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domenica 22 settembre 2024

Caterina II, l'imperatrice e il filosofo

 



Ivan Semënovič Sablukov, Ritratto di Caterina II (1770)

Peter ScheibertL'impero russo da Pietro il Grande alla Rivoluzione di febbraio, Storia universale Feltrinelli, Russia, traduzione di Libero Sosio, Milano 1973 

Anche Caterina II (1729-1796) fu innalzata al trono (1762) da un putsch della guardia, senza dover rinunciare a una benché minima parte del suo potere autocratico. Quale che possa essere stata la sua complicità nell'uccisione del marito, è certo che non fece nulla per salvarlo. Soprattutto ella fece di tutto per impedire l'ascesa al trono del proprio figlio Paolo (nato nel 1754). Il popolo russo si vide messo di fronte a un'usurpazione che non era legittimata da nulla; i disordini popolari cominciarono allora ad assumere un peso maggiore. Prima di Napoleone nessun sovrano dell'epoca moderna si era presentato in scena con tanta abilità propagandistica quanto la dotatissima figlia di un colonnello prussiano appartenente all'oscura famiglia di Anhalt-Zerbst. L'Europa intellettuale si prostrò ai suoi piedi; Voltaire e Diderot resero omaggio al potere "progressivo". Il fatto di riuscire a corrompere l'opinione pubblica di vari decenni fu già in sé un'impresa notevole. 


Louis-Michel van Loo, Ritratto di Denis Diderot (1767)


Robert Zaretzky, Catherine and Diderot: The Empress, the Philosopher, and the Fate of the EnlightenmentHarvard University Press, 2019, 272 pp.

Recensione di Maria Lipman, Foreign Affairs, 15 ottobre 2019

Zaretsky è uno storico della Francia e, come ammette lui stesso, un nuovo arrivato nella 
storia russa. Quindi, il suo libro breve e divertente racconta ai lettori più su Denis Diderot 
che sull'imperatrice russa che invitò il principale filosofo dell'Illuminismo a San Pietroburgo. 
Quando il sessantenne Diderot arrivò in Russia nel 1773, era la prima volta che si spingeva
lontano da casa. Condivideva con altri filosofi francesi del suo tempo una visione di
Caterina la Grande come l'incarnazione del dispotismo illuminato, una leader guidata dalla
fede nella ragione e nel progresso e dedita a garantire la felicità dei suoi sudditi. Come 
chiarisce il libro, il filosofo inizialmente sembrava pronto a realizzare il suo sogno di fare
da mentore al monarca. Catherine si impegnò con entusiasmo in dibattiti con Diderot. Era 
affascinata dal suo pensiero audace e lui rispettava la sua devozione agli ideali 
dell'Illuminismo. Il disincanto reciproco era, ovviamente, inevitabile. Alla fine Diderot 
concluse che il concetto di dispotismo illuminato era un ossimoro e che Caterina, ahimè, era
semplicemente un despota. Caterina, nel frattempo, arrivò gradualmente a considerare i 
filosofi inutili, poiché i loro scritti aprivano la strada a infinite calamità. Tuttavia, Zaretsky
non può fare a meno di ammirare l'affetto reciproco di Catherine e Diderot, che la loro
reciproca delusione non ha diminuito.

martedì 25 novembre 2014

Il nipote di Rameau, in tutto il suo cinico splendore

Denis Diderot 
Le neveu de Rameau
1762-73

Inedita durante la vita di Diderot, mai ricordata dai contemporanei, edita prima in traduzione tedesca che in francese, questa divenne la più nota tra le molte opere di Diderot.  Fu ritrovata da Schiller, utilizzata da Goethe.  Nella Fenomenologia, Hegel fece del Nipote la figura stessa della coscienza infelice, dilaniata e scissa in differenze, opposizioni, conflitti. 
 (Paolo Rossi
Denis Diderot e il cattivo nipote dei Lumi
Il Sole 24ore, 14 luglio 2002)




... c’est en réalité au beau milieu de la philosophie qu’éclate cette bombe dont on sait, aujourd’hui seulement, évaluer les dégâts. Par cette opération, Diderot ne se contente pas de rompre avec la métaphysique de l’âge classique, il rend son œuvre impropre à toute utilisation positiviste et, même, il détonne dans son siècle. Rongeant l’idée de progrès au moment où elle s’expose dans la gloire de son commencement, il n’est pas plus le collègue de Condorcet que le fourrier de la dialectique, car, à travers le Neveu, il démoralise la croyance à la perfectibilité, à l’accumulation des connaissances et des inventions, à la marche vers l’égalité, à l’avènement du bonheur des peuples (Elisabeth de Fontenay, Diderot et le matérialisme enchanté, Grasset 1981, p. 211).

