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venerdì 17 luglio 2026

La movida molesta


Sia ben chiaro, i giovani scelgono le feste «fai da te», zero controlli e massimo divertimento con pochi soldi. In tal modo sottraggono clienti ai locali pubblici. Gli esercenti hanno quindi interesse a sparlare della movida. 

Diego Molino 
Risse, scippi e rapine. La movida attira piccoli delinquenti. Epat chiede presidi fissi di polizia

La Stampa Torino, 17 luglio 2026

«Ci sono state tre risse in appena un mese, scoppiate per baruffe tra opposte baby gang. Se le danno anche tra loro, forse per presidiare il territorio».

Massimiliano Marello, proprietario del locale Le Panche di via Reggio Emilia, racconta così com'è cambiata la movida nell'ultimo periodo. Una mutazione che ha portato con sé anche scippi di collanine a giovani avventori, gruppi di ragazzini che girano in monopattino per rapinare loro coetanei, microcriminalità.

Epat preoccupata: serve un presidio fisso

Una situazione che non riguarda solo la zona antistante il locale di Marello, ma che si sta diffondendo in tutte le zone della movida torinese. Tanto da spingere Epat, l'associazione dei pubblici esercizi che fa capo ad Ascom, a chiedere alle istituzioni un presidio stabile da parte delle forze dell'ordine nelle tre zone maggiormente critiche: Borgo Rossini, San Salvario e piazza Vittorio Veneto.

Scippi e rapine in monopattino: il racconto degli esercenti

Questi episodi hanno spesso l'effetto di allontanare chi sceglie il quartiere per fare un aperitivo in tranquillità o festeggiare insieme con gli amici la laurea. «Soprattutto nella piazzetta di via Reggio Emilia dove c'è la fontana, ma anche nella vicina via Cagliari, il venerdì e il sabato c'è un'alta concentrazione di maranza, stazionano tutto il tempo lì e poi girano a bordo dei monopattini per strappare catenine o braccialetti - dice ancora Marello -. A metà della settimana scorsa a un ragazzo seduto su una panchina, davanti al locale Piadora di via Catania, è stata strappata la collanina da un giovane in monopattino, è quasi scoppiata una rissa che i nostri addetti alla sicurezza sono riusciti a scongiurare, ma intanto il ragazzo sul monopattino è riuscito a scappare con il bottino».

E ancora «Di recente a un'altra ragazza è stata rubata la collanina mentre faceva benzina alla stazione di servizio presente sul lungo Dora, sempre in Borgo Rossini».

L’incontro con il viceprefetto

Un'escalation di episodi che hanno portato gli esercenti a presentare un esposto, mentre il prossimo 3 agosto è già stato fissato un incontro con il viceprefetto.

Le aggressioni di lungo Dora Firenze

La situazione è ormai nota agli esercenti di specifiche aree della città. Come a Vincenzo Nasi, fra gli altri titolare del club Q35 in lungo Dora Firenze e presidente di Epat Torino: «Per due serate consecutive, il 3 e 4 luglio in occasione degli after del Kappa FuturFestival, il personale della sicurezza ha impedito l'ingresso nel locale a un gruppetto di ragazzini già noti per le loro cattive intenzioni - spiega - Il risultato è stato che da quattro sono diventati 30 e hanno cominciato a lanciare bottiglie contro i nostri addetti, in entrambi i casi siamo stati costretti a richiedere l'intervento della Polizia».

San Salvario, un’altra area diventata critica

Il problema riguarda anche la zona di piazza Vittorio Veneto e via Matteo Pescatore, ma anche alcuni ambiti di San Salvario nel perimetro fra le vie Berthollet, Goito e Saluzzo. Proprio le aree dove adesso Epat chiede di istituire un presidio fisso delle forze dell'ordine.

Cos’è il Torino Care Team

Qualche iniziativa è già stata messa in campo dalla Città, come Torino Care Team, un gruppo di operatori con pettorina che provano a mediare i conflitti fra avventori e residenti. La richiesta di Epat, in questo caso, mira però soprattutto alla sicurezza dello spazio pubblico, quello che non riguarda più locali e dehors, ma le piazze e le strade delle serate all'aperto.

