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sabato 16 maggio 2026

Leibniz ossia Pangloss

Ermanno Bencivenga
Leibniz, le monadi e l'ordine invisibile (anche) nella scienza

Avvenire, 15 maggio 2026 

Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) fu un genio universale. Scoprì il calcolo infinitesimale indipendentemente da Newton (pur se quest’ultimo scatenò una violenta polemica accusandolo di plagio); sviluppò la logica formale e un’algebra di concetti equivalente alla successiva algebra di Boole; anticipò la topologia e la geometria frattale; concepì spazio e tempo come relativi (Newton li considerava assoluti); intuì che la Terra ha un nucleo liquido; progettò la prima calcolatrice meccanica in grado di eseguire addizioni e moltiplicazioni, e la prima a usare un codice binario; propose un nuovo sistema per l’insegnamento e l’apprendimento della legge; fu tra i primi in Europa a studiare a fondo la cultura cinese. E così via. Fu anche un filosofo, e qui si aprono dolenti note. Nella Teodicea (1710), uno dei soli due libri che pubblicò in vita (il resto furono opuscoli, e soprattutto duecentomila pagine di inediti), sostenne che il mondo in cui viviamo è non solo uno tra infiniti mondi possibili, ma anche il migliore di tutti: Dio, essendo infinitamente buono, non avrebbe potuto creare (nella sua visione, scegliere) niente di diverso. Il Candido (1759), l’opera più famosa di Voltaire, prende in giro il personaggio di Pangloss (Tutto-Lingua), che reitera imperterrito questa teoria di Leibniz di fronte a catastrofi naturali (come il terremoto di Lisbona) e personali (nel corso del romanzo si ammala di sifilide, viene quasi impiccato e finisce schiavo dei turchi). In proposito qui non dirò altro, volgendomi invece a un secondo comune obiettivo polemico: l’armonia prestabilita. Leibniz ritiene che il mondo sia costituito da sostanze, dette monadi, autonome e non comunicanti («prive di finestre»), guidate da un loro programma interno che determina ogni evento della loro storia. Quindi, se io adesso sembro reagire a una luce abbagliante chiudendo gli occhi, quel che accade realmente è che il mio programma prevedeva, in questo momento della mia vita, la chiusura degli occhi. Come la mettiamo allora con la luce, e con l’apparente rapporto di causa ed effetto fra la luce e la mia «reazione»? La luce, risponde Leibniz, segue il suo programma, e di reazione non è il caso di parlare. Niente agisce su niente: quando normalmente penseremmo che A agisce su B, A e B in realtà procedono ciascuno per conto suo. Perché, allora, io chiudo gli occhi proprio quando la luce abbaglia? Perché Dio, orologiaio supremo, ha sincronizzato i programmi di tutte le monadi in modo tale che, per esempio, i miei occhi si chiudano esattamente al momento giusto. Ha prestabilito un’armonia fra i programmi di tutte le monadi.
È uno degli esempi più clamorosi di quelle tesi metafisiche che autori d’ogni epoca e persuasione hanno ferocemente criticato (o ridicolizzato, nel caso di Voltaire), al pari delle idee platoniche, della sostanza di Spinoza e della volontà di Schopenhauer. Nulla sembra giustificarla, se non la vivace immaginazione del suo autore. Peggio ancora: l’insigne scienziato Leibniz sembra aver messo così una pietra tombale, e a buon mercato, sulla ricerca scientifica: inutile darsi da fare per scoprire le relazioni causali (spesso sottili, spesso occulte) tra fenomeni. Non ci sono relazioni causali: quando crediamo che ci siano, è solo perché Dio ha organizzato le cose in modo da farcelo credere.
Naturalmente sono disponibili varie difese di Leibniz da queste accuse; si può sostenere che la scienza non è ostacolata nel corso quotidiano dalla sua celeste armonia. Io qui voglio andare oltre, e mostrare che senza un’armonia del genere la ricerca scientifica non avrebbe senso. Che cosa fa, in generale, uno scienziato? Usa la propria ragione per indagare la natura. Ma come facciamo a sapere che la natura ha un assetto tale da poter essere indagata con successo dalla ragione umana? Senza negare che abbia un qualche assetto, non potrebbe averne uno che, per la ragione umana, risultasse del tutto caotico, assurdo, privo di coerenza? Non presuppone dunque uno scienziato, quando si mette all’opera, che esista un’armonia prestabilita (stabilita a priori , prima che lui si metta all’opera) la quale renderà, se non sempre efficace, almeno sensato il suo lavoro?
La metafisica non interroga direttamente l’esperienza (questo, appunto, lo fa la scienza); cerca le condizioni necessarie dell’esperienza, senza le quali non ci sarebbe un’esperienza riconoscibile come nostra. E il genio Leibniz, con la sua armonia, ce ne ha indicata una, essenziale e irrinunciabile, silenziosamente e costantemente attiva.

martedì 3 marzo 2026

La ragazza con il compasso d'oro

Nicolas de Largillière, Portrait de Mme Emilie du Châtelet

Marco Fioravanti
Emilie du Châtelet savante e incidentalmente amante di Voltaire
il manifesto, 5 aprile 2023

