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venerdì 9 maggio 2025

Il discorso del Papa


 

La pace sia con tutti voi!»

«Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, a tutte le persone, ovunque siano, a tutti i popoli, a tutta la terra. La pace sia con voi!

Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediva Roma!

Il Papa che benediva Roma dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione: Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!

Voglio ringraziare anche tutti i confratelli cardinali che hanno scelto me per essere Successore di Pietro e camminare insieme a voi, come Chiesa unita cercando sempre la pace, la giustizia, cercando sempre di lavorare come uomini e donne fedeli a Gesù Cristo, senza paura, per proclamare il Vangelo, per essere missionari.

Sono un figlio di Sant’Agostino, agostiniano, che ha detto: “con voi sono cristiano e per voi vescovo”. In questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato.

Alla Chiesa di Roma un saluto speciale! Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta a ricevere come questa piazza con le braccia aperte. Tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, la nostra presenza, il dialogo e l’amore.

(Pronunciato in spagnolo)

Y si me permiten también, una palabra, un saludo a todos aquellos y en modo particular a mi querida diócesis de Chiclayo, en el Perú, donde un pueblo fiel ha acompañado a su obispo, ha compartido su fe y ha dado tanto, tanto para seguir siendo Iglesia fiel de Jesucristo.

E se mi permettete una parola, un saluto a tutti e in modo particolare alla mia cara diocesi di Chiclayo, in Perù, dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto, tanto per continuare ad essere Chiesa fedele di Gesù Cristo.

A tutti voi, fratelli e sorelle di Roma, di Italia, di tutto il mondo vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono.

Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei. Nostra Madre Maria vuole sempre camminare con noi, stare vicino, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore.

Allora vorrei pregare insieme a voi. Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la Chiesa, per la pace nel mondo e chiediamo questa grazia speciale a Maria, nostra Madre».

COMMENTO

Prime parole sulla pace. Dialogo e amore. Richiamo al Vangelo e alla figura di Cristo. Ha nominato due volte Bergoglio. Continuità. Ha tirato fuori la sinodalità (collegialità). Rottura. Americano / latino. Conclusione su Maria, Madonna di Pompei (rosario). Ave Maria e non Pater Noster. Leone è un modo per risalire indietro e segnare un nuovo inizio. Papa sociale, l'ultimo Leone. Papa che fermò Attila, Leone Magno.


lunedì 21 aprile 2025

Il papa gesuita



Jorge Mario Bergoglio
La Santa Sede ha annunciato il 21 aprile, Lunedì dell'Angelo 2025, che papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, è morto a 88 anni. 

Martina Vivani intervista Alberto Melloni
Lumsa News, 23 aprile 2023  
Alberto Melloni, professore ordinario di Storia del cristianesimo nell’Università di Modena-Reggio Emilia, in un’intervista rilasciata a Lumsanews, ripercorre il primo decennio di pontificato di Papa Francesco, analizzando il pensiero e le azioni del Pontefice.


Bergoglio può essere considerato un Papa rivoluzionario?

“Papa rivoluzionario è una definizione che a me sembra un po’ semplice. In occidente si è talmente disabituati a un cristianesimo radicale che il cristianesimo di Bergoglio non lo si riesce a definire tale, e bisogna dunque trovare un altro aggettivo. Più che un rivoluzionario è un cristiano ed è un uomo risoluto. Non ha paura delle cose che fa e sa cambiare direzione senza farsi notare troppo”.

Tra le questioni prioritarie vi è il ruolo dei laici nella Curia. La riforma della Curia come può integrare nel governo della Chiesa laici, donne e religiosi e religiose, senza sconvolgere la sua struttura gerarchica, ma attualizzandola?

“La Curia romana è un’istituzione mai toccata fino al 1908, poi dalla riforma di Pio X tutti i pontefici l’hanno rimaneggiata, con risultati molto effimeri. Secondo me l’aspetto più qualificante della riforma di Francesco, e anche il più inquietante, non è tanto la ridislocazione di mansioni ma è l’argomento con cui si è voluta creare la possibilità di nominare in Curia delle persone non consacrate vescovi. Per fare ciò Francesco ha restaurato la distinzione tra potestà d’ordine e potestà di giurisdizione. Tuttavia, in questo modo ha diffuso una visione diversa dell’episcopato, secondo me molto più debole di quella del Concilio. Non serve a dire che abbia scelto dei consiglieri non particolarmente avveduti o conciliari, ma vuol dire che probabilmente il problema della riforma non è organizzativo”.

A seguito di questa riforma, hanno ragione coloro che lo accusano di aver accentrato eccessivamente i poteri su di sé?

“C’ è una cosa che mi ha fatto impressione. Nella bolla di costituzione della Curia romana del 1588 di Sisto V, il Romano pontefice è citato una dozzina di volte, in quella di Papa Francesco un centinaio di volte. Corrisponde perfettamente al meccanismo di governo della Compagnia di Gesù, per cui tutti ascoltano tutti e poi decide uno solo. Lo abbiamo imparato in questi 10 anni: i due papi non erano Benedetto e Francesco ma Francesco e Francesco. C’è un Francesco dal pulpito, che fa risuonare la parola biblica con una forza unica e diretta. E c’è il Francesco di governo, un gesuita di una verticalità assoluta che non solo non ha paura di prendere decisioni, ma non ha paura di castigare e di fare quello che vuole senza consultare nessuno”.