«I titolari dei pubblici esercizi nelle zone movida debbono assicurare e vigilare sulla tranquillità dei propri dehors e dei locali, ma occorre guardare al suolo pubblico che non è nella disponibilità e nella responsabilità degli esercenti» - afferma Nasi - «Gli imprenditori seri rispondono a una serie di obblighi per tutelare la cittadinanza dal disturbo della quiete pubblica, con oneri che possono superare anche i 15-20 mila euro a stagione. Ma al tempo stesso, chiediamo un presidio stabile e riconoscibile delle forze dell'ordine nelle aree che oggi sono più esposte».

La proposta di Epat per rilanciare i quartieri

Claudio Ferraro, direttore di Epat, allarga lo sguardo. «Quando le persone smettono di frequentare una zona, il danno non riguarda soltanto il singolo locale ma si indebolisce l'intero quartiere - dice - Occorre un profondo ripensamento sulla vita serale e un organico e programmatico intervento rigenerativo sull'intero territorio cittadino».

lunedì 25 maggio 2026

La Pentecoste

 

Cyprien Mycinsnki
Qual è il significato della Pentecoste per (tutti) i cristiani?

Le Monde, 24 maggio 2026

Per i cristiani, la Pentecoste commemora la discesa del soffio divino, lo "Spirito Santo", sui discepoli, dieci giorni dopo l'Ascensione . Si celebra questa domenica, 24 maggio, dai cattolici e da gran parte dei protestanti, che seguono il calendario gregoriano, e il 31 maggio dai cristiani ortodossi, che seguono il calendario giuliano. Ecco cinque domande per aiutarvi a comprendere una delle festività cristiane più importanti, che per molti simboleggia la nascita della Chiesa.

Cosa celebrano i cristiani a Pentecoste?

Secondo il racconto del Nuovo Testamento, la Pentecoste celebra la "discesa dello Spirito Santo", sotto forma di "lingue di fuoco", sui primi discepoli di Cristo riuniti a Gerusalemme. I discepoli improvvisamente iniziarono a parlare in tutte le lingue che non conoscevano, e furono così in grado di rivolgersi alle "nazioni", cioè a tutti i popoli della Terra, e quindi non solo agli ebrei.

Lo Spirito Santo dona anche ai discepoli, fino ad allora piuttosto timidi, il coraggio di rendere pubblica testimonianza di Cristo. Così, la festa di Pentecoste è considerata sia come festa dello Spirito Santo, una delle tre "persone" della Trinità divina (con Gesù, "il Figlio", e "Dio Padre"), sia come celebrazione della nascita della Chiesa, una Chiesa dal fine universalista, che si rivolge a tutta l'umanità e intende diffondere la "Buona Novella" della risurrezione di Cristo "fino agli estremi confini della terra" .

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Questo racconto si trova in particolare nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, il libro del Nuovo Testamento che narra la nascita della Chiesa dopo l'ascensione di Gesù al cielo. Vi si legge: «Quando giunse il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Improvvisamente venne dal cielo un fragore come di vento impetuoso che riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si divisero e si posarono su ciascuno di loro. Tutti furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi» (Atti 2,1-4).

Con un tocco di ironia, il testo specifica poi che alcuni dei presenti erano convinti che i discepoli fossero ubriachi (Atti 2:13). Ciononostante, quel giorno furono battezzate "tremila anime" , ci dice il testo.

Qual è il legame tra la Pentecoste cristiana e la Pentecoste ebraica?

La festa cristiana di Pentecoste ha radici ebraiche. Negli Atti degli Apostoli, infatti, si indica che i discepoli si riunirono in occasione della "Pentecoste" , nome greco della festa di Shavuot, durante la quale gli ebrei si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme.

Per gli Ebrei, Shavuot era originariamente una festa agricola che celebrava l'inizio del raccolto e la raccolta delle primizie. Tuttavia, assunse anche una dimensione religiosa e gradualmente venne associata alla consegna delle tavole della Legge da parte di Dio a Mosè sul Monte Sinai.

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Nell'ebraismo, la festa di Shavuot (quest'anno dal 21 al 23 maggio) si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua ebraica, Pesach. Il termine "Pentecoste" deriva da questo, poiché pentêkostê significa "cinquantesimo [giorno]  " in greco.