Il prezioso ritratto degli inizi del Settecento di Nicolas de Largillière, raffigurante una studiosa che domina le scienze e padroneggia le leggi della filosofia naturale, da sempre identificata con Émilie du Châtelet, è considerato oggi come la rappresentazione di Uranie, dea dell’astronomia e della geometria. Proprio tramite l’intrecciarsi delle figure di Uranie ed Émilie, la musa idealizzata e la donna reale, va letto il libro di Paola Cosmacini, La ragazza con il compasso d’oro La straordinaria vita della scienziata Émilie du Châtelet (Sellerio, 2023 pp. 250, € 20,00) che evita il genere usurato della biografia romanzata, per tracciare lo spirito del secolo dei Lumi attraverso il ritratto di una donna riluttante a incarnare il ruolo, cui è stata consegnata, di amante di Voltaire. Certamente, il sodalizio sentimentale e culturale tra i due è centrale nella breve ma intensa esistenza di Madame du Châtelet, «la donna che fra tutte in Francia aveva predisposizione per ogni scienza», come ebbe a scrivere il suo protégé il quale in lei ritrovava intelligenza, finezza di gusto, ardente desiderio di istruirsi. Femme savante per eccellenza, scrittrice, traduttrice, matematica di genio, scienziata sperimentale, appartenente a uno dei casati più influenti di Francia in stretti rapporti con la famiglia reale, incontrò i pregiudizi e i paradossi delle donne (privilegiate) del suo tempo: obbligate a sposarsi e ad avere dei bambini, era accordato loro il diritto alla negligenza. L’infedeltà coniugale, purché accompagnata da una certa riservatezza, non era considerata dalla nobiltà e dall’alta borghesia un vizio. In un momento di fiducia illimitata nella ragione e nella scienza, Émilie partecipò in prima linea, assieme a d’Alembert, Condorcet e allo stesso Voltaire, a quella querelle des femmes che ripensò e ridefinì la relazione tra i sessi, battendosi per i diritti delle donne, denunciando l’ignoranza in cui erano tenute, la disparità di trattamento sociale e giuridico, l’assenza di un’educazione libera da pregiudizi. Questa «figlia del secolo», non estranea ai clamori di un’epoca in perpetuo mutamento, fatta di amori, tradimenti, frivolezze di nobildonne divise tra balli, teatri e incontri galanti, ma anche di scienza, medicina, letteratura, educazione, libertinismo, emancipazione femminile, ha perseguito con ardore e caparbietà il lavoro di scienziata, culminato con la monumentale traduzione dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Newton, offrendo, come chiosò il suo ingombrante amante in una sorta di epitaffio postumo, lo spettacolo di due prodigi: «uno che Newton abbia scritto quest’opera e l’altro che sia stata una donna a tradurla e commentarla». Alla moitié du genre humain, dichiarava Émilie du Châtelet rammaricandosi di non poter godere degli stessi diritti degli uomini, mancava ancora il suo trionfo.

Emilie nelle memorie del suo valletto: un episodio
Sébastien Longchamp

Tuttavia, qualche giorno dopo, mentre era nella vasca da bagno, suonò il campanello; corsi in camera sua, ma mia sorella, impegnata altrove, non c'era in quel momento. Madame du Châtelet mi disse di prendere un bollitore che era davanti alla stufa e di versare acqua nella sua vasca, perché si stava raffreddando.
Avvicinandomi, vidi che era nuda e che non era stata messa alcuna essenza nella vasca, perché l'acqua era perfettamente limpida e limpida.
Madame allargò le gambe in modo che potessi versare l'acqua bollente che stavo portando più facilmente e senza farle male. Mentre iniziavo questo compito, il mio sguardo cadde su ciò che non stavo cercando di vedere; vergognandomi e girando la testa il più possibile, la mia mano tremò e versai l'acqua a casaccio. "Stai attento", disse bruscamente, a voce alta, "mi brucerai". Fui costretto a tenere d'occhio il mio lavoro e a mantenerlo, contro la mia volontà, più a lungo di quanto avrei voluto. Non ero ancora abituato a tanta disinvoltura da parte delle mie padrone che servivo.

Cependant quelques jours après, au moment où elle était dans son bain, elle sonna ; je m’empressai d’accourir dans sa chambre, ma sœur, occupée ailleurs, ne s’y trouvait point alors. Madame du Châtelet me dit de prendre une bouilloire qui était devant le feu, et de lui verser de l’eau dans son bain, parce qu’il se refroidissait.
En m’approchant, je vis qu’elle était nue, et qu’on n’avait point mis d’essence dans le bain, car l’eau en était parfaitement claire et limpide.
Madame écartait les jambes, afin que je versasse plus commodément et sans lui faire mal l’eau bouillante que j’apportais. En commençant cette besogne, ma vue tomba sur ce que je ne cherchais pas à voir ; honteux et détournant la tête autant qu’il m’était possible, ma main vacillait et versait l’eau au hasard : Prenez donc garde, me dit-elle brusquement, d’une voix forte, vous allez me brûler. Force me fut d’avoir l’œil à mon ouvrage, et de l’y tenir, malgré moi, plus longtemps que je ne voulais. Je n’étais pas encore familiarisé avec une telle aisance de la part des maîtresses que je servais.

Sébastien LongchampAnecdotes sur la vie privée de Monsieur de Voltaire, texte établi par Frédéric S. Eigeldinger, présenté et annoté par Raymond Trousson, Paris, Honoré Champion, 2009 («Bibliothèque des correspondances, mémoires et journaux», 50), pp. 329.