...   Un pomeriggio mi trovavo là, tutto intento a guardare, parlando
poco e ascoltando il meno possibile, quando mi si avvicinò uno dei
personaggi più bizzarri di questo paese al quale Iddio non ne ha
fatti mancare. E' un insieme di nobiltà d'animo e di bassezza, di
buon senso e di follia: le nozioni di ciò che è onesto e di ciò che è
disonesto devono essere assai stranamente mescolate nella sua
testa, perché egli mostra senza ostentazione quel tanto di buone
qualità che la natura gli ha dato, e le cattive senza pudore. Inoltre,
è dotato di una costituzione robusta, di un calore di immaginazione
singolare, e di una forza di polmoni poco comune. Se vi capiterà di
incontrarlo, vi metterete le dita nelle orecchie, o fuggirete, a meno
che la sua originalità non vi trattenga. Dio, che terribili polmoni!
Nulla di più dissimile da lui di lui stesso. Talvolta è magro e scavato
come un malato all'ultimo stato di consunzione: gli si potrebbero
contare i denti attraverso le guance, si direbbe che abbia passato
molti giorni senza mangiare, o che esca dalla Trappa. Il mese dopo,
è grasso e ben pasciuto come se non si fosse mai alzato dalla tavola
di un finanziere, o fosse stato rinchiuso in un convento di
Bernardini.
Oggi con la camicia sporca, i pantaloni strappati, tutto lacero,
semiscalzo, se ne va a testa bassa, sfugge, e si sarebbe tentati di
chiamarlo per dargli l'elemosina. Domani, incipriato, ben calzato,
elegante, cammina a testa alta, si fa notare, e lo scambiereste
quasi per un galantuomo. Vive alla giornata, triste o lieto secondo le
circostanze. Il suo primo pensiero, quando si alza al mattino, è di
sapere dove andrà a pranzare; dopo pranzo si domanda dove fare la
cena. Anche la notte ha il suo problema: egli allora raggiunge a piedi
una piccola soffitta dove abita, a meno che la padrona, stanca di
aspettare il fitto, non si sia fatta restituire la chiave; oppure si
caccia in una taverna dei sobborghi e là aspetta il giorno davanti a
un pezzo di pane e a un boccale di birra. Quando non ha nemmeno
sei soldi in tasca, il che talvolta gli accade, ricorre a qualche
vetturino suo amico, o al cocchiere di un gran signore, che gli dà un
letto sulla paglia, accanto ai cavalli: al mattino ha ancora parte del
suo materasso nei capelli. Se la stagione è mite, passeggia tutta la
notte su e giù per il Corso o per i Campi Elisi. Ricompare col giorno
in città, vestito dalla vigilia per l'indomani, e talora dall'indomani
per il resto della settimana. Io non ho stima di siffatti originali;
altri entrano con loro in rapporti di familiarità e perfino di
amicizia; ma quanto a me, fermano la mia attenzione una volta
all'anno, quando li incontro, perché il loro carattere si stacca da
quello degli altri, ed essi rompono la noiosa uniformità che la nostra
educazione, le nostre convenienze sociali, le nostre abitudini hanno
introdotto. Se ne capita uno in qualche compagnia, è come un
granello di lievito che fermenta e che restituisce a ciascuno una
parte della sua individualità naturale. Scuote, agita, fa approvare o
biasimare, fa uscire la verità, fa riconoscere le persone perbene,
smaschera i furfanti: allora l'uomo di buon senso ascolta e giudica
la gente.
Conoscevo costui da gran tempo. Frequentava una casa della quale il
suo talento gli aveva aperto la porta. Vi era una figlia unica, e al
padre e alla madre egli giurava che l'avrebbe sposata. Essi alzavano
le spalle, gli ridevano sul naso, gli dicevano che era matto, eppure io
vidi il giorno in cui la cosa avvenne davvero. Mi chiedeva in prestito
qualche scudo, e io glielo davo. Si era introdotto, non so come, in
alcune case di gente perbene, ove aveva il suo posto a tavola, a
condizione che non parlasse senza prima averne il permesso.
Taceva, dunque, e mangiava furiosamente; era magnifico a vedersi
in questi frangenti. Se gli veniva desiderio di rompere il patto, e
apriva la bocca, alla prima parola tutti gli invitati esclamavano:
"Rameau!". Allora la collera scintillava nei suoi occhi ed egli si
rimetteva a mangiare più rabbiosamente. Eravate curiosi di
conoscere il nome dell'uomo, e ora lo conoscete. E' il nipote di quel
celebre musicista che ci ha liberati dal canto di chiesa del Lulli che
noi salmodiavamo da più di cento anni, che nei suoi scritti ha
esposto tante visioni inintelligibili e verità apocalittiche sulla teoria
della musica, di cui né lui né nessuno ha mai capito nulla, e del quale
ancora restano un certo numero di opere che contengono armonie,
spunti di canto, idee scucite, fracasso, voli, trionfi, lance, glorie,
sussurri, vittorie da restar senza fiato, arie di danza che
rimarranno eterne. Egli ha sepolto il maestro fiorentino ma poi a
sua volta sarà sepolto dai virtuosi italiani, cosa che presagiva, e che
lo rendeva malinconico, nervoso, triste, insocievole; perché nessuno
ha tanto cattivo umore, neppure una bella donna che si sveglia con
un foruncolo sul naso, quanto un autore che minaccia di
sopravvivere alla sua fama, testimoni Marivaux e Crébillon figlio.

