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mercoledì 18 giugno 2025

La Madonna di Novi Velia



Canti dei pellegrini che salivano al santuario del Sacro Monte
Madonna di Novi   

Io canto e non pe' te voglio cantare,
canto pe' sfurià la fantasia.
R
i tiempi antichi voglio ricordare
l'età chiù bella re la vita mia.
Cantanno i iuorni miei voglio passare,
mettenno ra parti la malincunia.
Chiù bella chiù re te pozzo trovare,
affliggermi pe' te 'macciuto saria...
Fior di noce,
comprendi le parole e no la voce.

  No iuorno me 'mbarcai orla mari,
'ngappai na fontanella ca surgia.
Tanto ca era bella fresca e chiara,
c"a fontanella appriesso me venia.
Chesta non è puzzo e nè fontana
sono li billizzi re la bella mia.

  O fiore ca te canto, fíor di mortella
u core m'à 'nchiuvato co' 'na centrella.
Cala ste trezze, ronna 'mperiale,
figlia re no ran duca, Manueli,
Vui siti assuta ra sango reale,
parente a la rigina re li Réi.
E le purtati le bilance mano,
come le porta lo giusto Micheli
fammi na rázia, ca me la può fa,
levami la catena ra lu peri.
O fiore...

  O faccia re na fina ranatella,
o rosa ca nun cangia mai culure,
quanno cammini, fai tremà la terra;
cu ssi bell'uocchi fai gità lu sole.
E l'àngiuli 'ncielo se fanno uerra,
'nterra non pote stà la tua persona.
O vavattinni 'ncielo addo l'àute belle,
o ronna re sapienza e re valore.
O fiore.....

  Aggia esse ammanazzato ra no sbirro,
ra n'ommo ca nun vale quatto alli.
Sera e matina ammola la cortedda
se crere re feddà casecavaddi.
Iesci a la chiazza, si vuò fa la uèrra,
te pèrcio piettoe core co' 'na palla.
La carne me la venno pe' vitella,
la pelle scarpe fine pe' lo ballo.
O fiore....

  O ronna casta, o ronna casta
tu ca fai la ronna tanto onesta
io saccio chi te tocca e chi te tasta,
e re ste carne tòie fanno festa.
La prima vota ca parlai co tico,
subitamente me trasisti 'ncore.
Tu 'nge trasisti e io te 'nge 'nserrai,
chiave r'argiento e maschiatura r'oro.
Le chiaulèlle le ghiettai a mari
pe' nun fá scupri lu nostro amore.
Fiore di grano, nasciste a genio mio,
perciò ti amo...

I testi tratti da:
Vincenzo Cerino, sacerdote Carlo Zennaro
"Breve Storia Popolare di Novi Velia" Pro-Loco Novi Velia, litografia Vigilante srl - Napoli, luglio 2001, pagg 140-141


Cilento. Novi Velia, il Sacro Monte il santuario del cuore di Acutis

Nicola Nicoletti
Avvenire, 17 giugno 2025

A 1705 metri di altezza lo sguardo si perde tra le Isole Eolie e Capri dalla parte del mare, dall’altra si è immersi nel verde della macchia mediterranea. Siamo sul Sacro Monte di Novi Velia (Salerno), dove un santuario richiama da secoli pellegrini da tre regioni.

Dalla Basilicata, Calabria e provincia di Salerno arrivano in estate, da soli o in compagnia, famiglie e parrocchie sulla cima del Gelbison.«Abbiamo scelto che il Sacro Monte fosse chiesa giubilare della diocesi di Vallo della Lucania e che, accompagnati della presenza di Maria, sia possibile riconciliarsi vivendo un’esperienza di silenzio e preghiera». Portando un mazzo di fiori il vescovo di Vallo della Lucania, Vincenzo Calvosa, ha accolto i fedeli nei giorni scorsi, quando il santuario si è riaperto dopo la chiusura annuale. In inverno, quando la neve imbianca la vetta del monte, le porte della chiesa sono chiuse, riaprono l’ultima domenica di maggio sino alla seconda domenica di ottobre, i mesi di Maria.

E quassù, per pregare e trovare aria fresca e leggera, arrivava con la mamma Carlo Acutis. Il ragazzo in vacanza nel Cilento, partiva da Centola, paesino originario dei nonni materni non lontano dal mare cristallino di Palinuro. Grazie agli anziani del paese aveva scoperto questo rifugio come di nido d’aquila che custodiva la chiesetta dedica a Maria, un’occasione unica per passeggiare tra castagni e faggi.