In merito alla guerra in Ucraina, si è detto aperto a incontrare i presidenti di tutti e due i Paesi coinvolti. Considerate le spinte ideologiche molto forti da entrambe le parti, in che modo Bergoglio sta cercando un punto di equilibrio in merito al conflitto?

"Quando la Russia ha invaso l’Ucraina l’idea del Papa è stata quella di rifiutare il principio per cui l’unica parola che non si potesse dire fosse la parola pace. Secondo me, coraggiosamente, in questo non arretra di un millimetro. E paradossalmente è più allineato alle Nazioni Unite e Israele di quanto non lo siano i Paesi occidentali”. 

Quanto sono politiche le azioni e le dichiarazioni del Papa?

"Di sicuro il suo è un papato nel quale non c’è paura di risultare autoritario. Francesco dà un messaggio politico: rappresenta una forma di verticalità del potere rispetto alla quale la sinodalità viene molto lodata ma non si vede quando entra in funzione. Un messaggio politico oggettivo è rappresentato anche dalla sua origine: primo uomo del sud del mondo che arriva al vertice di una struttura di potere tipica del nord del mondo. Lo si vede nel modo in cui guarda la politica italiana: dei vescovi italiani non ha particolare affetto, lo stesso vale per la politica”.


Alberto Melloni
Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII
ISPI, 21 aprile 2025

Antonio Spadaro S.J.
già direttore della Civiltà Cattolica (2011-2023)
Papa Francesco, un pontificato nel segno di Ignazio
la Repubblica, 22 aprile 2025

La fiamma è forse l’immagine che meglio rende il senso dell’ispirazione di Francesco. «Noi gesuiti – ha scritto padre Jorge Mario Bergoglio da giovane – sappiamo bene che il fuoco della maggior gloria di Dio ci pervade avvolgendoci in una fiamma interiore, che ci concentra e ci espande, ci ingrandisce e ci rimpicciolisce».

A volte il suo stesso corpo, quando poteva, viveva una torsione che lo faceva tendere, estroflettere, davanti a quello che per lui è sempre stato «il popolo di Dio in cammino». Per questo Francesco si è impastato nella storia, nelle vicende del mondo, vi si è torto, infiammandosi, a volte facendo disperare chi tendeva a normalizzarlo. C’è una fiamma che lo ha sempre mosso dall’interno: la «pace dell’inquietudine», che è l’ossimoro per eccellenza dei gesuiti, frutto del «discernimento».

Questa è la password ignaziana, che significa cogliere interiormente la voce di Dio, riconoscere per istinto la sua presenza nel mondo, anche lì dove tutto ci dice che dovrebbe essere altrove. È tipicamente gesuitico non considerare nulla di ciò che è umano come alieno dal divino: «Cercare e trovare Dio in tutte le cose» era il motto di sant’Ignazio. Questo ha reso Francesco aperto, curioso, dialettico.

E così Francesco non ha aperto, ma spalancato le porte della Chiesa a todos, todos, todos. Non perché la gente restasse dentro, come lui più volte ha detto, ma perché il Signore fosse in grado di uscire, andando per strada. E la strada – altra immagine fortemente gesuitica e dello stesso Ignazio, che si definì “il pellegrino” – per Bergoglio è stata sempre accidentata. Non ha mai contemplato strade appianate. Per lui meglio cadere e pure ferirsi piuttosto che starsene fermi al riparo a balconear, a guardare la vita dal balcone. In questo senso ha sempre avuto una visione “apostolica” e non semplicemente “pastorale”.

Il gesuita sa che il suo compito non è quello di pascolare il gregge, tosare le pecore e pettinarle, ma quello di andare alla ricerca della pecora perduta. Con la realistica precisazione bergogliana che ormai nel recinto c’è rimasta una pecora, mentre sembra che le altre novantanove se ne siano uscite. La sua, dunque, è sempre stata una Chiesa in uscita.

Per questo ha predicato una Chiesa inclusiva; per questo si è estroflesso comunicativamente con giornalisti di testate laiche più che con quelle religiose; per questo ha desiderato parlare con chiunque, anche con persone e leader che altri hanno sempre tenuto distanti. Politici e religiosi: da Min Aung Hlaing, capo dell’esercito del Myanmar, responsabile delle operazioni contro i suoi amati rohingya, al patriarca russo Kirill, al quale non ha risparmiato dure critiche ma al quale ha sempre tenuta aperta la porta.

Per questo Bergoglio ha postulato un pensiero aperto e «incompleto». Bisogna uscire dagli schemi (Yalta per lui era uno di questi), dai ragionamenti logici stringenti. Occorre debordar, uscire dai bordi, “debordare”, spinti dalla genialità dello spirito e non dal rigore dell’idea. Da giovane gesuita scrisse che non dobbiamo guardare la storia «con un distacco scientifico improntato a curiosità per le cose accadute, o desideroso d’imporre un’ideologia predefinita». Parlava della storia dei gesuiti, ma lo stesso vale per la storia in generale.