°°°

...  Un après-dîner, j’étais là, regardant beaucoup, parlant peu, et écoutant le moins que je pouvais; lorsque je fus abordé par un des plus bizarres personnages de ce pays où Dieu n’en a pas laissé manquer. C’est un composé de hauteur et de bassesse, de bon sens et de déraison.
Il faut que les notions de l’honnête et du déshonnête soient bien étrangement brouillées dans sa tête; car il montre ce que la nature lui a donné de bonnes qualités, sans ostentation, et ce qu’il en a reçu de mauvaises, sans pudeur. Au reste il est doué d’une organisation forte, d’une chaleur d’imagination singulière, et d’une vigueur de poumons peu commune. Si vous le rencontrez jamais et que son originalité ne vous arrête pas; ou vous mettrez vos doigts dans vos oreilles, ou vous vous enfuirez. Dieux, quels terribles poumons. Rien ne dissemble plus de lui que lui-même. Quelquefois, il est maigre et hâve, comme un malade au dernier degré de la consomption; on compterait ses dents à travers ses joues. On dirait qu’il a passé plusieurs jours sans manger, ou qu’il sort de la Trappe. Le mois suivant, il est gras et replet, comme s’il n’avait pas quitté la table d’un financier, ou qu’il eût été renfermé dans un couvent de Bernardins. Aujourd’hui, en linge sale, en culotte déchirée, couvert de lambeaux, presque sans souliers, il va la tête basse, il se dérobe, on serait tenté de l’appeler, pour lui donner l’aumône. Demain, poudré, chaussé, frisé, bien vêtu, il marche la tête haute, il se montre et vous le prendriez au peu prés pour un honnête homme. Il vit au jour la journée. Triste ou gai, selon les circonstances. Son premier soin, le matin, quand il est levé, est de savoir où il dînera; après dîner, il pense où il ira souper. La nuit amène aussi son inquiétude. Ou il regagne, à pied, un petit grenier qu’il habite, à moins que l’hôtesse ennuyée d’attendre son loyer, ne lui en ait redemandé la clef; ou il se rabat dans une taverne du faubourg où il attend le jour, entre un morceau de pain et un pot de bière.
Quand il n’a pas six sols dans sa poche, ce qui lui arrive quelquefois, il a recours soit à un fiacre de ses amis, soit au cocher d’un grand seigneur qui lui donne un lit sur de la paille, à côté de ses chevaux. Le matin, il a encore une partie de son matelas dans ses cheveux. Si la saison est douce, il arpente toute la nuit, le Cours ou les Champs-Élysées. Il reparaît avec le jour, à la ville, habillé de la veille pour le lendemain, et du lendemain quelquefois pour le reste de la semaine. Je n’estime pas ces originaux-là. D’autres en font leurs connaissances familières, même leurs amis. Ils m’arrêtent une fois l’an, quand je les rencontre, parce que leur caractère tranche avec celui des autres, et qu’ils rompent cette fastidieuse uniformité que notre éducation, nos conventions de société, nos bienséances d’usage ont introduite. S’il en paraît un dans une compagnie; c’est un grain de levain qui fermente qui restitue à chacun une portion de son individualité naturelle. Il secoue, il agite; il fait approuver ou blâmer; il fait sortir la vérité; il fait connaître les gens de bien; il démasque les coquins; c’est alors que l’homme de bon sens écoute, et démêle son monde. Je connaissais celui-ci de longue main. Il fréquentait dans une maison dont son talent lui avait ouvert la porte. Il y avait une fille unique. Il jurait au père et à la mère qu’il épouserait leur fille. Ceux-ci haussaient les épaules, lui riaient au nez ; lui disaient qu’il était fou, et je vis le moment que la chose était faite. Il m’empruntait quelques écus que je lui donnais. Il s’était introduit, je ne sais comment, dans quelques maisons honnêtes, où il avait son couvert, mais à la condition qu’il ne parlerait pas, sans en avoir obtenu la permission.
Il se taisait, et mangeait de rage. Il était excellent à voir dans cette contrainte. S’il lui prenait envie de manquer au traité, et qu’il ouvrit la bouche ; au premier mot, tous les convives s’écriaient, ô Rameau! Alors la fureur étincelait dans ses yeux, et il se remettait à manger avec plus de rage. Vous étiez curieux de savoir le nom de l’homme, et vous le savez. C’est le neveu de ce musicien célèbre qui nous a délivrés du plain-chant de Lulli que nous psalmodions depuis plus de cent ans; qui a tant écrit de visions inintelligibles et de vérités apocalyptiques sur la théorie de la musique, où ni lui ni personne n’entendit jamais rien, et de qui nous avons un certain nombre d’opéras où il y a de l’harmonie, des bouts de chants, des idées décousues, du fracas, des vols, des triomphes, des lances, des gloires, des murmures, des victoires à perte d’haleine; des airs de danse qui dureront éternellement, et qui, après avoir enterré le Florentin sera enterré par les virtuoses italiens, ce qu’il pressentait et le rendait sombre, triste, hargneux; car personne n’a autant d’humeur, pas même une jolie femme qui se lève avec un bouton sur le nez, qu’un auteur menacé de survivre à sa réputation; témoins Marivaux et Crébillon le fils.