Il nome Pentecoste fu successivamente adottato dai cristiani. L'esegesi cristiana tracciò quindi un parallelo tra la discesa delle Tavole della Legge e la discesa dello Spirito Santo, stabilendo così una corrispondenza tra Antico e Nuovo Testamento, tra la Pentecoste ebraica e la Pentecoste cristiana.

Qual è il ruolo della Pentecoste nelle diverse confessioni cristiane?

Sebbene la celebrazione della Pentecoste sia attestata in alcune comunità cristiane già nel II secolo  , fu nel IV secolo  che divenne una festività a tutti gli effetti. Presente prima dello scisma del 1054 e prima della Riforma protestante del XVI secolo, la Pentecoste è condivisa da tutte le confessioni cristiane.

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Sebbene celebrata sia dai cattolici che dagli ortodossi, la Pentecoste è considerata la festa di maggiore importanza dai protestanti. La Riforma ha posto grande enfasi sullo Spirito Santo, insistendo sul fatto che ogni cristiano può essere ispirato da questo "soffio divino" e quindi leggere e interpretare le Scritture in modo indipendente, senza dover sottomettersi al clero. Tra le varie correnti del protestantesimo, gli evangelici, in particolare i pentecostali, considerano la Pentecoste una delle tre principali festività del calendario, insieme al Natale e alla Pasqua. In questa branca del cristianesimo in rapida crescita, lo Spirito Santo occupa un posto centrale nella vita del credente, che sperimenta regolarmente il "soffio di Dio".

All'interno delle chiese pentecostali, si attribuisce quindi notevole importanza ai fenomeni mistici considerati manifestazioni dello Spirito Santo. È il caso, ad esempio, della "glossolalia", ovvero del "parlare in lingue", ossia l'atto di emettere suoni che sembrano appartenere a una lingua sconosciuta, che a volte viene associato alle parole pronunciate in tutte le lingue dai discepoli di Gesù nel racconto degli Atti degli Apostoli.

Come si svolge la celebrazione della Pentecoste?

Per i cattolici, la Pentecoste è preceduta dalla Veglia di Pentecoste, che si svolge la sera precedente. Durante questa celebrazione, viene letto il brano del Libro dell'Esodo che narra la teofania – la "manifestazione di Dio" – davanti a Mosè sul Monte Sinai, richiamando Shavuot, la Pentecoste ebraica. La domenica, durante la celebrazione della Pentecoste vera e propria, viene letto il brano degli Atti degli Apostoli che descrive la discesa dello Spirito Santo sui discepoli (Atti 2,1-11). Questa lettura è inclusa anche nelle chiese ortodosse ed è molto comune nelle chiese protestanti.

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Nella Chiesa cattolica, è tradizionalmente intorno alla Pentecoste che alcuni fedeli ricevono il sacramento della Confermazione. Questo sacramento, che può essere ricevuto a qualsiasi età ma è spesso amministrato durante l'adolescenza, è infatti associato alla ricezione della "pienezza" dello Spirito Santo.

Come viene determinata la data di Pentecoste?

La Pentecoste è una festa mobile. Si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua, che a sua volta si festeggia la domenica successiva alla prima luna piena di primavera. Poiché il calendario ortodosso (noto anche come calendario giuliano , un calendario solare introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C.) differisce dal calendario utilizzato da cattolici e protestanti (noto anche come calendario gregoriano, introdotto nel 1582 da Papa Gregorio XIII), la Pentecoste ortodossa cade generalmente in una data diversa, fissata cinquanta giorni dopo la Pasqua ortodossa (pertanto, nel 2024, essendo la Pasqua ortodossa caduta il 5 maggio, la Pentecoste ortodossa è stata celebrata il 23 giugno).