Francesco non ha mai voluto fare piani quinquennali ispirati da idee o ideologie, né cedere a utopie. Si è impegnato anche dal punto di vista organizzativo, certo, ma sempre pronto all’improvvisazione perché spinto dalla sua preghiera e dalla «consolazione», cioè dalla percezione della volontà di Dio che dà pace all’anima. Come quando, ad esempio, si chinò per baciare le scarpe dei leader del Sud Sudan giunti in Vaticano per tentare la pace. Mi disse che, appena entrò nella stanza dove si trovavano, sentì una spinta interiore fortissima a farlo. È solamente un esempio, ma molto indicativo di un modo di agire.

Il suo modello era Pietro Favre, uno dei primi compagni di Ignazio di Loyola che era rimasto beato per secoli e che Bergoglio ha fatto santo. Era molto amato da Michel de Certeau, un grande gesuita a suo modo “anomalo”.

L’anomalia è stata un’altra forma della gesuiticità di Francesco. Il suo rapporto con l’ordine in passato è stato complicato, anomalo. I suoi scritti, che sostanzialmente dicono quanto andava dicendo il suo pontificato, sono persino stati bruciati in falò. La sua cifra pastorale è stata fraintesa o osteggiata. Si deve alla sapienza di un padre generale quale Adolfo Nicolás la riconnessione profonda dei fili tra Bergoglio e il suo ordine. E in questo La Civiltà Cattolica per vari anni ha svolto un ruolo chiaro. Durante la Congregazione generale dell’ordine, dopo le dimissioni di Nicolás, è apparso un certo spiazzamento dell’ordine davanti alla profezia bergogliana, ma anche il desiderio di cercare una postura corretta, secondo lo spirito delle sue Costituzioni. Bergoglio è sempre rimasto, in un modo o nell’altro, una patata bollente. E lui non ha mai perso l’occasione di dichiararsi figlio della Compagnia di Gesù, e di curare un dialogo profondo con i gesuiti che ha avuto una singolare espressione in conversazioni private durante i viaggi apostolici. La loro trascrizione – che il papa mi ha permesso di volta in volta – compone una sorta di backstage del pontificato.

La strada di Francesco è stata anche il mondo intero. Francesco lo ha girato in lungo e in largo, lui che non ha mai amato viaggiare. Ma ha sentito che doveva farlo, sì, per confermare la fede del popolo cattolico, ma anche per toccare le ferite aperte di questo mondo. Basti pensare a Repubblica Centrafricana e Iraq, per fare solamente due esempi. Non si tocca col pensiero, ma con la mano.

La Chiesa è «ospedale da campo dopo una battaglia», mi disse nella prima intervista che gli feci nel 2013, ad appena tre mesi dalla sua elezione. Come una madre non va a trovare i suoi figli in una «cassa di vetro», imponendosi quando lo si voleva obbligare in una papamobile tutta chiusa o addirittura blindata. Ha viaggiato da gesuita, che proverbialmente considera il biglietto dell’aereo o del treno come la vera chiave di casa.

Sempre da giovane, Bergoglio scrisse che lo sguardo del gesuita «percorre cortili scorgendo praterie, guarda frammenti ma contempla forme». Dal suo piccolo studio di Santa Marta ha avuto l’orizzonte del mondo e da lì ha sempre osservato i frammenti connettendoli in modo da capire le forme, come nel caso della «guerra mondiale a pezzi», già amaramente profetizzata nel 2014. Ha sempre detestato il termine «geopolitica» che gli richiamava il Risiko, ma ha sempre amato la «diplomazia». E lui aggiungeva: «delle ginocchia». Perché riteneva il dialogo politico (e soprattutto quello multilaterale) necessario e, per un credente, una sorta di luogo sacro di preghiera e contemplazione. E in questo era mosso dal motto gesuitico contemplativus in actione. Questo è stato papa Francesco, infatti, un contemplativo nell’azione.


 

venerdì 9 maggio 2014

Papa Francesco, la misura piena della novità

Gian Enrico Rusconi
Papa Francesco, la solitudine del rivoluzionario
Bergoglio e i cambiamenti nella Chiesa, bestseller al Salone. Ma un libro di Marco Politi: quale sarà l’approdo?

