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sabato 12 aprile 2025

Madame de Staël e la regina

 

Alexandre Kucharski, Maria Antonietta, l'ultimo ritratto, 1792 (particolare)


Anna Maria Verna, Scrittrici a Parigi, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 2019

Mme de Staël, nelle Réflexions sur le procès de la Reine (1793) difese nella Regina la donna e la madre accusata di ogni nefandezza in un processo che "ha portato un colpo fatale a tutte le donne immolate in una madre così tenera". Quanto ai comportamenti politici Staël applica una logica paradossale secondo la quale non si poteva rimproverare alla regina e al re, "sul quale lei ebbe tanta influenza", se non di "avere con i loro atti favorito lo sviluppo di quella rivoluzione di cui oggi i loro accusatori sono i beneficiari. Dovrebbero essere i fautori del sistema aristocratico a biasimare gli ex sovrani che con la convocazione degli Stati Generali hanno favorito l'introduzione della democrazia nel costume politico". La perorazione di Staël si conclude con una sorta di profezia: "Condannando la regina, immolandola, ella viene sacrificata per sempre, diventa una martire la cui gloria eclisserà quella di chi la condanna". La difesa della Regina era da parte di Staël motivata anche dalla posizione politica assunta dalla stessa scrittrice nei confronti della Rivoluzione e di quella che doveva essere la transizione dall'assolutismo alla repubblica attraverso una monarchia costituzionale.

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sabato 12 ottobre 2024

Una regina, una donna, una madre




Una donna fra tante, certo. Una donna dal destino singolare. Una Asburgo che sposa il re di Francia. Una giovinetta svagata e folleggiante che di colpo si trova a vivere una esperienza tragica. La detenzione, la morte del marito, il patibolo al quale lei stessa è condannata. Una donna che è stata a lungo, e già prima della Rivoluzione, oggetto di maldicenza e insulti, perché è stata vista come la straniera, malvagia e perversa. Alla domanda: che cosa aveva di speciale Maria Antonietta? Google risponde: "Maria Antonietta rimane uno dei personaggi genuinamente romantici e maltrattati della storia. Regina compassionevole e madre devota, fece ben poco per meritare il suo tragico destino. Nacque nel 1755, una dei sedici figli dell'imperatrice austriaca Maria Teresa". Quello che colpisce nella sua vicenda è il rovesciamento subitaneo della sorte. Nulla faceva presagire prima del 1789 un destino tanto tanto sfortunato e tragico. La regina di Francia, una volta scaraventata nel turbine degli eventi avversi, si rivela all'altezza del ruolo. Si dice che, di fronte al problema posto dalla mancanza di pane, abbia reagito pronunciando la fatidica frase: "Che mangino brioche". Si tratta in realtà di una leggenda, Rousseau nelle Confessioni attribuisce la frase a una principessa di cui non fa il nome, e non c'è modo di provare che sia stata invece la regina a esprimersi in quel modo.  Quello che, invece, è accertato e sicuro è il fatto che Maria Antonietta con la sua sola presenza e con i suoi atteggiamenti fa saltare gli schemi. Questo vale sia per i suoi contemporanei che per gli storici. Prendiamo Barnave, tra i contemporanei. Questo giovane e fulgido rappresentante del Terzo stato all'Assemblea nazionale sale sulla carrozza che ospita la regina e sua cognata, Madame Elisabeth, dopo la fuga di Varennes. Con lui c'è, bisogna dire, il collega Pétion che non sa bene come muoversi e moltiplica la brutte figure. Barnave al contrario è uomo di mondo, un vero gentiluomo, e si lancia in una conversazione garbata con Madame Elisabeth e con la stessa Maria Antonietta. "La regina fece una sorprendente impressione sul giovane deputato, impressionandolo con il suo comportamento malinconico e la sua raffinata grazia. Anche Barnave ebbe un effetto sulla regina, che in seguito scrisse della sua "eloquenza più animata e accattivante" (Fraser). Ne seguì un fitto scambio di lettere, poi raccolte in un volume di oltre 250 pagine (Alma Söderhjelm, Marie Antoinette et Barnave: correspondance secrète, A. Colin, Paris 1934, 257 p.). Quanto agli storici si può citare il socialista Jaurès che così ritrae la regina sul cammino verso il patibolo: "Cercava un prete rimasto fedele alla Chiesa per poter ricevere da lui la sola benedizione che per lei contasse. Lo riconobbe a una finestra, e si inchinò impercettibilmente. Questo segno leggero poneva tra lei e la folla un abisso più profondo della morte". 
Al di là delle possibili interpretazioni merita poi di essere citato un episodio del processo intentato alla passata regina nell'ottobre 1793. Maria Antonietta in genere risponde con educazione e distacco alle domande che le vengono rivolte. Abbandona ogni cautela quando viene sollevata nei suoi confronti l'accusa di incesto in base a una testimonianza estorta al figlio che è un bimbo di otto anni. Allora l'accusata si scompone e chiede: "Avete assistito?" e non va oltre. Un giurato invita il presidente del Tribunale a riformulare la domanda. Qui Maria Antonietta appare veramente commossa e esclama: "Faccio appello a tutte le madri qui presenti". Questo dice il resoconto del Moniteur. Stefan Zweig e Antonia Fraser dopo di lui forniscono una versione più ampia della replica: "Se non ho risposto è perché la Natura stessa rifiuta di rispondere a una simile accusa lanciata contro una madre. Mi appello a tutte le madri presenti in questa sala". La dichiarazione suscitò un certo sdegno tra le popolane che avevano  assistito alla scena. L'argomento fu abbandonato. Alla fine, la condanna a morte fu pronunciata lo stesso, ma impersonando la madre offesa l'imputata aveva mostrato di sapersi difendere, segnando un punto a suo favore. 
Veniamo ora al famoso disegno tracciato dal pittore David, che da una finestra osserva il passaggio della carretta che conduce al patibolo la vedova Capeto, come viene chiamata. Niente più che uno schizzo, pochi tratti di una grande efficacia. Quella che ci viene restituita è l'immagine di una vecchia signora seduta su un asse di legno con le mani legate dietro la schiena. La condannata si tiene dritta, ha i capelli corti e sul capo reca una cuffia con i merletti. Mostrando sul volto una espressione impassibile, tiene gli occhi bassi. Maria Antonietta aveva allora solo 37 anni, ma sembra molto più anziana. Lo schizzo si presta a una duplice interpretazione secondo Antonia Fraser. Potrebbe essere decifrato "come paradigma di arroganza o di inalterabile calma e dignità, secondo il punto di vista". Maria Antonietta ancora una volta, in punto di morte, sorprende l'osservatore, lo costringe a riflettere. Non era forse quello che ci si poteva aspettare da una spensierata principessa asburgica, ma la traccia che del suo passaggio sulla terra merita di restare è proprio questa.