La lecture de ce volume constitue un véritable bonheur pour ceux qui s’intéressent à Voltaire. Ces mémoires ont été écrits par un copiste et valet de chambre de Voltaire, de 1746 à 1753. Le texte reflète la manière de penser du scripteur, ce qui justifie la publication parallèle des Anecdotes (pp. 41-143) et des Mémoires (pp. 143-295), présentant les mêmes événements, mais tandis que le premier texte est dû à la plume de Longchamp, le second a été remanié par Decroix, son premier éditeur. Celui-ci transforme le titre, corrige et complète le texte original quand il le publie en 1806. Selon les critiques, Longchamp manquait de talent littéraire, mais si l’on admet que le style, c’est l’homme même, on doit reconnaître que le premier texte est révélateur, si l’on veut comprendre le point de vue du narrateur. Il est l’unique témoin d’une période particulièrement féconde de la vie de Voltaire. Le titre promet la présentation de la vie privée du philosophe et l’auteur conçoit ce terme dans le sens le plus large. L’ouvrage nous permet de découvrir la vie commune que mènent Voltaire et Mme du Châtelet qu’il servit avant de devenir le serviteur dévoué de Voltaire. Le narrateur accorde un intérêt particulier à la vie de société et aux voyages. Il prépare ces derniers, donc il les voit de l’intérieur: raconte les anecdotes, les petits incidents, les circonstances agréables ou pénibles. Les scènes de la vie de société sont présentées de seconde main, mais parmi les amis choisis de Voltaire se trouvent des personnages illustres comme Mme de Pompadour, Mme du Maine, la cour de Lunéville et de Berlin. La présentation de la vie intime de Voltaire (rapports humains, jalousies, deuils, situation financière) complète de façon intéressante les écrits autobiographiques de Voltaire. En plus de l’homme, nous y côtoyons constamment l’auteur. Les renseignements sur la réflexion et la pratique du dramaturge sont d’un intérêt particulier: nous y découvrons les théâtres privés de Paris, mais aussi le rapport que Voltaire entretient avec les comédiens qui ont contribué au succès de son théâtre. Il découvre des comédiens talentueux (Lekain), dicte ses conditions aux théâtres et réagit promptement à l’accueil du public (réécrit en trois jours les parties mal reçues). Le texte permet de voir le processus de la création: la préparation à l’écriture des ouvrages historiques, la légèreté de sa plume quand il rédige un sermon à la demande de quelqu’un. Nous y voyons l’écrivain cherchant le succès auprès du public contemporain, et en particulier auprès de ses amis dont le goût le forme. Certaines œuvres de Voltaire sont parvenues à la postérité grâce à ces mémoires qui englobent, en dehors de la narration, des poèmes, des discours, des lettres et des fragments ou titres d’ouvrages non publiés au cours de sa vie. Longchamp livre des détails concernant les controverses de Voltaire avec ses éditeurs: il montre comment l’auteur de Zadig fait plaisir à ses amis, en leur préparant une édition en exemplaires limités, tout en déjouant des éditions pirates. Le portrait que l’auteur dessine de Voltaire, présente un homme, caractérisé par la vivacité et la curiosité auquel l’amitié et la création sont également chères.
L’édition critique des Anecdotes est bien soignée. Une introduction et des notes savantes, profitant des recherches les plus récentes sur la vie de Voltaire, permettent de lire ces mémoires, qui ne sont pas toujours fiables, en tant que document authentique, et à découvrir en même temps l’existence d’un serviteur, homme quotidien, qui a des défauts et exagère probablement son rôle, mais qui comprend l’importance de ses tâches. En dehors du texte original et de son édition remaniée (et annotée par Decroix), le volume comprend des annexes, une bibliographie et un index.

Olga Penke«Sébastien Longchamp, Anecdotes sur la vie privée de Monsieur de Voltaire»Studi Francesi, 160 (LIV | I) | 2010, 152.


Sul ritratto

In the painting, it appears that Chatelet is looking upward, which symbolizes her interest in astronomy. Chatelet also appears to be holding a gold compass in her right hand, which is suppose to symbolize her work in measuring and bringing order to the natural world and universe. Lastly, her left hand is placed on top of a glob, which represents Newton’s theory of universal gravitation. The painting was sold in 2010 for $134,500 (Weinstock, 2014).
After looking at this painting, I learned a lot about the French painter, Nicolas de Largillier, and why he painted a portrait of Chatelet. During the 18th century, it was often unheard of women as scholars, and Chatelet was notably one of the first female mathematicians. Chatelet was born in Paris, and always enjoyed math and science. As she grew older, she became very interested in Isaac Newton’s work. I learned that she is best known for her translation and commentary of Newton’s groundbreaking Principia, which is still used today. (Jessica Montevago)

https://machiave.blogspot.com/2014/10/voltaire-emilie-e-le-altre.html



domenica 17 novembre 2024

Dio benedica gli inglesi

 





