Bruno Pischedda
Gadda il Gran misogino
Il Sole 24ore, 21 agosto 2014
Si rischia indubbiamente il peccato di lesa maestà
strapazzando Gadda e portandolo al punto di una feroce ostilità
antifemminile. Ma è quanto fa con indomito rispetto Lucilla Sergiacomo
nel recente
Gadda spregiator delle donne, uscito a Chieti per le
Edizioni Noubs. Il volume rientra nel novero dei Women's studies, e una
cosa è meglio dire subito: gli avrebbe giovato un approfondimento
riguardo alle matrici colte della misoginia gaddesca. Magari calcando
con più lena la pista di Otto Weininger, un filosofo che all'alba del
Novecento doveva favorire da noi la diffusione di tanti e pesanti
pregiudizi, non solo antimuliebri.
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Il percorso intrapreso dalla Sergiacomo è comunque vigile e
ordinatamente scandito. Avvia dalla consueta dialettica tra sublimazione
e disprezzo, per cui abbiamo da un lato la "signorina" di buona
famiglia, fascinosa, di alto sentire, però asessuata e solita andare in
sposa ad altri. Mentre sul lato opposto svetta la "donna uterina",
istintiva, «tipicamente centrogravitata sugli ovari», per usare le
parole di Ciccio Ingravallo nel Pasticciaccio. Ne vengono per la
studiosa due sfere autonome e in larga misura incomunicanti, quasi che
le donne siano "creature mutilate", e il loro destino preveda «solo
riproduzione della stirpe e custodia della famiglia o solo piacere e
appagata sessualità».
Una doppia travatura manichea, tuttavia, a cui restano
sottesi oculati innesti e bilanciamenti. Stabilito un prototipo
femminile, e rendendone una viva parodia tramite modelli naturalistici,
dannunziani, appendicistici, Gadda lo ricalca poi in altri testi,
secondo la tecnica della composizione seriale e dello slittamento dei
tratti. Basti considerare la serie che procede da Maria de la Garde, in
Racconto italiano di ignoto del Novecento, alla splendida e fedifraga
Zoraide della
Meccanica; da Denira Classis, «vanesia, letterata, troja»,
come precisa un foglio di lavoro per Novella seconda, alla sua più
intensa prosecutrice, Adalgisa, nella raccolta eponima: una donna
spregiudicata quando si esibisce in pubblico, e però triste se lasciata
sola con sé stessa, quasi una «vagabonda nei pascoli sconfinati della
vedovanza».
Due, d'altronde, sono anche le procedure ginofobe a cui il
Gran lombardo s'affida con geniale maestria retorica ed
espressionistica. La prima consiste nelle descrizioni parcellizzate,
intese allo "smembramento somatico", cioè al dettaglio, alle
focalizzazioni ristrette, così che le parti del corpo femminile restino
più significative della figura intera: braccia "da morsicare", petti
marmorei, fianchi, gambe inguainate nelle calze nere, talloni, caviglie,
persino ascelle batuffolose e «bionde di delicate sete».
Contemporaneamente, si snodano le sinfonie animalizzanti, che delle
tante donne gaddiane forniscono il contraltare invilito e talora
repugnante. Un modulo affine a quello razzista e coloniale degli anni
1910-1940, verrebbe dire, e valido in un regime di conversione
inesplicita. Domina qui la pollastra stizzuta, la "gallinazza",
reperibile a ogni latitudine sociologica ma soprattutto algida, poco
incline alle profferte del maschio; o ancora la donna che invece di
parlare "trilla", quella dal naso "aquilesco", dagli occhi "inviperiti".
Una catena inesausta di sconciature zoomorfe, a conti fatti, che trova
un vertice di acredine esilarante nel brano celeberrimo del vagone
ristorante, al centro della Cognizione, in cui le astanti vestono i
panni di "bertucce" alle prese con «la miseranda meccanica dello
sculettamento».
E in quell'apoteosi di negatività ginofoba a cui si concede
Eros e Priapo: «un libro - osserva opportunamente la Sergiacomo -
dominato dall'antifemminismo più che dall'antifascismo»; desideroso più
che altro di indagare il fenomeno della dittatura fascista «come evento
conseguente alla uterina dedizione delle donne italiane al maschio
maschione», al "maschio tacchino", al "mastio dei masti" e insomma al
"Kuce".
Il motivo della donna animalizzata risale per lo meno al
nostro Ottocento, a Verga di
Tigre reale, del racconto
La lupa; per poi
rimbalzare con D'Annunzio verso i lidi del decadentismo minore. Allora
erano però procedure intese a innalzare il tenore erotico del racconto;
mentre in Gadda volgono allo sprezzo e all'aperto vituperio,
determinando una sorta di insociabilità belligerante tra polo maschile e
femminile. Se ne ha una traccia inequivoca pure osservando il
differente grado di autonomia espressiva che il narratore milanese
riserva ai campioni dei due sessi. In virtù di un marcato
autobiografismo, il personaggio uomo reca i segni costanti di una
sofisticata e complessa formazione; non così va per le donne che lo
attorniamo, solitamente munite di una psiche e di un ethos alquanto
schematico. Troppo grande è la quota di caos libidico che esse recano
con sé, per suscitare moti di vera simpatia in un Io maschile impegnato a
sondare i meandri del reale, e a scioglierne il complicatissimo
"gnommero".

Certo, la fiaba nera intessuta dalla Sergiacomo ha poi un
esito più conciliante. Giunto a uno Zenit di fervore misogino, l'estro
gaddiano dà luogo a due esemplari straordinari come Liliana Balducci del
Pasticciaccio ed Elisabetta Pirobutirro nella
Cognizione. Ora è il tema
della maternità, negata o
fallita, ad accamparsi sulla pagina,
restituendo dignità drammatica a un personaggio femminile altrimenti
esposto a una pur gustosa deprecazione. Negli ultimi romanzi - concede
la Sergiacomo - il discorso antimuliebre dell'Ingegnere sembra
acquistare in plasticità artistica. Sulla povera morta di via Merulana e
sulla tragica madre domiciliata a Lukones continuano bensì a gravare
stereotipi pesanti. Sono senz'altro due donne mancate, in difetto di
risorse educative e riproduttive; però capaci di affermarsi
innovativamente nel panorama romanzesco coevo: e di farlo, giusto
un'indulgenza creatrice «che va forse oltre le intenzioni di Gadda
stesso». E sarà pure: ma si tratta comunque di due efferati femminicidi,
tanto più inquietanti per il lettore, quanto più l'autore stabilisce di
lasciarli irrisolti.