "storia globale". Era inevitabile che la straordinaria crescita di grandi Paesi di antica civiltà, a lungo emarginati nella dinamica dello "sviluppo economico moderno", producesse una orgogliosa rivisitazione del proprio passato, con toni più o meno velati di nazionalismo anti occidentale. Se fosse provato che Cina e India godevano a fine settecento di livelli di benessere paragonabili a quelli dell'Europa Occidentale, sarebbe assai più facile sostenere che la successiva "grande divergenza" sia stata frutto di un avido imperialismo. È questa, per esempio, la tesi sostenuta ora da un importante studioso indiano (Parthasarathi, Why Europe Grew Rich and Asia Did Not: Global Economic Divergence, 1600-1850, 2012).
Il contributo di Daniel Headrick a questo dibattito consiste nel mostrare come la relazione tra tecnologia e imperialismo sia più complessa di quanto comunemente si pensi. Non vi sono dubbi, per Headrick, sul predominio tecnologico dell'Occidente dal XVI secolo in avanti. Fino alla seconda metà del Quattrocento, la marina cinese era la prima del mondo. Avrebbe potuto continuare a esserlo se, per una serie di motivi, non si fosse deciso di tagliare le enormi spese necessarie a mantenere la flotta militare, limitando drasticamente anche il commercio oltremare. All'inizio del Cinquecento, la migliore tecnologia marittima era ormai in mano ai portoghesi. Bastò, da allora in poi, il predominio tecnico dell'Occidente a garantire anche un dominio "imperiale"? Non sempre. Molto dipese dall'ambiente in cui le diverse tecniche furono impegnate e dalla reazione-imitazione delle popolazioni locali, soprattutto dalla loro capacità di adattare a proprio uso alcune delle tecniche occidentali. La diffusione del vaiolo, da cui gli europei erano immuni, aiutò la loro penetrazione nelle Americhe ma le malattie autoctone africane agirano da potente freno alla penetrazione bianca nel continente. Le "vele e i cannoni" di cui parla Cipolla consentivano di dominare il mare aperto ma non di penetrare nelle acque interne dell'Asia. I cavalli si trasformarono in America da strumento di conquista ad arma di resistenza, una volta che le popolazioni locali impararono ad allevarli e adattarli alle grandi praterie. Francesi, americani e russi impararono a proprie spese in Vietnam e Afghanistan che il predominio dell'aria, decisivo in Kosovo, può anche rivelarsi controproducente. La conclusione di Headrick è che non sempre la tecnologia di frontiera costituisce la migliore risposta a un avversario: l'imperialismo ha avuto fortune altalenanti anche, forse soprattutto, per questo motivo.
Mentre fiorisce il dibattito sull'origine della "grande divergenza", il suo recente ribaltamento irrompe nella storia, nella nostra vita quotidiana. Fatichiamo a orientarci sulle cause della nuova convergenza e soprattutto capire se essa sia destinata a proseguire. L'Oriente, culla del nuovo sviluppo, ci sembra per lo più misterioso e quindi un po' minaccioso, come ai tempi di Marco Polo. Mezzo millennio di eurocentrismo ci ha disabituato a guardare oltre l'orto di casa. Ignazio Musu, da anni frequentatore e studioso della Cina, ci offre un'agile, leggibilissima, introduzione all'economia e alla società cinesi, a partire dalle riforme che stanno all'origine dell'incredibile rincorsa dell'Occidente da parte di un quinto della popolazione mondiale. Mentre discutiamo, anche su questo giornale, sulle debolezze e sul futuro del capitalismo, con la mente quasi ossessivamente focalizzata su Wall Street e dintorni, Musu ci introduce a un "capitalismo" che, malgrado un' apparente somiglianza, è molto lontano dalla più recente incarnazione occidentale. Si può ipotizzare, con tutti i necessari distinguo, che Stato e mercato interagiscano nella società cinese, in modi che assomigliano a quelli dell'Inghilterra del diciottesimo secolo? O a quelli cinesi del quindicesimo secolo? La domanda è azzardata e non piacerà a molti storici, economisti, politologi ma potrebbe aiutare a chiudere il cerchio di mezzo millennio di storia globale e orientare alcune riflessioni sulle opportunità, i rischi e le sfide che Musu vede nel futuro della Cina e non solo.

giovedì 21 febbraio 2013

Una lettera di Trentin su Di Vittorio

Quelli che seguono sono alcuni brani di una lettera che Bruno Trentin (1926-2007), segretario generale della Fiom (1962-1977) e poi della Cgil (1988-1994), scrive in francese alla sorella Franca il 27 novembre del 1957, alcuni giorni dopo la morte improvvisa di Giuseppe Di Vittorio (1892-1957), storico leader della Cgil, una delle figure più affascinanti e carismatiche nella storia della sinistra italiana. 

Il documento fa parte del Fondo Bruno Trentin, custodito presso la Fondazione Di Vittorio di Roma, ed è inserito all’interno del volume Bruno Trentin e la sinistra italiana e francese, curato da Sante Cruciani (Collection de l’École française de Rome, 2012, pp. 465-469).

Trentin sottolinea prima di tutto il suo personale debito di riconoscenza nei confronti di un uomo al quale dichiara di dovere molto, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello umano, pur non negando le reciproche, talvolta profonde, differenze, per altro plasticamente evidenziate dalla fotografia che correda questo post.