La storia del luogo di culto richiama avvenimenti di un passato incerto e di fede antica. La prima notizia sicura è del 1323, quando Tommaso Marzano, barone di Novi, acquista dal vescovo di Capaccio, Filippo Santomagno, il Santuario per donarlo ai celestini, monaci benedettini che aveva chiamato a Novi Velia all’inizio del secolo. Non è sbagliato pensare che già in precedenza, grazie al monachesimo italo greco, una cappella fosse frequentata dai pastori. Monaci eremiti, amanti dei luoghi semplici e nascosti, i monaci avrebbero diffuso già dal Mille il culto mariano. Dai Celestini nel 1800 il santuario passa alla Chiesa diocesana che ne ha fatto il principale luogo di preghiera.

Alla riapertura di quest’anno i fedeli hanno avuto la sorpresa di vedere il restauro della statua. Il lavoro ha ripulito il simulacro in legno della Madonna con il Bambino tra le braccia, riportando i colori originari, scoperti sotto gli strati sovrapposti delle tempere. Adesso don Aniello Panzariello, don Walter Santomauro e don Antonio De Marco aspettano i pellegrini saliti anche a piedi, per accompagnarli nel cammino di speranza del Giubileo sulla vetta del Gelbison, tra la pace della natura e le canzoni dei pellegrini.

venerdì 11 aprile 2025

Amore senza mistero

 


Il mensile studentesco Aleteia nel suo numero 3 del giugno 1965 pubblicò ancora due canti cilentani. Si può supporre che il curatore dei testi fosse Gerardo Spira, ma il suo nome non figura accanto ai testi. I due canti sono assai diversi l'uno dall'altro. Il primo, che si trova a pagina 10, è di una grande freschezza e semplicità. Consiste in una serie di variazioni sul tema degli occhi. L'incantesimo dell'amore svelato attraverso lo sguardo:

Dall'uocchi va e dall'uocchi pruvene
dall'uocchi s'accumenza a fà l'ammore

e sono l'uocchi che fanno lu male
e lu core ,nge piglia passione:

e si l'uocchi putessero parlare
sarebbero li primi a fà l'ammore

E mò ca l'uocchi nu 'zanno parlare
tu bella capisci l'intenzione.


Dagli occhi va e dagli occhi proviene
dagli occhi si comincia a far l'amore

e sono gli occhi che fanno il male
e il cuore ci si appassiona:

e se gli occhi potessero parlare
sarebbero i primi a far l'amore

E ora che gli occhi non sanno parlare
tu bella capisci [quale può essere] l'intenzione.


Il secondo canto figura alla pagina successiva e ci trasporta in un contesto di feroce crudeltà e durezza di cuore. Letto con il senno di poi rimanda alla logica del femminicidio che così spesso ricorre nella cronaca italiana attuale. E' una pura esplosione del dispetto che si agita nell'animo dell'innamorato respinto. Da notare che la maledizione era un messaggio ricorrente nei litigi che si svolgevano in dialetto: una persona che era stata maltrattata poteva benissimo bollare il suo persecutore con l'auspicio: "che tu possa gettare il sangue", morire dissanguato, "ca tu puozzi iettà u sangu".  

Quantu sì brutta ca puozz' esse accisa
mancu nu ciuccio te darìa nu vase

Sì stata cotta ind'a nà pignata
n'atu vullu ce vole e po sì ghiuta

Tu iere chera tant'avantata
ca vulive fa uerra e nun hai pututo

Tutti li cose t'aggiu preparato,
lu fuossu, li campane e lu tauto.


Quanto sei brutta, che tu possa essere uccisa 
neppure un asino ti darebbe un bacio

Sei stata cotta in una pignata
un altro bollo ci vuole, e poi sei andata

Tu eri quella tanto piena di vanto
che volevi fare guerra e non hai potuto

Tutte le cose ti ho preparato,
la fossa, le campane e la bara. 


Vera Gheno 
https://machiave.blogspot.com/2025/04/amore-croce-e-delizia.html
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mercoledì 9 aprile 2025

Amore, croce e delizia


Navigando su Internet scopro che Liberato Messano ha messo in rete la riproduzione di una rivista che era stata pubblicata a metà degli anni Sessanta ad Agropoli da un gruppo di giovani universitari, Alèteia. Nel secondo numero di questo periodico dalla vita breve Gerardo Spira si era occupato di canti cilentani. Aveva anche fornito alcuni elementi utili per un inquadramento storico dei brani da lui presentati a titolo di esempio. Spiegava che l'origine della canzone cilentana andava individuata nello strambotto, una ottava in genere, sei o otto versi endecasillabi rimati alternativamente (AB, AB, AB, AB). L'accompagnamento musicale previsto era affidato a a una chitarra battente, un violino e una mandola, accordati sui due toni: re maggiore e la minore. Quanto alla lingua utilizzata si trattava secondo lui di un idioma misto, in parte dialetto locale, in parte italiano nazionale. C'era anche una modalità di esecuzione: "Chi innalzava la cantata da solo intonava tutto il primo e il secondo verso, poi col coro si ripeteva l'ultima parola del primo verso e tutto il secondo". La presenza del concertino si addice particolarmente al canto in forma di serenata. Ce n'erano anche di altro genere, ma non per questo le precisazioni in proposito perdono di interesse. Nel caso della serenata, allora si trattava di un testo composto dall'innamorato, con una replica possibile da parte della bella destinataria. In un caso la serenata a dispetto si rivolgeva alla madre di lei in termini aspri e vendicativi. Qui interveniva anche il ricorso al bacio come modo per guastare la reputazione della ragazza:

O faccia re na mèrula arraggiata
mi vuoi rare a figlita, che dici?
E si nun me la vuò rà io te la vaso
e doppo vasata che ne facite?
Tu la corte vai e io la corte traso
cu li rinari miei accordo l'amici,
Tu te ne vai cu figlita vasata
io me ne vavu contentu e felice. 

Da notare il passaggio dalla d latina alla r, da una consonante dentale a una liquida (vibrante) con un leggero spostamento della lingua nella bocca; rare, rà stanno per dare e dà. Anche dinari (denari) si converte in rinari. Mèrula è il merlo. Arraggiata vale arrabbiata. Figlita è composta dalla parola figlia seguita dal possessivo tua (ta). Vaso, vasata anche in napoletano sostituiscono bacio e baciata. Traso (da trasire) significa entro. 

O faccia di merlo arrabbiato
mi vuoi dare tua figlia, che dici?
E se non me la vuoi dare io te la bacio
e dopo baciate cosa fate?
Tu in cortile vai e io in cortile entro
con i miei soldi tengo buoni gli amici.
Tu te ne vai con tua figlia baciata
io me ne vado contento e felice. 

E' frequente nei canti il richiamo alla natura, al cielo, al sole e alla luna.

Vogliu parà nu lazzo a ciel sereno
pe 'ncappà li stelle a una a una; 
la prima sera ca 'nge lu parai
pe male sciorta 'nge 'ncappai la luna,
poi ,nge ncappai la stella riana
Appriesse se se ne vener' a una a una;
poi 'nge 'ncappai a nenna mia r'amore
o Dio re lu cielu che fortuna.
 

Voglio lanciare un laccio a ciel sereno
per afferrare le stelle ad una ad una
la prima sera che lo lanciai
per mala sorte ci afferrai la luna,
poi ci afferrai la Stella Diana [Venere, la stella del mattino]
Dietro di lei se ne vennero ad una ad una,
poi ci afferrai la bimba mia d'amore
o dio del cielo che fortuna. 

Il sole, la luna e le stelle appartengono tra l'altro al repertorio degli inni religiosi. "Tu scendi dalle stelle" (canto natalizio), "Bella tu sei qual sole, / bianca più della luna, / e le stelle, le stelle le più belle / non son belle al pari di te" (inno mariano). 

Quanno nascisti tu bella figliola
di grazie e di bellezza ti aspettavo
Nascisti ind'a li rose e ind'a fiuri
lu sole voleva uscir e si vergognava,
la luna si fermò un quarto d'ora
ri caminar con lei non si firava
Quanta fece bella la tua gnora
brunetta, sapurita dolce e cara.
   

Quando nascesti tu bella figliola
di grazia e di bellezza ti aspettavo
Nascesti tra le rose e tra i fiori
il sole voleva uscire e si vergognava,
la luna si fermò un quarto d'ora
di camminare con lei non si sentiva
Quanto ti fece bella la tua dama
brunetta, saporita dolce e cara. 

Anche tra i canti della raccolta torchiarese (Torchiara. Canti e tradizioni, a cura di Silvana Pepe e Giovanni Pico, Salerno, Tipografia Europa 1978), c'è un omaggio alla fanciulla amata che chiama in causa la luna e il sole:

Iddio nun ti putia cchiù bella fari
e tu ca ruormi cu su cor cuntento
La luna è bianca e vui brunetta siti
quella ha l'argento e vui l'oro purtati
La luna nun ha fiamme e vui l'aviti
quella s'ecclissa e vui nun v'ecclissate
Ordunque se la luna voi vincete
Il sole non la luna vi chiamate. 

Torniamo all'articolo di Gerardo Spira. Un altro modo per esaltare la bellezza della donna amata consiste nel moltiplicare i riferimenti possibili e anche, alla fine, i baci a lei spediti.

Ti voglio tanto bene bene nenna mia
quanti parole se scriveno l'anno,
pe quanti cristiani ce sò a la fera
e quanti ne sò nati e nasceranno,
pe quanti fiuri caccia primavera
e quanti uccelli [aucielli] rormene 'n campapagna
pe quanti lumi ardeno la sera
tanti vasi nenna mia te manno.