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Contrariamente a quanto si crede comunemente, la Pentecoste non si celebra di lunedì, ma di domenica. Come il Lunedì di Pasqua, il Lunedì di Pentecoste è una festività pubblica in molti paesi cristiani perché cade il giorno successivo alla festa.

https://www.lemonde.fr/le-monde-des-religions/article/2026/05/24/quelle-est-la-signification-de-la-pentecote-pour-tous-les-chretiens_6234158_6038515.html

lunedì 6 aprile 2026

Le murgas argentine


Flora Genoux
In Argentina le "murgas" coltivano la gioia e la solidarietà

Le Monde, 6 aprile 2026

E all'improvviso, in questa piazza di Villa Bosch, alla periferia di Buenos Aires, la letargia serale di una domenica di marzo lascia il posto a una gioiosa frenesia. Suoni profondi e insistenti provenienti da imponenti tamburi si mescolano al frenetico tintinnio dei piatti. "Ci incontreremo di nuovo/ogni dolore scomparirà ", cantano i cantanti mentre una quindicina di ballerini saltano e volteggiano. "Che gioia essere qui! Quando ballo, volo", confida Iara Romero, una studentessa diciannovenne senza fiato.

La murga, che si riferisce sia a un genere musicale sia a un ensemble tradizionale – composto da percussionisti, cantanti e ballerini – raggiunge il suo apice ogni anno durante le sfilate di carnevale che scandiscono l'intero mese di febbraio. Ma prospera anche durante il resto dell'anno, attraverso numerose prove e legami sociali che vanno ben oltre la sua dimensione artistica e festiva. In un'Argentina martoriata, scossa dalle crisi, simboleggia la gioia nonostante tutto, la solidarietà, il forte legame tra le generazioni, l'autodeterminazione di fronte a uno Stato al collasso e la tradizione della lotta sociale.

Los piantaos por la alegria ("I Gioiosi"), uno di questi gruppi di murga , esiste dal 2000 a Villa Bosch, un sobborgo che accoglie famiglie della classe media e operaia, con le sue case basse, la stazione ferroviaria e le strade a griglia che conducono a diverse piazze. " La murga è un'esperienza collettiva. Ci ha mostrato la strada e ci ha fornito una struttura che ci ha impedito di diventare delinquenti e di vagabondare per le strade", spiega Marco Gonzalez, 42 anni, psicologo e cofondatore del gruppo. Con tatuaggi sulle braccia, tra cui "Diego" accanto al numero 10, un riferimento al leggendario calciatore Diego Maradona [1960-2020] , racconta che Los piantaos por la alegria conta circa sessanta membri, tra bambini e persone sulla sessantina. Le loro famiglie e i loro amici danno una mano cucendo costumi o preparando panini, il cui ricavato contribuisce a finanziare la riparazione degli strumenti.

"La gioia dura tutto l'anno"

Il 29 marzo, adolescenti e giovani adulti provavano in piazza mentre gli altri membri del gruppo chiacchieravano sorseggiando maté, l'infuso tanto amato dagli argentini. Un percussionista, però, si distingueva per la sua piccola statura. A soli otto anni, era il più giovane dei musicisti e colpiva il suo tamburo con un'espressione concentrata. "La murga è la mia seconda famiglia, e qui mi schiarisco le idee ", ha esclamato Florencia Solis, 32 anni, madre disoccupata e ballerina della murga. "Veniamo a provare, ma parliamo anche, ridiamo, la gioia dura tutto l'anno, sia la gioia che proviamo sia la gioia che cerchiamo di condividere".

Il gruppo "Frenetici di Gioia" opera in modo indipendente, ma altri gruppi di murga possono ricevere un sussidio simbolico in alcuni comuni. I giovani si uniscono alle murga , che cantano per celebrare l'orgoglio di quartiere, un po' come quando si entra a far parte di una squadra di calcio. Generalmente, un padrino, una zia o i genitori sono già coinvolti. Quando i membri si trovano in difficoltà, il gruppo interviene in loro aiuto. Durante la pandemia di Covid-19, caratterizzata da un lockdown di sei mesi a Buenos Aires e dintorni, la murga di Villa Bosch ha distribuito cibo e vestiti ai bisognosi.

«In Argentina, le murgas  hanno le loro origini nei carnevali italiani e spagnoli, incorporando anche influenze precolombiane e africane. Sono nate all'inizio del XX secolo  intorno all'estuario del Río de la Plata e al fiume Paraná, e oggi si possono trovare in tutta l'Argentina», spiega Alicia Martin, antropologa specializzata in questi gruppi e nel carnevale. «Negli ultimi vent'anni, le murgas sono cresciute considerevolmente. È un fenomeno popolare e gratuito, cosa rara. Per tutta la durata della loro partecipazione, un abitante del luogo, senza necessariamente avere una formazione musicale, diventa un artista », continua.

