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venerdì 11 aprile 2025

Amore senza mistero

 


Il mensile studentesco Aleteia nel suo numero 3 del giugno 1965 pubblicò ancora due canti cilentani. Si può supporre che il curatore dei testi fosse Gerardo Spira, ma il suo nome non figura accanto ai testi. I due canti sono assai diversi l'uno dall'altro. Il primo, che si trova a pagina 10, è di una grande freschezza e semplicità. Consiste in una serie di variazioni sul tema degli occhi. L'incantesimo dell'amore svelato attraverso lo sguardo:

Dall'uocchi va e dall'uocchi pruvene
dall'uocchi s'accumenza a fà l'ammore

e sono l'uocchi che fanno lu male
e lu core ,nge piglia passione:

e si l'uocchi putessero parlare
sarebbero li primi a fà l'ammore

E mò ca l'uocchi nu 'zanno parlare
tu bella capisci l'intenzione.


Dagli occhi va e dagli occhi proviene
dagli occhi si comincia a far l'amore

e sono gli occhi che fanno il male
e il cuore ci si appassiona:

e se gli occhi potessero parlare
sarebbero i primi a far l'amore

E ora che gli occhi non sanno parlare
tu bella capisci [quale può essere] l'intenzione.


Il secondo canto figura alla pagina successiva e ci trasporta in un contesto di feroce crudeltà e durezza di cuore. Letto con il senno di poi rimanda alla logica del femminicidio che così spesso ricorre nella cronaca italiana attuale. E' una pura esplosione del dispetto che si agita nell'animo dell'innamorato respinto. Da notare che la maledizione era un messaggio ricorrente nei litigi che si svolgevano in dialetto: una persona che era stata maltrattata poteva benissimo bollare il suo persecutore con l'auspicio: "che tu possa gettare il sangue", morire dissanguato, "ca tu puozzi iettà u sangu".  

Quantu sì brutta ca puozz' esse accisa
mancu nu ciuccio te darìa nu vase

Sì stata cotta ind'a nà pignata
n'atu vullu ce vole e po sì ghiuta

Tu iere chera tant'avantata
ca vulive fa uerra e nun hai pututo

Tutti li cose t'aggiu preparato,
lu fuossu, li campane e lu tauto.


Quanto sei brutta, che tu possa essere uccisa 
neppure un asino ti darebbe un bacio

Sei stata cotta in una pignata
un altro bollo ci vuole, e poi sei andata

Tu eri quella tanto piena di vanto
che volevi fare guerra e non hai potuto

Tutte le cose ti ho preparato,
la fossa, le campane e la bara. 


Vera Gheno 
https://machiave.blogspot.com/2025/04/amore-croce-e-delizia.html
https://machiave.blogspot.com/2025/02/una-cartolina-di-antonicelli.html
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mercoledì 27 novembre 2024

Il corpo delle donne mature


Cristina Battocletti, 50enni dal viale del tramonto al chirurgo plastico. Identità femminile, Il Sole 24ore, 25 novembre 2024

 Nell’incipit de Il corpo delle donne (Feltrinelli, 2010) l’autrice, Lorella Zanardo, racconta lo stupore e lo sconvolgimento nell’accendere la televisione nel pomeriggio e vedere una donna di mezz’età su un lettino, come in una sala operatoria, con medici e presentatori che simulano un intervento di lipoaspirazione. All’interno del libro, alcune immagini mostrano momenti di programmi televisivi in cui si plaude all’intervento chirurgico estetico al seno – che nulla ha a che fare con operazioni successive a un carcinoma – con palpazione della cavia in presenza.