domenica 1 settembre 2013

Montaigne e Diderot bestseller

Bernardo Valli 
L'estate dei saggi. Montaigne e Diderot bestseller da spiaggia
la Repubblica, 28 agosto 2013

La chiamo "l'estate dei filosofi", perché due di loro, il rinascimentale Montaigne e l'enciclopedista Diderot, hanno dato un'impronta insolita alle letture della stagione balneare. All'origine del fenomeno, perché di fenomeno si tratta, c'è un libretto da dodici euro. Un talismano a buon mercato. La copertina è gialla, un giallo limone, illustrata da un disegno sofisticato e spiritoso. Un uomo, meglio la sua sagoma color inchiostro, si suppone calvo, con la gorgiera dei nobili del Rinascimento, penso inamidata, a merletti, seduto al riparo di un ombrellone da spiaggia, tiene il busto eretto e ha un libro appoggiato sulle ginocchia.
È la posizione rispettosa di chi compie un rito. Forse è cosi che si leggeva secoli fa. Ma la seggiola è dei nostri giorni; è stile habitat; e sullo schienale c'è un passero.
Il libretto, formato opuscolo, presentato con tanto humour, conta centosettanta pagine. L'editore non è uno dei grandi di Francia: le éditions des équateurs non sono parigine, sono della provincia, hanno la loro sede sulla costa normanna. Quanto all'autore, Antoine Compagnon, è un rispettatissimo, noto professore del Collège de France e della Columbia University, specialista di Montaigne e Proust, ma che ha scritto anche di Racine, Baudelaire, Stendhal, ed è l'autore di un testo, Les Antimodernes, diventato un classico. Il suo nome non attirava tuttavia decine di migliaia di lettori. Per divertimento l'estate scorsa, nel 2012, ha accettato di tenere quaranta brevi trasmissioni culturali su Montaigne a Radio France Inter,e nell'estate successiva, la nostra, quelle conversazioni, stampate e diventate altrettanti brevissimi capitoli, si sono trasformate in un volume che ha venduto centomila copie. E non è finita.
L'intelligente, semplice sintesi delle idee di un moralista di mezzo millennio fa si è accodata, sia pure a distanza, nella lista dei bestseller estivi, ai meno nobili giganti, quali sono Inferno di Dan Brown e la serie delle Cinquanta sfumature di E. L. James. Centomila copie significa, a occhio e croce, almeno mezzo milione di lettori: una massa di uomini e donne che sulle spiagge si appassionano alle idee ricavate dai Saggi (Essais), scritti da Michel Eyquem, detto Montaigne, vissuto dal 1533 al 1592, pioniere dell'introspezione per il modello di esercizio spirituale, laico si intende, che ci offre, e maestro di vita per le sentenze epicuree che ci suggerisce. La prima spiegazione è che Montaigne non dimostra i quasi cinquecento anni che ha. L'uomo, coperto da un'ombra, sulla copertina, con il titolo Un été avec Montaigne è ovviamente lui: e se l'abito ricorda la sua epoca, il resto del disegno ricorda che è anche dei nostri. Comunque vorremmo che lo fosse. Non lo si può definire moderno. Se mai premoderno, dice Antoine Compagnon. Aveva una sensibilità simile a quella di molti di noi, annoiati dall'idea di un progresso ineluttabile, promesso all'avvenire dell'umanità. E tuttavia non lo si può definire neppure un postmoderno. È