Si sa che Voltaire era un un sincero ammiratore delle istituzioni britanniche (Lettres anglaises o Lettres philosophiques, 1734). Come storico scrisse perfino un elogio di Cromwell, che in un primo tempo aveva criticato: “questo usurpatore degno di regnare, prese il nome di protettore, e non di re, perché gli inglesi sapevano quale ampiezza i diritti del loro re dovessero avere, e non sapevano quali fossero i limiti dell'autorità di un protettore. Consolidò il suo potere mostrando di saperlo contenere all'occorrenza: non intraprese nulla quanto ai privilegi dei quali il popolo era geloso; non albergò mai uomini di guerra nella Città di Londra; non mise nessuna imposta di cui si potesse mormorare, non offese in alcun modo gli occhi con un fasto eccessivo; non accumulò tesori; ebbe cura che la giustizia fosse osservata con quella asciutta imparzialità che non distingue i grandi dai piccoli” (Le siècle de Louis XIV, 1751). Meraviglia delle meraviglie, nel 1828, i contadini di Torchiara, un borgo sperduto dell’Italia meridionale, non erano da meno. Il 1828, bisogna dire, non fu per i paesi del Cilento un anno come un altro. Nel giugno di quell’anno ci fu nella zona una rivolta che proclamò un governo provvisorio reclamando la costituzione francese, nientemeno: non ci si limitava neppure a quella napoletana del 1820. Ora, nell’aprile del 1828, un viaggiatore scozzese, Craufurd Tait Ramage, letterato e ministro della Chiesa episcopale, attraversa il Cilento prima di spingersi più a sud. Si sarebbe poi spinto fino a Taranto, Gallipoli e Brindisi. Il 30 aprile, abbandona Paestum, supera Agropoli e va verso Torchiara, un villaggio dell’interno a pochi chilometri dal mare. Lungo la strada decide di fermarsi presso la prima casa di aspetto rispettabile che gli si fosse parata davanti. Trova un uomo di condizione agiata con cui avvia una conversazione ed è sorpreso dalle capacità linguistiche del suo interlocutore: “egli si esprimeva con maggiore precisione ed eleganza di quanto mi sarei aspettato in un luogo così remoto”. Il padrone di casa spiega che la sua vita non è sempre stata così tranquilla, egli ha preso parte in passato a varie campagne di Napoleone, ha visto il grande incendio di Mosca e, durante la tragica ritirata delle truppe francesi, se l’è cavata con la sola perdita di alcune dita delle mani e dei piedi. Uno che oggi si imbatte in questo racconto pensa all’antenato di Pasolini, Vincenzo Colussi, al poemetto a lui dedicato dallo scrittore e alla canzone di Sergio Endrigo, Il soldato di Napoleone”. E soldato di Napoleone era stato un leggendario abitante dello stesso paese: un certo Galano, di cui ancora si parlava negli anni Cinquanta del Novecento. Chissà se l’uomo incontrato da Ramage era proprio quello stesso: forse si trattava di un’altra persona e allora i soldati di Napoleone sarebbero stati perfino due. Le sorprese in quel giorno di aprile per il viaggiatore straniero non erano ancora finite, un altro incontro si sarebbe rivelato ancora più significativo. Ramage raggiunge poi il paese e, in cerca di informazioni sulla strada da seguire, entra nella locanda che è anche un luogo di incontro per i contadini del posto. Qui la comunicazione non è facile quanto era stata con il soldato di Napoleone: “Rimasi decisamente male quando mi accorsi che l’italiano che parlavo, di cui andavo orgoglioso, e per il quale avevo ricevuto i complimenti da persone istruite, era capito a stento dai contadini, e quello che maggiormente mi dispiaceva era che provavo altrettanta difficoltà a capire loro”. Alla fin fine il viaggiatore e gli indigeni riescono a parlarsi e a capirsi. Il piccolo locale si riempie di persone, “molti erano sulla porta e chi era rimasto fuori si sollevava sulle spalle di quelli più vicini, per guardare attraverso le finestre”. Ramage per ottenere un maggiore rispetto dai presenti si dichiara inglese. Ed ecco cosa succede: “I nostri discorsi ebbero come soggetto la Costituzione in Inghilterra, e molti di essi sembravano avere le idee abbastanza chiare al riguardo. Chiesero anche se ci accadeva spesso di far decapitare i nostri Re, ma avevano una nozione assai imperfetta del nostro Parlamento”. Gli storici che si sono occupati di quel periodo e di quella zona nonché alcuni testimoni dell’epoca permettono di sostenere che l’interesse per le questioni politiche era sicuramente diffuso non solo presso gli intellettuali e gli esponenti del ceto più agiato, ma anche a livello popolare (Raffaele Riccio, Introduzione, in Attraverso il Cilento. Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828, Edizioni dell’Ippogrifo, Sarno 2003, p. 27, n. 38). Chi lo avrebbe detto: il buon nome delle istituzioni britanniche era in grado di creare un legame tra i contadini del Cilento e Voltaire.




domenica 22 settembre 2024

Caterina II, l'imperatrice e il filosofo

 



Ivan Semënovič Sablukov, Ritratto di Caterina II (1770)

Peter ScheibertL'impero russo da Pietro il Grande alla Rivoluzione di febbraio, Storia universale Feltrinelli, Russia, traduzione di Libero Sosio, Milano 1973 

Anche Caterina II (1729-1796) fu innalzata al trono (1762) da un putsch della guardia, senza dover rinunciare a una benché minima parte del suo potere autocratico. Quale che possa essere stata la sua complicità nell'uccisione del marito, è certo che non fece nulla per salvarlo. Soprattutto ella fece di tutto per impedire l'ascesa al trono del proprio figlio Paolo (nato nel 1754). Il popolo russo si vide messo di fronte a un'usurpazione che non era legittimata da nulla; i disordini popolari cominciarono allora ad assumere un peso maggiore. Prima di Napoleone nessun sovrano dell'epoca moderna si era presentato in scena con tanta abilità propagandistica quanto la dotatissima figlia di un colonnello prussiano appartenente all'oscura famiglia di Anhalt-Zerbst. L'Europa intellettuale si prostrò ai suoi piedi; Voltaire e Diderot resero omaggio al potere "progressivo". Il fatto di riuscire a corrompere l'opinione pubblica di vari decenni fu già in sé un'impresa notevole. 


Louis-Michel van Loo, Ritratto di Denis Diderot (1767)


Robert Zaretzky, Catherine and Diderot: The Empress, the Philosopher, and the Fate of the EnlightenmentHarvard University Press, 2019, 272 pp.