https://www.ebooksgratuits.com/html/zweig_marie-antoinette.html#_Toc293610681
https://www.barnebys.it/blog/i-ritratti-di-maria-antonietta-di-elisabeth-vigee-lebrun
https://wordpress.com/post/palomarblog.wordpress.com/9965
https://machiave.blogspot.com/2017/08/la-pittrice-e-la-regina.html
https://machiave.blogspot.com/2017/12/il-destino-di-maria-antonietta.html
Antonia Fraser, Maria Antonietta. Il destino di una regina, Mondadori, Milano 2009, Maria Antonietta, Jacques Revel, Maria Antonietta, pp. 251-262, in François Furet - Mona Ozouf, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, Bompiani, Milano 1988

Alma Söderhjelm











martedì 15 agosto 2017

La pittrice e la regina


Che Vigée Lebrun fosse monarchica, non è un fatto che dovrebbe offrire motivo di scandalo. La bella e giovane pittrice a cui vanno le preferenze della regina sua coetanea si identifica con il mondo dei suoi quadri. Ma la sintonia di fondo non spiega tutto. C’è tutta una evoluzione nel modo di rappresentare la regina da parte della pittrice. All’inizio prevale la distanza. Maria Antonietta ha la testa incipriata con i capelli che si colorano di un grigio azzurro. Poi ci fu il quadro con la regina che, ricoperta da una stoffa leggera, teneva in mano una rosa. Era più vero, ma parve scandaloso e ne fu prodotta una versione più accettabile (vedi sotto). I pennacchi sul cappello o l’immagine della madre rappresentano il ricorso a motivi scontati nella ricerca del prestigio e della popolarità. Stupefacente invece è il ritratto dipinto a memoria del 1800. Lì compare una Maria Antonietta per nulla conforme alla sua immagine regale. Abbiamo a che fare con una donna che sembra aver riscoperto se stessa in un’altra vita, finalmente. L’acconciatura e la camicia appartengono a un tempo successivo, era quello lo stile adottato dalle grandi dame al tempo del Direttorio e poi dell’Impero. Compaiono in altri dipinti di quel tempo infatti, si pensi alla Madame Hamelin di Appiani (1798) o alla Madame de Staël, raffigurata come Corinna (1808), della stessa Vigée Lebrun.