Alcune murgas accompagnano le manifestazioni con le loro grancasse, affermando chiaramente il loro impegno sociale. Con testi pungenti e ironici, questi gruppi non esitano a criticare i potenti e i tempi, proprio come i "Frenetici della Gioia". Durante il carnevale di Buenos Aires a metà febbraio, è stata intonata una canzone che deplorava le riforme imposte ai pensionati, gli "stipendi vergognosi" degli insegnanti e i compensi "sacrificali" dei medici, accusando apertamente il presidente Milei, al potere dal 2023

«Ah, paese dal cuore che batte ancora, anche se il dolore è atroce, hai bisogno di mani che abbraccino, non di colpi di bastone», continuava la canzone. Era presente Demian Cuello, un percussionista di 39 anni, che non sembrava del tutto a suo agio. «È vero, dobbiamo essere sempre ingegnosi», ha ammesso il macchinista che ha anche iniziato a lavorare come autista per un servizio di trasporto privato a causa delle entrate insufficienti. «Ma non ero d'accordo con il nominare esplicitamente il governo. La decisione è stata presa dalla maggioranza del gruppo e la accetto».

Osservando i suoi tre figli, che praticano percussioni o danza, Nancy Campanelli, un'insegnante di 41 anni, elogia l'esistenza di questo "luogo sano" . "La murga offre loro cultura, uno scopo e li tiene lontani dagli schermi; qui i miei figli mantengono un vero legame tra loro ", esclama quasi gridando, per farsi sentire sopra il suono delle grancasse.

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/04/06/en-argentine-les-murgas-cultivent-la-joie-et-la-solidarite_6677002_3210.html

lunedì 18 novembre 2024

Il volo dell'Angelo

 