La Stampa, 8 maggio 2014

Si sente una nuova sottile amarezza nelle espressioni pubbliche di papa Francesco alla fine del suo «primo anno di grazia». I temi della «tenerezza» e della «misericordia» lasciano il posto all’accorata denuncia della ricerca della vanità, del potere, del denaro. Particolarmente dure ed esplicite sono le critiche agli uomini di Chiesa che non sono all’altezza della loro missione.
Nell’enfasi pubblica che accoglie sistematicamente ogni parola o raccomandazione del Pontefice, si percepisce la delusione che alle parole non seguono gli attesi pronti mutamenti concreti nella realtà ecclesiale e sociale. Bergoglio è troppo intelligente per non capire che la continua evocazione della sua «rivoluzione» a fronte dell’immobilismo della comunità ecclesiale e civile, cui è rivolta, rischia di logorarsi come mero annuncio mediatico.
«Si sentono applausi scroscianti da tutte le parti e al contempo si avverte una grande inerzia nelle strutture ecclesiastiche», scrive Marco Politi nel suo libro Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione (Laterza, 2014), uno studio che è tra i più informati e attenti al fenomeno Bergoglio.
L’interesse del lavoro sta anche nel modo in cui è costruita la narrazione e la documentazione. Testimonia – forse senza volerlo – l’evoluzione di giudizio degli osservatori simpatetici verso il Papa. Si trovano davanti ad una personalità che si rivela assai più complessa e difficile da capire, dotata di qualità e limiti che contrastano sia le entusiastiche valutazioni iniziali che le irritate stroncature.
Del libro di Politi vorrei qui mettere in evidenza soltanto alcuni passaggi, che portano a quesiti cruciali aperti. Dopo una acuta analisi del predecessore Ratzinger e della dinamica interna del Conclave («Il colpo di stato di Benedetto XVI», «I segreti del conclave anti-italiano») sorge il dubbio se tutti i cardinali elettori conoscessero davvero il nuovo eletto Bergoglio. A questo proposito sono preziose le pagine del libro dedicate alla sua biografia, le vicende pregresse di Superiore generale dei gesuiti, il difficilissimo periodo della dittatura argentina e l’esperienza di arcivescovo di Buenos Aires. Viene fuori una personalità di pastore tutt’altro che politicamente disarmato, ma abile nel muoversi in una società complessa, civile e clericale. «A Buenos Aires negli ambienti cattolici e no, il giudizio sulle qualità di Bergoglio come dirigente è unanime. E’ un uomo di comando, dicono». Ma non meno straordinaria è l’autocritica che Bergoglio fa retrospettivamente proprio su questo punto, ripromettendosi di avere un atteggiamento di paziente attenzione verso tutti.
Il Papa che viene dalla «fine del mondo» non è uno sprovveduto né per esperienza, né per cultura, né per dottrina. Ma probabilmente ha sottovalutato la resistenza ( dei suoi stessi grandi elettori) a innovare davvero gli atteggiamenti pastorali, riaprendo anche implicitamente una riflessione dottrinale. Ma su questo punto sembra solo. Non a caso gli si rimprovera una certa leggerezza dottrinale nella controversa problematica della «pastorale della famiglia». Su questo si arriverà presto ad un confrontoscontro sulla questione (apparentemente marginale) dell’eucarestia per i credenti divorziati e risposati.
Credo che Papa Bergoglio sia consapevole che la posta in gioco non sia soltanto pastorale ma dottrinale . Ma è un modo concreto di affrontare il tema del «peccato» , che è stato toccato soltanto genericamente in uno dei dialoghi «laici» dell’inizio del suo pontificato che tanto hanno contribuito a creare la sua immagine pubblica. Non è stata semplicemente la sua personalità umana ma i suoi strappi verbali e una implicita ermeneutica dottrinale innovativa a sdrammatizzare il contrasto tra credente e non credente, spiazzando anche molti laici nostrani. «Al Papa argentino è del tutto estranea l’idea che l’essere atei provochi sofferenza e porti alla decadenza dell’umano» – ricorda Politi. Ma mi chiedo quali conseguenze pratiche avrà questo atteggiamento sul contenzioso sempre aperto nel nostro paese sui diritti civili e personali che sinora ha dovuto fare i conti con la barriera dei «valori non negoziabili»?
Il giudizio di Politi sembra sospeso come su altre questioni. Parlando del «programma della rivoluzione» lo sintetizza così: riformare la Curia rendendola più snella ed efficiente, fare pulizia nella banca vaticana e promuovere la collegialità, instaurando consultazioni frequenti tra il Pontefice, il collegio cardinalizio (istituito, con esplicito compito di sostegno al Pontefice) e le conferenze episcopali. Notoriamente sono iniziative di cui si parla in continuazione e di cui si vedono soltanto i primi passi. Ma il bilancio del primo anno di pontificato vede crescere le difficoltà. «Benchè abbia un programma, Francesco in realtà ignora l’approdo a cui perverrà», scrive Politi.
In realtà la carta vincente non sarà la persona del Papa, per quanto straordinaria essa sia, ma l’attivazione di una effettiva collegialità dei vescovi. Ma è una prospettiva che al momento è remota.

domenica 17 marzo 2013

Quel Manzoni che piace al papa

I promessi sposi, cap. XXIII

Nel brano che segue si possono vedere tra l'altro e in particolare gli effetti prodotti dalla manifestazione del carisma.
 ...
Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì.
I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi. L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva, e, dirò così, gl’imponeva silenzio.
La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c’era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora.
...

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Stefania Falasca, Il Manzoni di Bergoglio, Avvenire, 17 marzo 2013



Un pomeriggio di qualche anno fa stavo accompagnando padre Bergoglio alla Casa del clero, in via della Scrofa 70, la residenza da dove è partito la mattina del 12 marzo per recarsi al Conclave e dove ha voluto tornare dopo l’elezione per salutare il personale conosciuto in questi anni.