The substance, il film di Coralie Fargeat ancora nelle sale con successi incerti, propone lo stesso sguardo misogino, spudorato, consumista e rapace sul corpo delle donne. Elisabeth, interpretata da un’ottima Demi Moore, è il volto di un celeberrimo programma televisivo americano di fitness. La sorprendiamo nel giorno in cui compie 50 anni in una forma fisica eccellente e, nonostante questo, viene cassata dal palinsesto. Di ricambio è fatta la società e in particolare quella dello spettacolo, ma la regista, che ha 48 anni, impernia tutta la sceneggiatura sul fatto che l’annuncio venga confezionato proprio al raggiungimento dei cinquant’anni, inducendo Elisabeth a mettersi in trappola con “The substance”, ovvero sottoponendosi a una dolorosa clonazione di sé stessa in versione giovane.

Guidata da una specie di memoria istintiva, sono andata a rivedere Sul viale del tramonto, finalmente trovando la frase che cercavo, cioè quando Joe Gillis (William Holden) rimprovera a Norma Desmond (Gloria Swanson): «Tu sei una donna di cinquant’anni. Apri gli occhi!». Swanson-Norma con i suoi amici incartapecoriti, sembra la rappresentazione della vetustà. Il film di Billy Wilder è del 1950, ma non molto è cambiato. Al corpo delle donne mature continua a non essere concesso di piacere alla gioventù, come dimostra l’altissimo ascolto di Inganno di Pappi Corsicato, una serie tivù piuttosto soap con Monica Guerritore che a sessant’anni ha un rapporto carnale e sentimentale con un trentenne. L’avidità con cui la serie è seguita, schizzando al vertice delle classifiche, è spinta dalla generale incredulità e scabrosità di quel legame oltraggioso per la morale. Mentre l’inverso è più che accettato, anche se ormai meno frequente.

«Assisto alla cancellazione dei volti delle donne mature dallo schermo televisivo come un’onta, una vergogna, un sopruso terribile contro tutte noi», scrive ancora Zanardo. A quarant’anni sono molte le donne che tirano quasi un sospiro di sollievo: niente più cat calling, niente più ammiccamenti consci o inconsci sulle rotondità fisiche, dal fruttivendolo al rapporto professionale. Finisce il tempo in cui una donna è “troppo bionda, mora o rossa” per essere anche intelligente, troppo piccola per non aver bisogno di essere “protetta”, troppo acerba “per essere presa in considerazione”. Ma quasi per tutte, a prescindere dalla forma fisica, raggiungere 50 anni è imperdonabile, una colpa verso la società. Senza volerlo, sono molti i maschi che non celano la propria delusione di fronte all’invecchiamento femminile: «Ma io ti ricordavo...», come se la donna non avesse messo abbastanza impegno a conservarsi una smagliante ventenne. A dispetto del film sci-fi-horror, artisticamente non riuscito, ma personalmente intrigante fino alla prima parte, quello che mette in rilievo The substance è che, nonostante tutti i propositi e i passi avanti, la nostra società è ancora legata a una tribale questione riproduttiva. A cinquant’anni, chi prima chi dopo, la donna entra in menopausa, il che sancisce l’impossibilità di procreare, cosa che non avviene per gli uomini. Siamo ancora dunque fondati sulla primitiva, ancestrale, crudele idea che la donna in fondo sia, prima di tutto, una macchina riproduttiva, un utero. Mi affiorano in testa alcuni versi di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, anche se probabilmente l’autrice li ha scritti per altri motivi: «Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?».

Le donne sono sempre sotto “giudizio fecondativo”. Se i figli hanno qualche grosso problema, è sempre legato a una madre assente (soprattutto se lavora) o troppo protettiva. Se non hanno figli, perché non usano la propria capacità riproduttiva, come se sprecassero un talento. Se non possono averli sono trattate come se avessero attirato una maledizione o uno stigma. Agli uomini non viene richiesto un ruolo da fuco e non attirano un giudizio collettivo sulla mancata paternità.

Lunedì scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il ddl n. 824 sulla “gestazione per altri”, cioè il disegno di legge che rende la maternità surrogata reato universale. In Italia il ricorso all’utero in affitto era già illegale, ora la norma vieta agli italiani di ricorrere alla pratica anche all’estero. Oltre ad essere punita in termini detentivi e pecuniari, la Gda è ammantata di distinguo morali che pesano ancora sul corpo delle donne.

