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domenica 2 dicembre 2018

Il fantasma della bellezza perduta

Venere Medici
La vecchia è uno tra i personaggi che popolano il Candido (1759) di Voltaire. Compare nel capitolo VI e non sembra avere un altro nome fino a quando, nel capitolo XI, non viene posta al centro della scena: "Storia della vecchia" è il titolo. Lei prende subito la parola per affrontare il tema della sua apparenza fisica. Se il nome a lei attribuito poteva essere una sorta di stigma, ora arriva il risarcimento. La locuzione "non sempre" viene ripetuta per tre volte. Un esorcismo che dà luogo all'evocazione di una immagine ben diversa, che esprime lo splendore della bellezza trionfante. 












Io non sono stata sempre cogli occhi cisposi e orlati di scarlatto, il mio naso non è sempre andato a ritoccarsi col mento, nè sono stata sempre serva. Io sono figlia di papa Urbano decimo, e della principessa di Palestrina. Fui fino all’età di quattordici anni allevata in un palazzo, a cui tutti i castelli dei vostri baroni tedeschi avrebbero potuto servire da stalla; e valeva più uno dei miei abiti che tutte le magnificenze della Vesfalia. Crescevo in bellezza, in grazia e in talento, in mezzo ai piaceri, agli ossequi ed alle speranze, e ispiravo già amore; e che petto! bianco, fermo, scolpito come quello della Venere de 'Medici; che occhi! che palpebre! che ciglia! che fiammelle scintillavano dalle mie pupille, e oscuravano il fulgore delle stelle! come mi dicevano i poeti del luogo. Le donne che mi vestivano e mi spogliavano cadevano in estasi, guardandomi dal davanti e dalla schiena; e tutti gli uomini avrebbero voluto essere al loro posto.
 
Je n’ai pas eu toujours les yeux éraillés et bordés d’écarlate; mon nez n’a pas toujours touché à mon menton, et je n’ai pas toujours été servante. Je suis la fille du pape Urbain X et de la princesse de Palestrine. On m’éleva jusqu’à quatorze ans dans un palais auquel tous les châteaux de vos barons allemands n’auraient pas servi d’écurie; et une de mes robes valait mieux que toutes les magnificences de la Vestphalie. Je croissais en beauté, en grâces, en talents, au milieu des plaisirs, des respects, et des espérances: j’inspirais déjà de l’amour; ma gorge se formait; et quelle gorge! blanche, ferme, taillée comme celle de la Vénus de Médicis; et quels yeux! quelles paupières! quels sourcils noirs! quelles flammes brillaient dans mes deux prunelles, et effaçaient la scintillation des étoiles! comme me disaient les poëtes du quartier. Les femmes qui m’habillaient et qui me déshabillaient tombaient en extase en me regardant par devant et par derrière; et tous les hommes auraient voulu être à leur place. 

https://generazionediarcheologi.com/2015/10/19/uffiziarcheologia-la-vendetta-della-venere-medici/

domenica 23 aprile 2017

Voltaire, Candido e il senatore




Voltaire, Candido, capitolo XXV

Candido incarica Cacambo di recuperare Cunegonda, ma è derubato dei suoi beni. Parte dunque per Venezia con Martino, un filosofo manicheo pessimista e dalla vita assai sfortunata, che rappresenta l’antitesi di Pangloss. I due risalgono in gondola il Brenta e giungono al palazzo del senatore Pococurante. Qui il gioco si fa complicato, Pococurante, da perfezionista incallito qual è, esprime a volte in modo spregiudicato opinioni condivise dallo stesso Voltaire. L'immagine di un uomo mai soddisfatto si converte alla fine in un apologo sulla felicità che fugge e non si lascia afferrare.