Stavamo camminando. E conoscendo un po’ la sua sensibilità letteraria gli chiesi quali fossero gli autori italiani che amava di più. Mi rispose subito d’istinto: «Alessandro Manzoni. Le pagine dei Promessi Sposi  le ho lette e rilette tante volte. Soprattutto i capitoli in cui si parla del cardinale Federigo Borromeo, le pagine dove viene descritto l’incontro con l’Innominato... Ricordi?». «Sì», risposi, le ricordo benissimo. «Sono le pagine – riprese – in cui si descrive l’Innominato nel momento immediatamente precedente alla sua conversione, quando, dopo una notte vissuta nel tormento, dalla finestra della sua stanza sente uno scampanare a festa, e di lì a poco, sente un altro scampanio più vicino, poi un altro: 'Che allegria c’è?. Cos’hanno di bello tutti costoro?'. Saltò fuori da quel covile di pruni e, vestitosi, corse ad aprire una finestra e guardò.

Al chiarore che pure andava a poco poco crescendo si distingueva nella strada in fondo alla valle gente che passava, altra che usciva dalle case e s’avviava, tutti dalla stessa parte, e con un’alacrità straordinaria. 'Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in questo maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?'. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; e andavano tutti insieme come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano una fretta e una gioia comune. Guardava, guardava e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa. 'Cos’ha quest’uomo? E perché deve venire?» si chiedeva l’Innominato.

«E poi – mi diceva padre Bergoglio – c’è l’incontro tra i due. Il cardinale Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno e con le braccia aperte come a persona desiderata; e infine l’Innominato, come vinto da quell’impeto di carità, si abbandona a quell’abbraccio e c’è quel silenzio tra i due... un silenzio più eloquente di mille parole, l’uno di fronte all’altro... il misero e la misericordia». Padre Bergoglio parlava piano, mentre camminavamo nel centro di Roma, la città di cui ora è diventato vescovo. E ripeteva le parole del Manzoni mandate a memoria, con quel suo modo lieve e insieme incisivo di dire.

Proprio questo mi è tornato in mente quando con sorpresa l’ho visto affacciarsi dalla loggia centrale di San Pietro, dopo l’elezione che l’ha fatto diventare Papa Francesco. Una delle immagini che resteranno scritte negli occhi e nel cuore di credenti e non credenti è quella di quest’uomo, successore di Pietro, che affacciandosi dal balcone della basilica vaticana si china verso la folla venuta per vederlo. Si china, chiedendo a ciascuno in silenzio una preghiera, confessando il bisogno dell’amore e della misericordia di Dio al pari degli altri uomini.


giovedì 14 marzo 2013

Dizionario del nuovo papa

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 14 marzo 2013
Cristina Nadotti
la Repubblica, 14 marzo 2013

Aborto. «Ancora una volta si vuole limitare o eliminare il valore supremo della vita e ignorare i diritti dei bimbi a nascere. L'aborto non è mai una soluzione. Quando si parla di una madre incinta, parliamo di due vite: entrambe devono essere preservate e rispettate perché la vita è un valore assoluto». Omelia, dicembre 2008. Crist. Na.

ARMONIA - «Nella Chiesa l'armonia la fa lo Spirito Santo. Uno dei primi padri della Chiesa scrisse che lo Spirito Santo "ipse harmonia est", lui stesso è l'armonia. Lui solo è autore al medesimo tempo della pluralità e dell'unità. Solo lo Spirito può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e allo stesso tempo fare l'unità. Perché quando siamo noi a voler fare la diversità facciamo gli scismi e quando siamo noi a voler fare l'unità facciamo l'uniformità, l'omologazione». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007). g.a.s.

BATTESIMO - «Il bambino non ha alcuna responsabilità dello stato del matrimonio dei suoi genitori. E poi, spesso il battesimo dei bambini diventa anche per i genitori un nuovo inizio. Di solito si fa una piccola catechesi prima del battesimo, di un'ora circa; poi una catechesi mistagogica durante la liturgia. In seguito, i sacerdoti e i laici vanno a fare le visite a queste famiglie, per continuare con loro la pastorale postbattesimale. E spesso capita che i genitori, che non erano sposati in chiesa, magari chiedono di venire davanti all'altare per celebrare il sacramento del matrimonio». (Intervista a 30 giorni , 2009, al giornalista che chiedeva se erano giustificabili in alcuni casi di battesimi rifiutati bambini figli di genitori «irregolari»). g.a.s.

 Buenos Aires. «Buenos Aires appare come una città fiorente. Qui vi è di tutto. Ma quanti sono i bambini sottomessi? Le donne sottomesse? Quanti i lavoratori clandestini? Quanti i postriboli? Quante cose odorano di schiavitù...». Omelia, dicembre 2008. Crist. Nad.

CERTEZZE - «Le nostre certezze possono diventare un muro, un carcere che imprigiona lo Spirito Santo. Colui che isola la sua coscienza dal cammino del popolo di Dio non conosce l'allegria dello Spirito Santo che sostiene la speranza. È il rischio che corre la coscienza isolata. Di coloro che dal chiuso mondo delle loro Tarsis si lamentano di tutto o, sentendo la propria identità minacciata, si gettano in battaglie per essere alla fine ancor più autoccupati e autoreferenziali». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007). g.a.s.