Ti voglio tanto bene bimba mia
per quante parole si scrivono all'anno,
per quanta gente c'è alla fiera,
e quanti sono nati e nasceranno,
per quanti fiori genera la primavera
e quanti uccelli dormono in campagna
per quanti lumi ardono la sera
tanti baci bimba mia ti mando. 

Ci sono infine i lamenti, lo sdegno e le commiserazioni. Qui forse si può immaginare una scena diversa dal balcone o dalla finestra della donna amata. Questi sembrano se mai canti da intonare in piazza, la sera, o a un angolo di strada stando tra amici. 

Nu iuorno, nenna mia mentre scrivevo 
l'alma dal petto mio si distaccava,
io davo na pennata e pò piangevo
la carta colle lacrime abbagnava,
il braccio a poco poco discendeva
la penna dalle mani mi cascava;
e pensa, bella mia, che pena aveo
pensavo a toia bellezza e lacrimavo. 

Sopra lu sdegnu io starò sdegnato
ca nun te pozzo proprio reverere,
si te veressi ra li cani mangià
pure lu cane mio t'aggrissaria,
lu miereco te pozza urdenare
la sputazzella mia per medicina,
voless sta cient'anni a lu spetale
apposta bella pe te fa murire. 

Sullo sdegno mio sarò sdegnato
perché proprio non ti posso rivedere,
se ti vedessi mangiata dai cani
ti scaglierei contro anche il mio cane,
che il medico ti possa ordinare
il mio sputo come medicina,
vorrei stare cento anni in ospedale
apposta, bella, per farti morire.

Se ne viddi la fortuna a mari
sopra nu nero scoglio che piangeva,
e tantu lu piangere e lacrimare
che anche li pisci sospirar facea,
ietti io pe l'addommannare
invece di rispondere più piangeva,
poi si vutau cu nu piantu amari
sei nato sfortunato mi diceva.

Mi toccò vedere al mare la fortuna  
che piangeva sopra un nero scoglio
e tanto il piangere e il lacrimare 
da far sospirare anche i pesci,
andai a interrogarla
e invece di rispondere piangeva ancora di più,
poi si voltò con un pianto amaro:
Sei nato sfortunato, mi diceva. 

Terra triste il Cilento, dove non tutti i salmi finiscono in gloria. La rabbia come l'amore si intreccia con l'esistenza materiale, con la presenza degli animali, con i pesci, con il cane, con gli umori del corpo, con lo sputo addirittura. Forse la poesia non arriva a prendere il volo appesantita da tanta concretezza. Ma certo l'universo quotidiano del contadino e del pescatore si mescola all'espressione dei sentimenti. Dal sole e dalle stelle fino alla terra, allo scoglio del mare, ai pesci e al cane feroce.  





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martedì 25 febbraio 2025

Una cartolina di Antonicelli



Mario Sicilia  Lorenzo MargiottaGente di Agropoli,  Ernesto Apicella editore, Agropoli 2003

In una ingiallita cartolina postale che porta la data del 19 novembre 1935, inviata alla fidanzata Renata Germano, Franco Antonicelli trascrisse i versi di una bella canzoncina cilentana:

Vurria vulare e non posso vulare
la tua bellezza ligato me tene,
vurria passà lu funno re lu mare,
pe te venì a truvà, caro mio bene;
lu mare è grande e non si pò passare, 
le prete re la via stella serene.
Nun 'mporta, bella mia, ca sì luntana,
quanto luntana sei, te voglio bene. 



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mercoledì 8 gennaio 2025

Vezzuni. Storia di una ricerca

 


Mi metto a scrivere, su richiesta, una rassegna di vicende familiari passate. Mi viene in mente che Franco Antonicelli ha pubblicato a suo tempo un articolo sull'anno da lui trascorso ad Agropoli, dalle mie parti. Ad Agropoli ho frequentato la scuola media e il liceo. Casa mia si trovava a una decina di chilometri, all'interno. Antonicelli a un certo punto parla delle ottave cilentane. Cita alcuni versi, niente di più. Mi dico che dovrei avere in casa una raccolta di canti tradizionali. Penso di pubblicarne qualche pezzo, per dare un'idea. Un canto tra gli altri mi attira. Racconta di una donna che non vuole sposarsi con un abitante di Cicerale. Il paese era noto per la sua arretratezza anche in passato, a quanto pare. Cicerale si chiama così per la produzione di ceci (cicere in dialetto, Cicerenella teneva nu gallo, qualcuno conosce forse questa canzone napoletana). I ceci sono dei legumi, ovvio. E' importante per ciò che segue. Nella canzone alla giovane vengono predette varie sventure destinate a verificarsi se si mette con uno di Cicerale. Avrà gli scarponi ai piedi. Andrà a guardare i porci. Terza disgrazia: "ti danno da mangiare pane e vezzuni". Qui si ferma l'orologio. "Vezzuni" è una parola che non conosco, mai sentita. Chiedo ai miei amici d'infanzia. Niente. Giuseppe mi fa sapere che secondo lui la parola è troppo arcaica. Cerco su Internet. Niente. Una luce si accende quando scopro che nei proverbi napoletani il mangiare povero era associato alle fave: essere trattato a ceci e fave secche significava avere un cibo di scarso valore. In Petrarca poi "beccare fave" equivaleva a essere ridotto in povertà. E la fava è un legume come i ceci. Altro segnale che emerge: pane e fave era un piatto tradizionale cilentano. Ultima mossa. Come si dice fava in latino? Veccia faba, nientemeno. Da veccia a vezza il passo è breve, le lettere c dolce e zeta sono contigue, si pronunciano tutte e due con la lingua a ridosso dei denti. "Uni" finale è un accrescitivo e non cambia nulla. Insomma "vezzuni" dovrebbe essere fave.