Vigée-Lebrun ‹viˇʃé lbrö̃´›, Élisabeth-Louise. – Pittrice (Parigi 1755 – ivi 1842). Figlia e allieva del pittore Louis Vigée (1715–1767), ritrattista e autore di pastelli, professore all’Accademia, ebbe proficui contatti con J.-B. Greuze e J. Vernet. Ebbe un rapido successo come ritrattista dell’alta società, grazie alla naturalezza e alla vitalità dei suoi ritratti. Divenuta ritrattista ufficiale di Maria Antonietta, grazie alla sua protezione fu accolta nell’Academie royale de peinture, presentando un dipinto di storia, La Pace riporta l’Abbondanza (Louvre). A causa dei suoi legami con la nobiltà, nel 1789 lasciò la Francia: fu in Italia, in Austria e in Russia, dove proseguì la sua attività artistica e fu accolta in diverse accademie. Tornata per breve tempo a Parigi (1802–05), partì poi per l’Inghilterra, i Paesi Bassi, la Svizzera. Pittrice aggiornata e alla moda, trattò con grazia e destrezza varie tipologie di ritratto nel gusto del tempo (Hubert Robert, 1788, e Autoritratto con la figlia, 1789, Louvre; M.me de Staël come Corinna, 1808, Ginevra, Musée d’art et d’histoire). (Treccani)
Elisabeth Vigée-Lebrun ritrasse Maria Antonietta una trentina di volte. Ecco alcune delle opere in questione.

 
Ritratto postumo, 1800
La dernière reine de France, très mise en valeur par son époux Louis XVI, fut également la plus représentée de toutes les souveraines. Ces tableaux ont beaucoup fait pour la légende posthume de Marie-Antoinette. Ils la représentent non pas comme la femme futile que la légende révolutionnaire s’est plu à donner d’elle, mais comme une femme majestueuse et humaine à la fois, parfaitement à sa place dans son rôle de reine et de mère, même si le portrait à la rose la montre occupée à des activités plus futiles. Cependant, de son vivant, la multiplication des portraits contribua en partie à alimenter sa grande impopularité. Elisabeth Vigée-Lebrun elle-même paya le fait d’avoir représenté la reine et dut s’exiler à travers l’Europe, où elle poursuivit sa brillante carrière de portraitiste.
Jérémie  Benoît
————————————————————————-
C'est en l'année 1779, ma chère amie, 
que j'ai fait pour la première fois le por- 
trait de la reine, alors dans tout l'éclat 
de sa jeunesse et de sa beauté. Marie- 
Antoinette était grande, admirablement 
bien faite, assez grasse sans l'être trop. 
Ses bras étaient superbes, ses mains peti- 
tes, parfaites de forme, et ses pieds char- 
mants. Elle était la femme de France qui 
marchait le mieux ; portant la tète fort 
élevée, avec une majesté qui faisait recon- 
naître la souveraine au milieu de toute sa 
Cour, sans pourtant que cette majesté nui- 
sit en rien à tout ce que son aspect avait de 
doux et de bienveillant. Enfin il est très 
difficile de donner, à qui n'a pas vu la 
Reine, une idée de tant de grâces et de 
tant de noblesse réunies. Ses traits n'étaient 
point réguliers; elle tenait de sa famille cet 
ovale long et étroit particulier à la nation 
autrichienne. Elle n'avait point de grands 
yeux; leur couleur était presque bleue; 
son regard était spirituel et doux, son nez 
fin et joli et sa bouche pas trop grande, 
quoique les lèvres fussent un peu fortes. 
Mais ce qu'il y avait de plus remarquable 
dans son visage, c'était l'éclat de son 
teint.
Je n'en ai jamais vu d'aussi brillant, et 
brillant est le mot: car sa peau était si 
transparente qu'elle ne prenait point d'om- 
bre. Aussi ne pouvais-je en rendre l'effet 
à mon gré : les couleuis me manquaient 
pour peindre cette fraîcheur, ces tons si 
fins qui n'appartenaient qu'à cette charmante 
figure et que je n'ai retrouvés chez 
aucune autre femme.
 Souvenirs de Madame Vigée-Le Brun
°°°
 