Corruzione. «Nessuno si fa carico dei crimini, delle tragedie e dei pesanti debiti che ci affliggono a causa della corruzione. La corruzione è come un potere monolitico ideologico, una pazzia ingannevole e dannosa che impedisce la realizzazione del progetto nazionale». Messa di Te Deum, maggio 2012. Crist. Nad.

DEBITO «Siamo stati molto chiari nel sostenere che la politica economica del governo non faceva altro che aumentare il debito sociale argentino, molto più grande e molto più grave del debito estero e abbiamo chiesto un cambiamento». (a Francesca Ambrogetti, La Stampa, 31 dicembre 2001). g.a.s.

DESAPARECIDOS - «Poiché in diversi momenti della nostra storia siamo stati indulgenti verso le posizioni totalitarie, violando le libertà democratiche che scaturiscono dalla dignità umana. Poiché attraverso azioni od omissioni abbiamo discriminato molti dei nostri fratelli, senza impegnarci sufficientemente nella difesa dei loro diritti. Supplichiamo Dio, Signore della storia, che accetti il nostro pentimento e sani le ferite del nostro popolo. O Padre, abbiamo il dovere di ricordare davanti a te quelle azioni drammatiche e crudeli. Ti chiediamo perdono per il silenzio dei responsabili e per la partecipazione effettiva di molti dei tuoi figli in tale scontro politico, nella violenza contro le libertà, nella tortura e nella delazione, nella persecuzione politica e nell'intransigenza ideologica, negli scontri e nelle guerre, nella morte assurda che ha insanguinato il nostro paese. Padre buono e pieno di amore, perdonaci e concedi a noi la grazia di rifondare i vincoli sociali e di sanare le ferite ancora aperte nella tua comunità». (Richiesta di perdono dei vescovi argentini, tra i quali lo stesso Bergoglio aveva una posizione di spicco, 10 settembre del 2000).

Economia. «L’economia speculativa, priva di etica, insegue l’idolo del denaro. Per questo non si hanno remore a trasformare in disoccupati milioni di lavoratori». Omelia, Festa del Santo Gaetano di Thiene,agosto 2001. Crist. Nad.
EPIGRAFE - «Come si definirebbe?» «Jorge Bergoglio, prete». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita, del 2010). g.a.s.

ESPOSA - «La mia diocesi di Buenos Aires». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni, fine 2007). g.a.s.

Eucarestia.«L’Eucaristia è il centro vitale dell'universo, in grado di soddisfare la fame di vita e di felicità. In questa festa felice possiamo partecipare alla vita eterna, e quindi la nostra esistenza quotidiana diventa una Messa prolungata». Dissertazione dottorale, 2004. Crist. Nad. 

FIDANZATA - «Sì, era del gruppo di amici con i quali andavamo a ballare. Poi ho scoperto la vocazione religiosa». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010). g.a.s.

FIGLI - «Qualche giorno fa ho battezzato sette figli di una donna sola, una vedova povera, che fa la donna di servizio e li aveva avuti da due uomini differenti. Lei l'avevo incontrata l'anno scorso alla festa di San Cayetano. Mi aveva detto: padre, sono in peccato mortale, ho sette figli e non li ho mai fatti battezzare. Era successo perché non aveva i soldi per far venire i padrini da lontano, o per pagare la festa, perché doveva sempre lavorare... Le ho proposto di vederci, per parlare di questa cosa. Ci siamo sentiti per telefono, è venuta a trovarmi, mi diceva che non riusciva mai a trovare tutti i padrini e a radunarli insieme... Alla fine le ho detto: facciamo tutto con due padrini soli, in rappresentanza degli altri. Sono venuti tutti qui e dopo una piccola catechesi li ho battezzati nella cappella dell'arcivescovado. Dopo la cerimonia abbiamo fatto un piccolo rinfresco. Una Coca Cola e dei panini. Lei mi ha detto: padre, non posso crederlo, lei mi fa sentire importante... Le ho risposto: ma signora, che c'entro io?, è Gesù che a lei la fa importante» (Intervista a 30 giorni, 2009).g.a.s.

FILM - «Il mio film preferito? Il pranzo di Babette ». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010). g.a.s.

 GARAGE - «Ai miei sacerdoti ho detto: "Fate tutto quello che dovete, i vostri doveri ministeriali li sapete, prendetevi le vostre responsabilità e poi lasciate aperta la porta". I nostri sociologi religiosi ci dicono che l'influsso di una parrocchia è di seicento metri intorno a questa. A Buenos Aires ci sono circa duemila metri tra una parrocchia e l'altra. Ho detto allora ai sacerdoti: "Se potete, affittate un garage e, se trovate qualche laico disposto, che vada! Stia un po' con quella gente, faccia un po' di catechesi e dia pure la comunione se glielo chiedono". Un parroco mi ha detto: "Ma padre, se facciamo questo la gente poi non viene più in chiesa". "Ma perché?", gli ho chiesto, "Adesso vengono a messa?" "No", ha risposto. E allora! Uscire da sé stessi è uscire anche dal recinto dell'orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l'orizzonte che è di Dio» (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni, fine 2007). g.a.s.

