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martedì 29 dicembre 2015

Le citazioni false



Claudio Magris
Il rischio della citazione
Corriere della Sera, 17 dicembre 2015














I Balcani, ha detto Churchill, producono più storia di quanta ne possano digerire. Un bell’inizio per un articolo. Poche cose come una citazione aiutano a cominciare uno scritto o comunque a rafforzarlo. La citazione è una specie di chiave musicale, dà un’intonazione al discorso e conferisce autorità a quanto si scrive e alle tesi che si sostengono. Inoltre è una sintesi che semplifica ed esprime con chiarezza le idee che vengono espresse. È anche rischiosa, perché spesso viene tirata in ballo senza controllarla, risuona nella mente e nella memoria con una sicurezza che esime dallo scrupolo di verificarne l’esattezza; nessuno va a rileggersi Giulio Cesare per accertarsi che egli abbia detto esattamente «veni, vidi, vici». I giornali e ancor più i dibattiti pubblici, con la fretta che impongono all’espressione delle opinioni, accentuano il ricorso alla citazione incisiva. Quando si discute, non si può consultare l’enciclopedia. Sotto questo profilo, la citazione è l’opposto del plagio: si cita senza talora copiare alla lettera, mentre nel plagio si copia senza citare l’autore del testo rubato e anzi attribuendosi la paternità di quest’ultimo.
Ma la citazione si presta all’inconsapevole falsificazione. La paternità di molte delle più famose fra esse è data per scontata, ma spesso è falsa. Voltaire non ha mai detto «non condivido quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Questa frase è certo fedele al pensiero di Voltaire, ma a dirla o meglio a scriverla è stata Evelyn Beatrice Hall, scrittrice britannica e autrice di una biografia del filosofo del 1906 intitolata Gli Amici di Voltaire. Non è stato Goebbels a dire «quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning», bensì, in un suo testo teatrale, Hanns Johst, drammaturgo tedesco nazista. Maria Antonietta non ha mai detto «se non hanno pane mangino brioche». La frase è sicuramente precedente perché già nota ai tempi di Jean Jacques Rousseau, epoca in cui l’arciduchessa austriaca non era ancora nata. L’aneddoto da cui è tratta la frase è contenuto nel libro VI delle sue Confessioni, pubblicate peraltro postume. Machiavelli non ha mai detto esplicitamente «Il fine giustifica i mezzi», parole che certo riflettono il suo pensiero ma da lui mai proferite.
Gli esempi potrebbero continuare. A elencarmeli, non senza qualche rimprovero per alcuni miei cedimenti in questo campo, è Adriano Ausilio, accanito cacciatore di bufale d’ogni genere e implacabile soprattutto con le attribuzioni inesatte di frasi celebri. Di formazione giuridica, Ausilio è un appassionato lettore e studioso di filosofia, in particolare del pensiero di Augusto Del Noce, il geniale filosofo cattolico di cui ho avuto la fortuna di essere amico, grande critico dell’ateismo e della società opulenta, avversario inesorabile e affascinato del marxismo. Perché, gli chiedo, tale ostinata caccia proprio a questo tipo di errore? «Perché — risponde — con l’avvento di Internet e dei media sociali si è diffusa una nuova tendenza. L’uso incontrollato della citazione. Si prendono per buoni passi o frasi famose solo perché li si è letti da qualche parte o per sentito dire, senza preoccuparsi di controllare se provengano effettivamente da una fonte veritiera. La Rete è piena di siti che contengono sillogi di citazioni storiche e letterarie. Ed è lì che si annida l’errore, perché le citazioni non provengono più da una conoscenza diretta dei testi, bensì da raccolte compilatorie non molto affidabili. Del resto già Hegel diceva che “il noto in genere, proprio perché noto, non è conosciuto”. A Lei è mai capitato di incorrere in errori del genere?». Non ricordo, gli dico, crederei di no; ho fatto altri, per fortuna piccoli ma errori veri e propri e dunque più gravi, come quando ho citato un verso di Shelley attribuendolo a Tennyson o quando ho confuso, penso anche causa la grafia del nome, una cittadina russa con un’altra, dov’erano accaduti rilevanti fatti storici.
Intelligente, generoso e amabile, Ausilio rischia di contagiare, grazie alla simpatia e al suo modo di essere e di parlare, il suo interlocutore e di lanciarlo come un cane da caccia sulle piste degli errori e delle imprecisioni. Non si rischia tuttavia, gli chiedo, di cadere in una mania della precisione, in un gusto di cogliere tutti in fallo, sia pure minimale? Anche la verità può diventare un fanatismo, scadere in un formalismo che perde di vista la sostanza, dato che quelle citazioni sbagliate non falsificano il pensiero dell’autore citato bensì ne ribadiscono l’essenziale? (Voltaire era un campione della tolleranza, la pistola di Johst messa in mano a Goebbels corrisponde all’atteggiamento nazista verso la cultura). Inoltre c’è il peso, l’autorità della storia che ha fatto entrare magari da secoli nella testa delle persone l’identificazione di una frase famosa con un autore sia pure sbagliato. Naturalmente se si trattasse di uno sbaglio che adultera un’opera o un autore, ad esempio una falsa citazione dei Vangeli che attribuisse a Cristo un’espressione malvagia, sarebbe doveroso smascherarla anche dopo millenni, cosa non necessaria se la bufala non altera la sostanza. Il peso della storia è così forte, che si continua ad attribuire una frase a chi non l’ha detta anche quando il presunto autore lo ha dichiarato lui stesso: la famosa, grande espressione «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà», non è di Gramsci, come tutti ripetiamo, bensì di Romain Rolland ed è stato Gramsci stesso a precisarlo. Ma ormai è entrata nel mondo come frase di Gramsci e tutti lo ripetono, anche chi sa — grazie a Gramsci — che è di Rolland...
«Concordo con Lei — replica Ausilio — che ogni eccesso debba essere evitato. Se, per esempio, dopo una partita a carte, qualcuno dicesse “l’importante non è vincere ma partecipare” per consolare i perdenti, mi sembrerebbe inopportuno chiedergli chi ne sia l’autore per poi correggerlo. Ma, al contrario, riterrei doveroso intervenire nel caso di un uso strumentale della citazione. Chi non ricorda la celebre frase “eppur si muove”, attribuita a Galileo Galilei che volle così rispondere, ci viene detto, alla condanna dei giudici dell’Inquisizione per le sue scoperte scientifiche? Quella frase mai pronunciata da Galileo fu inventata, come ormai è risaputo, dallo scrittore italiano Giuseppe Baretti nel 1757, con lo scopo di creare il mito di una Chiesa oscurantista e incapace di aprirsi alle nuove scoperte scientifiche».
A proposito, gli dico alla fine della nostra chiacchierata, ho appreso di recente da Pierre Assouline, autorevole scrittore e biografo francese, che Flaubert non ha mai detto «madame Bovary c’est moi, madame Bovary sono io». Spero che sia stato veramente Churchill a dire quelle parole sui Balcani...