Recensione di Maria Lipman, Foreign Affairs, 15 ottobre 2019

Zaretsky è uno storico della Francia e, come ammette lui stesso, un nuovo arrivato nella 
storia russa. Quindi, il suo libro breve e divertente racconta ai lettori più su Denis Diderot 
che sull'imperatrice russa che invitò il principale filosofo dell'Illuminismo a San Pietroburgo. 
Quando il sessantenne Diderot arrivò in Russia nel 1773, era la prima volta che si spingeva
lontano da casa. Condivideva con altri filosofi francesi del suo tempo una visione di
Caterina la Grande come l'incarnazione del dispotismo illuminato, una leader guidata dalla
fede nella ragione e nel progresso e dedita a garantire la felicità dei suoi sudditi. Come 
chiarisce il libro, il filosofo inizialmente sembrava pronto a realizzare il suo sogno di fare
da mentore al monarca. Catherine si impegnò con entusiasmo in dibattiti con Diderot. Era 
affascinata dal suo pensiero audace e lui rispettava la sua devozione agli ideali 
dell'Illuminismo. Il disincanto reciproco era, ovviamente, inevitabile. Alla fine Diderot 
concluse che il concetto di dispotismo illuminato era un ossimoro e che Caterina, ahimè, era
semplicemente un despota. Caterina, nel frattempo, arrivò gradualmente a considerare i 
filosofi inutili, poiché i loro scritti aprivano la strada a infinite calamità. Tuttavia, Zaretsky
non può fare a meno di ammirare l'affetto reciproco di Catherine e Diderot, che la loro
reciproca delusione non ha diminuito.

domenica 2 dicembre 2018

Il fantasma della bellezza perduta

Venere Medici
La vecchia è uno tra i personaggi che popolano il Candido (1759) di Voltaire. Compare nel capitolo VI e non sembra avere un altro nome fino a quando, nel capitolo XI, non viene posta al centro della scena: "Storia della vecchia" è il titolo. Lei prende subito la parola per affrontare il tema della sua apparenza fisica. Se il nome a lei attribuito poteva essere una sorta di stigma, ora arriva il risarcimento. La locuzione "non sempre" viene ripetuta per tre volte. Un esorcismo che dà luogo all'evocazione di una immagine ben diversa, che esprime lo splendore della bellezza trionfante. 












Io non sono stata sempre cogli occhi cisposi e orlati di scarlatto, il mio naso non è sempre andato a ritoccarsi col mento, nè sono stata sempre serva. Io sono figlia di papa Urbano decimo, e della principessa di Palestrina. Fui fino all’età di quattordici anni allevata in un palazzo, a cui tutti i castelli dei vostri baroni tedeschi avrebbero potuto servire da stalla; e valeva più uno dei miei abiti che tutte le magnificenze della Vesfalia. Crescevo in bellezza, in grazia e in talento, in mezzo ai piaceri, agli ossequi ed alle speranze, e ispiravo già amore; e che petto! bianco, fermo, scolpito come quello della Venere de 'Medici; che occhi! che palpebre! che ciglia! che fiammelle scintillavano dalle mie pupille, e oscuravano il fulgore delle stelle! come mi dicevano i poeti del luogo. Le donne che mi vestivano e mi spogliavano cadevano in estasi, guardandomi dal davanti e dalla schiena; e tutti gli uomini avrebbero voluto essere al loro posto.
 
Je n’ai pas eu toujours les yeux éraillés et bordés d’écarlate; mon nez n’a pas toujours touché à mon menton, et je n’ai pas toujours été servante. Je suis la fille du pape Urbain X et de la princesse de Palestrine. On m’éleva jusqu’à quatorze ans dans un palais auquel tous les châteaux de vos barons allemands n’auraient pas servi d’écurie; et une de mes robes valait mieux que toutes les magnificences de la Vestphalie. Je croissais en beauté, en grâces, en talents, au milieu des plaisirs, des respects, et des espérances: j’inspirais déjà de l’amour; ma gorge se formait; et quelle gorge! blanche, ferme, taillée comme celle de la Vénus de Médicis; et quels yeux! quelles paupières! quels sourcils noirs! quelles flammes brillaient dans mes deux prunelles, et effaçaient la scintillation des étoiles! comme me disaient les poëtes du quartier. Les femmes qui m’habillaient et qui me déshabillaient tombaient en extase en me regardant par devant et par derrière; et tous les hommes auraient voulu être à leur place. 

https://generazionediarcheologi.com/2015/10/19/uffiziarcheologia-la-vendetta-della-venere-medici/

domenica 30 settembre 2018

Voltaire, una poesia d'amore

 


Les Vous et les Tu

Philis, qu'est devenu ce temps
Où, dans un fiacre promenée,
Sans laquais, sans ajustements,
De tes grâces seules ornée,
Contente d'un mauvais soupé
Que tu changeais en ambroisie,
Tu te livrais, dans ta folie,
A l'amant heureux et trompé
Qui t'avait consacré sa vie ?
Le ciel ne te donnait alors,
Pour tout rang et pour tous trésors,
Que les agréments de ton âge,
Un coeur tendre, un esprit volage,
Un sein d'albâtre, et de beaux yeux.
Avec tant d'attraits précieux,
Hélas ! qui n'eût été friponne ?
Tu le fus, objet gracieux !
Et (que l'Amour me le pardonne !)
Tu sais que je t'en aimais mieux.

Ah ! madame ! que votre vie
D'honneurs aujourd'hui si remplie,
Diffère de ces doux instants !
Ce large suisse à cheveux blancs,
Qui ment sans cesse à votre porte,
Philis, est l'image du Temps ;
On dirait qu'il chasse l'escorte
Des tendres Amours et des Ris ;
Sous vos magnifiques lambris
Ces enfants tremblent de paraître.
Hélas ! je les ai vus jadis
Entrer chez toi par la fenêtre,
Et se jouer dans ton taudis.