The substance, che inizialmente appare profondamente antifemminista proprio per lo sguardo famelico sul corpo delle donne, a un’analisi successiva e angosciata, risulta profondamente femminista. Raccogliendo pareri tra cinquantenni – anche chi scrive lo è –, il giudizio, al netto dello splatter finale, è che il film ha colpito nel segno. Il messaggio è: hai raggiunto i cinquanta? La società ti comunica che non sarai più “adorata” come prima (parole del film). Ribellati, goditi la tua età, i progressi che hai fatto, l’equilibrio psico-fisico raggiunto con l’esperienza. La regista Fargeat è stata molto astuta a volere come protagonista Demi Moore, una delle pioniere nel sottoporsi a molteplici interventi di chirurgia estetica per conservarsi “adorata”. E Demi Moore è stata all’altezza del gioco. Penso a Margaret Spada, morta a 20 anni per una rinoplastica, e poi a Boris Pahor, morto a 108 anni dopo 5 campi di concentramento, che preservava il proprio fisico con rispetto e senza violenza, come se avesse in uso per sorte un elemento spinoziano dell’universo. «Il corpo è l’unica cosa che possediamo», diceva sempre...


Théo van Rysselberghe (1862-1926)


















martedì 30 settembre 2014

Gadda spregiator delle donne


Bruno Pischedda
Gadda il Gran misogino
Il Sole 24ore, 21 agosto 2014

Si rischia indubbiamente il peccato di lesa maestà strapazzando Gadda e portandolo al punto di una feroce ostilità antifemminile. Ma è quanto fa con indomito rispetto Lucilla Sergiacomo nel recente Gadda spregiator delle donne, uscito a Chieti per le Edizioni Noubs. Il volume rientra nel novero dei Women's studies, e una cosa è meglio dire subito: gli avrebbe giovato un approfondimento riguardo alle matrici colte della misoginia gaddesca. Magari calcando con più lena la pista di Otto Weininger, un filosofo che all'alba del Novecento doveva favorire da noi la diffusione di tanti e pesanti pregiudizi, non solo antimuliebri.
Il percorso intrapreso dalla Sergiacomo è comunque vigile e ordinatamente scandito. Avvia dalla consueta dialettica tra sublimazione e disprezzo, per cui abbiamo da un lato la "signorina" di buona famiglia, fascinosa, di alto sentire, però asessuata e solita andare in sposa ad altri. Mentre sul lato opposto svetta la "donna uterina", istintiva, «tipicamente centrogravitata sugli ovari», per usare le parole di Ciccio Ingravallo nel Pasticciaccio. Ne vengono per la studiosa due sfere autonome e in larga misura incomunicanti, quasi che le donne siano "creature mutilate", e il loro destino preveda «solo riproduzione della stirpe e custodia della famiglia o solo piacere e appagata sessualità».
Una doppia travatura manichea, tuttavia, a cui restano sottesi oculati innesti e bilanciamenti. Stabilito un prototipo femminile, e rendendone una viva parodia tramite modelli naturalistici, dannunziani, appendicistici, Gadda lo ricalca poi in altri testi, secondo la tecnica della composizione seriale e dello slittamento dei tratti. Basti considerare la serie che procede da Maria de la Garde, in Racconto italiano di ignoto del Novecento, alla splendida e fedifraga Zoraide della Meccanica; da Denira Classis, «vanesia, letterata, troja», come precisa un foglio di lavoro per Novella seconda, alla sua più intensa prosecutrice, Adalgisa, nella raccolta eponima: una donna spregiudicata quando si esibisce in pubblico, e però triste se lasciata sola con sé stessa, quasi una «vagabonda nei pascoli sconfinati della vedovanza».