GIONA - «Giona aveva tutto chiaro. Aveva idee chiare su Dio, idee molto chiare sul bene e sul male. Su quello che Dio fa e su quello che vuole, su quali erano i fedeli all'Alleanza e quali erano invece fuori dall'Alleanza. Aveva la ricetta per essere un buon profeta. Dio irrompe nella sua vita come un torrente. Lo invia a Ninive. Ninive è il simbolo di tutti i separati, i perduti, di tutte le periferie dell'umanità. Di tutti quelli che stanno fuori, lontano. Giona vide che il compito che gli si affidava era solo dire a tutti quegli uomini che le braccia di Dio erano ancora aperte, che la pazienza di Dio era lì e attendeva, per guarirli con il Suo perdono e nutrirli con la Sua tenerezza. Solo per questo Dio lo aveva inviato. Lo mandava a Ninive, ma lui invece scappa dalla parte opposta, verso Tarsis. Quello da cui fuggiva non era tanto Ninive, ma proprio l'amore senza misura di Dio per quegli uomini» (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni, fine 2007). g.a.s.

HÖLDERLIN - «Amo le sue poesie» (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, nel libro-intervista El Jesuita, 2010). g.a.s.


Ingiustizia. «Indignarci contro l’ingiustizia che il pane e il lavoro non siano accessibili a tutti è una parte della benedizione, perché questo desiderio e questa lotta fanno bene al cuore, lo rallegrano, lo allargano, lo fanno palpitare con felicità». Messa per la Festa del Santo Gaetano di Thiene, agosto 2012. Crist. Nad.

ITALIA - «Mio padre era di Portacomaro (Asti, ndr ) e mia madre di Buenos Aires, con sangue piemontese e genovese». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).

LAICI - «La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati... È proprio una complicità peccatrice. E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane del Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li ritrovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la Chiesa e tutti i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solamente il battesimo e avevano vissuto anche la loro missione apostolica in virtù del solo battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla Sua tenerezza...» (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni, fine 2007).

 LEBBRA - «La cosa peggiore che può accadere nella Chiesa? È quella che Henri De Lubac chiama "mondanità spirituale". È il pericolo più grande per la Chiesa, per noi, che siamo nella Chiesa. "È peggiore", dice De Lubac, "più disastrosa di quella lebbra infame che aveva sfigurato la Sposa diletta al tempo dei papi libertini". La mondanità spirituale è mettere al centro sé stessi. È quello che Gesù vede in atto tra i farisei: " Voi che vi date gloria. Che date gloria a voi stessi, gli uni agli altri"». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007). g.a.s.

Libertà. «Non abbiate paura della libertà, sappiate che ci sono molti furfanti che vi stanno vendendo falsità perché abbiate paura della vita, paura della libertà». Discorso ai giovani, Buenos Aires, giugno 2012. Crist. Nad.

Matrimonio omosessuale. [Vedi anche OMOSESSUALI]. «La legislazione civile argentina che ci regge regola il matrimonio come entità civile composta da un uomo e da una donna. La decisione di un giudice nel contenzioso amministrativo che permette un vincolo matrimoniale tra persone dello stesso sesso è quindi contraria alla suddetta legislazione. Il nostro atteggiamento non è religioso, discriminatorio o fondamentalista, ma puramente legalista:è parte del compito pastorale difendere l’applicazione delle leggi perché non si commetta un atto di ingiustizia nei confronti degli altri». Comunicato ufficiale, giugno 2010. Crist. Nad.

MICRO - «Per contrastare l'effetto della globalizzazione che ha portato alla chiusura di tante fabbriche e la conseguente miseria e disoccupazione, bisogna promuovere anche una crescita economica dal basso verso l'alto, con la creazione di micro, piccole e medie imprese. Gli aiuti che possono venire dall'estero non devono essere solo di fondi ma tendere a rafforzare la cultura del lavoro della cultura politica». (a Francesca Ambrogetti, La Stampa, 31 dicembre 2001). g.a.s.

Migranti.«Dio chiede di aprire gli occhi di fronte a questa realtà. Perché Gesù ci dice che il giorno del giudizio ci giudicherà per quello che avremo fatto a quei piccoli, per quello che avremo fatto a un
migrante sottoposto alla tratta del lavoro, alla tratta del cartone, alla tratta della prostituzione, a
qualsiasi tipo di tratta umana». Omelia, dicembre 2008. Crist. Nad.

NAVICELLA - «I teologi antichi dicevano: l'anima è una specie di navicella a vela, lo Spirito Santo è il vento che soffia nella vela, per farla andare avanti, gli impulsi e le spinte del vento sono i doni dello Spirito. Senza la Sua spinta, senza la Sua grazia, noi non andiamo avanti. Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero di Dio e ci salva dal pericolo d'una Chiesa gnostica e dal pericolo di una Chiesa autoreferenziale, portandoci alla missione» (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007). g.a.s.