Elisabeth Vigée-Lebrun ha anche lasciato una traccia nei romanzi di Erica Jong. Ricorre in Paura di volare e in Ballata di ogni donna. Ecco un estratto dal primo romanzo:
“I was in Provence, and we were staying in a tiny town called Grillon, and it was right near the castle of Grignan. And that’s where Mme. de Sevigny’s daughter lived with her husband, and that’s where her mother came and wrote many of those famous letters. Since the first thing we did was go to the castle, I picked up a Penguin edition of the letters of Mme. De Sevigny and I read them. And they’re pretty juicy. And they’re letters by a woman of a certain age, giving advice to her married daughter and a ton of other people. She knew Voltaire. She seems to have had flirtations with all the great men of her age. She had a famous salon in Paris. She was also a bitchy mother, I think, who wanted her daughter to do absolutely everything she said. And of course her daughter wouldn’t.
And then I started reading the memoir of Elisabeth Vigée-Lebrun. Elisabeth Vigée-Lebrun was the court painter to Marie Antoinette. And when Marie Antoinette lost her head to the guillotine, somehow Elisabeth Vigée-Lebrun managed to escape to the court of Russia. I keep thinking her life would make an incredible musical comedy or movie”.
E ora veniamo al secondo:
« Eccoti di nuovo a Parigi, a dipingere alla corte napoleonica, pubblichi i tuoi Souvenirs e muori a ottantasette anni. Che vita! Se Vigée-Lebrun è riuscita a cavarsela durante la Rivoluzione francese, perché dovrei gettarmi alla cieca tra le braccia di Danny Doland?
“Caro,” dissi, “hai mai letto le memorie di Elisabeth Vigée-Lebrun?”
“Lebrun? Lebrun? E chi era costei, tesoro? [= Who was she, sugar?]
“La pittrice di corte di Maria Antonietta, e poi alla corte di Napoleone… una pittrice che visse del suo pennello e riuscì a sopravvivere in tempi molto difficili.”
“Non faceva quei ritratti femminili tanto carini?”
“Mmm,” risposi io»

martedì 29 dicembre 2015

Le citazioni false



Claudio Magris
Il rischio della citazione
Corriere della Sera, 17 dicembre 2015














I Balcani, ha detto Churchill, producono più storia di quanta ne possano digerire. Un bell’inizio per un articolo. Poche cose come una citazione aiutano a cominciare uno scritto o comunque a rafforzarlo. La citazione è una specie di chiave musicale, dà un’intonazione al discorso e conferisce autorità a quanto si scrive e alle tesi che si sostengono. Inoltre è una sintesi che semplifica ed esprime con chiarezza le idee che vengono espresse. È anche rischiosa, perché spesso viene tirata in ballo senza controllarla, risuona nella mente e nella memoria con una sicurezza che esime dallo scrupolo di verificarne l’esattezza; nessuno va a rileggersi Giulio Cesare per accertarsi che egli abbia detto esattamente «veni, vidi, vici». I giornali e ancor più i dibattiti pubblici, con la fretta che impongono all’espressione delle opinioni, accentuano il ricorso alla citazione incisiva. Quando si discute, non si può consultare l’enciclopedia. Sotto questo profilo, la citazione è l’opposto del plagio: si cita senza talora copiare alla lettera, mentre nel plagio si copia senza citare l’autore del testo rubato e anzi attribuendosi la paternità di quest’ultimo.
Ma la citazione si presta all’inconsapevole falsificazione. La paternità di molte delle più famose fra esse è data per scontata, ma spesso è falsa. Voltaire non ha mai detto «non condivido quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Questa frase è certo fedele al pensiero di Voltaire, ma a dirla o meglio a scriverla è stata Evelyn Beatrice Hall, scrittrice britannica e autrice di una biografia del filosofo del 1906 intitolata Gli Amici di Voltaire. Non è stato Goebbels a dire «quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning», bensì, in un suo testo teatrale, Hanns Johst, drammaturgo tedesco nazista. Maria Antonietta non ha mai detto «se non hanno pane mangino brioche». La frase è sicuramente precedente perché già nota ai tempi di Jean Jacques Rousseau, epoca in cui l’arciduchessa austriaca non era ancora nata. L’aneddoto da cui è tratta la frase è contenuto nel libro VI delle sue Confessioni, pubblicate peraltro postume. Machiavelli non ha mai detto esplicitamente «Il fine giustifica i mezzi», parole che certo riflettono il suo pensiero ma da lui mai proferite.