"Quante opere di teatro vedo là!" disse Candido, "in italiano, in spagnolo, e in francese."
"Sì", disse il senatore. "saranno tremila, ma non tre dozzine di buone. Quelle raccolte poi di sermoni, che tutti insieme non valgono una pagina di Seneca, e tutti quei gran volumi di teologia, credetelo, non li apro mai: non io né altri."
Martino vide degli scaffali carichi di libri inglesi.
"Credo", disse, "che un repubblicano dovrebbe per lo più di vertirsi con queste opere scritte così liberamente."
"Sì, rispose Pococurante, è bello scrivere ciò che si pensa, ed è questo un privilegio dell’uomo: in tutta la nostra Italia non si scrive solo quel che non si pensa. Coloro che abitano la patria di Cesare e degli Antonini non osano avere un’idea senza il permesso di un domenicano. Sarei contento della libertà che ispira gl’ingegni inglesi, se la passione e lo spirito di parte non corrompessero totalmente ciò che quella preziosa libertà ha di stimabile."
Candido scorgendo un Milton gli chiese se non considerasse quell’autore un grand’uomo.
"Chi?" disse Pococurante, "quel barbaro che fa un lungo commento del primo capitolo della Genesi in dieci libri di versi duri? Questo grossolano imitatore dei greci, che deturpa la creazione, e che mentre Mosè rappresenta l’Eterno che produce il mondo attraverso la parola, fa prendere al Messia un gran compasso, in un armadio del cielo, per tracciare la sua opera? Io, precisamente io,  dovrei forse stimare colui che ha guastato l’inferno e il diavolo del Tasso: che traveste Lucifero da rospo o da  pigmeo: che gli fa ribattere cento volte i medesimi discorsi; che lo fa disputare sulla teologia; che imitando seriamente l’invenzione comica dell’armi da fuoco dell’Ariosto, fa sparare il cannone nel cielo dai diavoli? Né io, né alcun altro in Italia ha potuto trarre piacere da tutte queste tristi stravaganze. Le Nozze del Peccato e della Morte, e le vipere partorite dal peccato, non fanno vomitare ogni uomo che ha il gusto un po' delicato, e la sua lunga descrizione di un ospedale va bene solo per un becchino. Questo poema oscuro, bizzarro e disgustoso fu schernito fin dalla nascita, ed io lo tratto oggi come fu trattato in sua patria dai contemporanei; del resto, dico ciò che penso, e mi preoccupo assai poco di vedere se gli altri la pensano come me."
Candido era afflitto da questi discorsi; lui che rispettava Omero, e un po' amava Milton.
"Ahimè", disse sottovoce a Martino, "temo proprio che quest'uomo nutra un sovrano disprezzo per i nostri poeti tedeschi."
"Non sarebbe un gran male", disse Martino.
"Oh che uomo superiore! diceva ancora Candido fra i denti. E che genio, questo Pococurante! Niente può piacergli."
Dopo aver passato così in rassegna tutti i libri, scesero in giardino; Candido ne lodava ogni bellezza. "Non conosco nulla che sia di un tale cattivo gusto", disse il padrone: "abbiamo qui solo quisquilie, ma subito domani ne faccio piantare uno di un disegno più fine.
Dopo che i due visitatori si furono congedati da sua eccellenza, Candido chiese a Martino:
"Ecco, ne converrete con me, il più felice di tutti gli uomini: è al di sopra di tutto ciò che possiede."
"E non vedete", rispose Martino, "che di tutto ciò che possiede è disgustato? Platone disse, molto tempo fa, che gli stomaci migliori non sono quelli che rigettano tutti gli alimenti."
"Ma", disse Candido, criticare tutto non è un piacere? Trovare dei difetti, dove gli altri uomini credono di vedere delle bellezze?"
"Sarebbe come dire" replicò Martino, "che può essere un gusto non provare gusto?"
"Oh bella!", disse Candido, "Allora soltanto sarò un uomo felice: quando potrò vedere la mia cara Cunegonda."
"E' sempre bene sperare", disse Martino. 

sabato 25 ottobre 2014

Voltaire, il negro del Surinam

 
 