Non, madame, tous ces tapis
Qu'a tissus la Savonnerie,
Ceux que les Persans ont ourdis,
Et toute votre orfèvrerie,
Et ces plats si chers que Germain
A gravés de sa main divine,
Et ces cabinets où Martin
A surpassé l'art de la Chine ;
Vos vases japonais et blancs,
Toutes ces fragiles merveilles ;
Ces deux lustres de diamants
Qui pendent à vos deux oreilles ;
Ces riches carcans, ces colliers,
Et cette pompe enchanteresse,
Ne valent pas un des baisers
Que tu donnais dans ta jeunesse.

(1730 ca), per una donna da lui amata tre anni prima, Mlle Livry

domenica 23 aprile 2017

Voltaire, Candido e il senatore




Voltaire, Candido, capitolo XXV

Candido incarica Cacambo di recuperare Cunegonda, ma è derubato dei suoi beni. Parte dunque per Venezia con Martino, un filosofo manicheo pessimista e dalla vita assai sfortunata, che rappresenta l’antitesi di Pangloss. I due risalgono in gondola il Brenta e giungono al palazzo del senatore Pococurante. Qui il gioco si fa complicato, Pococurante, da perfezionista incallito qual è, esprime a volte in modo spregiudicato opinioni condivise dallo stesso Voltaire. L'immagine di un uomo mai soddisfatto si converte alla fine in un apologo sulla felicità che fugge e non si lascia afferrare.

"Quante opere di teatro vedo là!" disse Candido, "in italiano, in spagnolo, e in francese."
"Sì", disse il senatore. "saranno tremila, ma non tre dozzine di buone. Quelle raccolte poi di sermoni, che tutti insieme non valgono una pagina di Seneca, e tutti quei gran volumi di teologia, credetelo, non li apro mai: non io né altri."
Martino vide degli scaffali carichi di libri inglesi.
"Credo", disse, "che un repubblicano dovrebbe per lo più di vertirsi con queste opere scritte così liberamente."
"Sì, rispose Pococurante, è bello scrivere ciò che si pensa, ed è questo un privilegio dell’uomo: in tutta la nostra Italia non si scrive solo quel che non si pensa. Coloro che abitano la patria di Cesare e degli Antonini non osano avere un’idea senza il permesso di un domenicano. Sarei contento della libertà che ispira gl’ingegni inglesi, se la passione e lo spirito di parte non corrompessero totalmente ciò che quella preziosa libertà ha di stimabile."
Candido scorgendo un Milton gli chiese se non considerasse quell’autore un grand’uomo.
"Chi?" disse Pococurante, "quel barbaro che fa un lungo commento del primo capitolo della Genesi in dieci libri di versi duri? Questo grossolano imitatore dei greci, che deturpa la creazione, e che mentre Mosè rappresenta l’Eterno che produce il mondo attraverso la parola, fa prendere al Messia un gran compasso, in un armadio del cielo, per tracciare la sua opera? Io, precisamente io,  dovrei forse stimare colui che ha guastato l’inferno e il diavolo del Tasso: che traveste Lucifero da rospo o da  pigmeo: che gli fa ribattere cento volte i medesimi discorsi; che lo fa disputare sulla teologia; che imitando seriamente l’invenzione comica dell’armi da fuoco dell’Ariosto, fa sparare il cannone nel cielo dai diavoli? Né io, né alcun altro in Italia ha potuto trarre piacere da tutte queste tristi stravaganze. Le Nozze del Peccato e della Morte, e le vipere partorite dal peccato, non fanno vomitare ogni uomo che ha il gusto un po' delicato, e la sua lunga descrizione di un ospedale va bene solo per un becchino. Questo poema oscuro, bizzarro e disgustoso fu schernito fin dalla nascita, ed io lo tratto oggi come fu trattato in sua patria dai contemporanei; del resto, dico ciò che penso, e mi preoccupo assai poco di vedere se gli altri la pensano come me."
Candido era afflitto da questi discorsi; lui che rispettava Omero, e un po' amava Milton.
"Ahimè", disse sottovoce a Martino, "temo proprio che quest'uomo nutra un sovrano disprezzo per i nostri poeti tedeschi."
"Non sarebbe un gran male", disse Martino.
"Oh che uomo superiore! diceva ancora Candido fra i denti. E che genio, questo Pococurante! Niente può piacergli."
Dopo aver passato così in rassegna tutti i libri, scesero in giardino; Candido ne lodava ogni bellezza. "Non conosco nulla che sia di un tale cattivo gusto", disse il padrone: "abbiamo qui solo quisquilie, ma subito domani ne faccio piantare uno di un disegno più fine.
Dopo che i due visitatori si furono congedati da sua eccellenza, Candido chiese a Martino:
"Ecco, ne converrete con me, il più felice di tutti gli uomini: è al di sopra di tutto ciò che possiede."
"E non vedete", rispose Martino, "che di tutto ciò che possiede è disgustato? Platone disse, molto tempo fa, che gli stomaci migliori non sono quelli che rigettano tutti gli alimenti."
"Ma", disse Candido, criticare tutto non è un piacere? Trovare dei difetti, dove gli altri uomini credono di vedere delle bellezze?"
"Sarebbe come dire" replicò Martino, "che può essere un gusto non provare gusto?"
"Oh bella!", disse Candido, "Allora soltanto sarò un uomo felice: quando potrò vedere la mia cara Cunegonda."
"E' sempre bene sperare", disse Martino. 