OMOSESSUALI - «Non ricorrendo contro la decisione del giudice nel contenzioso amministrativo sul matrimonio di persone dello stesso sesso, ha mancato gravemente al suo dovere di governante e di custode della legge». (Comunicato ufficiale del 26 novembre del 2009 contro il governatore di Buenos Aires Mauricio Macri, reo di non avere fatto ricorso contro la sentenza sul matrimonio gay). g.a.s.

PARANOIA - «A una chiesa autoreferenziale succede quel che succede a una persona rinchiusa in sé: si atrofizza fisicamente e mentalmente. Diventa paranoica, autistica» (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).  g.a.s.

Pedofilia. «Se c’è un prete pedofilo è perché porta in sé la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha. Bisogna stare molto attenti nella selezione dei candidati al sacerdozio. Nel seminario di Buenos Aires ammettiamo circa il 40% dei candidati, e facciamo un attento monitoraggio sul processo di maturazione». (Il gesuita, libro-conversazione). Crist. Nad.

POSTO - «"Vi faccio una domanda: la Chiesa è un posto aperto solo per i buoni?" "Nooo!" "C'è posto per i cattivi, anche?" "Sìììì!!!". "Qui si caccia via qualcuno perché è cattivo? No, al contrario, lo si accoglie con più affetto. E chi ce l'ha insegnato? Ce lo ha insegnato Gesù. Immaginate, dunque, come è paziente il cuore di Dio con ognuno di noi"». (Dialogo tra Bergoglio e la folla di fedeli alla festa di san Cayetano, in un barrio popolare di Buenos Aires, 30 giorni , agosto 2008, durante la festa). g.a.s.
Potere. «La mascherata del potere e le rivendicazioni rancorose sono il guscio vuoto di anime che
riempiono il loro nulla triste e soprattutto la loro incapacità di intraprendere percorsi creativi che
diano vera fiducia». Te Deum, maggio 2011. Crist. Nad.

QUADRO - «Il mio quadro preferito? La Crocefissione Bianca di Chagall». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).

RASSA NOSTRANA - «Drit e sincer, cosa ch'a sun, a smijo: / teste quadre, puls ferm e fìdic san / a parlo poc ma a san cosa ch'a diso / bele ch'a marcio adasi, a van luntan. /
Sarajé, müradur e sternighin, / minör e campagnin, sarun e fré: / s'a-j pias gargarisé quaic buta ed vin, / j'é gnün ch'a-j bagna el nas per travajé. / Gent ch'a mercanda nen temp e südur: / - rassa nostrana libera e testarda - / tüt el mund a cunoss ch'i ch'a sun lur / e, quand ch'a passo ... tüt el mund a-j guarda...». («Razza nostrana», poesia in dialetto piemontese di Nino Costa che il nuovo Papa si picca di saper recitare a memoria, in omaggio ai genitori di origine piemontese).  g.a.s.

Relazioni fuori del matrimonio. (ndr.: battesimi a figli nati fuori dal matrimonio)
«Lo dico con dolore, e se sembra una denuncia o offesa, mi si perdoni, ma ci sono sacerdoti della
nostra regione che non battezzano i figli di madri sole perché non sono stati concepiti nella santità
del matrimonio. Questi sono gli ipocriti di oggi». Messa pastorale, settembre 2012. Crist. Nad.
Schiavi. «Il Paese ospita commercianti di schiavi: uomini e donne che vendono e comprano persone
violando ogni loro dignità... Chiediamo a Dio di toccare il cuore di quegli uomini e donne che
schiavizzano perché anche loro sono schiavi. Schiavi della cupidigia, della superbia, della
presunzione, della malvagità». Omelia, dicembre 2008. Crist. Nad.

SIGNORE - «Il Manzoni diceva: "Non ho mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo bene"». (a Francesca Ambrogetti, La Stampa , 31 dicembre 2001). g.a.s.

 Squadra di calcio. «Non mi sono perso nemmeno una partita del campionato del San Lorenzo dal 1946. I colori della squadra, il blu e il rosso, sono quelli della veste rossa e del mantello azzurro della Vergine. Abbiamo chiesto i colori alla Vergine, non li abbiamo presi da altre parti». (Il gesuita, libro-intervista). Crist. Nad.
TANGO - «Mi piace molto il tango e da giovane lo ballavo». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010). g.a.s.

TRADIZIONALISTI - «Paradossalmente (...) proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane 
fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un 
cambiamento, un fiorire, una crescita. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è 
fedele». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni, fine 2007). g.a.s.

VERITÀ - «La verità è che sono un peccatore che la misericordia di Dio ha amato in una
maniera privilegiata... Errori ne ho commessi a non finire. Errori e peccati» (a Francesca
Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010). g.a.s.

Verità. «I sacerdoti devono predicare la verità, fare del bene a tutti e illuminare la vita del
nostro popolo.Non basta che la nostra verità e la nostra pastorale siano ortodosse ed efficaci.
Senza l’allegria della bellezza, la verità diventa fredda, spietata e superba, come vediamo
accadere nei discorsi di molti fondamentalisti incattiviti». Messa del giovedì santo, Pasqua
2011. Crist. Nad.