Si può pensare che una rappresentazione sacra, sempre uguale, appassioni sempre meno il suo pubblico da un anno all’altro. Il Palio di Siena è preceduto dal corteo storico che si ripete identico ad ogni ricorrenza della festa. Al rito immobile segue la corsa che ha di volta in volta un andamento diverso. Dopo l’eterno ritorno, la novità. Eppure, la rappresentazione sacra pur ripetuta in forma identica di anno in anno non determina assuefazione e rigetto. Ci sono almeno due ordini di spiegazioni per questo. Prima di tutto la monotonia del rito rassicura gli spettatori, ribadisce la loro appartenenza a un certo mondo, alla zona ma soprattutto al paese di origine, o alla dimora. In secondo luogo la rappresentazione stessa ha un contenuto che va oltre la fede religiosa e che si riassume nel trionfo del bene. La vita procede diversamente in molti casi, ma è consolante sapere che, da qualche parte, la giustizia prevale sull’abuso.
Nel Cilento il volo dell’Angelo si ritrova in tutta una serie di paesi diversi, Rutino, Prignano, Camella, Vatolla e Eredita.. Tanta popolarità ha ancora un’altra spiegazione possibile. Il volo equivale a una metafora del miracolo. Nel giorno della rappresentazione si festeggia un santo patrono e il volo riflette la virtù soprannaturale del protettore celeste.
A Eredita, il taumaturgo è San Giovanni Battista. La rappresentazione sacra riguarda un episodio che si sarebbe verificato al tempo delle incursioni saracene. Il condottiero nemico ha già assaltato le popolazioni della piana sottostante quando rivolge la sua attenzione al villaggio di Eredita sulla collina. Medita un assalto ma non riesce ad attuare rapidamente il suo proposito, perché sbaglia strada per colpa di un pastore al quale aveva chiesto indicazioni sul percorso più breve da seguire. Così gli abitanti di Eredita hanno modo di rifugiarsi tra la mura della chiesa. Molte ore dopo il condottiero, giunto infine al paese, riconosce il pastore nell’effigie del Battista. Allora desiste dal suo proposito e invita i fedeli a ringraziare il santo. In segno di riverenza fa poi dono al patrono della sua tracolla.
A ben vedere il racconto somiglia molto a quello di Cappuccetto rosso e ha una altrettanto efficace funzione catartica. Comporta l’apparizione di un mostro che è fonte di spavento. Per un breve tempo, la minaccia sembra prendere corpo, se non che alla fine le vittime innocenti escono indenni dalla prova. Gli spettatori possono tirare un sospiro di sollievo. Alla fine dello spettacolo un bambino sospeso per aria fa la parte di un angelo e recita antichi versi dedicati al Battista.
La più famosa e popolare di queste rappresentazioni sacre è quella che si svolge ogni anno a Rutino nella seconda domenica di maggio. Secondo una voce diffusa, trarrebbe la sua ispirazione dal Paradiso perduto di Milton. A Rutino il santo patrono è un angelo, anzi un arcangelo, san Michele, che ha come nemico Lucifero in persona. È impersonato sulla scena da un bambino. Si presenta vestito di azzurro con ricami d’oro e con una scritta sul petto: Qui ut Deus, “Chi è come Dio?”, significato del nome Michele. Indossa un elmo, è munito di scudo e spada e indossa una parrucca bionda. Notoriamente il giallo è il colore della luce solare, dell’oro, della santità. “Chi è come Dio?” è peraltro il grido dell’Angelo nella battaglia con Lucifero. La rappresentazione si svolge in due tempi, al mattino e al pomeriggio. All’inizio il bambino parte dalla loggia della casa canonica imbragato ad una carrucola che scorre su una corda a dieci metri da terra. Viene fatto avanzare lentamente fino a posizionarsi sopra il palco che rappresenta l'Inferno. Lucifero appare poco dopo, accompagnato da altri diavoli. Indossa una tuta rossa con tracce marginali di nero sul volto e sui bordi della stoffa. Neri sono anche i suoi guanti. L'Angelo mette Lucifero sotto accusa per la ribellione a Dio e gli annuncia che la disobbedienza gli sarebbe costata molto cara. Il diavolo si dichiara pronto alla battaglia e sfida l'Angelo, che accompagnato da scrosci di applausi raggiunge il lato opposto della piazza. Intanto la statua di San Michele, in processione riprende il suo percorso lungo le vie del paese. Al ritorno del corteo in piazza, l'Angelo si fa avanti di nuovo ed affronta  Lucifero. Dopo un simbolico duello, sconfigge il suo nemico spedendolo a terra. Umiliato e confuso Lucifero si dichiara sconfitto e scompare imprecando a testa in giù, tra il fumo e i botti. Sprofonda e ritorna all’inferno. L'Angelo nel riprendere tra gli applausi il volo di ritorno canta:

Inneggiate dal cielo eccelsi cori

O Serafini al tron del sommo Iddio

Cadde d’abisso nei profondi orrori

dei ribelli lo stuolo iniquo e rio.

Gloria al Signor del Ciel tra gli splendori.

Sia pace in terra all’uomo umile e pio.

A te del Creator campion fedele

onore eterno Arcangelo Michele.

Francesco Maria Piave avrebbe forse prodotto un testo migliore. L’inno è solenne e vuoto come un cattivo libretto d’opera. Serve tuttavia a celebrare la vittoria del bene sul male. Che è poi, in poche parole, il senso della rappresentazione rituale.

https://machiave.blogspot.com/2017/04/lopera-dei-turchi-prignano.html

domenica 13 novembre 2022

Kherson ucraina

 

 


Paolo Brera, Kherson torna in Ucraina. L'arrivo dei soldati di Kiev festeggiato nelle strade, La Repubblica, 12 novembre 2022