Due, d'altronde, sono anche le procedure ginofobe a cui il Gran lombardo s'affida con geniale maestria retorica ed espressionistica. La prima consiste nelle descrizioni parcellizzate, intese allo "smembramento somatico", cioè al dettaglio, alle focalizzazioni ristrette, così che le parti del corpo femminile restino più significative della figura intera: braccia "da morsicare", petti marmorei, fianchi, gambe inguainate nelle calze nere, talloni, caviglie, persino ascelle batuffolose e «bionde di delicate sete». Contemporaneamente, si snodano le sinfonie animalizzanti, che delle tante donne gaddiane forniscono il contraltare invilito e talora repugnante. Un modulo affine a quello razzista e coloniale degli anni 1910-1940, verrebbe dire, e valido in un regime di conversione inesplicita. Domina qui la pollastra stizzuta, la "gallinazza", reperibile a ogni latitudine sociologica ma soprattutto algida, poco incline alle profferte del maschio; o ancora la donna che invece di parlare "trilla", quella dal naso "aquilesco", dagli occhi "inviperiti". Una catena inesausta di sconciature zoomorfe, a conti fatti, che trova un vertice di acredine esilarante nel brano celeberrimo del vagone ristorante, al centro della Cognizione, in cui le astanti vestono i panni di "bertucce" alle prese con «la miseranda meccanica dello sculettamento».
E in quell'apoteosi di negatività ginofoba a cui si concede Eros e Priapo: «un libro - osserva opportunamente la Sergiacomo - dominato dall'antifemminismo più che dall'antifascismo»; desideroso più che altro di indagare il fenomeno della dittatura fascista «come evento conseguente alla uterina dedizione delle donne italiane al maschio maschione», al "maschio tacchino", al "mastio dei masti" e insomma al "Kuce".
Il motivo della donna animalizzata risale per lo meno al nostro Ottocento, a Verga di Tigre reale, del racconto La lupa; per poi rimbalzare con D'Annunzio verso i lidi del decadentismo minore. Allora erano però procedure intese a innalzare il tenore erotico del racconto; mentre in Gadda volgono allo sprezzo e all'aperto vituperio, determinando una sorta di insociabilità belligerante tra polo maschile e femminile. Se ne ha una traccia inequivoca pure osservando il differente grado di autonomia espressiva che il narratore milanese riserva ai campioni dei due sessi. In virtù di un marcato autobiografismo, il personaggio uomo reca i segni costanti di una sofisticata e complessa formazione; non così va per le donne che lo attorniamo, solitamente munite di una psiche e di un ethos alquanto schematico. Troppo grande è la quota di caos libidico che esse recano con sé, per suscitare moti di vera simpatia in un Io maschile impegnato a sondare i meandri del reale, e a scioglierne il complicatissimo "gnommero".
Certo, la fiaba nera intessuta dalla Sergiacomo ha poi un esito più conciliante. Giunto a uno Zenit di fervore misogino, l'estro gaddiano dà luogo a due esemplari straordinari come Liliana Balducci del Pasticciaccio ed Elisabetta Pirobutirro nella Cognizione. Ora è il tema della maternità, negata o
fallita, ad accamparsi sulla pagina, restituendo dignità drammatica a un personaggio femminile altrimenti esposto a una pur gustosa deprecazione. Negli ultimi romanzi - concede la Sergiacomo - il discorso antimuliebre dell'Ingegnere sembra acquistare in plasticità artistica. Sulla povera morta di via Merulana e sulla tragica madre domiciliata a Lukones continuano bensì a gravare stereotipi pesanti. Sono senz'altro due donne mancate, in difetto di risorse educative e riproduttive; però capaci di affermarsi innovativamente nel panorama romanzesco coevo: e di farlo, giusto un'indulgenza creatrice «che va forse oltre le intenzioni di Gadda stesso». E sarà pure: ma si tratta comunque di due efferati femminicidi, tanto più inquietanti per il lettore, quanto più l'autore stabilisce di lasciarli irrisolti.