un modello di scetticismo fuori dal tempo, perché non deteriorabile, che invita a trovare la felicità partendo da se stessi, che insegna come accontentarsi di quel che si ha, e come trarne soddisfazione. Gli Essais (in italiano c'è un'esemplare traduzione di Fausta Garavini) sono ritmati dalla regolare alternanza della vita pubblica e della vita privata di Montaigne. Il quale è stato sindaco di Bordeaux, mediatore tra cattolici e protestanti durante le guerre di religione, viaggiatore in Italia, e solitario studioso tra i suoi libri. Gli Essais sono stati scritti, riscritti, corretti per vent'anni, e il loro valore etico resiste cinque secoli dopo.
Didier Diderot è l'altro filosofo della stagione. Tra poco compie trecento anni (essendo nato il 5 ottobre 1713), ma neppure lui li dimostra. In vista delle celebrazioni sono apparsi tanti saggi e biografie che campeggiano sui banchi delle belle librerie parigine. Il volume di Jean Starobinski, Diderot, un diable de ramage, ha diritto a un'attenzione particolare. Il "ramage" è il cinguettio nel fogliame degli alberi, ma è anche il brusio delle voci nella società, di cui parla il nipote di Rameau, nella più nota opera di Diderot. Il filosofo tendeva l'orecchio a quei rumori nel secolo dei lumi. Li ascoltava e li raccontava, li analizzava, li interpretava nei suoi scritti. Era uno straordinario cronista, curioso e sfacciato se necessario, erudito ma non pedante, spaziava dalla matematica alla medicina, dalla scienza alla morale, con la chiarezza di un eccezionale dilettante. Era un libertino, come si diceva allora, ma anche un innamorato tenace. Ne è la prova la corrispondenza con Sophie Volland, considerata da Proust la più bella raccolta di lettere d'amore.
Raccoglieva il brusio della società nelle strade di Parigi, allora cuore di una monarchia moribonda, nei villaggi, nei salotti letterari, nelle alcove delle sue amanti, nelle tipografie dove si stampavano i volumi della sua Enciclopedia. Gli scritti di quel grande ascoltatore, molti dei quali apparsi dopo la sua morte, alcuni ancora allo studio, ci arrivano come se fossero freschi d'inchiostro. I suoi pensieri (dei quali diceva «sono le mie puttane») è come se datassero di ieri.
Jacques Attali in Diderot. Ou le bonheur de penser, e anche Gerhardt Stenger in Diderot. Le combattant de la liberté, lo presentano come il filosofo che più incarnò, nella sua epoca, l'ideale di libertà. E che riabilitò le passioni. Meravigliosi protagonisti, entrambi, Montaigne e Diderot di un'estate del nostro secolo.

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Montaigne in italiano

Montaigne, Saggi, con testo francese a fronte, a cura di Fausta Garavini e André Tournon, Bompiani
Sarah Blakewell, Montaigne. L'arte di vivere, traduzione di Thomas Fazi, Fazi editore
Saul Frampton, Il gatto di Montaigne, traduzione di Elisa Banfi, Guanda

edizione tematica dei saggi, traduzione e cura di Federico Ferraguto, Fazi editore
1. Coltiva l'imperfezione
2. Sopravvivi all'amore
3. Svegliati dal sonno dell'abitudine
4. Scopri il mondo
5. Lavora bene, ma non troppo bene
6. Filosofando per caso
7. La risposta è la vita stessa