belfagor: Canti cilentani (machiave.blogspot.com)

lunedì 18 novembre 2024

Il volo dell'Angelo

 


Si può pensare che una rappresentazione sacra, sempre uguale, appassioni sempre meno il suo pubblico da un anno all’altro. Il Palio di Siena è preceduto dal corteo storico che si ripete identico ad ogni ricorrenza della festa. Al rito immobile segue la corsa che ha di volta in volta un andamento diverso. Dopo l’eterno ritorno, la novità. Eppure, la rappresentazione sacra pur ripetuta in forma identica di anno in anno non determina assuefazione e rigetto. Ci sono almeno due ordini di spiegazioni per questo. Prima di tutto la monotonia del rito rassicura gli spettatori, ribadisce la loro appartenenza a un certo mondo, alla zona ma soprattutto al paese di origine, o alla dimora. In secondo luogo la rappresentazione stessa ha un contenuto che va oltre la fede religiosa e che si riassume nel trionfo del bene. La vita procede diversamente in molti casi, ma è consolante sapere che, da qualche parte, la giustizia prevale sull’abuso.
Nel Cilento il volo dell’Angelo si ritrova in tutta una serie di paesi diversi, Rutino, Prignano, Camella, Vatolla e Eredita.. Tanta popolarità ha ancora un’altra spiegazione possibile. Il volo equivale a una metafora del miracolo. Nel giorno della rappresentazione si festeggia un santo patrono e il volo riflette la virtù soprannaturale del protettore celeste.
A Eredita, il taumaturgo è San Giovanni Battista. La rappresentazione sacra riguarda un episodio che si sarebbe verificato al tempo delle incursioni saracene. Il condottiero nemico ha già assaltato le popolazioni della piana sottostante quando rivolge la sua attenzione al villaggio di Eredita sulla collina. Medita un assalto ma non riesce ad attuare rapidamente il suo proposito, perché sbaglia strada per colpa di un pastore al quale aveva chiesto indicazioni sul percorso più breve da seguire. Così gli abitanti di Eredita hanno modo di rifugiarsi tra la mura della chiesa. Molte ore dopo il condottiero, giunto infine al paese, riconosce il pastore nell’effigie del Battista. Allora desiste dal suo proposito e invita i fedeli a ringraziare il santo. In segno di riverenza fa poi dono al patrono della sua tracolla.
A ben vedere il racconto somiglia molto a quello di Cappuccetto rosso e ha una altrettanto efficace funzione catartica. Comporta l’apparizione di un mostro che è fonte di spavento. Per un breve tempo, la minaccia sembra prendere corpo, se non che alla fine le vittime innocenti escono indenni dalla prova. Gli spettatori possono tirare un sospiro di sollievo. Alla fine dello spettacolo un bambino sospeso per aria fa la parte di un angelo e recita antichi versi dedicati al Battista.
La più famosa e popolare di queste rappresentazioni sacre è quella che si svolge ogni anno a Rutino nella seconda domenica di maggio. Secondo una voce diffusa, trarrebbe la sua ispirazione dal Paradiso perduto di Milton. A Rutino il santo patrono è un angelo, anzi un arcangelo, san Michele, che ha come nemico Lucifero in persona. È impersonato sulla scena da un bambino. Si presenta vestito di azzurro con ricami d’oro e con una scritta sul petto: Qui ut Deus, “Chi è come Dio?”, significato del nome Michele. Indossa un elmo, è munito di scudo e spada e indossa una parrucca bionda. Notoriamente il giallo è il colore della luce solare, dell’oro, della santità. “Chi è come Dio?” è peraltro il grido dell’Angelo nella battaglia con Lucifero. La rappresentazione si svolge in due tempi, al mattino e al pomeriggio. All’inizio il bambino parte dalla loggia della casa canonica imbragato ad una carrucola che scorre su una corda a dieci metri da terra. Viene fatto avanzare lentamente fino a posizionarsi sopra il palco che rappresenta l'Inferno. Lucifero appare poco dopo, accompagnato da altri diavoli. Indossa una tuta rossa con tracce marginali di nero sul volto e sui bordi della stoffa. Neri sono anche i suoi guanti. L'Angelo mette Lucifero sotto accusa per la ribellione a Dio e gli annuncia che la disobbedienza gli sarebbe costata molto cara. Il diavolo si dichiara pronto alla battaglia e sfida l'Angelo, che accompagnato da scrosci di applausi raggiunge il lato opposto della piazza. Intanto la statua di San Michele, in processione riprende il suo percorso lungo le vie del paese. Al ritorno del corteo in piazza, l'Angelo si fa avanti di nuovo ed affronta  Lucifero. Dopo un simbolico duello, sconfigge il suo nemico spedendolo a terra. Umiliato e confuso Lucifero si dichiara sconfitto e scompare imprecando a testa in giù, tra il fumo e i botti. Sprofonda e ritorna all’inferno. L'Angelo nel riprendere tra gli applausi il volo di ritorno canta:

Inneggiate dal cielo eccelsi cori

O Serafini al tron del sommo Iddio

Cadde d’abisso nei profondi orrori

dei ribelli lo stuolo iniquo e rio.

Gloria al Signor del Ciel tra gli splendori.

Sia pace in terra all’uomo umile e pio.

A te del Creator campion fedele

onore eterno Arcangelo Michele.

Francesco Maria Piave avrebbe forse prodotto un testo migliore. L’inno è solenne e vuoto come un cattivo libretto d’opera. Serve tuttavia a celebrare la vittoria del bene sul male. Che è poi, in poche parole, il senso della rappresentazione rituale.

https://machiave.blogspot.com/2017/04/lopera-dei-turchi-prignano.html

domenica 17 novembre 2024

Dio benedica gli inglesi

 





Si sa che Voltaire era un un sincero ammiratore delle istituzioni britanniche (Lettres anglaises o Lettres philosophiques, 1734). Come storico scrisse perfino un elogio di Cromwell, che in un primo tempo aveva criticato: “questo usurpatore degno di regnare, prese il nome di protettore, e non di re, perché gli inglesi sapevano quale ampiezza i diritti del loro re dovessero avere, e non sapevano quali fossero i limiti dell'autorità di un protettore. Consolidò il suo potere mostrando di saperlo contenere all'occorrenza: non intraprese nulla quanto ai privilegi dei quali il popolo era geloso; non albergò mai uomini di guerra nella Città di Londra; non mise nessuna imposta di cui si potesse mormorare, non offese in alcun modo gli occhi con un fasto eccessivo; non accumulò tesori; ebbe cura che la giustizia fosse osservata con quella asciutta imparzialità che non distingue i grandi dai piccoli” (Le siècle de Louis XIV, 1751). Meraviglia delle meraviglie, nel 1828, i contadini di Torchiara, un borgo sperduto dell’Italia meridionale, non erano da meno. Il 1828, bisogna dire, non fu per i paesi del Cilento un anno come un altro. Nel giugno di quell’anno ci fu nella zona una rivolta che proclamò un governo provvisorio reclamando la costituzione francese, nientemeno: non ci si limitava neppure a quella napoletana del 1820. Ora, nell’aprile del 1828, un viaggiatore scozzese, Craufurd Tait Ramage, letterato e ministro della Chiesa episcopale, attraversa il Cilento prima di spingersi più a sud. Si sarebbe poi spinto fino a Taranto, Gallipoli e Brindisi. Il 30 aprile, abbandona Paestum, supera Agropoli e va verso Torchiara, un villaggio dell’interno a pochi chilometri dal mare. Lungo la strada decide di fermarsi presso la prima casa di aspetto rispettabile che gli si fosse parata davanti. Trova un uomo di condizione agiata con cui avvia una conversazione ed è sorpreso dalle capacità linguistiche del suo interlocutore: “egli si esprimeva con maggiore precisione ed eleganza di quanto mi sarei aspettato in un luogo così remoto”. Il padrone di casa spiega che la sua vita non è sempre stata così tranquilla, egli ha preso parte in passato a varie campagne di Napoleone, ha visto il grande incendio di Mosca e, durante la tragica ritirata delle truppe francesi, se l’è cavata con la sola perdita di alcune dita delle mani e dei piedi. Uno che oggi si imbatte in questo racconto pensa all’antenato di Pasolini, Vincenzo Colussi, al poemetto a lui dedicato dallo scrittore e alla canzone di Sergio Endrigo, Il soldato di Napoleone”. E soldato di Napoleone era stato un leggendario abitante dello stesso paese: un certo Galano, di cui ancora si parlava negli anni Cinquanta del Novecento. Chissà se l’uomo incontrato da Ramage era proprio quello stesso: forse si trattava di un’altra persona e allora i soldati di Napoleone sarebbero stati perfino due. Le sorprese in quel giorno di aprile per il viaggiatore straniero non erano ancora finite, un altro incontro si sarebbe rivelato ancora più significativo. Ramage raggiunge poi il paese e, in cerca di informazioni sulla strada da seguire, entra nella locanda che è anche un luogo di incontro per i contadini del posto. Qui la comunicazione non è facile quanto era stata con il soldato di Napoleone: “Rimasi decisamente male quando mi accorsi che l’italiano che parlavo, di cui andavo orgoglioso, e per il quale avevo ricevuto i complimenti da persone istruite, era capito a stento dai contadini, e quello che maggiormente mi dispiaceva era che provavo altrettanta difficoltà a capire loro”. Alla fin fine il viaggiatore e gli indigeni riescono a parlarsi e a capirsi. Il piccolo locale si riempie di persone, “molti erano sulla porta e chi era rimasto fuori si sollevava sulle spalle di quelli più vicini, per guardare attraverso le finestre”. Ramage per ottenere un maggiore rispetto dai presenti si dichiara inglese. Ed ecco cosa succede: “I nostri discorsi ebbero come soggetto la Costituzione in Inghilterra, e molti di essi sembravano avere le idee abbastanza chiare al riguardo. Chiesero anche se ci accadeva spesso di far decapitare i nostri Re, ma avevano una nozione assai imperfetta del nostro Parlamento”. Gli storici che si sono occupati di quel periodo e di quella zona nonché alcuni testimoni dell’epoca permettono di sostenere che l’interesse per le questioni politiche era sicuramente diffuso non solo presso gli intellettuali e gli esponenti del ceto più agiato, ma anche a livello popolare (Raffaele Riccio, Introduzione, in Attraverso il Cilento. Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828, Edizioni dell’Ippogrifo, Sarno 2003, p. 27, n. 38). Chi lo avrebbe detto: il buon nome delle istituzioni britanniche era in grado di creare un legame tra i contadini del Cilento e Voltaire.