Gli esempi potrebbero continuare. A elencarmeli, non senza qualche rimprovero per alcuni miei cedimenti in questo campo, è Adriano Ausilio, accanito cacciatore di bufale d’ogni genere e implacabile soprattutto con le attribuzioni inesatte di frasi celebri. Di formazione giuridica, Ausilio è un appassionato lettore e studioso di filosofia, in particolare del pensiero di Augusto Del Noce, il geniale filosofo cattolico di cui ho avuto la fortuna di essere amico, grande critico dell’ateismo e della società opulenta, avversario inesorabile e affascinato del marxismo. Perché, gli chiedo, tale ostinata caccia proprio a questo tipo di errore? «Perché — risponde — con l’avvento di Internet e dei media sociali si è diffusa una nuova tendenza. L’uso incontrollato della citazione. Si prendono per buoni passi o frasi famose solo perché li si è letti da qualche parte o per sentito dire, senza preoccuparsi di controllare se provengano effettivamente da una fonte veritiera. La Rete è piena di siti che contengono sillogi di citazioni storiche e letterarie. Ed è lì che si annida l’errore, perché le citazioni non provengono più da una conoscenza diretta dei testi, bensì da raccolte compilatorie non molto affidabili. Del resto già Hegel diceva che “il noto in genere, proprio perché noto, non è conosciuto”. A Lei è mai capitato di incorrere in errori del genere?». Non ricordo, gli dico, crederei di no; ho fatto altri, per fortuna piccoli ma errori veri e propri e dunque più gravi, come quando ho citato un verso di Shelley attribuendolo a Tennyson o quando ho confuso, penso anche causa la grafia del nome, una cittadina russa con un’altra, dov’erano accaduti rilevanti fatti storici.
Intelligente, generoso e amabile, Ausilio rischia di contagiare, grazie alla simpatia e al suo modo di essere e di parlare, il suo interlocutore e di lanciarlo come un cane da caccia sulle piste degli errori e delle imprecisioni. Non si rischia tuttavia, gli chiedo, di cadere in una mania della precisione, in un gusto di cogliere tutti in fallo, sia pure minimale? Anche la verità può diventare un fanatismo, scadere in un formalismo che perde di vista la sostanza, dato che quelle citazioni sbagliate non falsificano il pensiero dell’autore citato bensì ne ribadiscono l’essenziale? (Voltaire era un campione della tolleranza, la pistola di Johst messa in mano a Goebbels corrisponde all’atteggiamento nazista verso la cultura). Inoltre c’è il peso, l’autorità della storia che ha fatto entrare magari da secoli nella testa delle persone l’identificazione di una frase famosa con un autore sia pure sbagliato. Naturalmente se si trattasse di uno sbaglio che adultera un’opera o un autore, ad esempio una falsa citazione dei Vangeli che attribuisse a Cristo un’espressione malvagia, sarebbe doveroso smascherarla anche dopo millenni, cosa non necessaria se la bufala non altera la sostanza. Il peso della storia è così forte, che si continua ad attribuire una frase a chi non l’ha detta anche quando il presunto autore lo ha dichiarato lui stesso: la famosa, grande espressione «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà», non è di Gramsci, come tutti ripetiamo, bensì di Romain Rolland ed è stato Gramsci stesso a precisarlo. Ma ormai è entrata nel mondo come frase di Gramsci e tutti lo ripetono, anche chi sa — grazie a Gramsci — che è di Rolland...
«Concordo con Lei — replica Ausilio — che ogni eccesso debba essere evitato. Se, per esempio, dopo una partita a carte, qualcuno dicesse “l’importante non è vincere ma partecipare” per consolare i perdenti, mi sembrerebbe inopportuno chiedergli chi ne sia l’autore per poi correggerlo. Ma, al contrario, riterrei doveroso intervenire nel caso di un uso strumentale della citazione. Chi non ricorda la celebre frase “eppur si muove”, attribuita a Galileo Galilei che volle così rispondere, ci viene detto, alla condanna dei giudici dell’Inquisizione per le sue scoperte scientifiche? Quella frase mai pronunciata da Galileo fu inventata, come ormai è risaputo, dallo scrittore italiano Giuseppe Baretti nel 1757, con lo scopo di creare il mito di una Chiesa oscurantista e incapace di aprirsi alle nuove scoperte scientifiche».
A proposito, gli dico alla fine della nostra chiacchierata, ho appreso di recente da Pierre Assouline, autorevole scrittore e biografo francese, che Flaubert non ha mai detto «madame Bovary c’est moi, madame Bovary sono io». Spero che sia stato veramente Churchill a dire quelle parole sui Balcani...