 
Voltaire, Candido (1759)
capitolo 19

... Avvicinandosi alla città s’incontrarono in un negro disteso in terra, che non aveva che la metà del suo abito, cioè un par di braghe di tela azzurra; mancava a questo povero uomo la gamba sinistra, e la mano dritta. - Mio dio! gli dice Candido, che fai tu là, amico, in questo stato orribile in cui ti vedo? - Attendo il mio padrone il signor Vanderdendur il famoso negoziante, risponde il negro. - E questo signor Vanderdendur, dice Candido, ti ha conciato così? - Sì, signore, risponde il negro, quest’è l’uso: ci vien dato un par di brache di tela per vestito due volte l’anno: quando lavoriamo alle zuccheriere, e che la macina ci acchiappa un dito, ci si taglia la mano; quando vogliam fuggire ci si taglia la gamba; a questo prezzo voi mangiate dello zucchero in Europa. Intanto, allorchè mia madre mi vendè per dieci scudi patacconi sulla costa di Guinea, ella mi diceva: figliuol mio, benedici i nostri feticci, adorali tutti i giorni, essi ti faran vivere fortunato; tu hai l’onore d’essere schiavo de’ nostri signori i bianchi, e tu fai la fortuna di tuo padre e di tua madre. Ah! io non so se ho fatto la lor
fortuna, so bene che essi non han fatto la mia: i cani, le scimmie, i pappagalli son mille volte meno disgraziati di noi. I feticci olandesi che mi han convertito, mi dicon tutte le domeniche che noi siamo tutti figli d’Adamo, bianchi e neri; io non sono genealogista, ma se quei predicatori dicono il vero noi siam tutti fratelli cugini; or voi converrete che non si possono usare tra parenti trattamenti più orribili.
- O Pangloss! grida Candido, tu non avevi pensato a questa abominevole circostanza; ed è pur cosa di fatto; bisognerà finalmente che io rinunzii al tuo ottimismo. - Che cos’è quest’ottimismo? dice Cacambo. - Ah, risponde Candido, è la maniera di sostenere che tutto va bene quando si sta male.
Intanto versava lagrime riguardando il negro, e piangendo entrò in Surinam.
...






Stefano Montefiori
Contro il cinismo io sto con Voltaire
Corriere della Sera, 12 ottobre 2014

In difesa della globalizzazione, con il Candido di Voltaire, proprio quando tutti sembrano abbandonare la nave del cosmopolitismo. Nella destra francese, Sarkozy torna in politica e per prima cosa ripete che la Francia deve denunciare il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone in Europa. A sinistra, il socialista Manuel Valls dice che i rom non hanno vocazione a integrarsi e devono tornare in Romania e Bulgaria. Marine Le Pen, a suo dire né di destra né di sinistra ma «contro il sistema», vince le elezioni europee promettendo che farà uscire la Francia dall’Unione Europea. Se questa è la politica, il panorama culturale francese tributa poi un grande successo al ripiegamento nazionale di un libro come L’identité malheureuse di Alain Finkielkraut, dalla parte dei «francesi sedentari che fanno comunque l’esperienza dell’esilio perché (per colpa dell’immigrazione, ndr) intorno a loro tutto è cambiato». Questi sono i tempi, e allora il filosofo André Glucksmann torna con un saggio provocatorio, che osa difendere idee ormai poco alla moda come l’universalismo e la contaminazione, dall’epoca dei Greci alla base della civiltà europea.
Voltaire contre-attaque (Robert Laffont) è una staffilata di 207 pagine al nuovo consenso. «Un consenso — scrive Glucksmann — che, a destra, sinistra e ali estreme, sguazza nei ruscelli putridi degli egoismi di corto respiro. Assecondando gli stati d’ansia, la politica diventa un’arte reazionaria. Vuole salvare quel che può, ripristinare frontiere obsolete, dare una riverniciata a cosiddetti valori che non sono, in realtà, mai esistiti».
Il settantasettenne Glucksmann insorge contro quel tic intellettuale contemporaneo che consiste nel tacciare di ipocrisia e scollamento dalla realtà quanti ancora si ostinano a difendere i diritti dell’uomo, accusati di essere sognatori, «anime belle» irresponsabili, sulle quali poi pende la scomunica definitiva di «radical chic» qualora siano schierati a sinistra. Non è questo certamente il caso di André Glucksmann, e da tempo: protagonista del Sessantotto parigino, l’allora nouveau philosophe intraprese il suo distacco dalla gauche nei primi anni Settanta, quando denunciò gli orrori del socialismo reale a Muro di Berlino ancora ben saldo.
Lei scrive che la contrapposizione tra realismo e difesa dei diritti umani è ridicola.
«Certamente. Dove sta il vero realismo? Il primo dei diritti dell’uomo, la libertà di circolare, non è il regalo di cuori generosi, ma la condizione necessaria della nostra prosperità. Abbiamo rigettato le ideologie progressiste che, in nome di un modello unico di Umanità, hanno giustificato tante ignominie, e abbiamo fatto bene. Ma dalle utopie marxiste e dalle elegie hegeliane siamo precipitati a questa specie di fatalismo, di cinismo postmoderno».

