Marzia Fontana
Il giovane maestro va a scuola di vita e resistenza
Corriere della Sera La Lettura, 30 agosto 2026
Con Il maestro del Duce Alessandro Di Nuzzo coniuga romanzo storico e di formazione, rinnova la finzione narrativa del manoscritto ritrovato (un diario, in questo caso) e racconta una storia attraversata da una profonda tensione civile e insieme intima, sul destino e sulle scelte dei singoli, sulla libertà come valore assoluto. Protagonista e voce narrante del romanzo è Guido Centofanti, un giovane maestro dal passo incerto a causa di una malattia infantile ma di animo «fermo e tenace». Convinto sostenitore di Mussolini e imbevuto della retorica fascista, terzo al concorso nazionale ha scelto una destinazione «disagiata» per ottenere più rapidamente l’agognata cattedra e servire al meglio la patria. Così, alla fine di ottobre del 1937, appena ricevuta comunicazione dell’incarico, lascia gli orgogliosissimi genitori e la frazione di Arezzo in cui è nato e cresciuto alla volta di Morra Terzana, paesino sperduto su «un crinale di mezza montagna» nel Cilento, dove arriva dopo tre estenuanti giorni di viaggio a causa delle frane e del crollo dell’unico ponte utile per giungere a destinazione.
La realtà in quel paese sprofondato in un colore cupo e nel silenzio è ben diversa dalle attese, l’ossequio dei paesani alla propaganda fascista sconosciuto sotto il peso della fatica e della miseria, la scuola vuota e fatiscente, priva di arredi e perfino di studenti. La sera del suo arrivo, nella stanza a pensione che abiterà per l’intero anno scolastico, il giovane apre un quaderno nero acquistato qualche anno prima con la velleità di scrivere poesie e ora convertito in diario e, per reagire allo sconcerto, inizia a riempirne le pagine.
Giorno dopo giorno, registra il graduale mutamento di prospettiva e l’approdo a una nuova visione della vita, dall’iniziale, incontenibile entusiasmo per la politica mussoliniana al progressivo disvelamento delle menzogne e della ferocia del regime, fino al totale disincanto nella disfatta della campagna di Grecia: ad accompagnare le sue parole è un parallelo cambiamento di stile che dall’iniziale adesione mimetica ai roboanti stilemi di Mussolini si fa via via più intimo e essenziale.
Con l’aiuto di un «bidello-becchinomuratore-tuttofare» che ben conosce il paese e i suoi abitanti e alle parole tronfie del nuovo arrivato oppone realismo, buon senso spicciolo e la giusta dose di ironia, il ’gnor mae’, come tutti lo chiamano, per adempiere al proprio dovere e avviare l’anno scolastico cerca di attrezzare la scuola, va a recuperare gli studenti a uno a uno nei campi, dove le famiglie li spediscono fin dalla più tenera età (tutti maschi, perché per le femmine studiare è inutile) e gioisce di soddisfazione ogni volta che se ne presenta in aula uno nuovo. Intanto sperimenta una didattica assai diversa (e tanto più efficace) da quella che ci si aspetta da lui, inconsapevolmente montessoriana, insegna e impara pillole di saggezza quotidiana, condivide con i suoi alunni l’affetto reciproco e il dolore per la morte di uno di loro e a quei ragazzini regala uno sguardo diverso sulle cose e una prospettiva di futuro.
Mentre si integra nel paese e sfiora l’amore per una giovane sarta, tuttavia, perde l’innocenza. Grazie anche agli incontri con un pittore anarchico, oppositore del regime al confino a Morra Terzana che lo incalza con una sorta di maieutica politica, il giovane Guido scopre il vuoto celato dietro la retorica fascista, fa i conti con gli interessi e gli intrallazzi assai poco nobili del podestà, assiste da lontano al dramma delle leggi razziali, vede crollare a una a una le illusioni del suo ingenuo, giovanile ardore: nella consapevolezza che l’eroismo non vive nei proclami, ma nell’esercizio quotidiano della solidarietà e della lotta alle prevaricazioni, realizza infine che la vera felicità coincide con la libertà, come recita in esergo la massima dello storico greco Tucidide. Così, il maestro mette in atto la sua personale resistenza e, in un finale non lieto ma aperto alla speranza, consegna al diario il proprio testamento spirituale in un passaggio di testimone imprevedibile e colmo di significato.
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Un utile termine di paragone è Eric Newby, Amore e guerra negli Appennini, il Mulino 1994, in precedenza Fuga in montagna, Garzanti 1977. Il valore documentario e umano di "Amore e guerra negli Appennini" risiede proprio nella fotografia vivida, "dal basso", di un'Italia rurale e montana che la macchina propagandistica del regime fascista non era mai riuscita a scalfire davvero.

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