L’aspetto della personalità di Di Vittorio che Trentin tiene a sottolineare maggiormente è l’ansia di essere fino in fondo un uomo del suo tempo, che non vuole essere tagliato fuori dal processo di sviluppo della società; da qui una sua apertura alla modernità, anche a quella del sistema capitalistico, se questa si dimostra in grado di apportare miglioramenti tangibili delle condizioni di vita delle classi lavoratrici che egli rappresenta, per l’ottenimento dei quali si mostra disponibile a battersi. In lui, aggiunge Trentin, è sempre stata presente, non senza contraddizioni, la ricerca dell’elemento positivo che può essere presente in qualsiasi realtà, piuttosto che la semplice sottolineatura, pur doverosa, dei limiti e delle storture che questa realtà ha in sé.
A questo schema mentale sembra proprio ispirarsi il Piano del lavoro, presentato nel 1949 dalla Cgil da lui guidata, tipico esempio di proposta attenta non solo a soddisfare le rivendicazioni dei propri iscritti, ma che mostra di avere a cuore anche le esigenze dello sviluppo economico di tutto il paese. Non è forse un caso se esso verrà accolto dal gruppo dirigente del Pci con una freddezza ai limiti dell’ostilità.

Il fatto che queste considerazioni vengano svolte in una lettera privata, piuttosto che in una commemorazione ufficiale, contribuisce a renderle particolarmente autentiche.

Roma, 27 novembre 1957 



Mia Franchina, 

dopo un lungo silenzio posso scriverti e tramite te anche a Mario. Quest’ultimo periodo è stato convulso e sconvolgente, per me. Prima, il Congresso di Lipsia, con tutte le discussioni e le battaglie che ha comportato. Poi una serie di riunioni e di conferenze in Italia compresa la commissione elettorale del partito di cui faccio parte e dove si sono riaperte vecchie ferite dell’VIII Congresso. (...)

La morte di Di Vittorio ha rappresentato naturalmente il maggiore elemento di sconvolgimento. Ero a Napoli, di ritorno da Palermo, quando si è diffusa la notizia. E puoi immaginare quanto mi abbia colpito.

Tuttora non ho ancora completamente eliminato la sensazione d’angoscia e di dolore che mi ha provocato. Dio sa quanto conoscessi i suoi limiti e le sue debolezze e quante volte mi sia ribellato a certe ristrette manifestazioni della sua mentalità di contadino meridionale. Ma sento sempre di più quello che quest’uomo ha rappresentato per me, nella mia formazione di uomo politico e retorica a parte semplicemente di uomo. Sento la sua forza e la sua giovinezza, il suo ottimismo intellettuale, sempre «provocatorio», come una delle cose più ricche che mi abbiano trasformato in questi ultimi anni. Qualche volta e in questi ultimi tempi, spesso questa forza diventava meno razionale, ingenua e puramente polemica. Ma anche in questi casi restava come un’esigenza, come un richiamo a un certo linguaggio, fresco e stimolante, come l’affermazione polemica di un metodo che io sento sempre più vivo e valido: non si può mettere in crisi nessun «sistema», in una società o in un uomo, se non avendo fiducia nell’elemento positivo, progressivo, illuminato, che ne ha giustificato l’esistenza, se non sottolineando l’incapacità di una società o di un uomo a realizzare vittoriosamente «la sua ragione d’essere».

Anche in modo ingenuo, Di Vittorio vedeva nella società capitalistica italiana «la ricchezza che poteva essere prodotta» e che non lo era piuttosto che la «povertà» esistente. Ed era l’idea della «ricchezza» ad entusiasmarlo.

Per questo non poteva essere un fatalista o un positivista da quattro soldi. Per questo voleva, con accanimento, da autodidatta, essere un uomo del proprio tempo: era stupito dalle macchine, dalla televisione e dai nuovi modelli di automobili. Rispettava come profeti gli scienziati e i medici. Voleva essere sempre «al corrente» delle cose. Temeva con angoscia, come uomo e come Cgil, di venir «escluso», di non svolgere un ruolo riconosciuto nello sviluppo della società contemporanea.

Era d’altro canto uomo di un’altra epoca e aveva il fiatone negli ultimi tempi. Il suo sforzo diventava straziante ma era sempre magnifico e grandioso. La sua morte rappresenta davvero, in Italia, la fine di un’epoca, quella un po’ «populistica» e romantica del dopoguerra, e gli inizi di un’altra. E ha saputo essere l’uomo del passato e insieme l’uomo della transizione. Ha capito quello che c’era di nuovo nella storia e, con tutte le sue forze, da toro qual era, ha fatto di tutto per capire, e per esistere, da uomo moderno.

Capisco, ora che è morto, quanto io l’amassi. Purtroppo non c’è nessuno del suo calibro a sostituirlo, i migliori hanno un respiro molto più modesto. Gli ultimi giorni sono stati occupati come puoi immaginare dalle discussioni sulla «successione». Sembra che sia stata adottata la soluzione migliore: quella di sostituire Di Vittorio non con un uomo ma con una nuova segreteria, con un collettivo di uomini nuovi, dopo aver eliminato tutte le «zavorre», tutte le mummie. Se si otterrà questo risultato, avremo fatto un grande passo in avanti.