martedì 29 dicembre 2015

Le citazioni false



Claudio Magris
Il rischio della citazione
Corriere della Sera, 17 dicembre 2015














I Balcani, ha detto Churchill, producono più storia di quanta ne possano digerire. Un bell’inizio per un articolo. Poche cose come una citazione aiutano a cominciare uno scritto o comunque a rafforzarlo. La citazione è una specie di chiave musicale, dà un’intonazione al discorso e conferisce autorità a quanto si scrive e alle tesi che si sostengono. Inoltre è una sintesi che semplifica ed esprime con chiarezza le idee che vengono espresse. È anche rischiosa, perché spesso viene tirata in ballo senza controllarla, risuona nella mente e nella memoria con una sicurezza che esime dallo scrupolo di verificarne l’esattezza; nessuno va a rileggersi Giulio Cesare per accertarsi che egli abbia detto esattamente «veni, vidi, vici». I giornali e ancor più i dibattiti pubblici, con la fretta che impongono all’espressione delle opinioni, accentuano il ricorso alla citazione incisiva. Quando si discute, non si può consultare l’enciclopedia. Sotto questo profilo, la citazione è l’opposto del plagio: si cita senza talora copiare alla lettera, mentre nel plagio si copia senza citare l’autore del testo rubato e anzi attribuendosi la paternità di quest’ultimo.
Ma la citazione si presta all’inconsapevole falsificazione. La paternità di molte delle più famose fra esse è data per scontata, ma spesso è falsa. Voltaire non ha mai detto «non condivido quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Questa frase è certo fedele al pensiero di Voltaire, ma a dirla o meglio a scriverla è stata Evelyn Beatrice Hall, scrittrice britannica e autrice di una biografia del filosofo del 1906 intitolata Gli Amici di Voltaire. Non è stato Goebbels a dire «quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning», bensì, in un suo testo teatrale, Hanns Johst, drammaturgo tedesco nazista. Maria Antonietta non ha mai detto «se non hanno pane mangino brioche». La frase è sicuramente precedente perché già nota ai tempi di Jean Jacques Rousseau, epoca in cui l’arciduchessa austriaca non era ancora nata. L’aneddoto da cui è tratta la frase è contenuto nel libro VI delle sue Confessioni, pubblicate peraltro postume. Machiavelli non ha mai detto esplicitamente «Il fine giustifica i mezzi», parole che certo riflettono il suo pensiero ma da lui mai proferite.
Gli esempi potrebbero continuare. A elencarmeli, non senza qualche rimprovero per alcuni miei cedimenti in questo campo, è Adriano Ausilio, accanito cacciatore di bufale d’ogni genere e implacabile soprattutto con le attribuzioni inesatte di frasi celebri. Di formazione giuridica, Ausilio è un appassionato lettore e studioso di filosofia, in particolare del pensiero di Augusto Del Noce, il geniale filosofo cattolico di cui ho avuto la fortuna di essere amico, grande critico dell’ateismo e della società opulenta, avversario inesorabile e affascinato del marxismo. Perché, gli chiedo, tale ostinata caccia proprio a questo tipo di errore? «Perché — risponde — con l’avvento di Internet e dei media sociali si è diffusa una nuova tendenza. L’uso incontrollato della citazione. Si prendono per buoni passi o frasi famose solo perché li si è letti da qualche parte o per sentito dire, senza preoccuparsi di controllare se provengano effettivamente da una fonte veritiera. La Rete è piena di siti che contengono sillogi di citazioni storiche e letterarie. Ed è lì che si annida l’errore, perché le citazioni non provengono più da una conoscenza diretta dei testi, bensì da raccolte compilatorie non molto affidabili. Del resto già Hegel diceva che “il noto in genere, proprio perché noto, non è conosciuto”. A Lei è mai capitato di incorrere in errori del genere?». Non ricordo, gli dico, crederei di no; ho fatto altri, per fortuna piccoli ma errori veri e propri e dunque più gravi, come quando ho citato un verso di Shelley attribuendolo a Tennyson o quando ho confuso, penso anche causa la grafia del nome, una cittadina russa con un’altra, dov’erano accaduti rilevanti fatti storici.
Intelligente, generoso e amabile, Ausilio rischia di contagiare, grazie alla simpatia e al suo modo di essere e di parlare, il suo interlocutore e di lanciarlo come un cane da caccia sulle piste degli errori e delle imprecisioni. Non si rischia tuttavia, gli chiedo, di cadere in una mania della precisione, in un gusto di cogliere tutti in fallo, sia pure minimale? Anche la verità può diventare un fanatismo, scadere in un formalismo che perde di vista la sostanza, dato che quelle citazioni sbagliate non falsificano il pensiero dell’autore citato bensì ne ribadiscono l’essenziale? (Voltaire era un campione della tolleranza, la pistola di Johst messa in mano a Goebbels corrisponde all’atteggiamento nazista verso la cultura). Inoltre c’è il peso, l’autorità della storia che ha fatto entrare magari da secoli nella testa delle persone l’identificazione di una frase famosa con un autore sia pure sbagliato. Naturalmente se si trattasse di uno sbaglio che adultera un’opera o un autore, ad esempio una falsa citazione dei Vangeli che attribuisse a Cristo un’espressione malvagia, sarebbe doveroso smascherarla anche dopo millenni, cosa non necessaria se la bufala non altera la sostanza. Il peso della storia è così forte, che si continua ad attribuire una frase a chi non l’ha detta anche quando il presunto autore lo ha dichiarato lui stesso: la famosa, grande espressione «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà», non è di Gramsci, come tutti ripetiamo, bensì di Romain Rolland ed è stato Gramsci stesso a precisarlo. Ma ormai è entrata nel mondo come frase di Gramsci e tutti lo ripetono, anche chi sa — grazie a Gramsci — che è di Rolland...
«Concordo con Lei — replica Ausilio — che ogni eccesso debba essere evitato. Se, per esempio, dopo una partita a carte, qualcuno dicesse “l’importante non è vincere ma partecipare” per consolare i perdenti, mi sembrerebbe inopportuno chiedergli chi ne sia l’autore per poi correggerlo. Ma, al contrario, riterrei doveroso intervenire nel caso di un uso strumentale della citazione. Chi non ricorda la celebre frase “eppur si muove”, attribuita a Galileo Galilei che volle così rispondere, ci viene detto, alla condanna dei giudici dell’Inquisizione per le sue scoperte scientifiche? Quella frase mai pronunciata da Galileo fu inventata, come ormai è risaputo, dallo scrittore italiano Giuseppe Baretti nel 1757, con lo scopo di creare il mito di una Chiesa oscurantista e incapace di aprirsi alle nuove scoperte scientifiche».
A proposito, gli dico alla fine della nostra chiacchierata, ho appreso di recente da Pierre Assouline, autorevole scrittore e biografo francese, che Flaubert non ha mai detto «madame Bovary c’est moi, madame Bovary sono io». Spero che sia stato veramente Churchill a dire quelle parole sui Balcani...