Perché Voltaire è importante per l’idea di Europa e di Occidente?
«È un antidoto ai nazionalismi, è un filosofo molto più contemporaneo di tutti i suoi successori, adepti dei sistemi chiusi. Voltaire rifiuta le ideologie, l’ossessione per le radici, le frontiere, lotta contro i fanatismi. Ha vissuto quasi tre secoli fa, ma di sicuro è meno anacronistico dei critici che gli sono succeduti. Anche il mio amico Roland Barthes, che pure era un voltairiano, si è distaccato da Voltaire. È sempre stato così, i sostenitori a un certo punto sono diventati i più grandi detrattori».

Barthes accusava Voltaire di essere anti-intellettuale, troppo leggero.
«Mi viene da ridere. La semplicità, lo stile distaccato e ironico sono precisamente i suoi punti di forza e non di debolezza. Contro Hegel e i suoi discendenti degli ultimi due secoli, contro i pensatori dell’assoluto, a mio parere conviene andare più indietro. L’ultimo grande è stato Voltaire, ma Barthes non poteva riconoscerlo perché era schiavo dello spirito sistemico della sua epoca, del marxismo. Gli eredi di Voltaire non li troviamo in filosofia, ma in letteratura: Stendhal e Flaubert vanno nello stesso senso».

Per esempio?
«Prendiamo Flaubert e i rom: poco incline al romanticismo, l’autore di
Madame Bovary lascia Esmeralda a Victor Hugo e Carmen a Georges Bizet, ma nel 1867 racconta a George Sand del suo incontro con un accampamento di tzigani a Rouen. Dice di aver dato loro qualche soldo e di essere stato aggredito dalla folla per questo, e descrive quell’odio, l’odio che gli uomini d’ordine riservano all’eretico, al filosofo, al solitario, al poeta».
Nel capitolo intitolato «Elogio del mendicante, del gitano e del sans-papiers» lei se la prende con le espulsioni dei rom.
«È incredibile che nella Francia del XXI secolo, dove peraltro la distinzione tra destra e sinistra è completamente saltata, il governo socialista punti a espellere i rom considerandoli una minaccia. Una comunità di 15, di 20 mila persone al massimo, capace di mandare in crisi una nazione di 60 milioni di abitanti? Non si è mai visto un capro espiatorio così perfetto. In una Francia che da almeno un secolo accoglie italiani, polacchi, spagnoli, portoghesi, maghrebini, africani ed ebrei, il pugno di mendicanti nelle nostre strade è una goccia d’acqua, un puro argomento di propaganda».

Lei esalta il Voltaire di «Candido», non quello di «Zadig».
«Zadig è un uomo che accetta il sapere assoluto. Zadig nasce e cresce ricco, sta bene all’inizio delle sue peripezie, bene alla fine, conosce l’infelicità, ma non ne è toccato, guarda i disastri del secolo a cui appartiene, ma non sono i suoi. È un rappresentante della filosofia classica contro Candido».

Degli uomini politici contemporanei c’è qualcuno che lei considera un erede di Voltaire?
«I dissidenti. Václav Havel. I comunisti avevano rivoltato i valori come un guanto, il vocabolario sovietico aveva stravolto la realtà: in nome della pace, immense mobilitazioni militari; in nome dell’Uomo nuovo a venire, la persecuzione dei viventi. Armati delle loro disillusioni, i protagonisti delle rivoluzioni di velluto hanno cambiato l’Europa. La cortina di ferro è crollata sotto la pressione di migliaia di Candidi».

E adesso?
«Dilaga la tentazione dell’“ognuno a casa sua”. Il ripiegamento identitario fa risorgere un pericolo contro il quale due guerre mondiali dovrebbero averci vaccinato. L’Europa è stata ed è una bella idea. Purtroppo si sfalda a partire dalla sua testa prima ancora che per colpa dell’economia. Contro le nuove linee Maginot, bisognerebbe tornare al Candido».