sabato 13 settembre 2014

Maria Antonietta, il riscatto finale di un destino






Gaetano Salvemini

La Rivoluzione francese, 1905
Introduzione. Le cause della Rivoluzione francese. Cap. III, I tentativi di riforme e la ribellione dei privilegiati. Par. II

Sarebbe stata per Luigi XVI gran ventura se la regina Maria Antonietta avesse avuto almeno lei senno e serietà per influire beneficamente sul marito; ma essa non aveva neanche il grossolano buon senso di questo. Spiritosa, vivace, affascinante, ma frivola e vanitosa, si abbandonava alle feste, ai balli, alle cavalcate, in compagnia di persone spesso indegne di lei, con una monelleria insolente, che irritava i cortigiani poco favoriti e dava luogo a ciarle maligne e calunniose, delle quali oggi la storia ha fatto giustizia, ma che la inseguirono e la discreditarono in vita e lungo tempo dopo la sua morte sventurata. Di politica comprendeva poco o niente, e se ne occupava solo quando era in gioco qualche persona, che le fosse antipatica o simpatica: allora senza badare ad altro, metteva in moto tutta la sua energia, tutta l'abilità per ottenere l'intento: pregava, piangeva, si offendeva, comandava, finiva sempre col farsi obbedire dal re. Per il marito aveva quell'affetto misto a compatimento, che si ha per un buon diavolo, che non ha scoperto la polvere: lo chiamava «le pauvre homme» e non si asteneva dal sorridere con gli intimi della sua dabbenaggine. «Continuando di questo passo, mia figlia finirà col perdersi», scriveva nel 1775, Maria Teresa al fedele Mercy; e il fratello, Giuseppe II, in una lettera, di cui ci è rimasta la sola bozza e che sembra non sia stata spedita perchè troppo vivace, ma che ha tutto il valore di una testimonianza non destinata alla pubblicità e perciò sincera, le scriveva: « Permettetemi, cara sorella, che io vi parli con tutta la franchezza, che la mia amicizia giustifica. Per quanto io so, voi vi occupate di una infinità di affari, che non vi riguardano, che non conoscete e nei quali siete trascinata da intrighi e da adulazioni, che eccitano in voi l'amor proprio, il desiderio di brillare, la gelosia, il malumore. Questi intrighi possono turbare la felicità della vostra vita e debbono prima o poi provocare necessariamente dei dissensi fra voi e il re, diminuire l'amicizia e la stima di vostro marito, farvi perdere il favore del pubblico. Di che v'occupate voi, mia cara sorella, di cambiar ministri, farne relegare un'altro nelle sue terre, far dare il tal ministero a questo o a quello, far guadagnare un processo a uno, creare una nuova carica dispendiosa a corte, insomma parlar d'affari e servirvi anche di termini pochissimo convenienti al vostro stato? vi siete mai domandato con qual diritto vi mescolate voi negli affari del governo e della monarchia francese? che studi avete fatti? quali conoscenze avete acquistato per osar d'immaginare che il vostro parere debba esser buono a qualcosa, specialmente in affari che richiedono conoscenze così vaste? voi, amabile giovane, che non pensate se non alle frivolezze, alla vostra acconciatura, ai vostri divertimenti; che non leggete né sentite ragionare più da un quarto d'ora al mese; che non riflettete né meditate mai, né vi preoccupate delle conseguenze di quel che dite e fate? La sola suggestione del momento vi fa agire, sole vostre guide sono le parole e gli argomenti dei favoriti, in cui credete. Ascoltate la voce di un amico, abbandonate tutti questi intrighi, non impacciatevi assolutamente d'affari, pensate solo a meritare l'amicizia e la confidenza del re; e del resto fate qualche lettura, istruitevi: ecco in fin dei conti la parte di ogni donna nella propria casa».


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Gilles Candar
Plaidoiries révolutionnaires
Article publié dans le Télérama hors série « Marie-Antoinette », 2008, p. 84-86, n° coordonné par Gilles Heuré, à l’occasion de l’exposition Marie-Antoinette, une jeune fille dans l’arène, Galeries nationales du Grand Palais, 15 mars au 30 juin 2008.