mercoledì 13 febbraio 2013

Pillole Gramsciane



È possibile ridurre Gramsci in “pillole”? Certamente no. La complessità del testo gramsciano rende molto difficile una sua riduzione in brevi citazioni o considerazioni. Eppure Gramsci rappresenta  uno degli autori più citati da studiosi di tutto il mondo e, come  è stato recentemente ricordato da G. Carpinelli in questo blog, “è stato a lungo saccheggiato e di lui molti ricordano solo poche formule (l’ottimismo della volontà, l’egemonia, odio gli indifferenti, Oriente e Occidente, il nazionalpopolare e forse qualche altra)”.
Alle citazioni, più o meno appropriate, non sempre però corrisponde una vera conoscenza del pensiero gramsciano. Nella introduzione al I volume della traduzione inglese dell'edizione critica dei Quaderni del carcere per la Columbia University Press, il curatore Joseph Buttigieg cita un passo di una lettera inviatagli da Michel Foucault in cui si definisce Gramsci “un auteur plus souvent cité que réellement connu”.
Non mi è noto il resto della lettera e la citazione isolata potrebbe essere interpretata in più modi. Ma, per quel po’ che so di Foucault, suppongo che il suo intento fosse quello di richiamare a uno studio più attento e minuzioso dell’opera di Gramsci, non limitandosi a brevi citazioni o a riferimenti spesso di seconda mano.
Però…
Però l’opera di Gramsci è di difficile lettura perché – a causa prima delle occasioni specifiche che stimolano le riflessioni del notista politico e successivamente, per quanto riguarda le Lettere o i Quaderni, delle risapute condizioni in cui l’Autore è costretto a documentarsi e a scrivere – si presenta spesso come una collezione di frammenti, di “Note” o “Noterelle” che Gramsci avrebbe voluto riprendere e rielaborare e sistematizzare. Proprio questo “limite” può giustificare l’uso o l’abuso di citazioni isolate dal contesto, poiché lo stesso “contesto” non è sempre chiaramente definito e definibile.
Quanto si vuole realizzare in questa “avventura” – proporre o “riproporre” la lettura di una “pillola gramsciana” settimanale con un breve commento a mo’ di introduzione e di “contestualizzazione” – è proprio indurre a una conoscenza più profonda di alcune parti del testo gramsciano in modo che, riprendendo l’affermazione di Foucault, Gramsci sia non soltanto “citato” ma anche più intimamente “conosciuto”. Tutto questo senza nessuna pretesa di esaustività o di sistematizzazione perché (ecco la prima “pillola”):

“Se si vuole studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo fondatore non è mai stata esposta sistematicamente (e la cui coerenza essenziale è da ricercare non in ogni singolo scritto o serie di scritti ma nell’intiero sviluppo del lavoro intellettuale vario in cui gli elementi della concezione sono impliciti) occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. […] La ricerca del leit-motiv, del ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e egli aforismi staccati.
Questo lavoro preliminare rende possibile ogni ulteriore ricerca.” (Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1977, pp. 1840-42).

Gramsci si riferiva a Marx, ma il suggerimento sembra valido anche per la sua opera.
La nota da cui è tratta la citazione si intitola significativamente Quistioni di metodo: è il metodo a cui dovremo attenerci anche nella somministrazione delle nostre “pillole”.

Francesco Scalambrino