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VOLTAIRE AT FERNEY (1939)


Perfectly happy now, he looked at his estate.
An exile making watches glanced up as he passed
And went on working; where a hospital was rising fast,
A joiner touched his cap; an agent came to tell
Some of the trees he'd planted were progressing well.
The white alps glittered. It was summer. He was very great.

Far off in Paris where his enemies
Whispered that he was wicked, in an upright chair
A blind old woman longed for death and letters. He would write,
"Nothing is better than life." But was it? Yes, the fight
Against the false and the unfair
Was always worth it. So was gardening. Civilize.

Cajoling, scolding, screaming, cleverest of them all,
He'd had the other children in a holy war
Against the infamous grown-ups; and, like a child, been sly
And humble, when there was occassion for
The two-faced answer or the plain protective lie,
But, patient like a peasant, waited for their fall.

And never doubted, like D'Alembert, he would win:
Only Pascal was a great enemy, the rest
Were rats already poisoned; there was much, though, to be done,
And only himself to count upon.
Dear Diderot was dull but did his best;
Rousseau, he'd always known, would blubber and give in.

Night fell and made him think of women: Lust
Was one of the great teachers; Pascal was a fool.
How Emilie had loved astronomy and bed;
Pimpette had loved him too, like scandal; he was glad.
He'd done his share of weeping for Jerusalem: As a rule,
It was the pleasure-haters who became unjust.

Yet, like a sentinel, he could not sleep. The night was full of wrong,
Earthquakes and executions: soon he would be dead,
And still all over Europe stood the horrible nurses
Itching to boil their children. Only his verses
Perhaps could stop them: He must go on working: Overhead,
The uncomplaining stars composed their lucid song.

                W. H. Auden

http://www.newyorker.com/magazine/2005/03/07/voltaires-garden

lunedì 1 aprile 2013

Pangloss e le false ragioni


Voltaire
Candido

"... Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Dimostrava in modo mirabile che non c’è effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello di monsignore era il più bello dei castelli e la signora la migliore delle baronesse possibili. “E’ dimostrato” diceva “che le cose non possono essere in altro modo: perché siccome tutto è creato per un fine, tutto è necessariamente per il migliore dei fini. Notate che i nasi son stati fatti per portar gli occhiali, infatti ci sono gli occhiali. Le gambe sono evidentemente istituite per esser calzate, ed ecco che ci sono i calzoni. Le pietre sono state formate per essere squadrate, e per farne castelli, infatti monsignore ha un bellissimo castello; il massimo barone della provincia dev’essere il meglio alloggiato; e siccome i maiali sono fatti per essere mangiati, mangiamo maiale tutto l’anno; quelli che hanno affermato che tutto va bene hanno quindi affermato una sciocchezza: bisognava dire che tutto va nel migliore dei modi.” Candido ascoltava attentamente e innocentemente credeva; perché trovava bellissima madamigella Cunégonde anche se non si pigliava mai la licenza di dirglielo. Concludeva che dopo la felicità di esser nato barone di Thunder-ten-tronckh, il secondo grado di felicità era di essere madamigella Cunégonde; il terzo, era di vederla ogni giorno; e il quarto, di ascoltar mastro Pangloss, il massimo filosofo della provincia, quindi della Terra intera. Un giorno Cunégonde, andando a spasso nei pressi del castello nel boschetto che chiamavano parco, vide tra i cespugli il dottor Pangloss che impartiva una lezione di fisica sperimentale alla cameriera di sua mamma, piccola brunetta assai carina e docilissima. Siccome madamigella Cunégonde aveva spiccate disposizioni per le scienze, osservò senza batter ciglio le reiterate esperienze di cui fu testimone; vide chiaramente la ragion sufficiente del dottore, gli effetti e le cause, e tornò tutta sconvolta, tutta pensosa, tutta piena d’una gran voglia d’esser erudita, pensando che lei poteva ben essere la ragion sufficiente del giovane Candide, il quale poteva d’altronde essere la sua. S’imbatté in Candide tornando al castello, e arrossì; anche Candide arrossì, lei gli diede il buongiorno con voce rotta, e Candide le parlò senza sapere cosa dicesse. L’indomani, dopo il pranzo, uscendo di tavola Cunégonde e Candide si trovaron dietro un paravento; Cunégonde lasciò cadere il fazzoletto, Candide glielo raccattò, lei gli prese innocentemente la mano, innocentemente il giovane baciò la mano della giovinetta con una vivacità una sensibilità, una grazia particolarissima; le bocche si incontrarono, gli occhi si accesero, le ginocchia tremarono, le mani si smarrirono. Il signor barone di Thunder- ten-tronckh passò accanto al paravento e, vedendo quella causa e quell’effetto, cacciò Candide dal castello a grandi pedate nel sedere; Cunégonde svenne; appena tornata in sé la signora baronessa la schiaffeggiò; e tutto fu desolazione nel più bello e più piacevole dei castelli possibili... "