sabato 16 novembre 2024

La bottega del paese



PuteaBottega in italiano. La parola greca in origine era apotheke, che di fatto è ancora adesso il nome delle farmacie in Germania, nei Paesi Bassi e in Fiandra. Nei paesi del Cilento, la putea era spesso l’unico negozio di prossimità e vendeva un po’ di tutto dai prodotti alimentari a tutta una serie di articoli utili nella vita familiare, i fiammiferi, i quaderni a righe e a quadretti, la penna da intingere nel calamaio con l'astuccio e il pennino, tanto per dire. Ancora adesso nei villaggi piemontesi di montagna succede la stessa cosa. La putea era l’antenato della superette e del minimarket. Aveva un lungo passato alle spalle. Ne parlano nei loro resoconti di viaggio gli stranieri che attraversarono il territorio nella prima metà dell’Ottocento. Craufurd Tait Ramage, letterato e ministro della Chiesa scozzese, arriva a Torchiara il 30 aprile 1828: “Era necessario , a questo punto, ottenere qualche informazione sulla strada da seguire e pensai che il luogo migliore fosse la locanda. La gente mentre passavo mi osservava ma nessuno diceva una parola ed io non parlai finché non trovai la locanda; questa fungeva pure da bottega e la riconobbi subito dai vari oggetti appesi alla porta. Consisteva in una sola stanza ed era affollata dai contadini; non era intonacata, il tetto era basso ed il locale era oscuro e squallido, ma questa era forse solo la mia impressione, provocata dal contrasto con la strada assolata da cui provenivo. Lanciai una rapida occhiata sui vari prodotti esposti nella piccola bottega e ordinai un fiasco di vino. L’oste, disponendo di un locale angusto, teneva tutto appeso al soffitto, ad eccezione del vino; potei vedere prosciutti che sembravano ben conservati, lunghe corone di salsicce; piccole forme di formaggio di latte di capra e, appesa in reticelle, una grande varietà di frutta secca, come lo zibibbo ed i fichi. Due botticelle di vino completavano la dispensa dell’oste. […] Alcuni dei presenti facevano una partita a carte, che l’oste tiene sempre a disposizione dei clienti, forse per indurli a frequentare il suo locale. Giocavano a scopa”. Dieci anni dopo, il 17 maggio 1838, un altro viaggiatore, l’inglese Arthur John Strutt si trova una sessantina di chilometri più a sud, a Pisciotta. Ed ecco spuntare di nuovo la bottega: “Strada facendo, ci dovemmo fermare dal giudice per mostrargli i passaporti […] Trovammo Sua Signoria, insieme con uno o due altri dignitari, seduto davanti ad un braciere a carbone. Fu cortesissimo, ed avendo dato uno sguardo ai nostri documenti, ci affidò alle cure della nostra padrona di casa, che subito ci condusse alla “bottega”, un negozio fornito di tutto, come se ne trovano in questi villaggi”. Forse, con l'avvento dell'automobile, il primato assoluto del bazar universale è venuto meno: se la distanza dal centro più vicino non è troppo grande, il problema degli acquisti trova una soluzione diversa. 