giovedì 25 dicembre 2014

L'amicizia secondo Montaigne


 

Etienne de la Boétie

Perché era lui; perché ero io  

Del resto, quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza e vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono unite. Nell'amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l'una con l'altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la connessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l'amavo, sento che questo non si può esprimere se non rispondendo: 'Perché era lui; perché ero io'. C'è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione. Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l'uno dell'altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. E al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo tanto uniti, conosciuti e legati l'uno all'altro, che da allora niente fu a noi tanto vicino quanto l'uno all'altro (Essais, I, 28).

Si può aggiungere Voltaire?

[L’amicizia] E’ un contratto tacito fra persone sensibili e virtuose. Dico sensibili perchè un monaco, un solitario, può essere una persona dabbene e vivere senza conoscere l’amicizia; dico virtuose perchè i malvagi hanno solo dei complici, i libertini dei compagni di bisboccia, gli affaristi dei soci, i politici raccolgono dei faziosi, la maggior parte degli sfaccendati ha delle relazioni, i principi hanno dei cortigiani: solo gli uomini virtuosi hanno degli amici. Cetego era complice di Catilina, e Mecenate cortigiano di Ottaviano; ma Cicerone era amico di Attico. (Dictionnaire philosophique)

Etienne de la Boétie

C’est cela que certainement le tyran n’est jamais aimé ni n’aime. L’amitié, c’est un nom sacré, c’est une chose sainte : elle ne se met jamais qu’entre gens de bien et ne se prend que par mutuelle estime, elle s’entretient non pas tant par bienfaits que par bonne vie. Ce qui rend un ami assuré de l’autre, c’est la connaissance qu’il a de son intégrité: les répondants qu’il en a c’est son bon naturel, la foi et la constance. Il ne peut y avoir d’amitié là où est la cruauté, là où est la déloyauté, là où est l’injustice ; et pour les méchants, quand ils s’assemblent, c’est un complot, non pas une compagnie ; ils ne s’entraiment pas, ils s’entrecraignent, ils ne sont pas amis, mais ils sont complices. (Discours de la servitude volontaire)

http://www.cairn.info/revue-imaginaire-et-inconscient-2007-2-page-15.htm 
Sull'importanza di La Boétie per la genesi degli Essais, F. Garavini, Montaigne, Dictionnaire des philosophes, Encyclopaedia Universalis, pp. 1083-84.
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Pietro Citati

Prima di cominciare a scrivere gli Essais , Montaigne conobbe Étienne de La Boétie: nel 1559, quando aveva ventisei anni, La Boétie era un poco più anziano di lui: l'amicizia durò, intensissima, per quattro o cinque anni; e poi finì improvvisamente con la morte di La Boétie, lasciando Montaigne in un infinito dolore.
L'amicizia cominciò lentamente, alludendo a qualcosa di imprecisabile e senza volto. Poi diventò «non so quale forza inespicabile e fatale, mediatrice di questa unione». Montaigne non aveva mai conosciuto né conoscerà mai nulla di simile: il mistero, la fatalità, la sovranità astrale nei sentimenti umani, lui che abitava di solito negli ondeggiamenti e nelle variazioni dell'anima. Se vogliamo usare le dubbie parole del linguaggio filosofico, fu una grande amicizia stoica.
Nel Rinascimento neoplatonico, che Montaigne costeggiò, una tenerezza sensuale e lirica invadeva le anime. Ma l'amicizia di Montaigne per La Boétie non aveva nulla di neoplatonico. Era un'amicizia assoluta: un'amicizia perfetta e indivisibile. «Se mi si chiede perché l'amo, sento che non posso, esprimermi se non rispondendo: "perché è lui"; "perché sono io". Ciascuno si dava al proprio amico, tanto intensamente che non gli restava nulla da spartire con gli altri». Le due anime si immersero l'una nell'altra fin nel profondo delle viscere: non solo Montaigne conosceva l'anima dell'amico come la sua, ma certo si sarebbe affidato a lui più volentieri che a se stesso. C'è un'espressione bellissima che torna continuamente negli Essais : tuffarsi, perdersi. «Mi tuffai e mi persi nella sua volontà e lui si tuffò e si perse nella mia»: «viveva, godeva, vedeva per me e io per lui, altrettanto pienamente che se fosse stato per me». L'amicizia era l'assoluta conquista dell'altro e l'assoluta perdita di sé: la perfetta conquista di sé e la perfetta perdita dell'altro.
Quando La Boétie morì nel 1563, Montaigne comprese che il suo compito era, in primo luogo, quello di diventare il guardiano della tomba dell'amico. Non smise mai: diciotto anni dopo la sua morte, aveva ancora fitte dolorosissime e intollerabili, pensando a quell'anima e a quel volto amici. Non faceva che languire sulla traccia del proprio ricordo.