Scelta antologica a cura di Francesca Civile

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Pangloss oggi avrebbe a che vedere con la propaganda. O con la pubblicità. O con l'informazione addomesticata e docile. Quindi con una visione alquanto ovvia della realtà, con un aggiustamento verbale intessuto  di ragioni sempre pronte a spiegare le disgrazie e a renderle accettabili. In un certo senso Pangloss, con la sua accettazione del mondo, è il contrario di ciò che Marx suggerisce quando scrive: "I filosofi finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di cambiarlo". Il personaggio è perfino ridicolo nel suo ottimismo. Più che un personaggio, anzi, è una maschera. Quanti Pangloss ci sono tra noi? Meglio ancora: quante volte siamo tentati di fare come Pangloss? Di trovare una ragione a tutto, in modo da poter tutto accettare e stare tranquilli... 
Una vita fatta solo di inquietudini e interrogativi angosciosi è poco attraente. Solo allontanandoci da Pangloss, tuttavia, possiamo accostarci davvero alla realtà. Pensare a cosa abolire, a cosa cambiare, a come cambiare, a come imprimere un senso a ciò che resiste alle nostre domande di senso. A come stare nel mondo, in un mondo tanto più riconoscibile in quanto modificabile.



 

giovedì 3 gennaio 2013

Barbusse+Voltaire, la guerre


— La guerre !
Quelques-uns de ceux qui sont couchés là rompent le silence, et répètent à mi-voix ces mots, et réfléchissent que c’est le plus grand événement des temps modernes et peut-être de tous les temps.
Et même cette annonciation crée sur le paysage limpide qu’ils fixent, comme un confus et ténébreux mirage.
Les étendues calmes du vallon orné de villages roses comme des roses et de pâturages veloutés, les taches magnifiques des montagnes, la dentelle noire des sapins et la dentelle blanche des neiges éternelles, se peuplent d’un remuement humain.
Des multitudes fourmillent par masses distinctes. Sur des champs, des assauts, vague par vague, se propagent, puis s’immobilisent ; des maisons sont éventrées comme des hommes, et des villes comme des maisons, des villages apparaissent en blancheurs émiettées, comme s’ils étaient tombés du ciel sur la terre, des chargements de morts et des blessés épouvantables changent la forme des plaines.
On voit chaque nation dont le bord est rongé de massacres, qui s’arrache sans cesse du cœur de nouveaux soldats pleins de force et pleins de sang ; on suit des yeux ces affluents vivants d’un fleuve de mort.
Au Nord, au Sud, à l’Ouest, ce sont des batailles, de tous côtés, dans la distance. On peut se tourner dans un sens ou l’autre de l’étendue : il n’y en a pas un seul au bout duquel la guerre ne soit pas.
Un des voyants pâles, se soulevant sur son coude, énumère et dénombre les belligérants actuels et futurs : trente millions de soldats. Un autre balbutie, les jeux pleins de tueries :
— Deux armées aux prises, c’est une grande armée qui se suicide.