Centinaia di bandiere gialle e blu sventolano in piazza Svobody, “libertà”. Kherson, per otto mesi occupata, ieri è tornata libera. La gente esce incredula dagli scantinati, dagli appartamenti in cui ha vissuto blindata, e si aggrappa alle divise dei primi incursori ucraini, sbucati in centro con una jeep militare. Sono sempre di più. La folla solleva di peso una soldatessa, urlando di gratitudine e di gioia. L’incubo è finito. Internet era bloccato e censurato, nella Kherson russa; ma i primi incursori che perlustrano le strade per non far rischiare un’imboscata alle retrovie riversano sui social le immagini della folla impazzita. Le auto strombazzano i clacson, ovunque rispuntano le bandiere ucraine. A ogni minuto qualcuno in più si convince che è proprio vero: i russi se ne sono andati, ora sono liberi. Dalle tre locali di ieri mattina, come ha ufficialmente annunciato la Difesa russa, «le nostre forze armate hanno completato il ripiegamento» attraversando il fiume Dnipro e abbandonando interamente la riva destra. La grande controffensiva attesa da mesi, negata come «propaganda» dagli scettici, è finita con la debacle di un completo ritiro. Così ordinato, però, da lasciare molte domande senza risposta. Quarantamila soldati russi intrappolati, con le linee di rifornimento tagliate e i ponti sul fiume sotto tiro degli Himars, erano l’occasione militare per una vittoria eclatante sul campo di battaglia, con la distruzione di armi e attrezzature e la minaccia di un bagno di sangue se non si fossero arresi. Invece i russi se ne sono andati senza perdite, dice il Cremlino. Il ponte Antonovsky e il suo sostituto di chiatte all’ombra dei piloni sono saltati in aria, ma sono stati i russi a demolirli una volta passati. Ora quei soldati specializzati, con una capacità offensiva quasi intatta, possono essere schierati su altri fronti, senza alcun vantaggio tattico per l’Ucraina. Se Kiev lo ha consentito, è probabile esista davvero un tracciato per uscire da questa guerra folle, o almeno per avviare una de-escalation. Ma qui e ora ci sono le centinaia di bandiere che sventolano a Kherson mostrando la bellezza, la dignità e l’orgoglio di questa gente che non si è mai arresa. Erano qui anche il 6 marzo: tre giorni dopo l’arrivo in città dei russi, entrati senza sparare un colpo per il tradimento di chi ha aperto loro le porte della città. Era domenica, gli ucraini le sventolavano davanti ai blindati e ai Kalashnikov che osavano violare le loro strade: «A casa, a casa», urlavano, «soldato russo vai all’inferno». Una settimana dopo “U-cra-i-na! U-cra-i-na!”, urlava la folla, e «soldato russo, occupante fascista». I primi spari, il primo gambizzato. Ma rieccoli la domenica successiva, il 21; solo un po’ meno perché il lupo ora li azzannava davvero. Arrivarono l’imposizione del russo come lingua ufficiale, il rublo come moneta di scambio, la caccia ai dissidenti. Eppure erano sempre lì, il 27 marzo, in piazza con le bandiere gialle e blu. E allora figurati se oggi potevano lasciarle a casa. Le hanno conservate ben nascoste, i deportati in Crimea di queste ultime settimane raccontano il terrore e le sparizioni, le perquisizioni e l’ansia di essere il contatto sul cellulare di un altro patriota acciuffato. Eppure non si piegarono, è in questa città che i partigiani hanno alzato la testa: hanno ucciso il deputato “traditore” Alexej Kovalov, un blogger propagandista, un attivista filorusso... Dietro i primi incursori, il grosso delle truppe avanza cautamente nelle stradine polverose e minate. Almeno due auto saltano in aria. In ogni paesino distrutto da mesi di guerra durissima spuntano come bucaneve i sopravvissuti, anziane babushke baciano i marcantoni in divisa, i bambini saltellano felici vedendo arrivare i Robocop in mimetica armati fino ai denti. La riconquista sarebbe velocissima, se non pagasse tributo a felicità incontenibili. Tutto il Paese è in festa, anche se non c’è un solo giorno davvero
sereno: ieri un missile russo ha centrato un palazzo a Mykolaiv, sette morti. Non è finita; tutti sanno che si chiude un capitolo, non il libro. Ma oggi è oggi: Konstantin Ryzhenko, giornalista di Kherson, lancia sui social la maratona della gioia: «Ragazzi postate la foto di come festeggiate la liberazione», ed è uno stupendo brindisi collettivo, prosecco e vino bianco, whisky e “Sangue degli orchi”. Sorrisi e ottimismo per tutti. A Odessa il centro è pieno di gente e slogan, di canti e bandiere. A Kherson si balla di notte. Ma è ora di voltare pagina, mentre sminatori e procuratori cercheranno di ripulire città e villaggi senza perdere traccia dei crimini. È già ora di tremare per la diga di Nova Kakovka, fortemente danneggiata: se venisse abbattuta, Kherson sarebbe allagata da uno tsunami.