L’historien, selon Marc Bloch, exerce un métier voisin de celui de juge d’instruction, chargé d’enquêter à charge et à décharge. Sur un sujet aussi passionné que celui du procès et de l’exécution de Marie-Antoinette, il n’est pas sans intérêt de revenir sur l’attitude adoptée par les historiens de référence de la gauche française. Justifient-ils et jusqu’à quel point ce nouveau sang versé? Envoient-ils la reine à la mort sans état d’âme, compte tenu de ses choix politiques constants et de l’accusation étayée de trahison nationale? Se montrent-ils malgré tout sensibles à sa noble défense face aux accusations la présentant en mère indigne et perverse?
Jules Michelet (1798-1874) n’éprouve guère de compassion pour la reine. Rien n’a de droit que le droit aimait-il à dire et il n’était pas d’un temps où les rigueurs de la loi émouvaient: « la reine fut expédiée en deux jours » écrit-il, et lui-même ne s’attarde pas. Elle était « coupable ». Au reste, « on pensait à autre chose » et le commentaire est lapidaire: « rude moment ». La comparaison avec la Pologne martyre permet de relativiser aussitôt l’exécution royale: « la République guillotine une reine. Les rois guillotinent un royaume ». Louis Blanc (1811-1882) ne peut non plus s’émouvoir, alors que toute son œuvre entend justifier la Terreur, certes « effroyable », « funeste », mais inévitable en raison des périls, de « la loi d’airain » des événements. Sa polémique à ce sujet avec Edgar Quinet (1803-1875) fut longtemps célèbre. Quinet, lui aussi figure de la gauche quarante-huitarde et historien de la Révolution, a la passion de la liberté. C’est le ressort de son opposition farouche à l’Église et à l’Empire, de sa popularité ensuite… puis de son oubli relatif, car au fond son intelligence critique rend incommode la pleine utilisation de son œuvre dans le légendaire révolutionnaire. Et c’est finalement ce qui explique aussi sa redécouverte par de grands penseurs antitotalitaires comme François Furet ou Claude Lefort.
L’historien républicain critique le principe même de la Terreur, selon lui inutile, et surtout « système » voulu qui éloigne la Révolution des buts recherchés. Certes, la mort de la reine est un accident inévitable dans le contexte de l’automne 1793, alors que s’apprêtent à monter sur l’échafaud les Girondins eux-mêmes, et Quinet ne lui consacre pas davantage de place que Michelet. Mais il note cependant à quel point la Révolution s’est montrée implacable envers les femmes. Il le regrette, au nom de la politique comme de la justice, mais le comprend: « la révolution amenait l’égalité ; le malheur ou l’ignorance fit que la révolution se montra d’abord par l’égalité des supplices ». Le raisonnement se tient. La condamnation d’Olympe de Gouges rappelle que, pour les femmes, la guillotine précéda quand même le droit de vote de 150 ans…
Chez Jean Jaurès (1859-1914), le point de vue est différent. Non seulement parce que Jaurès écrit une quarantaine d’années après ces prédécesseurs, dans un autre contexte, où la République, la Révolution, ont achevé victorieusement leurs parcours séculaires. Mais aussi parce que Jaurès entend mener une histoire « socialiste » qui soit certes « matérialiste avec Marx et mystique avec Michelet », comme on le rappelle souvent, mais également « héroïque avec Plutarque ». Il est donc attentif aux caractères, aux destins individuels, dans le grand drame des masses et des idées, et il n’est jamais vain de le lire en suivant la destinée de tel ou tel des personnages qu’il met en scène. Au moment de l’affaire Dreyfus, il avait déjà indiqué qu’il était possible, dans le combat révolutionnaire, de « garder des entrailles humaines » et « d’écouter le cri de notre pitié ». Comme Hugo, il faut bien qu’il s’explique à son tour sur ce terrible été 93 et ses suites, qui ne laissèrent pas une grande part à l’expression de ces sentiments. Il le fait sans détours et ne dissimule pas les pages sombres de la Révolution. Sans complaisance, il sait rendre hommage à la dignité de la reine, jugeant « émouvante et fière » la lettre qu’elle envoie à sa jeune belle-sœur, Madame Élisabeth: «Je viens d’être condamnée non pas à une mort honteuse, elle ne l’est que pour les criminels, mais à aller retrouver votre frère». Il qualifie de « sublime » le cri de révolte, jailli d’un cœur torturé : «j’en appelle à toutes les mères». De plus, il sait dépasser le jugement politique, et son récit des derniers instants de la reine est simple, beau et humain : la reine aperçoit à une fenêtre le prêtre insermenté qu’elle cherchait du regard, s’incline imperceptiblement et «ce signe léger mettait entre la foule et elle un abîme plus profond que la mort».
Pour Jaurès, le mouvement populaire a ses mauvais génies. Ainsi, Hébert, le «Père Duchesne», est constamment décrit comme le prototype de ces déclamateurs ambitieux qui cherchent à avancer leurs carrières par une surenchère haineuse, et Jaurès, d’habitude compréhensif et bienveillant, finit, malgré le temps écoulé, par lui exprimer tout son mépris. Mais au-delà des violences populaires et des jeux politiciens, il existe autre chose, qui renvoie sans doute aux fondements philosophiques de la pensée et de l’action de Jaurès, à son «arrière-pensée». Dans la Révolution se révèle le triste «besoin bestial et vil de soulager sa propre souffrance en faisant souffrir». «Tuer n’est rien», «il faut abaisser, il faut flétrir» l’adversaire. Pour autant, Jaurès ne conclut pas à l’abstention ou au retrait désolé. C’est à ce moment de l’histoire de la Révolution qu’il explique son choix d’aller s’asseoir aux côtés de Robespierre. Comme lui, Jaurès admet la mort dans le combat révolutionnaire, tandis qu’il la refuse dans le fonctionnement régulier de la société, mais à condition qu’elle soit nécessaire et utile. Il accepte, ce qu’il appelle un peu curieusement, les « terribles exemples », mais pas les «exécutions». Il justifie donc le sort de la reine car il fallait «montrer aux peuples et aux rois que même la pitié ne faisait pas faiblir la Révolution», «frapper Marie-Antoinette après Louis, la ci-devant reine après le ci-devant roi», mais il condamne «l'outrage» et «la calomnie» qui lui ont ménagé «une sorte de revanche devant l’histoire» comme la montée sur l’échafaud de l’innocente Madame Élisabeth, qui «brouillait le gouvernement avec l’humanité».
L’historiographie de la Révolution ne s’est certainement pas arrêtée à Jaurès, mais il a peut-être écrit sur cette fin tragique tout ce qui pouvait l’être. La cause est entendue et le XXe siècle n’ajoutera rien de plus sur le sujet. Georges Lefebvre ou Albert Soboul sont laconiques sur le procès et l’exécution alors que François Furet et Denis Richet reprennent le récit de la digne défense et de la belle mort. Chacun est dans son rôle. Le jugement équilibré de Jaurès, si tant est qu’il faille juger, semble avoir permis la synthèse entre les niveaux de compréhension, politique, historique et humain, de la royale mise à mort.