 Le Feu. Journal d'une escouade, 1916


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Niente era così bello, così spedito, così splendente, così ben ordinato come i due eserciti. Le trombe, i pifferi, gli oboi, i tamburi, i cannoni formavano un’armonia quale non si udì mai neppure all’inferno. Prima i cannoni rovesciarono a terra circa seimila uomini per parte; poi la moschetteria tolse dal migliore dei mondi da nove a diecimila furfanti che ne infettavano la superficie. Anche la baionetta fu la ragion sufficiente della morte di qualche migliaio di uomini. Il totale poteva aggirarsi sulle trentamila anime. Candido, che tremava al pari di un filosofo, si nascose come meglio poté durante questo eroico macello.
Finalmente, mentre i due re facevano cantare dei Te Deum, ciascuno, nel proprio accampamento, decise d’andarsene da un’altra parte a ragionare sugli effetti e le cause. Passò sopra mucchi di morti e morenti, e raggiunse dapprima un villaggio vicino; era ridotto in cenere. Si trattava di un villaggio avaro che i Bulgari avevano incendiato, secondo le leggi del diritto pubblico. Qui vecchi crivellati di colpi guardavano morire le loro mogli sgozzate, che stringevano i bambini alle mammelle sanguinanti; là ragazze sventrate, dopo avere saziato i naturali bisogni di qualche eroe, esalavano l’ultimo respiro; altre, semibruciate, gridavano implorando di finirle. Cervelli erano sparsi per terra, accanto a braccia e gambe tagliate.
Candido fuggì al più presto in un altro villaggio: apparteneva ai Bulgari, e gli eroi Avari l’avevano trattato allo stesso modo.

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 Rien n'était si beau, si leste, si brillant, si bien ordonné que les deux armées. Les trompettes, les fifres, les hautbois, les tambours, les canons, formaient une harmonie telle qu'il n'y en eut jamais en enfer. Les canons renversèrent d'abord à peu près six mille hommes de chaque côté ; ensuite la mousqueterie ôta du meilleur des mondes environ neuf à dix mille coquins qui en infectaient la surface. La baïonnette fut aussi la raison suffisante de la mort de quelques milliers d'hommes. Le tout pouvait bien se monter à une trentaine de mille âmes. Candide, qui tremblait comme un philosophe, se cacha du mieux qu'il put pendant cette boucherie héroïque.
Enfin, tandis que les deux rois faisaient chanter des Te Deum chacun dans son camp, il prit le parti d'aller raisonner ailleurs des effets et des causes. Il passa par-dessus des tas de morts et de mourants, et gagna d'abord un village voisin ; il était en cendres : c'était un village abare que les Bulgares avaient brûlé, selon les lois du droit public. Ici des vieillards criblés de coups regardaient mourir leurs femmes égorgées, qui tenaient leurs enfants à leurs mamelles sanglantes ; là des filles éventrées après avoir assouvi les besoins naturels de quelques héros rendaient les derniers soupirs ; d'autres, à demi brûlées, criaient qu'on achevât de leur donner la mort. Des cervelles étaient répandues sur la terre à côté de bras et de jambes coupés.
Candide s'enfuit au plus vite dans un autre village : il appartenait à des Bulgares, et des héros abares l'avaient traité de même.

Candide, chapitre 3

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 Che cosa ne è e che cosa mi importano l’umanità, la beneficenza, la modestia, la temperanza, la dolcezza, la saggezza, la pietà, quando un mezza libbra di piombo sparata da tre quattrocento metri mi lacera il corpo, e io muoio a vent’anni tra tormenti inesprimibili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, quando i miei occhi, che si aprono per l’ultima volta, vedono la città in cui sono nato messa a ferro e fuoco, e gli ultimi suoni che odono le mie orecchie sono le grida delle donne e dei bambini che spirano sotto le sue rovine, e tutto ciò per i presunti interessi di un uomo che noi non conosciamo?

Dizionario filosofico, voce "guerra"

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Que deviennent et que m’importent l’humanité, la bienfaisance, la modestie, la tempérance, la douceur, la sagesse, la piété, tandis qu’une demi-livre de plomb tirée de six cents pas me fracasse le corps, et que je meurs à vingt ans dans des tourments inexprimables, au milieu de cinq ou six mille mourants, tandis que mes yeux, qui s’ouvrent pour la dernière fois, voient la ville où je suis né détruite par le fer et par la flamme, et que les derniers sons qu’entendent mes oreilles sont les cris des femmes et des enfants expirants sous des ruines, le tout pour les prétendus intérêts d’un homme que nous ne connaissons pas?