venerdì 15 novembre 2024

Lo spogliarello domestico e la sberla


Gno. Il greco che greco non è. Secondo qualcuno il monosillabo gnò scritto con la o accentata verrebbe dal latino cognosco, che riecheggia la parola greca γιγνώσκω: conosco, so, capisco (https://cilentoreporter.it/2019/11/06/un-vocabolo-tutto-cilentano/). Se invece si parte da gno senza accento nel dialetto napoletano si scopre che la traduzione italiana proposta è semplicemente "signore". Di fatto questa parolina non viene mai pronunciata in prima battuta. Si usa come risposta a una chiamata. L'esempio tipico è dato da una persona che invoca ad alta voce il nome di un amico e si sente rispondere gno da un interlocutore che non era ben visibile. La derivazione da "signore" diventa trasparente quando il monosillabo si allunga e arriva a includere un sì o un no: gnorsìgnornò. Il risultato corrisponde a una affermazione o a una negazione accompagnata da un atto di ossequio formale nei confronti del destinatario. Il dizionario tedesco Sansoni prima propone la trascrizione "gnor sì" per poi segnalare il termine come scherzoso e tradurre: jawohl, mein Herr. Molte volte la parola esprime un ossequio puramente formale. In due famose canzoni, dà luogo a una sorta di conferma stizzita. 'A  Cammesella racconta di un marito che durante la prima notte di nozze chiede alla moglie di spogliarsi:

- E levate 'o mantesino!
- 'O mantesino, gnornò, gnornò!

- Si nun te lo vuò levà,
Mme soso e mme ne vaco da ccà!

- E levate 'a vesticciolla!
- 'A vesticciolla, gnornò, gnornò!

- E levati il grembiule!
- Il grembiule, signornò, signornò!

- Se non te lo vuoi levare,
Mi alzo e me ne vado da qua!

- E levati il vestito!
- Il vestito,
signornò, signornò!

Reginella invece ha per protagonista un innamorato deluso:

Te sì fatta 'na vesta scullata
'Nu cappiello cu 'e nastre e cu 'e rrose
Stive 'mmiez'a tre o quatto sciantose
E parlave francese
È accussì?
Fuje ll'autriere ca t'aggio 'ncuntrata
Fuje ll'autriere a Tuleto, 'gnorsì.

Ti sei fatta un vestito scollato
Un cappello coi nastri e con le rose
Eri tu tra tre o quattro sciantose
E parlavi francese
È così?
Ti ho incontrata l'altro ieri
In via Toledo, sissignore.

Paccaro, o anche pàcchero. Parola napoletana di origine greca, pàccaro non figura nel repertorio di Rohlfs perché la derivazione diretta dall’antichità classica non è dimostrabile. Viene dall’unione di due termini, pas, che sta per tutto, e keir, mano. L’equivalente italiano è sberla. A Napoli come nel Cilento è uno schiaffo a mano aperta diretto al volto. Nel vocabolario della camorra come in una particolare occasione di scontro il ceffone può essere uno solo, sferrato con l’intenzione di offendere o umiliare il destinatario. Diversamente si usa il nerbo paccariare per schiaffeggiare e si dice piglià a paccari per prendere a schiaffiPicchiare semplicemente dà mazziare, le botte sono le mazzate. Da qui il proverbio Mazze e panell fanno i figli bell, botte e buon cibo (forme tonde di pane) fanno i figli belli. L’altra faccia della medaglia è: Panelle senza mazze, fanno i figli pazz, inutile tradurre. Piglià a mmazzate (prendere a botte) in senso figurato designa un atteggiamento aggressivo. Pàcchero serve poi a designare un tipo di pasta. Con questa accezione la parola esiste in italiano. Viene registrata da qualche dizionario (Devoto Oli, Treccani). I pàccheri, o schiaffoni, sono un tipo di pasta, dalla taglia molto superiore alla norma, in genere accompagnato da condimenti saporiti. I paccheri possono essere anche farciti, con ricotta e altri ingredienti, e serviti con il ragù.