martedì 19 novembre 2013

Maria Antonietta verso il patibolo


Il mattino del 16 ottobre 1793 Maria Antonietta si recò al patibolo sopra ad una carretta trainata da un solo cavallo, come tutti gli altri condannati (a Luigi XVI era stato concesso l’onore di recarvisi in carrozza). Le erano stati tagliati i capelli e legate le mani dietro alla schiena, un prete repubblicano sedeva al suo fianco, e, lungo il tragitto, la folla si prodigava in grida e insulti all’indirizzo ‘dell’infame Antonietta’: “Morte all’austriaca! Morte alla cagna!”. Affacciato ad una finestra il pittore Jacques-Louis David fissò, con pochi tratti di matita, l’ultimo ritratto dell’infelice regina in viaggio verso la fine.
 

Francesca Diotallevi

Portraiture has an affinity with death, but this is something unique - at once a callous observation and... what? It seems sympathetic, nothing to do with the grotesque vilifications of Marie Antoinette circulating in word and image. It depicts her last moments as miserably human, unglamorous to a degree that may embody a Revolutionary joy in the destruction of rococo fripperies. As she sits there, hair cut, a few strands poking out of her bonnet, her nose big, her mouth a grim line, she is the opposite of idealised royalist portraiture.
But there is a determination to the way she sits without looking up. This drawing is an acknowledgement of the Revolution's violence, in which David is complicit. David is an honest extremist. He believes in the inevitability of this execution so absolutely that he can stand back and feel a tweak of empathy.

Jonathan Jones,  The Guardian,

L'arte del ritratto ha un'affinità con la morte, ma questo è qualcosa di unico - allo stesso tempo un'osservazione insensibile e ... che cosa? Sembra partecipe, nulla a che vedere con gli avvilimenti grotteschi di Maria Antonietta che circolano in parola e immagine. Esso raffigura i suoi ultimi momenti come pietosamente umana, poco affascinante al punto da poter incorporare una gioia rivoluzionaria nella distruzione dei fronzoli rococò. Mentre lei è lì seduta, con i capelli tagliati e alcuni fili che spuntano fuori dalla sua cuffia, con il naso grosso  e la bocca ridotta a una linea severa, è l'opposto del soggetto idealizzato dalla ritrattistica di corte.
Ma vi è una determinazione nel modo in cui lei si trova seduta, senza alzare lo sguardo. Questo disegno è un riconoscimento della violenza della Rivoluzione, di cui David è complice. David è un estremista onesto. Egli crede nella inevitabilità di questa esecuzione in modo così assoluto da potersi tirare indietro e provare un granello di empatia.

venerdì 11 gennaio 2013

Maria Antonietta

Cercava un prete rimasto fedele alla Chiesa per poter ricevere da lui la sola benedizione che per lei contasse. Lo riconobbe a una finestra, e si inchinò impercettibilmente. Questo segno leggero poneva tra lei e la folla un abisso più profondo della morte.

Jean Jaurès

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 Per quanto si vada a sedere vicino a Robespierre, Jaurès non era un dottrinario, era molto sensibile al destino e alle particolarità individuali degli altri anche diversi da lui.

Giovanni Carpinelli 

...L'idea che il re avesse tradito il popolo francese non era un'idea come un'altra. Alcuni si ribellarono e continuarono a pensare che era stato ingannato e traviato. Una convinzione antica: quando le cose andavano male in antico regime non era mai colpa del re, che era sempre buono e sempre giusto. Ma era colpa dei ministri corrotti, dei cattivi consiglieri, che per sete di potere tramavano contro il re e contro il popolo. Altri ammisero che il re era colpevole, e che doveva pagare, ma sempre pensando che altri, più colpevoli di lui, venivano invece risparmiati. In particolare l'odio popolare si appuntava contro la regina.
Maria Antonietta era austriaca. Inoltre era giovane e bella. Inoltre amava la bella vita. Contro di lei si scatenò un odio xenofobo, antifemminista e moralista che costituisce una pagina sconcertante della rivoluzione francese. La vera colpevole era lei, la straniera, la lupa assetata di sangue e di piaceri, che aveva traviato il povero re, troppo buono e troppo ingenuo.

Paolo Viola, Fu una sfida tra due sovrani la nazione vinse e uccise il re, l'Unità, 21 gennaio 1993.