domenica 23 agosto 2015

Quel che rimane della festa




Roger Caillois è, sul tema della festa, l'autore centrale. La lezione di Durkheim è in lui tutt'altro che rimossa: "La festa, il dilapidare i beni accumulati durante un lungo intermezzo, la sregolatezza divenuta regola, ogni norma capovolta dalla presenza contagiosa delle maschere fanno della vertigine collettiva il punto culminante e aggregante dell'esistenza pubblica". Ma poi continua: "Essa appare come il fondamento ultimo di una società per il resto poco consistente. Rafforza una coesione fragile che, squallida e di modesta portata, sussisterebbe con una qualche difficoltà se non ci fosse questa esplosione periodica che avvicina, riunisce e fa comunicare fra loro individui assorbiti, per il resto del tempo, dalle preoccupazioni domestiche e da cure esclusivamente private" (v. Caillois, 1967²; tr. it., p. 106). L''eccesso' rinnova, sostiene Caillois, che rievoca il modello delle società arcaiche, la cui forza di coesione sociale nella presente società è andata smarrita. (Paolo Apolito, Treccani.it)




Donatella Di Cesare
dialogo con Vinicio Capossela, Il Corriere La Lettura 23 agosto 2015


Festeggiare è un’arte. Se nell’antichità la festa era ben nota, nel nostro mondo appare sempre più lontana e irraggiungibile. Non è difficile intuire perché. La festa è il tempo della liberazione a cui tutti sono chiamati — nessuno escluso. Di più: la festa è comunità, anzi, è la rappresentazione della comunità nella sua forma più completa e elevata. Solo quando la comunità si riunisce, quando si raccoglie, la festa può essere celebrata. Perciò la festa è un’opera d’arte che è comune e che accomuna. È come quando si danza in un cerchio prendendosi per mano. Così la comunità si ricostituisce festeggiando. Supera l’isolamento, l’estraneità, le divisioni prodotte dal lavoro, i conflitti della quotidianità. Ecco perché la festa è sospensione del lavoro, ingresso di un tempo altro. Vale, però, anche l’inverso: dove non c’è festa, dove non si sa più festeggiare, non può costituirsi neppure una comunità. Il nostro disincanto ci fa provare una intensa, acuta nostalgia per la festa, per la comunità, per un tempo in cui intrattenerci. Ma forse è possibile un nuovo incantamento…


... La festa per me non è l’ebbrezza dei riti dionisiaci o dei saturnali romani. Piuttosto è la sospensione sabbatica, l’inoperosità, uno stato di eccezione. Non si contrappone ai giorni lavorativi, ne costituisce il compimento. Karl Kerényi, un grande storico delle religioni e dei miti, ha parlato della perdita della festa, che caratterizza la modernità, e l’ha paragonata alla condizione di chi danza senza ascoltare più la musica. Si continua a danzare nel frastuono, coprendo anche la perdita della musica. Festa e musica richiedono cadenza armonica, procedono con ritmo comune, dischiudono un altro tempo, il tempo dell’altro.


... Non c’è festa senza ricordo. Senza un passato che torna, nella musica, ma anche nei gesti, nelle parole, nella celebrazione della festa. Ecco perché festeggiare vuol dire anche saper celebrare e commemorare. La comunità si estende a quelli che non ci sono più, ai «molti» che ci hanno tramandato note e sillabe per la festa del nostro presente. 



... Non sorprende che per alcuni filosofi sia la festa a fondare la storia — non viceversa. Perché è l’incontro fra generazioni in cui rinasce e si rinsalda la comunità. Irrompe un tempo altro, in cui il più remoto passato viene ripreso per guardare al futuro. Perciò la festa ha un tratto utopico. È un assaggio dell’avvenire. 



... La festa è l’interruzione del presente, che domina incontrastato le nostre vite. È tempo pieno, tempo celebrato nella inoperosità festiva che invita a trattenersi, a indugiare, a partecipare. La festa è condivisione in cui non si resta spettatori, ma si viene coinvolti e innalzati a una nuova verticalità.